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	<title>Generale Archivi - Silvana De Mari Communit %</title>
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		<title>Chi più ha più vorrebbe, ovvero la rivoluzione dei sazi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 09:35:10 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6686" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--230x300.x55482.jpeg" alt="" width="230" height="300" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--230x300.jpeg 230w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--787x1024.jpeg 787w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--768x1000.jpeg 768w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--400x521.jpeg 400w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--461x600.jpeg 461w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto-.jpeg 1080w" sizes="(max-width: 230px) 100vw, 230px" /></p>
<p>Nel 1840 Alexis de Tocqueville, un aristocratico francese che era andato in America per capire la democrazia, scrisse una frase che dovrebbe stare appesa in ogni aula universitaria, sopra la cattedra, al posto del poster di Che Guevara e della bandiera di Hamas. «Quando la disuguaglianza è la legge comune di una società, le disuguaglianze più forti non colpiscono l&#8217;occhio; quando tutto è più o meno allo stesso livello, le minime lo feriscono. Per questo il desiderio di uguaglianza diventa sempre più insaziabile quanto più l&#8217;uguaglianza è grande». Sedici anni dopo, studiando la Rivoluzione francese, scoprì una cosa ancora più sconcertante: la rivoluzione non era scoppiata dove la feudalità schiacciava di più, ma dove schiacciava di meno. «Il male che si sopportava con pazienza perché inevitabile sembra insopportabile appena si concepisce l&#8217;idea di sottrarvisi. Il male è diventato minore, è vero, ma la sensibilità è più viva». È il paradosso di Tocqueville. Il servo della gleba non fa la rivoluzione: è troppo occupato a sopravvivere. La fa il borghese che ha già quasi tutto e non sopporta il quasi. Basta guardare gli ultimi sessant&#8217;anni di storia occidentale per capire che quel francese con la parrucca era un profeta. Primo atto: il Sessantotto. Dove scoppia la grande rivolta contro l&#8217;oppressione? A Parigi, a Berkeley, a Roma, a Milano. Cioè nei Paesi più liberi, più ricchi e più pacifici che l&#8217;umanità abbia mai conosciuto, nel pieno del boom economico, con le università aperte per la prima volta ai figli di tutti. A ribellarsi non sono i braccianti del Sud né gli operai di Mirafiori, ma i loro coetanei borghesi, con il motorino e la paghetta. Sui muri della Sorbona si scrive «Vietato vietare» e «Siate realisti, chiedete l&#8217;impossibile». Nello stesso anno a Praga c&#8217;era chi chiedeva il possibile, cioè un po&#8217; di libertà di stampa, e il 21 agosto si è visto arrivare i carri armati del Patto di Varsavia. Gli studenti di Parigi non se ne accorsero granché: erano occupati a liberarsi dall&#8217;oppressione del professore di latino. sono figli di poveri  I rivoluzionari erano figli di papà che giocavano alla guerra di classe contro i figli dei contadini in divisa. Secondo atto: il femminismo. Nessun regno sopravvive se diviso in sé stesso, recita il Vangelo. Il movimento di emancipazione femminile aveva già ottenuto voto, accesso alle professioni e agli atenei, e li aveva ottenuti con facilità semplicemente perché l’acqua corrente, l’elettricità e il crollo della mortalità infantile avevano reso possibile per una donna allontanarsi dai lavori casalinghi senza compromettere la sopravvivenza fisica della sua famiglia. Per fare il bucato a mano con detersivo non industriale ci vogliono due giorni, per preparare da mangiare partendo dalle materie prima ci vogliono ore, per vestire adulti e soprattutto bambini che cambiano taglia in fretta partendo da stoffa e gomitoli di lana ci vogliono settimane. Oggi una donna occidentale può votare, studiare, purtroppo può divorziare, purtroppo può abortire a spese dello stato, fare il medico, il magistrato, il carabiniere, il presidente del Consiglio. Le ragazze sono già la maggioranza dei laureati. Ed è esattamente qui che scatta Tocqueville. Ora che la disuguaglianza legale non c&#8217;è più, ogni minima differenza diventa una ferita intollerabile. Il patriarcato non lo si trova più nel codice civile, e allora lo si cerca altrove: nella grammatica, che va corretta con l&#8217;asterisco e lo schwa; nei maschi seduti in metropolitana con le gambe troppo larghe; nelle fiabe, nei complimenti, nei condizionatori regolati, pare, su una temperatura maschilista. Più la donna occidentale è libera, più si racconta schiava. È la libertà dei sazi, che si lamentano della forma del piatto. Nessuno ricorda tutti gli uomini che hanno dato la vita per salvare quella di una donna. Sul Titanic la maggioranza delle vittime erano uomini. Nessuno ricorda i morti sul lavoro, al 99% maschi, le malattie professionali gravi e invalidanti, al 75% maschi, nessuno ricorda che i suicidi degli uomini sono il triplo dei quelli delle donne: il patriarcato cristiano protegge le donne e continua a proteggerle. Intanto, a qualche ora di volo, il patriarcato vero non usa le desinenze, usa il cappio. Il 16 settembre 2022 Mahsa Amini, ventidue anni, è morta a Teheran dopo essere stata arrestata dalla polizia morale per una ciocca di capelli fuori dal velo. In Afghanistan i talebani hanno chiuso le scuole alle bambine dopo i dodici anni. Le femministe occidentali hanno organizzato qualche flash mob, si sono tagliate una ciocca davanti alle telecamere, poi sono tornate al tema serio: la desinenza di «sindaca». Terzo atto: il movimento Lgbt. Anche qui, in Occidente, le battaglie sono state vinte. Nessuno va in carcere per la propria vita sessuale, in Italia esistono dal 2016 le unioni civili, gli osceni (definizione di Gay.it) Pride sono sponsorizzati dalle banche, dalle multinazionali della bibita gassata e perfino dalle ambasciate. Un orientamento che moltiplica le malattie sessualmente trasmissibili è presentato nelle scuole come geneticamente determinato e sano, (due inenarrabili balle, ma in molto nazioni se lo dici c’è la galera) è diventato un segmento di mercato, con la sua bandiera, il suo mese dedicato e il suo merchandising. Esiste un posto nel mondo in cui l&#8217;omosessualità si paga davvero con la vita. Il codice penale islamico iraniano del 2013 prevede la pena di morte per i rapporti fra uomini. E in Iran le impiccagioni si fanno spesso in pubblico, con il condannato appeso al braccio di una gru, perché la folla impari. A gennaio di quest&#8217;anno Ariana Arjomandi, ventitré anni, che si dichiarava gay, è stato ucciso dalle forze di sicurezza durante le proteste, secondo l&#8217;organizzazione per i diritti umani Hengaw. A Gaza, nel 2016, Hamas ha giustiziato uno dei suoi comandanti, Mahmoud Ishtiwi, accusato di relazioni omosessuali, come Vittorio Arrigoni, assassinato anche lui a Gaza. Gli attivisti sfilano per Gaza. Gay per la Palestina è come tacchini per il Natale, o come ebrei per il Gran Mufti. Nessuna contraddizione: del benessere delle persone a comportamento omoerotico al movimento LGBT gliene frega meno che del fango che hanno sotto le scarpe. Sono il braccio armato del partito democratico statunitense, quello che vogliono è la distruzione dell’oriente cristiano. Dei gay ammazzati a Gaza e la Theran parliamo noi cattolici, Magdi Cristiano Allam, Alexander del Valle e io. Nessuno di loro, nella Gaza di Hamas, sopravvivrebbe a una settimana. Ma l&#8217;Iran non interessa, perché il carnefice è islamico, e il colpevole deve essere sempre l&#8217;Occidente. Il gay iraniano appeso a una gru non serve alla causa. Serve il cristiano occidentale che afferma che la cavità anorettale non è programmata per un uso ricreativo. Dove la libertà c&#8217;è già tutta, resta da pretendere il diritto di togliere la parola agli altri. Il movimento non chiede più di essere lasciato in pace: chiede che nessuno possa dissentire. In Italia il ddl Zan, quello che avrebbe introdotto il reato di discriminazione per orientamento e identità di genere, è stato fermato al Senato il 27 ottobre 2021. Ma il modello è chiaro, e altrove funziona. In Scozia dal primo aprile 2024 è in vigore una legge sui crimini d&#8217;odio che punisce le parole «minacciose o offensive». In Finlandia il 26 marzo 2026 la Corte suprema, con tre voti contro due, ha condannato la deputata Päivi Räsänen per un opuscolo sul matrimonio e sull&#8217;etica sessuale che aveva scritto nel 2004. La libertà che, diventata totale, si trasforma nel suo contrario, vietare a chiunque di dire qualcosa che possa offendere. Il «vietato vietare» del Sessantotto è diventato, cinquantott&#8217;anni dopo, «vietato dissentire». Una società in cui il desiderio di uguaglianza diventa insaziabile non si ferma mai: c&#8217;è sempre una differenza in più da cancellare, un dissenso in più da punire, un oppressore in più da inventare. E più il male reale diminuisce, più si moltiplica il male immaginario, perché la sensibilità è più viva. È la nevrosi di un mondo che ha ottenuto tutto e non sa più che cosa farsene, e allora si inventa le catene per avere insieme sia il potere che il fascino della vittima ribelle, mentre è il carnefice imbevuto del conformismo più indecente. Le vere catene sono altrove: sul collo delle ragazze di Teheran, nelle scuole chiuse di Kabul, sulle gru dove vengono impiccati i ragazzi iraniani. Per vederle bisognerebbe guardare fuori dalla finestra, distraendo lo sguardo dal proprio ombelico, e questa è una cosa che i rivoluzionari sazi non hanno mai saputo fare.</p>
<p>chi vuole Islam senza veli e il Dizionario per la difesa dell&#8217;ovvio con dedica in offerta speciale scriva a silvana.demari53@libero.it</p>
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		<title>Ustica: Giovanardi querelato per aver detto  la verità</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/10/23/ustica-giovanardi-querelato-per-aver-detto-la-verita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 09:24:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Giovanardi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Carlo Giovanardi è stato querelato per aver detto  la verità. Almeno parlerà con un magistrato di Ustica, è la prima volta. Il 22 ottobre, un giudice di Bologna ha ascoltato  Carlo Giovanardi per decidere se debba essere processato per diffamazione. La sua colpa è avere detto che Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione parenti delle vittime della strage di Ustica, è «bugiarda». Lo ha detto in un’intervista a BolognaToday, spiegando punto per punto perché la favola della battaglia aerea sui cieli del Tirreno è una menzogna. Il pubblico ministero di Bologna ha chiesto l’archiviazione: dalla lettura dell’intervista, ha scritto, non emerge alcun [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6915" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/08/ustica-300x169.x55482.webp" alt="" width="300" height="169" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/08/ustica-300x169.webp 300w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/08/ustica-400x225.webp 400w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/08/ustica.webp 710w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Carlo Giovanardi è stato querelato per aver detto  la verità. Almeno parlerà con un magistrato di Ustica, è la prima volta.</p>
<p>Il 22 ottobre, un giudice di Bologna ha ascoltato  Carlo Giovanardi per decidere se debba essere processato per diffamazione. La sua colpa è avere detto che Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione parenti delle vittime della strage di Ustica, è «bugiarda». Lo ha detto in un’intervista a <em>BolognaToday</em>, spiegando punto per punto perché la favola della battaglia aerea sui cieli del Tirreno è una menzogna. Il pubblico ministero di Bologna ha chiesto l’archiviazione: dalla lettura dell’intervista, ha scritto, non emerge alcun contenuto diffamatorio, perché Giovanardi ha motivato in modo articolato le ragioni per cui ritiene mendace la ricostruzione della sua avversaria. Bonfietti si è opposta. Gli avvocati di Giovanardi, Ugo Biagianti e Gregorio Equizi, hanno depositato una memoria di ventisette pagine. La domanda che pongono è semplice: in Italia si può ancora dire che una tesi è falsa, citando perizie e sentenze, senza finire davanti a un giudice?</p>
