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		<title>Sporchi brutti e cattivi a Bologna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 05:59:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[C’è del marcio a Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Giraudo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; “Brutti, sporchi e cattivi” è un film di Ettore Scola in cui il suo disprezzo di comunista doc per i poveri, gli italiani e i cristiani: riduce i protagonisti, tutti, a subumani. Il film descrive una baraccopoli romana dove Nino Manfredi incarna un patriarca mostruoso. Immaginate se qualcuno facesse un film ambientato tra africani o asiatici. con tutti i protagonisti tutti descritti come ignobili: il livello del razzismo sarebbe evidente. Scola come Togliatti odia e disprezza il popolo italiano. La missione del regista comunista è mostrare il peggio, gonfiarlo, enfatizzarlo, così che la gente creda che la sua terra [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/10/sporchi-brutti-e-cattivi-a-bologna/">Sporchi brutti e cattivi a Bologna</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
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<p>“Brutti, sporchi e cattivi” è un film di Ettore Scola in cui il suo disprezzo di comunista doc per i poveri, gli italiani e i cristiani: riduce i protagonisti, tutti, a subumani. Il film descrive una baraccopoli romana dove Nino Manfredi incarna un patriarca mostruoso. Immaginate se qualcuno facesse un film ambientato tra africani o asiatici. con tutti i protagonisti tutti descritti come ignobili: il livello del razzismo sarebbe evidente. Scola come Togliatti odia e disprezza il popolo italiano. La missione del regista comunista è mostrare il peggio, gonfiarlo, enfatizzarlo, così che la gente creda che la sua terra sia solo corruzione e accetti di diventare una dittatura comunista come unica speranza di salvezza. I baraccati di Scola sono gentiluomini rispetto ai nostri maranza, non si filmano mentre stuprano in gruppo, non occupano le città di notte, non vandalizzano bar, ristoranti, stabilimenti balneari, piscine. Vogliono uccidere Manfredi, che è uno di loro, non rompono l’anima a noi. Ora purtroppo i baraccati sono stati sostituiti da gente che ci accoltella per strada urlando che Allah è grande, ci schiaccia con l’auto come scarafaggi, defeca nelle nostre chiese e si pulisce con i teli dell’altare, stupra le tredicenni, ma poi spiega che prova dispiacere e nessun regista, sono tutti figli di Scola e orfani di Stalin, avrà gli attributi per fare un film su questi nuovi abitanti, un vero film di denuncia, non il solito ammasso di edulcorate scemenze. “Sporchi, brutti e cattivi” è diventata una maniera di dire: indica qualcuno di totalmente spregevole, senza speranza di redenzione, e quindi uno contro cui ogni azione è lecita. La Repubblica Italiana nata dalla sconfitta inflitta ai fascisti dagli angloamericani, è un luogo dove innocenti finiscono in prigione e ci restano, dove genitori innocenti si vedono sottrarre i figli, deportati negli orfanatrofi di stato, luoghi di arbitrio totale vezzosamente chiamati case famiglia. La Repubblica Italiana ha permesso durante la cosiddetta pandemia la sospensione delle libertà più elementari incluse quella di camminare per strada, e ha imposto con la violenza l’inoculazione di farmaci sperimentai pericolosi e inutili.  Il fascismo è stato un movimento totalitario e fondamentalmente stupido che ci ha trascinato in una guerra folle. L’antifascismo permanente è un movimento criminale, che nasce dall’assassinio di innocenti, come Claretta Petacci, innamorato del comunismo quindi fondamentalmente stupido e fondamentalmente totalitario. Che la Repubblica Italiana nata dall’antifascismo sia una democrazia degna di questo nome è una scemenza che lasciamo ai film della Cortellesi. L’antifascismo è totalitario: i fascisti, i post fascisti, gli ex fascisti, ma anche chi con il fascismo non c’entra un fico, persone di destra, conservatori, chiunque non apprezzi una immigrazione che è un’invasione violenta, chiunque non condivida le poche idee della sinistra: sono tutti brutti, sporchi e cattivi, vale a dire che non hanno diritto al rispetto: si può invocare la forca a testa in giù. o un colpo di arma da fuoco. Tra gli sporchi, brutti e cattivi