un boicottaggio geniale


Certe storie italiane meriterebbero di essere raccolte in un volume a metà fra il trattato di economia politica e il teatro dell’assurdo. Un libro firmato idealmente da Carlo Fruttero e Franco Lucentini, con prefazione di un ragioniere in lacrime e postfazione di un delegato sindacale col mal di testa.
La trama è semplice, e proprio per questo sublime.
Per mesi, in Italia, si è invocato il boicottaggio dei prodotti della Teva Pharmaceutical Industries, colpevole soprattutto di essere israeliana. Il dettaglio marginale — cioè che Teva sia il più grande produttore mondiale di farmaci generici, con stabilimenti sparsi in mezzo pianeta — sembrava irrilevante. Il mondo contemporaneo, del resto, è troppo complicato per lasciarsi disturbare dai fatti.
E infatti pochi si sono chiesti dove quei medicinali vengano realmente prodotti. In India? In Germania? In Ungheria? In Israele? Soprattutto, pochi ricordavano che Teva possiede anche cinque stabilimenti in Italia. Non un ufficio di rappresentanza con la macchinetta del caffè e due ficus depressi: stabilimenti veri, con operai veri, stipendi veri, famiglie vere.
Poi arriva la legge universale del capitalismo globale, quella che non legge i volantini e non partecipa ai cortei: il bilancio trimestrale.
Calo degli ordini in Italia: meno quaranta per cento.
E allora Teva valuta la chiusura di alcuni impianti italiani. Apriti cielo. Chi insorge per salvare i posti di lavoro? Chi mobilita delegazioni, comunicati, assemblee, appelli accorati? La CGIL.
Che sarebbe più o meno come se il comitato per l’abolizione degli ombrelli protestasse contro l’aumento delle polmoniti.
La scena ha qualcosa di magnificamente nazionale: prima si incendia il teatro per protesta ideologica, poi si apre una raccolta firme per salvare i pompieri. Un meccanismo psicologico che in Italia conosciamo bene: l’arte di produrre conseguenze e dichiararsene immediatamente vittime.
Naturalmente i farmaci Teva continueranno ad arrivare nelle farmacie italiane. Solo che invece di essere prodotti a pochi chilometri da casa, verranno fabbricati altrove: magari in Francia, magari in Polonia, magari in qualche altro stabilimento europeo dove nessuno ha avuto l’idea geniale di boicottare il proprio stipendio. Cambierà il bugiardino, non la compressa. Un piccolo progresso dell’internazionalismo farmaceutico.
E qui il racconto raggiunge una qualità quasi letteraria, perché ricorda irresistibilmente un’altra epopea del boicottaggio creativo: quella della SodaStream.
Anni fa l’azienda aveva uno stabilimento in Cisgiordania. Il proprietario sosteneva la coesistenza e dava lavoro a centinaia di palestinesi con salari paragonabili a quelli israeliani. Ma il boicottaggio internazionale era inflessibile: lo stabilimento andava chiuso, perché la realtà è sempre meno importante del simbolo.
E così lo stabilimento chiuse davvero.
I primi a perdere il lavoro furono proprio i palestinesi che vi lavoravano. Però la storia non finisce lì, perché l’azienda aprì un impianto nuovo e più grande a Rahat, città beduina del Negev, creando nuovi posti di lavoro e rilanciando l’economia locale. Come spesso accade, il capitalismo si sposta; i disoccupati invece restano.
L’impressione generale è quella di un gigantesco masochismo occidentale: una civiltà che si colpisce da sola con energia ammirevole e poi organizza seminari per analizzare il dolore.
Del resto siamo un continente raffinatissimo. Riusciamo a boicottare aziende che danno lavoro ai nostri operai, a chiudere impianti che pagano i nostri stipendi e a indignarci subito dopo per gli effetti economici delle nostre indignazioni.
E il capolavoro finale è quasi simbolico.
Persino alcuni degli ustionati della tragedia della discoteca di Crans-Montana furono curati con bromelina di brevetto e produzione israeliana: tecnologia medica israeliana usata per lenire le ferite di chi, nel frattempo, magari firmava petizioni contro “i prodotti israeliani”. Un paradosso così perfetto che nemmeno Fruttero e Lucentini avrebbero osato inventarlo: il masochismo elevato a disciplina clinica, con applicazioni terapeutiche.
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