<p>Ricordiamo i fatti. Il 27 giugno 1980 il DC9 dell’Itavia, partito da Bologna e diretto a Palermo con quasi due ore di ritardo, si spezza in volo e cade in mare vicino a Ustica. Muoiono ottantuno persone, fra cui tredici bambini. Da quella sera l’Italia si è raccontata una storia: caccia stranieri, un Mig libico, un missile francese o americano, una guerra segreta in tempo di pace, un generale depistaggio. Ogni anno una versione nuova. Giovanardi ne ha contate più di trenta, una diversa dalle altre. L’ultima, rilanciata in televisione, dà la colpa agli israeliani. Una verità che cambia colpevole ogni stagione non è una verità: è un romanzo. Nel settembre 2023 Giuliano Amato ha raccontato a <em>Repubblica</em> che il DC9 fu abbattuto da un missile francese destinato a Gheddafi, avvertito in tempo da Craxi. Titoli in tutto il mondo. Pochi giorni dopo lo stesso Amato ha precisato di non avere «alcuna verità da offrire» e di aver voluto soltanto «lanciare una sfida». Il ministero degli Esteri francese ha risposto di aver fornito ogni elemento in suo possesso ogni volta che gli era stato chiesto. Un ex presidente del Consiglio ha accusato un Paese alleato di strage senza portare una sola prova, e nessuno lo ha querelato. Contro il romanzo ci sono i fatti. Il relitto è stato ripescato dal fondo del mare e ricostruito. Il giudice istruttore Rosario Priore affidò l’analisi a un collegio internazionale di undici periti presieduto da Aurelio Misiti, preside di Ingegneria alla Sapienza: italiani, inglesi, svedesi, tedeschi. Fra loro Frank Taylor, l’uomo che aveva indagato su Lockerbie, il Jumbo della Pan Am fatto esplodere in volo nel 1988 da una bomba libica. Lavorarono quattro anni. Nel luglio 1994 consegnarono la loro relazione: l’aereo era stato distrutto dalla detonazione di una carica esplosiva nella toilette posteriore. Nessuna traccia di missile sulle pareti esterne. Nessuna scheggia, nessun foro d’ingresso, nessun segno di un ordigno arrivato da fuori. Le deformazioni del lavello, della porta, delle paratie, del motore destro raccontavano una forza che andava dall’interno verso l’esterno. Nove periti su undici scrissero che la bomba era l’unica causa possibile; gli altri due la giudicarono tecnicamente sostenibile, e nessuno degli undici firmò per il missile. Taylor lo ha ripetuto per anni: è un mistero perché la magistratura non abbia seguito le conclusioni logiche del nostro lavoro, e perché nessuno in Italia abbia mai cercato di capire chi ha messo quella bomba. E i radar? La stessa perizia scrive che non esiste evidenza radar di un altro aereo nella fase finale del volo. Nessun caccia nascosto nella scia del DC9, nessuna battaglia. Gli echi che hanno alimentato quarant’anni di articoli erano lontani dal punto della caduta o spiegabili come disturbi. Poi c’è il processo penale, quello vero, con le prove esaminate in contraddittorio. I generali dell’Aeronautica furono accusati di aver nascosto al governo quanto sapevano su quella notte. Il 15 dicembre 2005 la Corte d’Assise d’Appello di Roma li assolse perché il fatto non sussiste. Il 10 gennaio 2007 la Cassazione rese definitiva l’assoluzione. Se non c’era nulla da nascondere, non c’era nessuna battaglia da nascondere. Per anni uomini in divisa sono stati trattati da complici di una strage, e alla fine lo Stato ha dovuto riconoscere che erano innocenti. Nessuno ha mai chiesto loro scusa, neanche uno. I sostenitori del missile oppongono le sentenze civili, quelle che hanno condannato i ministeri a risarcire i familiari e l’Itavia. Ma un processo civile non accerta la verità oltre ogni ragionevole dubbio: decide che cosa è «più probabile che non», e vale solo fra le parti. Giovanardi ha spiegato più volte che in quella causa la tesi della bomba non è stata nemmeno discussa a fondo, perché l’Avvocatura dello Stato, che la sosteneva, si era costituita in ritardo ed era stata estromessa. Una sentenza che pesa una sola tesi non può smentire quattro anni di lavoro sul relitto. Eppure su quella probabilità lo Stato è stato condannato a pagare: la Corte d’Appello di Roma ha liquidato all’Itavia 265 milioni di euro. Denaro pubblico, versato per un missile che nessuno ha mai trovato. C’è infine la prova più eloquente di tutte. La procura di Roma indaga dal 2008 contro ignoti, dopo che Francesco Cossiga accusò la Francia. Diciotto anni. Nel marzo 2025 ha chiesto l’archiviazione perché non era riuscita a identificare né un aereo, né un pilota, né una nazione. Diciotto anni di ricerche per trovare un caccia che nessuno ha mai visto. Oggi l’indagine è stata riaperta. Si vedrà, ma chi parla di verità accertata sulla battaglia aerea dovrebbe spiegare come si accerta un abbattimento di cui non si conosce l’aereo che lo avrebbe compiuto. Se fu una bomba, chi la mise? È la domanda che il romanzo del missile ha sempre impedito di fare. Giovanardi la fa da anni, e indica il contesto: il terrorismo palestinese che in Italia aveva già colpito, a Fiumicino nel 1973, e che avrebbe colpito ancora nel 1985; il lodo Moro, l’intesa segreta con cui lo Stato italiano lasciava muovere i gruppi palestinesi in cambio della promessa di risparmiarci; le tensioni con la Libia. L’ammiraglio Fulvio Martini, già capo del Sismi, il servizio segreto militare, sosteneva l’esplosione nella coda e respingeva la battaglia aerea. Chi sostiene la bomba osserva anche che un ordigno a tempo, regolato per esplodere a terra a Palermo, con due ore di ritardo sarebbe esploso proprio in volo. Gli esecutori restano da trovare. È una ragione in più per cercarli, non per guardare altrove. Lo chiede anche un’altra associazione di familiari delle vittime, quella per la verità su Ustica, che nel 2022 ha presentato un esposto perché si indagasse finalmente sulla bomba. Esistono dunque familiari delle vittime che la pensano come Giovanardi. Anche loro sono bugiardi? Anche loro andrebbero querelati? Qui sta il cuore della querela. Daria Bonfietti ha passato la vita a sostenere la battaglia aerea, e ha definito le iniziative di Giovanardi un’operazione contro la verità fondata su argomentazioni false. Se lei può dire che lui diffonde falsità, lui può rispondere che lei dice il falso. Il diritto di critica non è un privilegio di una sola parte. Non può esistere una tesi protetta dal codice penale, mentre chi la contesta rischia la condanna. Il giudice di domani non deve stabilire chi abbia ragione su Ustica: deve stabilire se in Italia è ancora lecito dissentire. Se Giovanardi venisse processato, il messaggio sarebbe chiarissimo: su Ustica esiste una verità di Stato, e chi la tocca paga. Ottantuno persone sono morte quella sera. Meritano la verità, non un dogma. E la verità non ha mai avuto paura delle domande. Ha paura solo chi sa che la propria versione non regge. Chi querela un uomo per avere citato perizie e sentenze non sta difendendo la memoria delle vittime: sta cercando di chiudere la bocca a chi non si rassegna. Io sto con Giovanardi, senza se e senza ma. è stato un altro regalo dei Palestinesi, che noi amiamo alla follia, un altro regalo dell&#8217;Islam</p>
<p>leggete Islam senza veli, può aiutarvi moltissimo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>. https://www.amazon.it/Islam-senza-veli-occidentale-sullIslam/dp/B0H5L6X6Z5/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&amp;crid=2BSACG1Q31SU2&amp;dib=eyJ2IjoiMSJ9.DWoHA1wqY9EnOYzN53vn8uOi1DvtJ1cQ5ep-0XjkZ8Ggr6qam5CZCHr54qKfEe9DzVZTkA4Z8Akb3rVSDT3pN4mfBnavukcSYx3Ux_UDsJV1sc69N71q9goyIcDR4q3dL4hPpwHkErh8bd1NuIy_RoDxU8Me3n2iC6hZs7RV7e6JDwdZCfwSG72S-TOMlZTpQlYMdGCyV91gsWhfpCFr81Y6td6otikipCg7Yji6Do6zBFEOtYo237HH_JPQkZ4VWIQ5MpNh27tdl5xTJPuQ-DJBpPtumvhzq7rfJxvPbLM.6wi2nvKluHwfTRiPY5j54g8HThhJLpd44Fo3_EeSrgo&amp;dib_tag=se&amp;keywords=islam+senza+veli&amp;qid=1792751017&amp;sprefix=islam+senza+veli%2Caps%2C188&amp;sr=8-1</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>mi scuso!</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/10/14/mi-scuso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2026 19:26:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;autore di questo pezzo non sono io! e non so chi sia, l&#8217;ho preso su facebook, ma non ricordo su quale profilo. Per una serie di errori miei, è finito nei ,iei apppunti e l&#8217;ho mandato alla Verità che lo ha pubblicato, al posto di un altro pezzo, questo mio, che non avrei dovuto mandare. &#160; Fra qualche anno uno storico scriverà: &#8220;Continuavano ad ammassare truppe dentro i loro confini: uomini in età di combattimento, che spesso si presentavano come minorenni. Altri venivano accompagnati, o si facevano raggiungere dalle loro donne. La generosa ingenuità degli europei diede loro gli stessi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;autore di questo pezzo non sono io!</p>
<p>e non so chi sia, l&#8217;ho preso su facebook, ma non ricordo su quale profilo.</p>
<p>Per una serie di errori miei, è finito nei ,iei apppunti e l&#8217;ho mandato alla Verità che lo ha pubblicato, al posto di un altro pezzo, questo mio, che non avrei dovuto mandare.</p>
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<div>Fra qualche anno uno storico scriverà:<br />
&#8220;Continuavano ad ammassare truppe dentro i loro confini: uomini in età di combattimento, che spesso si presentavano come minorenni. Altri venivano accompagnati, o si facevano raggiungere dalle loro donne. La generosa ingenuità degli europei diede loro gli stessi diritti dei cittadini. Potevano così vivere senza la noia di un lavoro, ospitati, nutriti e tollerati anche nelle loro attività illegali, imponendo pian piano il loro potere su interi quartieri. Nelle scuole iniziarono a imporre le loro leggi religiose, agevolati dalla scomparsa quasi totale di credenze religiose negli europei. E pian piano iniziarono a costruire teste di ponte sempre più estese e prestigiose, moschee destinate non solo a pregare, ma a diffondere l’idea che il loro dovere era di convertire coloro che definivano infedeli e di prendere il potere su quelle terre. Lo fecero usando la paura di una popolazione in cui i vecchi erano la maggioranza, poi alleandosi con la parte di europei che odiava la sua stessa terra, la sua cultura, la sua storia e la sua civiltà, perché ne era stata rifiutata.<br />
Caddero nelle loro mani le città più potenti delle terre che un tempo erano state cristiane: Londra, Bruxelles, Berlino e, oltre Atlantico, la stessa New York, mentre anche la Francia e la Spagna venivano messe sotto attacco.<br />
Quello che accadde poi lasciò tutti stupiti. La Francia, dove all’inizio l’ordine antico era stato colpito ed abbattuto, si rialzò. Si videro Carlo Martello e Ugo di Payns aleggiare sulla terra che va dalla Normandia ai Pirenei. La guerra fu lunga e a fasi alterne, ma alla fine i gigli di Francia e i leoni dei Plantageneti trionfarono&#8221;.<br />
O forse no. Non riesco a leggere la fine del libro di storia che mi è arrivato dal futuro: è scritto in arabo.</div>
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<div dir="ltr">Chiedo scusa, sono mortificata. Questo pezzo non è mio e non so di chi sia. L&#8217;ho preso da internet  perché è divertente, e volevo mandarlo a me stessa. Per errore in un momento di distrazione l&#8217;ho inviato a voi . Non so come sia potuto succedere</div>
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		<title>Fratelli coltelli.</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/10/13/fratelli-coltelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2026 15:16:13 +0000</pubDate>