i redattori del Candido: questo ha permesso anche l’arresto di giornalisti che stavano dicendo la verità e quindi ha favorito il fatto che la verità sia stata nascosta. <em>C’è del marcio a Bologna</em> di Guido Giraudo è un libro sulla strage del 2 agosto 1980, quando una bomba esplose nella sala d’aspetto della stazione di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone oltre duecento. Il libro non si rivolge soltanto a chi già conosce quella stagione. Può essere letto anche da chi non sa nulla della strage, perché alterna la ricostruzione dei fatti al racconto personale dell’autore, che visse direttamente una parte di quegli avvenimenti. L’autore contesta la ricostruzione giudiziaria che ha attribuito la strage a militanti dell’area neofascista, in particolare ai NAR, i Nuclei Armati Rivoluzionari. Le sentenze definitive hanno condannato Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini e Paolo Bellini; il libro non può naturalmente cancellare quella verità processuale. Una sentenza definitiva non coincide sempre, necessariamente, con la verità dei fatti. Chiunque abbia visto una foto dopo l’esplosione si è reso contro che si è trattato dell’esplosione di un tipo di esplosivo e di un quantitativo di esplosivo di cui solo il terrorismo internazionale poteva disporre. Il libro ricostruisce le controinchieste pubblicate fra il 1980 e il 1981 dal settimanale <em>Candido</em>, diretto da Giorgio Pisan, giornalista e uomo politico della destra italiana. Quegli articoli mettevano in discussione fin dall’inizio la pista neofascista e segnalavano le anomalie relative all’esplosivo; le presenze sospette a Bologna nei giorni della strage, che indicavano la pista palestinese.  Il libro procede attraverso articoli dell’epoca, verbali, testimonianze, nomi e cronologie. Il punto fondamentale è la cosiddetta pista palestinese. L’autore ricostruisce il contesto internazionale degli anni Settanta: i rapporti fra l’Italia e le organizzazioni palestinesi, il cosiddetto Lodo Moro, i traffici di armi, la presenza del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, guidato da George Habbash, e il caso dei missili sequestrati a Ortona. In questo quadro compare Abu Anzeh Saleh, rappresentante in Italia del FPLP, arrestato nel 1979 insieme ad alcuni militanti italiani per un traffico di armi. Il volume suggerisce che la strage possa essere maturata dentro quel sistema di relazioni, ricatti, vendette e traffici internazionali. L’ipotesi che l’attentato non sia stato una strage fascista compiuta dai NAR, ma un episodio connesso al terrorismo palestinese, ai suoi rapporti con apparati italiani o a un’operazione sfuggita di mano, è una pista che il libro ritiene non solo plausibile, ma colpevolmente trascurata: chi l’ha segnalata è fisicamente finito in galera. L’autore collega questa ipotesi anche alla presenza a Bologna di soggetti internazionali legati al mondo del terrorismo eversivo, a documenti e testimonianze emersi negli anni, e alle questioni rimaste aperte sulla natura dell’esplosivo e sull’identificazione di alcuni resti umani. Non afferma che ogni dettaglio sia risolto; sostiene, piuttosto, che le domande irrisolte sono troppe per accettare senza discussione una narrazione lineare. Accanto alla ricostruzione della strage, il libro racconta la vicenda personale dell’autore, coinvolto nella pubblicazione degli articoli del <em>Candido</em>. Per avere difeso il segreto professionale e rifiutato di rivelare l’identità di una fonte giornalistica, egli fu arrestato e detenuto nel carcere di San Giovanni in Monte. Il Candido era un giornale monarchico e conservatore, non aveva niente a che fare col fascismo, ma essendo destra: faceva parte del gruppo di quelli sporchi, brutti e cattivi. Sarebbe stato possibile con un giornalista di un giornale non di destra? Immaginiamo lo stesso schema applicato a, per esempio, Ranucci Sigfrido, accolto con applauso degli di una rock star dai magistrati italiani? Queste pagine sono fra le più efficaci dell’opera: descrivono il carcere non come categoria astratta, ma come umiliazione quotidiana, sporcizia, fame, attesa, paura, perdita del tempo e nostalgia della famiglia. Il racconto personale dà carne alla materia storica. Ci ricorda che dietro le parole “inchiesta”, “imputato”, “custodia cautelare” e “segreto istruttorio” vi