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<p>Gli islamici sono nostri fratelli, nel senso che anche Caino era fratello di Abele. Quelli che ci spiegano che gli islamici sono nostri fratelli non sanno un accidente di cosa ha scritto San Tommaso e che non hanno neanche letto l’attacco del Vangelo di San Giovanni. Il Vangelo di San Giovanni, fino alla riforma liturgica di Paolo VI, era letto alla fine di ogni Messa per ricordarci che è la fede in Cristo che ci rende figli di Dio, e quindi fratelli. Compito del cristiano è evangelizzare i non credenti, rendendoli fratelli. Avvicinare un non credente senza il progetto di evangelizzarlo è una colpa per omissione per un credente semplice, una colpa grave con furto dello stipendio che non si sta guadagnando per un vescovo. Il Cristianesimo vero non solo non comanda di far entrare stranieri estranei ostili alla comunità e alle sue leggi, ma con chiarezza, nella Summa Theologica di San Tommaso vieta di farlo perché destabilizzerebbero la comunità stessa. Sono i clerici che, come missionari, escono dalla comunità per andare in mezzo alle popolazioni ostili, e convertirle. Alla fine della Messa, oltre alle letture di struggente bellezza del Vangelo di San Giovanni, erano previste alcune preghiere e l’invocazione a San Michele Arcangelo, che aveva il compito di preservare la Chiesa da Satana. Per motivi che sono rimasti oscuri a molti, e imperscrutabili a noi vecchie zie, è stata tolta anche l’invocazione a San Michele Arcangelo, considerata evidentemente inutile, obsoleta, probabilmente oscurantista, sicuramente poco inclusiva. La preghiera di levare dal mondo Satana e consociati, nonché di rimetterli nell’inferno, deve essere vista come una forma di remigrazione. Dopo di che Paolo VI ha avvertito nella Chiesa la presenza del fumo di Satana. Forse l’invocazione eliminata avremmo fatto meglio a tenercela. Nonostante il fumo di Satana avesse fatto il nido, o forse più di uno, e deposto le uova, nessuno l’ha mai ripristinata, salvo qualche lodevole sacerdote e, nel frattempo, oggi continuano ad ammorbarci con le fesserie che tizi che inneggiano alla nostra morte sono fratelli nostri, e che far entrare gli appartenenti ad una religione che benedice l’uccisione degli infedeli, che siamo noi, sia un’opera di misericordia, quando invece è una fesseria. Anzi è un crimine, un crimine nei confronti delle nostre chiese vandalizzate, dei nostri sacerdoti sgozzati, delle ragazzine stuprate, dei passanti accoltellati o investiti con l’auto, dei ragazzi trucidati al Bataclan con la stessa furia del 7 ottobre. Nel diritto islamico classico, il mondo non è uno solo. È diviso in case. C’è la dar al-Islam, la casa dell’Islam, dove vigono la legge islamica e il potere musulmano. C’è la dar al-Harb, la casa della guerra. Tutto il resto è composto dai territori che non si sono ancora sottomessi. In mezzo, i giuristi hanno collocato la dar al-sulh, o dar al-ahd, la casa della tregua: terre non musulmane che hanno stipulato un patto, spesso pagando un tributo, e che per questo vengono momentaneamente risparmiate. Momentaneamente: la tregua è una sospensione, non una pace. Non è un’invenzione di noi islamofobi. Sono categorie elaborate nell’VIII secolo in Iraq dalla scuola di Abu Hanifa e dei suoi allievi e tramandate per secoli nei manuali giuridici. Non definiscono una geografia, ma un programma: il mondo è diviso tra chi è già stato conquistato e chi deve ancora esserlo, perché il destino di tutto il mondo è essere conquistato dall’Islam. Bat Ye’or, in <em>Eurabia</em>, pubblicato in Italia da Lindau con il sottotitolo <em>Come l’Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita</em>, ha mostrato come questa visione non sia rimasta nei libri antichi. Ha descritto la dhimmitudine, la condizione dei cristiani e degli ebrei tollerati sotto l’Islam a prezzo della sottomissione, e ha denunciato un’Europa che, per petrolio, quieto vivere e senso di colpa, ha accettato di comportarsi da casa della tregua: paga, tace, si scusa. Noi siamo la casa della guerra. Non lo diciamo noi cattivi, lo dicono i loro giuristi. Si può obiettare che non tutti i musulmani pensino in questo modo, ed è vero: molti vivono tra noi senza alcun desiderio di conquista, ma è sufficiente il 10% di aggressivi perché la mia vita diventi un inferno. In tutti i casi la dottrina esiste, è insegnata, è citata, e chi vuole servirsene trova tutto già scritto. E poi c’è sempre la possibilità della radicalizzazione anche in seconda, terza generazione. Per questo temere l’Islam non è una fobia. La fobia è una paura irrazionale, sproporzionata, senza oggetto. Qui l’oggetto c’è, ed è dichiarato. Temere chi ti ha già classificato come terra da conquistare è semplice coraggio, non temerlo non è solo idiozia, è la vigliaccheria di chi spera che se chiude gli occhi il drago scomparirà. Insensato è non temerlo, e chiamare razzista chi legge ad alta voce ciò che i loro stessi testi affermano. L’Islam a casa sua ha molti limiti: inchiodato al pensiero di Maometto da una teologia peggio che immobile, inesistente, non produce pensiero, non produce ricchezza se non quella del petrolio, però produce persone perbene, che vivono come meglio possono senza dare fastidio a nessuno. Chi è stato anche solo in vacanza in Tunisia, in Egitto o in Giordania ha incontrato gente normale, spesso gentilissima. È in Europa che l’Islam diventa peggiore, e la imbarbarisce. Noi siamo l’incubatrice del serpente: il nazismo prima e il postmarxismo poi hanno compito questo osceno miracolo. E il serpente poi torna nelle sue terre di origine e le devasta. Il 28 novembre 1941 il Gran Mufti di Gerusalemme, Amin al-Husseini, incontra Hitler a Berlino. Il suo scopo è distruggere il focolare ebraico in Palestina. Dall’alleanza nasce anche la 13ª divisione Waffen SS Handschar, reclutata tra i musulmani di Bosnia. Quel patto peggiora entrambi. I palestinesi cominciano a sognare non la convivenza ma l’annientamento dei sionisti. Il Mufti si adopera affinché nessun ebreo sfugga: nel 1943 chiede ai nazisti di bloccare l’emigrazione verso la Palestina di migliaia di bambini ebrei di Bulgaria, Ungheria e Romania. Chiusa ogni via di fuga, resta solo lo sterminio. Anche oggi l’Europa è l’incubatrice del serpente. Magdi Cristiano Allam lo ha spiegato in <em>Kamikaze made in Europe</em>: è qui che l’Islam si radicalizza. È in Europa che, grazie alla rete dei Fratelli Musulmani, le donne hanno «imparato» il velo, poi il velo integrale, comparso poi anche in Tunisia e in Marocco, dove non c’era. Il caso emblematico sono le grooming gang inglesi. Maometto prese come schiave le donne dei nemici uccisi in battaglia, e il diritto islamico classico lo concede a ogni musulmano. Ma questo presuppone tre cose: un nemico sconfitto in uno scontro militare, un musulmano che ha combattuto per Allah, una donna che è il premio, come le settantadue vergini promesse dalla tradizione al martire del Jihad. Non le danno gratis: bisogna aver combattuto. Quando i saraceni razziavano le nostre coste facevano una guerra religiosa, abbattevano campanili e campane, e se avessero incrociato i cavalieri di Malta o una galea con il leone di San Marco non sarebbero tornati a raccontarlo. L’uomo prendeva la donna, contro la sua volontà, certo, ma poi la difendeva dagli altri uomini, la convertiva, manteneva lei e i figli, che sarebbero stati musulmani e avrebbero ingrossato l’esercito di Allah. Lo stupro nell’Islam classico è il premio di una battaglia e uno strumento di potenza. La donna non è un giocattolo da rompere prendendolo a calci come fa un bambino demente. A Rotterdam, migliaia di ragazzine, alcune di undici anni, sono state stuprate e torturate da branchi di uomini che non avevano vinto nessuna battaglia. Alcune, rimaste incinte, hanno dovuto abortire. Nel Corano e nella vita di Maometto tutto questo non c’è. L’Islam è una religione tremenda, ma questo schifo l’hanno imparato qui. E il sadismo si impara in fretta, perché la ferocia è innata in noi. Circola il video di due maranza: passa un anziano con un cagnolino bianco, uno prende il cane a calci, e quando l’uomo protesta l’altro ammazza il cagnolino con una sedia. forza di buonismo, deresponsabilizzazione e idiozia, stiamo allevando squilibrati sadici che non sono in grado di vivere in nessun paese al mondo. I nostri nemici sono una sinistra pronta a distruggere tutto per i loro voti, e una Chiesa corrotta che non converte più e non distingue più il bene dal male. Chi vuole lapidare una donna o sposare una bambina di 8 anni non è mio fratello e nemmeno cugino di ottavo grado, e chi ritiene che sia parente mio è un cialtrone. Ricordo a tutti i sacerdoti che restano immobili con aria affranta a guardare islamici che vandalizzano le nostre chiese, che Cristo ha anche rovesciato tavoli e preso la gente a scudisciate. Solo gli idioti sono incapaci di collera. Non è una dote. Meno che mai una dote cristiana.</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Islam senza veli: Quello che ogni occidentale deve sapere e deve chiedere sull’Islam (Italian Edition)" type="text/html" width="1200" height="550" frameborder="0" allowfullscreen allow="clipboard-write" style="max-width:100%" src="https://read.amazon.co.uk/kp/card?asin=B0H1KDVJ8D"></iframe></p>
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		<title>La caricatura della misericordiay</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/10/13/la-caricatura-della-misericordiay/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2026 15:12:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il masochismo è stato travestito da virtù cristiana. Il masochismo, dal punto di vista religioso, è un pensiero deforme. Non è una virtù portata all’eccesso: è una virtù rovesciata, cioè un vizio, un peccato, una dipendenza. Il cristianesimo non ha mai insegnato ad amare il dolore. Cristo nell’orto degli ulivi suda sangue e chiede al Padre di allontanare da lui quel calice. Non corre verso la croce con il sorriso di chi gode del supplizio: la accetta, perché attraverso di essa passa la salvezza di altri. Il sacrificio ha un fine che sta fuori dal dolore; il masochismo ha il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6996" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/10/NOSTRA-SIGNORA-DELLE-MILIZIE-300x225.x55482.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/10/NOSTRA-SIGNORA-DELLE-MILIZIE-300x225.jpg 300w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/10/NOSTRA-SIGNORA-DELLE-MILIZIE-400x300.jpg 400w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/10/NOSTRA-SIGNORA-DELLE-MILIZIE.jpg 576w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Il masochismo è stato travestito da virtù cristiana. Il masochismo, dal punto di vista religioso, è un pensiero deforme. Non è una virtù portata all’eccesso: è una virtù rovesciata, cioè un vizio, un peccato, una dipendenza. Il cristianesimo non ha mai insegnato ad amare il dolore. Cristo nell’orto degli ulivi suda sangue e chiede al Padre di allontanare da lui quel calice. Non corre verso la croce con il sorriso di chi gode del supplizio: la accetta, perché attraverso di essa passa la salvezza di altri. Il sacrificio ha un fine che sta fuori dal dolore; il masochismo ha il proprio fine nel dolore stesso. Anche il martire non cerca la morte. Agostino combatté i circoncellioni, i fanatici che andavano incontro alla morte e scambiavano il suicidio per martirio. Il martirio non si provoca, si subisce. Chi va a cercarsi il carnefice non testimonia Cristo, testimonia solo il proprio squilibrio. Il masochismo è la condizione in cui il dolore, l’umiliazione, la sottomissione diventano fonte di piacere: una perversione nel senso letterale, un volgere al contrario. Bessel van der Kolk, in Il corpo accusa il colpo, dedica un capitolo alla dipendenza dal trauma, al dolore del piacere e al piacere del dolore: chi è stato ferito a lungo può tornare a cercare la ferita, perché solo lì si sente vivo. Lo psicologo Richard Solomon aveva mostrato che ciò che all’inizio spaventa o fa male, ripetuto, può diventare eccitante. Il senso del piacere e del dolore si inverte, e nasce una dipendenza dall’umiliazione e da chi ci maltratta. Non c’è ragione perché la teologia chiami santità questa deformazione. Il versetto più frainteso del Vangelo è quello dell’altra guancia. Ma Gesù stesso, schiaffeggiato da una guardia davanti al sommo sacerdote, non porge l’altra guancia. Risponde: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Non si vendica, ma non tace: chiede ragione dell’ingiustizia. E lo stesso Gesù che predica la mitezza intreccia una frusta e caccia i mercanti dal tempio. Porgere l’altra guancia riguarda l’offesa fatta a me. Nessuno ha il diritto di porgere la guancia degli altri, di consegnare all’aggressore la moglie, il figlio, la ragazzina che torna da scuola. Sant’Ambrogio, riprendendo Cicerone, scrive che chi potendo non respinge l’ingiuria fatta al compagno è colpevole quanto chi la commette. Il Catechismo, al numero 2265, afferma che la legittima difesa può essere un grave dovere per chi è responsabile della vita di altri. Grave dovere: non semplice permesso. E Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae, giustifica la legittima difesa. Amare il nemico significa volere il suo bene, e il bene di chi odia è essere fermato. Si può pregare per chi ci perseguita e intanto impedirgli di nuocere. Chi ama il carnefice al posto della vittima non pratica la carità: la tradisce. La carità ha un ordine, e al primo posto ci sono quelli che ci sono stati affidati. Né l’ascesi è masochismo. Il digiuno e la penitenza, lo stesso cilicio sono una disciplina che rende l’uomo più forte e più libero; il masochismo lo rende passivo, dipendente dal suo aguzzino, incapace di distinguere chi lo ama da chi lo distrugge. Questo pensiero deforme non è un’astrazione. Basta leggere i giornali veneti di questi giorni. A Padova è nata la Camera Arbitrale Islamica Italiana, costituita il 3 marzo 2026. Sul suo sito si presenta come la via «alla Giustizia Islamica in Italia». Il suo organo si chiama Tribunale Sciaraitico, cioè tribunale della sharia. Il regolamento stabilisce che, quando decide secondo diritto, «applica i precetti della Sharia comuni alle nazioni islamiche», e che il diritto italiano vale soltanto per le questioni che la sharia non regola. Il fondatore, un avvocato padovano, assicura che le norme incompatibili con il nostro ordinamento non verranno applicate. Niente lapidazione: questo ci rasserena, solo la solida rappresentazione della donna come minorenne cronica, e in tutti i casi l’ordine è rovesciato: prima la sharia, poi, dove essa tace, la legge italiana. Lui stesso porta un esempio: una decisione favorevole a una parte solo perché l’altra è una donna non potrebbe essere convalidata da un tribunale italiano. Il fatto che senta il bisogno di precisarlo dice già molto. La Procura ha ricevuto un esposto, e il vicepremier Salvini ha dichiarato che in Italia non possono esistere tribunali islamici né leggi parallele. A Rovigo, nello stesso momento, il vescovo Pierantonio Pavanello ha usato l’omelia per la festa di San Francesco per richiamare l’amministrazione comunale. Ha elencato i «lebbrosi di oggi»: gli stranieri, i poveri, i malati psichici, i giovani disagiati, i carcerati. I lebbrosi sono quindi individui che hanno alle spalle la potenza economica dei petrodollari, costruiscono moschee faraoniche, hanno scritto sul loro libro sacro il dovere di assassinarci e ogni tanto lo mettono in pratico con l’uso classico di lame e bastoni o con quello più moderno di esplosivo, armi da fuoco e auto. E ha chiesto al Comune di nominare il Garante dei detenuti. Tra i due la ruggine era antica: la sindaca si era opposta alla trasformazione del vecchio monastero dei Benedettini in un centro di accoglienza. Secondo la sindaca Valeria Cittadin, il vescovo l’ha definita in pubblico «sorda al richiamo della solidarietà», l’unica solidarietà che la CEI riconosce, quella con chi ci accoltella o anche solo considera giusto farlo, e lo ha fatto davanti ai fedeli, dieci giorni dopo una cena in cui non ne aveva fatto cenno. Lei, che si dichiara cattolica e praticante, ha risposto: «Vorrei sentire dal pulpito la stessa determinazione non soltanto quando si parla di accoglienza, ma anche quando si tratta di difendere le nostre radici cristiane». Io oserei chiedere anche uno straccio di menzione pe i nostri fratelli martirizzati nelle terre dell’Islam reale e un ricordo dell’aborto. E ha concluso: il vescovo faccia il vescovo, il sindaco faccia il sindaco. Pochi giorni fa le delegazioni Caritas e Migrantes del Triveneto hanno presentato, con l’approvazione dei vescovi del Nordest, un documento sul fenomeno migratorio. Invita a superare paure e pregiudizi, a «disarmare» il linguaggio, a evitare che lo straniero venga trasformato in una minaccia, a costruire percorsi di integrazione, a passare da una cultura dell’indifferenza alla «convivialità delle differenze». Ricorda che le diocesi accolgono almeno 2.600 persone in circa 280 immobili. Nelle sintesi diffuse non c’è una parola sulla sicurezza, sulla legalità, sui doveri di chi arriva, non una sillaba sull’atroce violenza del Corano che ordina di assassinaci o sottometterci. Nessuna distinzione tra chi viene a lavorare e chi viene con l’odio, tra il forestiero che accetta le nostre leggi e chi vuole sostituirle con le proprie. Nessuna parola sulla sharia, che a pochi chilometri ha appena aperto uno sportello e che in diversi paesi islamici prevede ancora la lapidazione. Quella lapidazione che Cristo fermò quando disse agli accusatori della donna adultera: chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra. Tre notizie, un solo schema. Il vescovo rimprovera dal pulpito la sindaca che difende i propri cittadini, non chi apre un tribunale della sharia. Il documento della Chiesa chiede di disarmare il nostro linguaggio, non di disarmare chi ci odia. Lo stesso schema del parroco che celebra messa con una casula nei colori della bandiera palestinese e non ricorda mai i bambini ebrei uccisi e nemmeno quelli cristiani uccisi in Nigeiria. È la caricatura della misericordia: un masochismo travestito da virtù, un disprezzo malamente camuffato per ebrei e cristiani, vittime del terrorismo islamico, spacciato per solidarietà, un’indifferenza ogni giorno più totale per il martirio dei cristiani sotto l’Islam. La misericordia vera è una virtù dei forti. Può perdonare solo chi potrebbe punire. La resa del debole non è perdono, è sconfitta, e la pagano sempre gli altri: i più poveri, quelli che non possono chiudersi in una villa sorvegliata o in una curia. Quando la Chiesa sapeva distinguere il bene dal male, pregava per i turchi e intanto armava la flotta. Il 7 ottobre 1571, a Lepanto, la Lega Santa voluta da Pio V vinse, e il Papa attribuì la vittoria alla Madonna del Rosario. Non c’era contraddizione tra il rosario e i cannoni. San Tommaso distingueva lo straniero pacifico da quello ostile. Era prudenza, la prima delle virtù cardinali. Oggi quella distinzione è considerata un peccato. Il cristianesimo è una religione di uomini liberi, non di vittime che chiedono di essere colpite ancora. Riscoprirlo significa tornare a dire una cosa semplice: il male va chiamato male, e va fermato. Tutto il resto è un pensiero deforme. Il compito dei vescovi, che sono diretti discendenti degli Apostoli è attuare l’ordine di Cristo dato agli Apostoli di evangelizzare. Dei Vescovi che non portano Cristo, che non evangelizzano, che non battezzano,  che riservano un’indifferenza totale ai veri lebbrosi della terra i cristiani in terra islamica, sono ancora degni del titolo di Vescovo?</p>
<p>Comprate Islam senza veli. compratene due copie, una per voi e una per il vostro vescovo</p>
<p>chiedetelo a silvana.demari53@libero.it</p>
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		<title>11 settembre: gli altri due aerei</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/10/10/11-settembre-gli-altri-due-aerei/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Oct 2026 20:24:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il complotto smemorato Pentagono e Shanksville: istruzioni per un finto attentato con i pezzi mancanti I geni del male, distratti Immaginiamo la riunione. Una stanza senza finestre, uomini in grigio. Sono i più astuti del pianeta: controllano governi, servizi segreti, giornali, televisioni, vigili del fuoco, medici legali, compagnie aeree e, a quanto pare, anche i pali della luce della Virginia. Devono inscenare il più grande attentato della storia. Hanno a disposizione soldi illimitati e silenzio garantito per decenni. E dopo mesi di preparazione, alla fine, decidono di non mettere l’aereo. Questa è, in sostanza, la teoria che dal 2002 gira [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il complotto smemorato</strong></p>
<p>Pentagono e Shanksville: istruzioni per un finto attentato con i pezzi mancanti</p>
<p><strong>I geni del male, distratti</strong></p>
<p>Immaginiamo la riunione. Una stanza senza finestre, uomini in grigio. Sono i più astuti del pianeta: controllano governi, servizi segreti, giornali, televisioni, vigili del fuoco, medici legali, compagnie aeree e, a quanto pare, anche i pali della luce della Virginia. Devono inscenare il più grande attentato della storia. Hanno a disposizione soldi illimitati e silenzio garantito per decenni. E dopo mesi di preparazione, alla fine, decidono di non mettere l’aereo.</p>
<p>Questa è, in sostanza, la teoria che dal 2002 gira per librerie, siti e salotti: sul Pentagono, l’11 settembre 2001, non sarebbe caduto alcun Boeing. Lo ha scritto per primo il francese Thierry Meyssan, che nel libro <em>L’Effroyable Imposture</em> sosteneva che non era stata trovata alcuna carcassa e che il foro era troppo piccolo per un aereo di linea; nel seguito, <em>Le Pentagate</em>, ha aggiunto il missile. Il libro ha venduto più di centosessantamila copie. In Italia la tesi ha avuto la sua stagione con il documentario <em>Zero</em>, scritto da Giulietto Chiesa.</p>
<p>Il ragionamento è affascinante. I congiurati sarebbero abbastanza geniali da far sparire un aereo con sessantaquattro persone a bordo, ma abbastanza sciocchi da dimenticarsi di lasciarne i pezzi sul prato. Onnipotenti nel tramare, distratti nel rifinire. È il complotto smemorato: un piano perfetto con un buco grande quanto un Boeing.</p>
<p><strong>Il Pentagono senza aereo</strong></p>
<p>Vediamo che cosa sarebbe successo, secondo i dati che i congiurati avrebbero dovuto falsificare. Alle 9.37 e 46 secondi il volo American Airlines 77 colpisce il lato ovest del Pentagono a circa 850 chilometri orari. A bordo ci sono sessantaquattro persone: cinquantotto passeggeri, compresi i cinque dirottatori, e sei membri dell’equipaggio. Nell’edificio muoiono centoventicinque persone.</p>
<p>Prima di entrare nel muro, le ali abbattono cinque pali della luce, e l’ala destra colpisce un generatore. Quindi i registi dell’inganno, oltre al missile, avrebbero dovuto segare di nascosto cinque pali su una strada a scorrimento veloce, alle nove e mezza di un martedì mattina, senza che nessuno dei pendolari bloccati in coda se ne accorgesse.</p>
<p>Poi c’è il famoso foro troppo piccolo. Il rapporto dell’American Society of Civil Engineers, l’associazione degli ingegneri civili americani, ha misurato il buco nella facciata esterna: circa ventitré metri, ricostruiti contando le colonne distrutte o danneggiate al primo piano. Il foro rotondo di poco più di tre metri, quello che compare in tutti i siti complottisti, è nel terzo anello, il Ring C, e lo ha aperto il carrello d’atterraggio. Un aereo non è un timbro: non lascia sul cemento armato la propria sagoma, come Willy il Coyote quando attraversa una parete. Un’ala ha colpito il terreno, l’altra è stata tranciata dalle colonne, e il resto, a quella velocità, è entrato nell’edificio comportandosi più come un liquido che come un oggetto solido. Ha attraversato i tre anelli esterni, novantaquattro metri, in otto decimi di secondo.</p>
<p>Ma mancano i pezzi, dicono. Non mancano. I testimoni accorsi hanno visto il muso, uno pneumatico, parti del carrello e della fusoliera, un sedile della cabina di pilotaggio, un pezzo di coda. Il giorno dopo il <em>Washington Post</em> raccontava di cinquanta agenti dell’FBI che camminavano in fila sul prato raccogliendo frammenti dell’aereo. Le due scatole nere sono state ritrovate dentro l’edificio, a circa novanta metri dalla facciata. Allyn Kilsheimer, il primo ingegnere strutturale arrivato sul posto, ha raccontato di aver raccolto pezzi con i marchi della compagnia, di aver tenuto in mano una sezione di coda e frammenti delle uniformi dell’equipaggio. E resti umani.</p>
<p>Qui il complotto diventa davvero impegnativo. Gli investigatori hanno identificato centottantaquattro delle centottantanove persone morte nell’attacco. Dunque i congiurati avrebbero dovuto procurarsi i corpi dei passeggeri, ucciderli altrove, trasportarli e mescolarli alle macerie, oppure corrompere i medici legali delle forze armate e tutte le famiglie. Avrebbero dovuto inventare anche le telefonate: Barbara Olson, commentatrice televisiva, chiamò due volte il marito, Ted Olson, avvocato generale dello Stato, per dirgli che l’aereo era stato dirottato da uomini armati di coltelli e taglierini. Nell’ipotesi del complotto, il marito o recita da venticinque anni, o è stato ingannato da un’imitatrice perfetta.</p>
<p>E i testimoni? Il Pentagono è circondato da autostrade, a quell’ora piene di automobilisti. Le testimonianze raccolte di persone che hanno visto l’aereo sono circa centocinquanta. I congiurati avrebbero dovuto pagarle tutte, o ipnotizzarle, o sperare che fossero tutte miopi nello stesso momento.</p>
<p>Resta l’ultimo argomento: il video. Perché non c’è un filmato nitido? Perché l’FBI ha sequestrato ottantacinque registrazioni di sicurezza della zona, ma quasi tutte le telecamere guardavano altrove, e solo una ha ripreso l’impatto, a pochi fotogrammi al secondo. Si vede una sagoma sfocata e poi la palla di fuoco. Una telecamera di un parcheggio non è progettata per filmare un oggetto che viaggia a duecentoquaranta metri al secondo. Ma per il complottista anche l’assenza di prove è una prova: se il video fosse nitido sarebbe un falso, poiché è sfocato è un insabbiamento.</p>
<p><strong>Il quarto aereo, quello dei coraggiosi</strong></p>
<p>Poi c’è il volo United 93, quello caduto in Pennsylvania. Anche lì, ci dicono, niente aereo: un buco nel terreno, quattro rottami, nessun corpo. Forse un missile, forse un abbattimento segreto, forse niente.</p>
<p>Alle 10.03 e 11 secondi l’aereo precipita in un campo vicino a Shanksville, a una ventina di minuti di volo da Washington. Va a circa novecento chilometri orari, con il muso inclinato di quaranta gradi verso il basso, capovolto. A bordo ci sono quarantaquattro persone, compresi i quattro dirottatori. Non c’è un aereo intero nel campo perché un aereo che entra nella terra molle di una vecchia miniera a quella velocità non atterra: si frantuma e sprofonda. Il cratere è profondo circa tre metri e largo fino a quindici. Un terzo dell’aereo, compresa la cabina di pilotaggio, finisce nei boschi e abbatte alberi su sessantasei ettari. Un motore viene ritrovato in uno stagno a seicento metri.</p>
<p>La scatola nera dei dati di volo viene ritrovata il 13 settembre; il registratore delle voci in cabina il giorno dopo, sepolto a otto metri sotto il cratere. I congiurati, dunque, dopo aver fatto sparire l’aereo, sono tornati di notte a seppellire una scatola nera falsa a otto metri di profondità, contando che qualcuno la trovasse.</p>
<p>Il coroner della contea, Wally Miller, ha recuperato e identificato circa millecinquecento frammenti di resti umani. Entro il 21 dicembre tutte le persone a bordo erano state identificate. Uno dei dirottatori, Ziad Jarrah, è stato riconosciuto confrontando il suo DNA con campioni forniti dalla sua fidanzata.</p>
<p>E poi ci sono le telefonate. Dal volo 93 partono trentasette chiamate. Dieci passeggeri e due assistenti di volo riescono a parlare con qualcuno a terra. Tom Burnett chiama la moglie Deena, le racconta del dirottamento e di un passeggero accoltellato; lei gli dice delle Torri Gemelle, e lui capisce che l’aereo è un’arma. Così i passeggeri decidono di ribellarsi. Il registratore di cabina ha conservato gli ultimi trenta minuti: i colpi alla porta, le grida, i dirottatori che fanno ondeggiare l’aereo per far cadere gli assalitori, e infine la decisione di schiantarlo. Quella registrazione è stata ascoltata nell’aula del processo a Zacarias Moussaoui, nel 2006. Non c’è alcuna prova che l’aereo sia stato abbattuto da caccia americani.</p>
<p>Per credere al complotto bisogna quindi pensare che quaranta persone, con mogli, mariti, figli, colleghi, non siano mai esistite o siano state fatte sparire, che i loro familiari stiano recitando da un quarto di secolo, che le loro voci siano state falsificate, e che l’unico atto di coraggio di quella giornata, uomini e donne disarmati che si lanciano contro i loro assassini, sia una sceneggiatura scritta da qualche funzionario della CIA.</p>
<p><strong>Perché piace tanto il complotto</strong></p>
<p>Perché tante persone intelligenti credono a una storia così stupida? Per tre ragioni.</p>
<p>La prima è l’orgoglio. Chi crede al complotto si sente più sveglio degli altri. Gli altri dormono, lui ha capito. Non ha mai visto un rapporto tecnico, non sa che cosa sia il cemento armato né quanto pesi il carrello di un Boeing, ma ha guardato un video su Internet e sa la verità. È la presunzione di chi non ha studiato e crede di aver smascherato chi ha studiato.</p>
<p>La seconda è la paura. Un mondo dove diciannove uomini armati di taglierini possono uccidere quasi tremila persone è insopportabile, perché significa che il male esiste e non sempre si può fermare. Molto meglio un mondo dove tutto è controllato da qualcuno, anche se cattivo. Il complotto è una favola consolatoria: c’è sempre un regista, e quindi c’è sempre un senso.</p>
<p>La terza ragione è la più grave. Il complotto assolve i colpevoli. Se l’11 settembre lo hanno fatto gli americani, allora al-Qaeda non c’entra, i dirottatori sono vittime o comparse, e l’odio islamista che ha armato quelle mani è solo propaganda occidentale. Non è un caso che la tesi del Pentagono senza aereo sia stata accolta con entusiasmo proprio da chi vede nell’Occidente il colpevole di ogni male. Il complottista, che si crede ribelle, finisce per fare il lavoro dell’ufficio stampa dei terroristi.</p>
<p>E c’è anche un oltraggio ai morti. Le centottantaquattro vittime del Pentagono e le quaranta del volo 93 avevano nomi, facce, case. Dire che non sono morte così, o che non sono morte affatto, significa ucciderle una seconda volta, e insultare chi le piange. Significa togliere a Todd Beamer, a Tom Burnett, a Mark Bingham, a Jeremy Glick, l’unica cosa che resta: aver combattuto.</p>
<p>Il complotto smemorato è perfetto in tutto, tranne che nei dettagli. Ma la verità sta proprio nei dettagli: nei pali della luce piegati, nella scatola nera sepolta a otto metri, nella telefonata di una donna che chiede al marito che cosa dire al pilota. I geni del male, quelli veri, quel giorno c’erano. Erano diciannove, avevano dei taglierini, e non hanno dimenticato niente.</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p>National Commission on Terrorist Attacks upon the United States, The 9/11 Commission Report, W. W. Norton, New York 2004 – https://www.9-11commission.gov/report/</p>
<ol start="2003">
<li>F. Mlakar, D. O. Dusenberry, J. R. Harris, G. Haynes, L. T. Phan, M. A. Sozen, The Pentagon Building Performance Report, American Society of Civil Engineers, gennaio 2003.</li>
<li>Dunbar, B. Reagan (a cura di), Debunking 9/11 Myths: Why Conspiracy Theories Can’t Stand Up to the Facts, Hearst Books / Popular Mechanics, New York 2006.</li>
</ol>
<p>Popular Mechanics, Myths About the 9/11 Pentagon Plane Crash: Debunked – https://www.popularmechanics.com/military/a66052053/pentagon-911-plane-crash-myths/</p>
<p>Der Spiegel, What Really Happened: The 9/11 Fact File – https://www.spiegel.de/international/spiegel/what-really-happened-the-9-11-fact-file-a-451741.html</p>
<ol>
<li>Meyssan, L’Effroyable Imposture, Carnot, Chatou 2002; Le Pentagate, Carnot, 2002 – scheda: https://fr.wikipedia.org/wiki/L&#8217;Effroyable_Imposture</li>
<li>Dasquié, J. Guisnel, L’effroyable mensonge. Thèse et foutaises sur les attentats du 11 septembre, La Découverte, Parigi 2002.</li>
</ol>
<p>American Airlines Flight 77, dati su impatto, vittime, rottami e telefonate – https://en.wikipedia.org/wiki/American_Airlines_Flight_77</p>
<p>United Airlines Flight 93, dati su impatto, resti, registratori e telefonate – https://en.wikipedia.org/wiki/United_Airlines_Flight_93</p>
<ol>
<li>Fracassi, F. Trento, G. Chiesa, Zero. Inchiesta sull’11 settembre, documentario, Italia 2007 – https://www.cinematografo.it/film/zero-inchiesta-sull11-settembre-xeh093e0</li>
</ol>
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		<title>La nazione più ferita, la nazione più innamorata</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/10/10/la-nazione-piu-ferita-la-nazione-piu-innamorata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Oct 2026 17:47:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[ibristofilia]]></category>
		<category><![CDATA[stefano tascè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Il 7 ottobre, nel giorno della commemorazione di centinaia di uomini donne e bambini ebrei violentati e massacrati da Hamas, in Piazza Grande a Modena, come in moltissime altre piazze di Italia, sventolano le bandiere palestinesi in una vergognosa manifestazione in cui si accusa falsamente Israele di un inesistente genocidio. Lo ricorda l’ex Ministro Carlo Giovanardi. “Nella mia città che aveva un tempo il dieci per cento di popolazione ebraica, tra cui il mio grande amico Arrigo Levi, nessun messaggio di solidarietà è arrivato dalle Istituzioni alla locale Comunità ebraica”, come in innumerevoli altre città”, conclude Giovanardi. Chiunque sventoli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Il 7 ottobre, nel giorno della commemorazione di centinaia di uomini donne e bambini ebrei violentati e massacrati da Hamas, in Piazza Grande a Modena, come in moltissime altre piazze di Italia, sventolano le bandiere palestinesi in una vergognosa manifestazione in cui si accusa falsamente Israele di un inesistente genocidio. Lo ricorda l’ex Ministro Carlo Giovanardi. “Nella mia città che aveva un tempo il dieci per cento di popolazione ebraica, tra cui il mio grande amico Arrigo Levi, nessun messaggio di solidarietà è arrivato dalle Istituzioni alla locale Comunità ebraica”, come in innumerevoli altre città”, conclude Giovanardi. Chiunque sventoli la bandiera palestinese sta affermando che è giusto distruggere una nazione di nove milioni di abitanti e che il massacro del 7 ottobre è stato una bella festa “Questo clima di acceso antisemitismo richiama purtroppo alla mente i tempi bui della propaganda nazista contro gli ebrei”, conclude Giovanardi. L’Italia ha pagato al terrorismo palestinese un prezzo che nessun altro Paese europeo ha pagato. Il 4 agosto 1972 Settembre Nero fa saltare i serbatoi dell’oleodotto SIOT di Trieste: il fuoco brucia per giorni. Il 17 dicembre 1973 un commando palestinese assalta Fiumicino, incendia un aereo della Pan Am con le bombe al fosforo e uccide trentadue persone. Poco dopo nasce il cosiddetto lodo Moro, il patto non scritto con cui lo Stato italiano lascia transitare uomini e armi dei gruppi palestinesi in cambio della promessa di risparmiare il nostro territorio. La promessa non sarà mantenuta, e a pagare saranno sempre i cittadini, mai i politici che quel patto lo avevano firmato all’ombra dei servizi segreti. Il 9 ottobre 1982 tocca alla sinagoga di Roma. Il 16 settembre 1985 una bomba esplode al Café de Paris di via Veneto e ferisce decine di persone sedute ai tavolini in una sera d’estate. Il 7 ottobre 1985 il Fronte per la Liberazione della Palestina sequestra la nave Achille Lauro e getta in mare Leon Klinghoffer, ebreo americano paralizzato, con la sua sedia a rotelle. Il 27 dicembre 1985 il commando di Abu Nidal spara e lancia granate al banco El Al di Fiumicino: tredici vittime, tra cui Natasha Simpson, undici anni. Poi ci sono le due ferite più profonde della Repubblica. Il 27 giugno 1980 il DC-9 Itavia precipita al largo di Ustica: ottantuno morti. Il 2 agosto 1980 la stazione di Bologna salta in aria: ottantacinque morti. Per Bologna le sentenze definitive hanno condannato i neofascisti dei Nar, ma la pista palestinese, legata al lodo Moro, ai missili di Ortona e alla presenza in città di Thomas Kram, uomo del gruppo di Carlos, non è mai stata davvero spenta. Per Ustica, tra missile e bomba a bordo, la stessa pista è tornata più volte in Parlamento. Sono ipotesi, non sentenze: ma che restino aperte dopo oltre quarant’anni dice già molto su quanto il nostro Paese abbia preferito non guardare, e su quanto gli sia costato il proprio silenzio. Sabato 9 ottobre 1982 è Sheminì Atzeret, giorno di festa. Alle 11.55 le famiglie escono dal Tempio Maggiore di Roma, molti bambini sono stati portati lì per ricevere la benedizione. Cinque terroristi palestinesi del gruppo di Abu Nidal li aspettano. Lanciano bombe a mano sulla folla, poi aprono il fuoco con i mitra. I bersagli sono ebrei, non israeliani. Una scheggia uccide Stefano Gaj Taché, due anni. Suo fratello Gadiel, quattro anni, resta gravemente ferito. I feriti sono trentasette, alcune fonti ne contano quaranta. È il più grave attentato antisemita in Italia dal dopoguerra. Nessuno degli assassini ha mai fatto un giorno di carcere in Italia: l’unico condannato, Osama Abdel al-Zomar, è stato arrestato in Grecia e rilasciato.</p>
<p>Sparare sugli ebrei non fa peccato. Quel sangue non arriva dal nulla. Il 25 giugno dello stesso anno, durante la grande manifestazione indetta dalle confederazioni sindacali contro l’invasione israeliana del Libano, una parte del corteo passa sul Lungotevere, davanti alla sinagoga. Si gridano slogan contro gli ebrei. Una bara viene deposta davanti al muro con le lapidi che ricordano gli ebrei romani trucidati alle Fosse Ardeatine. Il messaggio è chiaro, e nessuno tra gli organizzatori lo sconfessa con la forza necessaria: gli ebrei di Roma vengono chiamati a rispondere della falsa accusa di inesistente genocidio fatta a Israele, una guerra che Israele non voleva e che di nuovo ha vinto. Un ebreo romano, nato a Trastevere da famiglie che vivono lì da più di duemila anni, era diventato un bersaglio legittimo. Dopo la bara sono arrivate le bombe. Tre mesi e mezzo dopo, quella bara non era più vuota: dentro c’era un bambino di due anni. Ricapitoliamo. L’Italia è il Paese europeo più straziato dal terrorismo palestinese: aeroporti insanguinati, una nave sequestrata, un bambino ucciso sulla porta della sinagoga, e sullo sfondo le due stragi del 1980 su cui la pista palestinese non è mai stata chiusa. Ed è anche il Paese che i palestinesi li ama di più. Non li ama in astratto. Li ama con un fervore che non riserva a nessun’altra causa. Il 22 settembre 2025, in nome di Gaza, la zona della Stazione Centrale di Milano viene devastata: vetrate in frantumi, cancelli e lampioni abbattuti, decine di agenti feriti. Si distrugge una stazione italiana, costruita con le tasse degli italiani, per amore della Palestina. Nessuno, quel giorno, ha pensato a un’altra stazione italiana, quella di Bologna, e alla pista palestinese che su quella strage non è mai stata davvero archiviata. La bandiera palestinese compare sulle facciate dei municipi: a Reggio Emilia i sindaci rifiutano di toglierla anche quando il prefetto lo ordina. Si appende nelle scuole, dove dovrebbe regnare la neutralità educativa. Entra nelle chiese. Don Vitaliano Della Sala profana l’altare con la bandiera dei macellai del 7 ottobre a Mercogliano, in provincia di Avellino, e la chiama «atto necessario». A Mortora, frazione di Piano di Sorrento, don Rito Maresca profana la Messa con la bandiera degli assassini dei bambini ebrei fatta paramento sacro, indossata davanti al tabernacolo. Nessun ricordo dei bambini israeliani macellati il 7 ottobre con un sadismo che non si era mai visto prima. Nessun ricordo dei martiri cristiani macellati ogni giorno in terra islamica, dei bambini ucraini, di quelli sudanesi. Nessun popolo ha mai coltivato con tanta dedizione il culto dei propri carnefici. Non è pietà per i civili di Gaza e solo per loro, è un rovesciamento morale, è un’etica deforme, partorita da menti deformi . Il masochismo è pensiero deforme, basato sull’inversione del senso del piacere e del dolore partorito da anime deformi. È la fascinazione per la violenza, purché a esercitarla sia qualcuno che, sia pure attraverso un delirio, che si possa chiamare oppresso. Si chiama ibristofilia l’innamoramento erotico del serial killer: le sculettanti fanciulle della flottiglia che con la kefiah coprono pochi centimetri della nudità che a Gaza le porterebbe all’impiccagione ne sono un esempio. La parola viene dal greco hybris, la tracotanza, l’eccesso, e philia, amore. Indica l’attrazione, sessuale ma anche sentimentale, per chi ha commesso crimini violenti. Gli sculettanti Pride pro Palestina, gli ancora più sculettanti “queer for Palestine”, la fanciulle di “Non una di meno” riproducono il fenomeno delle donne che scrivono lettere d’amore agli assassini in carcere, che vedono nel mostro un bambino ferito da salvare. La violenza non le respinge: le attrae. La crudeltà diventa forza, la ferocia diventa virilità, il sangue diventa prova di autenticità. È l’ennesima conseguenza del Morbo di cui parla Paolo Gambi nel suo libro, il mito del ribelle. Se la società è cattiva, il ribelle è il giusto. Se il ribelle è folle e sadico, Brigate Rosse, Settembre Nero, Tupamaros, Khmer rossi, Hamas, non è perché è un folle sadico, ma perché molto forte è la sua indignazione per l’ingiustizia. La flottiglia è ibristofilia collettiva messa in scena. La kefiah sulle spalle nude, sull’ombelico scoperto, sul sedere tondo è un brivido, l’uomo armato è un eroe, il terrorista è un amante ideale perché lontano, assoluto, pericoloso. È lo stesso brivido proibito, la stessa vertigine che porta la ragazza a innamorarsi del killer: più ha ucciso, più è vero. Un popolo incapace di collera davanti alle sue vittime innocenti è un popolo di vigliacchi che merita di diventare un popolo di schiavi o un popolo di morti. La base dell’ibristofilia è la vigliaccheria. Vittorio Arrigoni “attivista” è andato fino a Gaza ad omaggiare i massacratori di israeliani, ma anche di italiani. Di lui ci resta l’ultima foto: bendato, con la faccia piena di ecchimosi qualche istante prima che i suoi eroi lo uccidessero per strangolamento. Che nel ricordo del piccolo Stefano la collera e il coraggio dell’Italia risorgano.</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Islam senza veli: Quello che ogni occidentale deve sapere e deve chiedere sull’Islam (Italian Edition)" type="text/html" width="1200" height="550" frameborder="0" allowfullscreen allow="clipboard-write" style="max-width:100%" src="https://read.amazon.co.uk/kp/card?asin=B0H1KDVJ8D"></iframe></p>
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		<title>Lepanto, 7 ottobre</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/10/08/lepanto-7-ottobre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 12:11:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da Eurabia ai bambini Bibas: come l&#8217;Occidente ha smesso di amare Israele, chi ha pagato il conto e perché, alla fine, i terroristi hanno perso. Nel 2005 la studiosa Gisèle Littman, ebrea nata al Cairo nel 1933 e costretta a lasciare l&#8217;Egitto nel 1957 insieme a decine di migliaia di ebrei egiziani, che firma Bat Ye&#8217;or, «figlia del Nilo», pubblicò «Eurabia», uscito in Italia da Lindau con un sottotitolo che è già una sentenza: «Come l&#8217;Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita». La tesi parte da una data. Nell&#8217;ottobre del 1973, dopo la guerra del Kippur, i Paesi arabi dell&#8217;Opec [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6950" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/bruciati-257x300.x55482.png" alt="" width="257" height="300" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/bruciati-257x300.png 257w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/bruciati-400x467.png 400w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/bruciati-514x600.png 514w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/bruciati.png 540w" sizes="(max-width: 257px) 100vw, 257px" /></p>
<p>Da Eurabia ai bambini Bibas: come l&#8217;Occidente ha smesso di amare Israele, chi ha pagato il conto e perché, alla fine, i terroristi hanno perso. Nel 2005 la studiosa Gisèle Littman, ebrea nata al Cairo nel 1933 e costretta a lasciare l&#8217;Egitto nel 1957 insieme a decine di migliaia di ebrei egiziani, che firma Bat Ye&#8217;or, «figlia del Nilo», pubblicò «Eurabia», uscito in Italia da Lindau con un sottotitolo che è già una sentenza: «Come l&#8217;Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita». La tesi parte da una data. Nell&#8217;ottobre del 1973, dopo la guerra del Kippur, i Paesi arabi dell&#8217;Opec chiusero i rubinetti del petrolio. L&#8217;Europa, al buio e al freddo, capì la lezione e scelse la resa. Nacque il Dialogo euro-arabo: in cambio di petrolio e mercati, la Comunità europea si impegnava a sposare la causa palestinese, a prendere le distanze da Israele e dagli Stati Uniti, ad accogliere emigrazione araba e a promuovere in casa propria la cultura islamica. Il patto non fu firmato in una notte e non stava in un solo trattato: si costruì in anni di riunioni, associazioni parlamentari, fondazioni, programmi culturali, scambi universitari, libri di scuola riscritti, con un linguaggio sempre più comune fra diplomatici, giornalisti e professori. Secondo Bat Ye&#8217;or, quel patto ha prodotto in mezzo secolo una mentalità che lei chiama «dhimmitudine», dal nome del «dhimmi», il non musulmano tollerato nelle terre dell&#8217;islam purché paghi e taccia. Un&#8217;Europa che si vergogna delle crociate ma non chiede conto della tratta degli schiavi barbaresca, che vede in Israele l&#8217;ultimo colonialista e nell&#8217;America l&#8217;impero del male, che toglie i crocifissi per non offendere, cancella il presepe dalle scuole e si inginocchia davanti a ogni rivendicazione, purché venga dal Sud del mondo. Prima antisionista, poi antiamericana, poi anticristiana: alla fine antisemita, perché il bersaglio di tutto è sempre lo stesso, l&#8217;ebreo. I critici accusano il libro di complottismo. Ma basta guardare le piazze europee dopo il 7 ottobre per chiedersi se Bat Ye&#8217;or non abbia solo guardato prima degli altri. Prima del 1975 quando il fiume di petrodollari ha investito l’occidente corrompendolo di menzogne, l&#8217;Occidente sapeva da che parte stare. Israele era il Paese dei sopravvissuti alla Shoah, dei kibbutz, dei pionieri che facevano fiorire il deserto. Nel 1960 il film «Exodus» raccontava la nascita dello Stato ebraico, e la sua colonna sonora fece il giro del mondo. Pat Boone ne fece una canzone, «This Land Is Mine»: «Questa terra è mia, Dio ha dato questa terra a me». Nel 1961 Édith Piaf la cantò in francese, raccontando i profughi che «sono partiti in un sole d&#8217;inverno» per attraversare il mare e cancellare la paura. Harry Belafonte, il re del calypso, nel 1959 portò «Hava Nagila» sul palco della Carnegie Hall. In Italia, nel 1967, l&#8217;anno della guerra dei Sei giorni, Gianni Morandi incise una canzone intitolata semplicemente «Israel». Erano canzoni popolari, da juke-box, cantate senza imbarazzo. Oggi un cantante che facesse lo stesso verrebbe cancellato dai festival in ventiquattro ore.</p>
<p>Che cosa è cambiato? Due cose, l’odio di sé dell’occidente istillato da marxisti e postmarxisti e poi, ovviamente i quattrini. Tanto odio e tanti quattrini.  Secondo i dati pubblicati a gennaio dal Dipartimento dell&#8217;Istruzione americano, il Qatar, lo stesso Qatar che ospita i capi di Hams è il primo finanziatore straniero delle università degli Stati Uniti: quasi 6,6 miliardi di dollari in donazioni e contratti nel corso degli anni, oltre 1,1 miliardi solo nel 2025. Più della Cina, più del Regno Unito, da un Paese di tre milioni di abitanti. La legge americana obbligava da decenni le università a dichiarare ogni dono straniero superiore ai 250.000 dollari, e per anni molte non lo hanno fatto. Nel dicembre 2022 la polizia belga arrestò la vicepresidente del Parlamento europeo Eva Kaili, accusata di aver ricevuto denaro per migliorare l&#8217;immagine del Qatar a Bruxelles: le trovarono trolley di contanti. Il petrolio del 1973 si è trasformato in cattedre, centri studi, borse di ricerca. Chi paga i professori, alla lunga, sceglie anche che cosa insegnano, e chi viene invitato a parlare. Poi è arrivato il 7 ottobre 2023. All&#8217;alba i terroristi di Hamas traversano la barriera di Gaza normalmente traversata da migliaia di frontalieri di Gaza che , nella loro infinita ingenuità, gli israeliani fanno lavorare nei loro kibbuz, perché credono di essere in pace. I terroristi frontalieri si sparsero nei kibbutz e nelle cittadine del sud di Israele. Uccisero quasi 1.200 persone, il più grande massacro di ebrei dalla Shoah. Al festival musicale Nova, vicino a Re&#8217;im, ne ammazzarono 364, ragazzi che ballavano. Entrarono nelle case, bruciarono famiglie intere nelle stanze blindate dove si erano nascoste, violentarono donne, mutilarono i cadaveri, filmarono tutto con le telecamere sul petto e in alcuni casi lo trasmisero ai parenti delle vittime con i telefoni rubati ai morti. Portarono a Gaza 251 ostaggi, dai neonati agli anziani di oltre ottant&#8217;anni.</p>
<p>Fra loro c&#8217;erano Shiri Bibas e i suoi due figli: Ariel, quasi quattro anni, e Kfir, nove mesi, il più piccolo dei rapiti. Il mondo li ha visti in un video, la madre che stringe i bambini dai capelli rossi in mezzo ai terroristi. Per più di un anno Hamas ha raccontato che erano morti sotto le bombe israeliane. Nel febbraio 2025 i corpi sono stati restituiti, consegnati in una cerimonia oscena, con palco e striscioni. L&#8217;autopsia ha stabilito che i due bambini non erano morti sotto le bombe: erano stati uccisi a mani nude, «a sangue freddo».</p>
<p>Ebbene, prima che Israele muovesse un solo carro armato, prima che fosse sparato un colpo su Gaza per liberare quei bambini, la vendita di bandiere di Hamas e kefiah si era moltiplicata, e l&#8217;accusa era già pronta. Il pomeriggio stesso del 7 ottobre più di trenta associazioni studentesche di Harvard firmarono una lettera che riteneva «il regime israeliano interamente responsabile di tutta la violenza in corso». L&#8217;8 ottobre, nelle piazze e sui social, comparve la parola «genocidio». Il 13 ottobre una rivista americana pubblicava un articolo intitolato «Un caso da manuale di genocidio». I morti israeliani non erano ancora stati tutti identificati, e già gli assassini erano diventati vittime e le vittime assassini. Un&#8217;accusa così rapida non nasce in una notte. Era stata preparata in cinquant&#8217;anni, nelle università pagate, nei dialoghi euro-arabi, nelle cattedre di studi postcoloniali.</p>
<p>C&#8217;è però una data che chi conosce la storia non può non notare. Il 7 ottobre 1571 la flotta della Lega santa, voluta da Pio V, sconfisse a Lepanto la flotta ottomana che sembrava invincibile. Anche allora l&#8217;Europa era divisa, timorosa, tentata dal compromesso, e anche allora qualcuno decise di non arrendersi. Il 7 ottobre è tornato a essere una data infausta per chi sognava di cancellare gli ebrei e l&#8217;Occidente.</p>
<p>Perché Israele ha tenuto. Gli ostaggi sono tornati a casa, l&#8217;ultimo, il corpo del poliziotto Ran Gvili, nel gennaio di quest&#8217;anno. Yahya Sinwar e Mohammed Deif, la mente e il braccio del massacro, sono morti. Hamas è ridotto a un&#8217;ombra di sé stesso. E gli Accordi di Abramo, che il 7 ottobre doveva seppellire, hanno tenuto: nessun Paese arabo li ha abbandonati, e il 24 settembre a New York si sono riuniti di nuovo Israele, Stati Uniti, Emirati, Bahrein e Marocco, con il Kazakistan che ha annunciato l&#8217;adesione. I terroristi volevano isolare Israele e incendiare il mondo arabo. Hanno distrutto Gaza e hanno perso. Quello che non ha tenuto è l’Europa, e soprattutto l’Italia, il paese più martoriato dal terrorismo palestinese dopo Israele che ama i terroristi di Hamas alla follia, appende le bandiere degli aguzzini dei bimbi Bibas nelle aule, alle aste dei municipi, indegni sacerdoti le hanno usate come paramenti sacri. Che la Madonna di Guadalupe che ha vegliato sulla battaglia di Lepanto vegli su di noi, che non capiamo che dopo Israele c’è l’Italia, Roma è considerata una città santa dell’Islam. Che l’Europa ritrovi l’amore per la libertà e il cristianesimo, che l’Italia riscopra l’orrore per che uccide i bambini del nemico e usa i propri come scudi umani dopo averli trasformati in soldati. Che il popolo italiano si renda conto che non solo Cristo non ci ha mai ordinato di importare e mantenere persone che ci odiano, stuprano e uccidono come forma di carità cristiana, ma che è contrario alla carità cristiana far entrare i lupi negli ovili e ancora di più convivere con chi non ha Cristo senza convertirlo. Che le gerarchie ecclesiastiche ricordino i martiri cristiani quotidianamente martirizzati nelle desolate terre dell’Islam reale e anche sui barconi, e in nome di quel sangue ricomincino a convertire. Che l’intelligenza rinasca e allora il 7 ottobre 2023sarà stato un seconda Lepanto. Siamo ancora in grado di combattere e vincere.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6507" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2025/10/bibas-232x300.x55482.jpeg" alt="" width="232" height="300" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2025/10/bibas-232x300.jpeg 232w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2025/10/bibas-792x1024.jpeg 792w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2025/10/bibas-768x992.jpeg 768w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2025/10/bibas-400x517.jpeg 400w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2025/10/bibas-464x600.jpeg 464w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2025/10/bibas.jpeg 1170w" sizes="(max-width: 232px) 100vw, 232px" /></p>
<p>Comprate Islam senza veli, ci sono le cose fondamentali che ognuno deve sapere. Lo trovate su Amazon, oppure scrivendo qui silvana.demari53@libero.it</p>
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		<title>L’ Islamofobia è un diritto umano</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/10/04/6978/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 19:57:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Christopher Hitchens]]></category>
		<category><![CDATA[islamofobia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate. (Corano 2:191)“Quando incontrate gli infedeli, uccideteli con grande spargimento di sangue.” (Corano 47:4) “La ricompensa di coloro che fanno guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano corruzione sulla terra è che vengano uccisi o crocifissi, o che siano loro tagliate la mano e il piede da lati opposti, o che vengano esiliati.” (Corano 5:33). “Instillerò il mio terrore nel cuore degli infedeli; colpiteli sul collo.” (Corano 8:12-17) eccetera eccetera eccetera. Islamofobia: per dirla con il compianto Christopher Hitchens, “una parola creata dai fascisti e usata dai codardi per manipolare i cretini”. Temere [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate. (Corano 2:191)“Quando incontrate gli infedeli,<br />
uccideteli con grande<br />
spargimento di sangue.” (Corano 47:4) “La ricompensa di coloro che fanno guerra ad Allah e al<br />
Suo Messaggero e che seminano corruzione sulla terra è che vengano uccisi o crocifissi, o che<br />
siano loro tagliate la mano e il piede da lati opposti, o che vengano esiliati.” (Corano 5:33).<br />
“Instillerò il mio terrore nel cuore degli infedeli; colpiteli sul collo.” (Corano 8:12-17) eccetera<br />
eccetera eccetera. Islamofobia: per dirla con il compianto Christopher Hitchens, “una parola creata<br />
dai fascisti e usata dai codardi per manipolare i cretini”. Temere una religione che vuole<br />
l’annientamento della tua libertà come unica alternativa alla tua morte è non solo un diritto, ma un<br />
dovere. E, come aveva riassunto il compianto, chi non teme l’islam ha deficit cognitivi In effetti<br />
l’islamofobia non è un diritto: è un dovere per chiunque ami l’umanità e la libertà dei popolo, a<br />
cominciare da quelli imprigionati nella religione di Maometto.<br />
Nell’Islam la filologia è vietata. Dove non c’è pensiero filologico non può esistere pensiero<br />
filosofico, dove non esiste pensiero filosofico non piò esistere pensiero scientifico, tecnologico,<br />
finanziario. Dove la bellezza non è contemplata nel libro sacro, non può esistere altrove.<br />
Dire quello che ho appena detto da decenni è pericoloso: espone all’aggressione del terrorista<br />
islamico strutturato o di quello semplice della porta accanto. Grazie alla corruzione o imbecillità<br />
(tertium non datur) della nostra classe politica, in molte nazioni occidentali è già reato. Il caso più<br />
emblematico è quello della Norvegia. La sezione 185 del Codice Penale norvegese, la cosiddetta<br />
rasismeparagrafen, punisce con multa o reclusione fino a tre anni chiunque, «con dolo o colpa<br />
grave, esprima pubblicamente una dichiarazione discriminatoria o d&amp;#39;odio» basata, fra le altre<br />
categorie, sulla «religione o convinzione». L&amp;#39;islamofobia è dunque, in Norvegia, un reato codificato,<br />
perseguibile d&amp;#39;ufficio, censito, contato, statistica di Stato. L&amp;#39;Italia non è lontana. In molte città sono<br />
già stati aperti, e finanziati con i soldi dei contribuenti, sportelli di ascolto e denuncia dedicati alla<br />
«discriminazione religiosa», che nella pratica burocratica significa una sola cosa: islamofobia. Il<br />
caso di scuola è Bologna. E questo vu dire che la libertà di pensiero declamata nella nostra<br />
costituzione, peraltro come in quella norvegese o britannica, è una burla.<br />
Ogni volta che avviene un attentato islamico, e nel nostro tempo avviene con frequenza<br />
settimanale, comincia il pigolio. «Facciamo attenzione a non cadere nell&amp;#39;islamofobia. «Il vero<br />
pericolo, adesso, sono le reazioni islamofobe». Il cadavere è ancora caldo e già sui giornali europei<br />
si parla di «backlash», del ritorno dell&amp;#39;«odio», della necessità di «non fare del male alla nostra<br />
cultura dell’accoglienza». Bat Ye&amp;#39;or, la grande storica nata al Cairo, autrice di «Eurabia», l&amp;#39;ha<br />
diagnosticata con precisione : abbiamo interiorizzato il falso teorema per cui la violenza dell&amp;#39;Islam<br />
sarebbe «reattiva». Ci uccidono perché noi siamo stati cattivi.<br />
Perché una civiltà protegge chi la vuole distruggere? Paolo Gambi, nel suo lucido «Il Morbo. E<br />
il declino dell&amp;#39;Occidente», ha spiegato che il Morbo è l&amp;#39;odio di sé. È il rifiuto sistematico, metodico,<br />
insegnato, premiato, promosso, della propria storia, della propria fede, della propria arte, della<br />
propria lingua, dei propri padri, dei propri morti. È la certezza che tutto quello che l&amp;#39;Occidente ha<br />
prodotto, dalla scoperta dell&amp;#39;America alla penicillina, dai diritti delle donne all&amp;#39;abolizione della<br />
schiavitù, dall&amp;#39;ospedale gratuito al voto universale, sia colpa. Colpa razziale, colpa coloniale, colpa</p>
<p>maschile, colpa bianca, colpa cristiana, colpa capitalista. Non conquista, non dono, non progresso,<br />
non merito: colpa. Un continente che insegna a odiare sè stesso non ha più gli anticorpi per<br />
riconoscere l&amp;#39;aggressore. Un uomo che si ama non si lascia sgozzare in silenzio. Un uomo che ama<br />
sua figlia non lascia infibulare le figlie degli altri. Un popolo che si riconosce non permette che i<br />
suoi giornali definiscano «squilibrato» chiunque uccida gridando «Allah Akbar». L’intolleranza è<br />
una virtù che nasce dall’amore. Chi tollera l’infibulazione altrui, la bambina sposa a otto anni,<br />
quello sgozzato purché sia qualcun altro è un incapace di etica. La tolleranza non è raccomandata in<br />
nessun punto del Vangelo. È la virtù dei deficienti, nel senso di deficere e degli ignavi. Ma un<br />
continente che si odia la considera un pregio. Ecco perché solo una società che odia sé stessa può<br />
proteggere l&amp;#39;aggressione islamica. È la formula base. Senza il Morbo, senza l&amp;#39;auto odio pedagogico<br />
che da cinquant&amp;#39;anni si insegna nelle scuole europee, la propaganda anti-islamofobica cadrebbe nel<br />
vuoto. Questo auto odio, così puntuale, così organizzato, così efficace, così ben distribuito nelle<br />
case editrici, nei programmi scolastici, nelle università, nei sindacati, nei giornali di riferimento,<br />
non nasce da sé, è figlio del marxismo. Nel 1989 crolla il muro di Berlino. Nel 1991 muore<br />
l&amp;#39;Unione Sovietica. L&amp;#39;utopia socialista, quella che aveva promesso il paradiso in terra e ha<br />
consegnato cento milioni di morti nei gulag, svanisce con l&amp;#39;ammaina-bandiera dal Cremlino. Il<br />
marxismo perde la sua patria. Contemporaneamente, e questo è il colpo più duro, il marxismo perde<br />
il suo soggetto rivoluzionario. L&amp;#39;operaio ormai possiede una casa, due automobili, un televisore a<br />
colori, un telefono cellulare, una lavatrice, un frigorifero, un forno a microonde, un conto in banca,<br />
settimane di ferie retribuite, l&amp;#39;assicurazione sanitaria, la pensione, la scuola gratuita per i figli. Il<br />
marxismo, senza patria e senza proletariato, è diventato quello che Hans Magnus Enzensberger, in<br />
un saggio memorabile del 2006, ha chiamato il «perdente radicale»: colui che ha perso in tutti i<br />
sensi possibili, e proprio per questo può solo desiderare la distruzione di ciò che ha visto vincere.<br />
Il perdente radicale marxista, cacciato dalla Storia, ha cercato un nuovo esercito: femminismo<br />
misandrico e scemo, che odia gli uomini e odia i bambini e considera l’assassinio dei bambini nel<br />
ventre delle madri come vittoria politica, la politicizzazione dell’omoerotismo eletto anche questo a<br />
vittoria politica, la teoria criminale che si possa nascere nel corpo sbagliato. Tutto questo ha<br />
preparato la strada alla perdita di intelligenza e la disprezzo dei propri valori, ma non bastava.<br />
L’islam già fraterno alleato di fascismo e nazismo è stata la geniale soluzione. Il marxismo culturale<br />
occidentale e l&amp;#39;islamismo politico si sono guardati negli occhi e si sono detti: abbiamo un nemico in<br />
comune. L&amp;#39;Occidente liberale, cristiano, borghese, capitalista, individualista, razionale, femminile.<br />
L&amp;#39;ha detta chiaramente Nick Cohen, giornalista britannico di sinistra, in «What&amp;#39;s Left?» del 2007: da<br />
quando la sinistra ha perso il proletariato, «piuttosto che accettare la realtà ha preferito allearsi con<br />
tutti i movimenti totalitari del mondo, purché condividessero l&amp;#39;odio per gli Stati Uniti e per Israele».<br />
È il patto Ribbentrop-Molotov del ventunesimo secolo. Nel 1939 il nazismo e il comunismo,<br />
apparentemente opposti , uno di destra e uno di sinistra, uno razzista e uno internazionalista,<br />
avevano firmato un&amp;#39;alleanza tattica contro la loro terza vittima designata, cioè l&amp;#39;Europa liberale. Nel<br />
2025 la sinistra progressista e l&amp;#39;islamismo politico, apparentemente opposti, uno atomizzante e<br />
libertario, uno totalitario e teocratico, uno arcobalenato e uno nero, uno che difende i gay e uno che<br />
li getta dai tetti , hanno firmato un&amp;#39;alleanza tattica contro la loro terza vittima designata, che è<br />
esattamente la stessa: l&amp;#39;Europa liberale, cristiana, razionalista, individualista. Ecco perché vediamo<br />
cortei di femministe con il velo, cortei di attivisti gay con la bandiera di Hamas, sindacati marxisti<br />
che difendono la sharia, giornalisti «anti-fascisti» che chiamano fascista chi cita il Corano ma<br />
progressista chi cita il Corano se è un imam. È il patto. Funziona esattamente come nel 1939: grigio,<br />
cinico, obliquo. Ognuno pensa di usare l&amp;#39;altro. Ognuno pensa che dopo la vittoria comune eliminerà</p>
<p>l&amp;#39;alleato. Il marxista pensa che, dopo aver distrutto insieme il capitalismo, i musulmani si<br />
convertiranno al materialismo dialettico. L&amp;#39;islamista sa perché sta già succedendo che, dopo aver<br />
distrutto insieme la borghesia, i marxisti si convertiranno all&amp;#39;Islam o verranno decapitati come<br />
apostati. Uno dei due ha ragione. Chi conosce le due ideologie sa esattamente quale.</p>
<p>comprate Islam senza veli: fidatevi, non potete vivere senza.</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Islam senza veli: Quello che ogni occidentale deve sapere e deve chiedere sull’Islam (Italian Edition)" type="text/html" width="1200" height="550" frameborder="0" allowfullscreen allow="clipboard-write" style="max-width:100%" src="https://read.amazon.co.uk/kp/card?asin=B0H1KDVJ8D"></iframe></p>
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		<title></title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/27/6974/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Sep 2026 13:02:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lettera aperta agli insegnanti Lettera aperta ai signori insegnanti, ai signori dirigenti scolastici e a tutti gli adulti che fanno entrare il velo integrale nelle scuole italiane. Egregi signori, vi scrivo da medico. Ho studiato fisiologia, neurologia, psicologia e patologia medica, voi a quanto pare avete studiato l&#8217;arte di non vedere, e bisogna riconoscervi un talento eccezionale. In Iran le ragazzine si fanno ammazzare per non portare il velo. Mahsa Amini aveva ventidue anni quando la polizia morale la arrestò per qualche ciocca di capelli fuori posto; la restituirono alla famiglia morta. Nika Shakarami ne aveva sedici. Armita Geravand ne [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lettera aperta agli insegnanti</strong></p>
<p>Lettera aperta ai signori insegnanti, ai signori dirigenti scolastici e a tutti gli adulti che fanno entrare il velo integrale nelle scuole italiane. Egregi signori, vi scrivo da medico. Ho studiato fisiologia, neurologia, psicologia e patologia medica, voi a quanto pare avete studiato l&#8217;arte di non vedere, e bisogna riconoscervi un talento eccezionale. In Iran le ragazzine si fanno ammazzare per non portare il velo. Mahsa Amini aveva ventidue anni quando la polizia morale la arrestò per qualche ciocca di capelli fuori posto; la restituirono alla famiglia morta. Nika Shakarami ne aveva sedici. Armita Geravand ne aveva sedici quando crollò in una carrozza della metropolitana di Teheran, dopo un incontro con le guardiane del velo, e non si svegliò più. Narges Mohammadi ha ricevuto il Nobel per la pace chiusa nel carcere di Evin, e ha rifiutato di coprirsi perfino per farsi portare in ospedale. In Afghanistan i talebani hanno annunciato che le adultere torneranno a essere lapidate in pubblico, come sarebbero lapidate le donne che non portano il velo se ce ne fossero, alle bambine dopo i dodici anni hanno chiuso le scuole. In Italia voi fate entrare a scuola la divisa di chi ha cacciato le bambine da scuola. È un capolavoro di incoerenza che nemmeno Orwell avrebbe osato descrivere. Il velo è libertà. Il niqāb è autodeterminazione. Le quattro fregnacce che le ragazze ripetono sono sempre le stesse quattro, è la mia religione (falso, il Corano non lo prescrive, è la divisa dello Wahabismo e della Fratellanza Musulmana, cioè dell’islam più tragicamente aggressivo, se non vogliamo usare il termine criminale), è il frutto di una mia ricerca interiore (non vuol dire un fico, ma suona bene), è la mia libertà (della libertà fa anche parte mettere un giaccone con la svastica? La libertà non è fare quello che si vuole, ma assumersi la libertà di quello che si sta facendo. Il vestiario è comunicazione, fa parte del linguaggio non verbale, cioè è linguaggio. Il giaccone con la svastica vuol dire che è giusto che gli ebrei siano uccisi, la copertura integrale vuol dire che è corretto punire chi non la porta dove è legalmente possibile farlo, per esempio Afghanistan e Iran), è una forma di pudore (chi porta il velo integrale sta dicendo, anzi sta urlando con il suo vestiario, che è giusto stuprare ogni spudorata che non lo porti e che vesta all’occidentale. Lo spiega con chiarezza l’ex maomettano Sidek Anis per spiegare la violenza e il sadismo degli stupri contro ragazze cristiane nei garage e nelle cantine delle case popolari abitate da islamici e pagate dai contribuenti francesi, dove ha vissuto i suoi primi 20 anni). Perché di una divisa si tratta, l&#8217;uniforme di un potere criminale che lapida, frusta, incarcera e uccide le donne che non la indossano. Chi la porta in un&#8217;aula europea, per scelta o per obbedienza, indossa la divisa del regime che a Teheran spacca il cranio alle sue coetanee, è una collaborazionista, come collaborazionisti siete voi, i destinatari dei questa lettera. Le ragazze di Teheran si tolgono il velo in strada sapendo di poter morire. Le vostre allieve se lo mettono in un Paese dove nessuno le arresterebbe se lo togliessero. Le prime sono partigiane. Le seconde stanno dall&#8217;altra parte. E voi state con gli assassini. A Teheran voi siete importantissimi: il fatto che in Europa ci siano individui, anzi insegnanti, che permettono il lurido obbrobrio della copertura integrale, dimostra che pretendere questa copertura anche col sangue non è un crimine, ma una cosa giusta. Anzi in Iran dove la faccia può essere scoperta risultano essere liberali e le ragazze che ammazzano di botte sono donnacce che se la sono cercata. Voi siete complici per qualcosa di peggio del quieto vivere, ma per sentirvi buoni, inclusivi, antirazzisti. Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, scrive il profeta Isaia, il male si traveste da bene per trascinarlo nel baratro. Il Corano chiede alle donne di coprirsi il petto con il velo e di vestirsi con decenza. Il volto non lo nomina. Il niqāb non è raccomandato dal Corano. La casa reale di Giordania, la dinastia hashemita, discende in linea diretta dal Profeta. La regina Rania, che vi appartiene per matrimonio ed è madre dell&#8217;erede al trono, un discendente di Maometto, parla al mondo a capo scoperto. Fino agli anni Settanta il volto coperto era una faccenda dell&#8217;islam del deserto arabico e di qualche valle pashtun. In Indonesia, il più grande Paese musulmano del mondo, e alle Maldive le donne non lo conoscevano. In Nordafrica era praticamente scomparso. Poi arrivarono i petrodollari, il wahhabismo esportato con le moschee e le borse di studio, la Fratellanza musulmana, la rivoluzione di Khomeini. Il niqāb non è una tradizione: è una introduzione politica recente. Difendendolo non rispettate una cultura antica, vi mettete al servizio di un&#8217;operazione di propaganda di cinquant&#8217;anni fa. Il volto umano è lo strumento di comunicazione più raffinato che esista, un enorme quantitativo di corteccia cerebrale controlla la mimica. Decine di muscoli mimici trasmettono paura, dolore, vergogna, comprensione, menzogna. Il neonato impara a parlare guardando la bocca di chi gli parla: fra gli otto e i dodici mesi il suo sguardo si sposta dagli occhi alle labbra, perché è da lì che ruba il linguaggio. Il cervello umano ha circuiti dedicati al riconoscimento dei volti e sistemi che ci fanno riprodurre dentro di noi l&#8217;espressione dell&#8217;altro: è hcosì che nasce l&#8217;empatia, è così che si impara. Un&#8217;insegnante che non vede il volto della sua allieva non sa se ha capito, non sa se ha paura, non sa se piange, non sa se a casa qualcuno la picchia. Cancellare la mimica di una ragazza non è un dettaglio d&#8217;abbigliamento: è un&#8217;amputazione della sua funzione comunicativa, fatta nell&#8217;età in cui la personalità sociale si forma. Voi l&#8217;avete autorizzata. D’altra parte siete fisicamente gli stessi che hanno tollerato e imposto per anni un’inutile mascherina che serviva solo agli affari degli amichetti degli amichetti e di cui nessun lavoro scientifico ha mai dimostrato una qualche funzione anticovid. La pelle umana sintetizza la vitamina D sotto il sole. Senza sole si hanno il rachitismo nei bambini, l&#8217;osteomalacia negli adulti, l&#8217;osteoporosi precoce, la debolezza muscolare, e un&#8217;associazione documentata con la depressione. La carenza di vitamina D fra le donne completamente velate è descritta dalla letteratura medica da decenni, e lo stesso vale per il rachitismo nei figli delle madri velate. L&#8217;adolescenza è la finestra in cui si costruisce la massa ossea di tutta la vita: quello che una ragazza non deposita nelle ossa a quindici anni non lo recupererà a cinquanta. Quando quella ragazza avrà una frattura di femore a cinquanta anni, nessuno verrà a cercarvi, ma la responsabilità sarà anche vostra. Mi direte che allontanarla da scuola significa colpire chi ne ha più bisogno. La scuola ha regole, e la prima regola di qualunque relazione educativa è che ci si guarda in faccia. Una ragazza che si sente dire con fermezza «qui dentro il volto si mostra» riceve forse il primo messaggio di libertà della sua vita, e sceglie di togliere il velo, non di abbandonare la scuola. Una ragazza che si sente dire «va bene così» impara che anche la scuola italiana appartiene a suo padre, a suo fratello, al suo imam. Una ragazzina avvolta dalla testa ai piedi può star eseguendo l&#8217;ordine di un padre o di un fratello, ma c&#8217;è un&#8217;altra possibilità, che sia suo padre a subire un ricatto, che qualcuno della comunità, della moschea, della rete dei Fratelli Musulmani, gli abbia fatto capire che se sua figlia non si vela perderà l&#8217;aiuto, il lavoro, il rispetto, o qualcosa di peggio. In quel caso il velo non è nemmeno la scelta del padre: è il pizzo pagato con il volto di una bambina. E allora l&#8217;unica speranza di queste ragazze, e perfino di quei padri, è una scuola ferma, che rifiuti il ricatto e dica a tutti, con la forza della legge, che qui dentro il volto si mostra. Leggete «Giù i veli!» di Chahdortt Djavann, che il velo lo ha portato per dieci anni e lo chiama per quello che è, leggete «Leggere Lolita a Teheran» di Azar Nafisi, cacciata dall&#8217;università perché rifiutava il velo. Leggete «Infedele» di Ayaan Hirsi Ali, infibulata da bambina, che vi spiegherà come velo, mutilazione, lapidazione dell&#8217;adultera e culto dell&#8217;onore siano gli anelli di una stessa catena. Le donne iraniane muoiono per strapparselo di dosso.  Il velo integrale nelle scuole europee è una bandiera piantata in territorio conquistato, e ogni aula che lo accetta è un metro di terreno ceduto. E una volta ceduto dallo zuzzerellone di turno per ricnquistarlo ci vogliono lacrime e sangue.</p>
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