sono esseri umani. Vi sono padri lontani dai figli, mogli lasciate nell’angoscia, persone che possono essere schiacciate da un’accusa anche prima di una condanna. Il libro è, perciò, anche un atto d’accusa contro una giustizia più interessata a trovare un colpevole che a trovare la verità. <em>C’è del marcio a Bologna</em> non è un libro neutrale, ha una posizione politica, una voce precisa e una memoria militante, e il fatto che un libro sia schierato non significa che non sia fondamentale; spesso è proprio la voce di chi è stato escluso dalla narrazione dominante a conservare documenti, domande e prospettive che altri preferirebbero non ascoltare. La strage di Bologna rimane una ferita immensa, anzitutto per le vittime e per i loro familiari. Attribuirla ai fascisti, sporchi brutti e cattivi per antonomasia, è stata un narrazione affascinante per moltissimi, ma con troppe falle. Proprio per questo non dovrebbe essere trasformata in un monumento intoccabile, dove ogni dubbio sia considerato un’offesa. I morti hanno diritto alla verità. E proprio per questo bisognerebbe piantarla di escludere la voce di quelli sporchi, brutti e cattivi. Una democrazia decente non zittisce nessuno. E se finalmente diventassimo una democrazia decente dove tutti hanno lo stesso diritto di parola?</p>
<p>leggete <em>C’è del marcio a Bologna</em> di Guido Giraudo, e anche in Dizionario minimo per la difesa dell&#8217;ovvio, sparpagliate in giro ci sono un mucchio di notizie interessanti</p>
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		<title>Anguria e bambini con i capelli rossi.</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/10/anguria-e-bambini-con-i-capelli-rossi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 05:57:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abitavamo a Trieste. I nonni vivevano in provincia di Caserta, per la precisione a Santa Maria Capua Vetere, l’antica Capua che aveva visto la rivolta di Spartaco e dove ancora oggi sorgono le rovine di uno dei più grandi anfiteatri romani. Per arrivare dai nonni impiegavamo due giorni. Due giorni per attraversare tutta l’Italia. Non c’erano le autostrade e quindi non c’erano nemmeno gli autogrill. L’Italia era una lunghissima distesa di paesi e città, separati da strade spesso alberate, chilometri di asfalto nella calura estiva, finestrini aperti, bocca secca, sudore, mosche. E poi, gloriosamente, comparivano loro: i baracchini delle angurie. [&#8230;]</p>
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<p>Abitavamo a Trieste. I nonni vivevano in provincia di Caserta, per la precisione a Santa Maria Capua Vetere, l’antica Capua che aveva visto la rivolta di Spartaco e dove ancora oggi sorgono le rovine di uno dei più grandi anfiteatri romani. Per arrivare dai nonni impiegavamo due giorni. Due giorni per attraversare tutta l’Italia. Non c’erano le autostrade e quindi non c’erano nemmeno gli autogrill. L’Italia era una lunghissima distesa di paesi e città, separati da strade spesso alberate, chilometri di asfalto nella calura estiva, finestrini aperti, bocca secca, sudore, mosche. E poi, gloriosamente, comparivano loro: i baracchini delle angurie. Ho sempre adorato l’anguria. Quei baracchini interrompevano la monotonia della strada e la stanchezza del viaggio come piccole oasi. Erano capanni tirati su alla buona dal contadino che le angurie le aveva coltivate davvero, messi quasi sempre sotto un grande albero perché almeno lì ci fosse un poco d’ombra. Davanti c’erano le panche. Sopra o accanto, un pezzo di legno dipinto: un’anguria intera, oppure un’anguria spaccata a metà, oppure, questa era la migliore, una fetta. Rosso, nero, verde e una sottile striscia di bianco: quattro colori elementari che spezzavano la strada sempre uguale e annunciavano una tregua. Ci si fermava. Il coltello entrava nella scorza con quel piccolo schiocco inconfondibile e appariva la polpa rossa, fresca, grondante. L’anguria levava la fame e levava la sete. Sembrava levare persino il caldo. Qualche moneta finiva nelle mani del contadino, mentre sotto l’albero un filo di brezza asciugava il sudore e ci dava una mano nella nostra interminabile guerra contro le mosche. Poi si ripartiva. Per me l’anguria è rimasta per decenni questo: l’estate, l’infanzia, la strada per andare dai nonni, l’Italia prima delle autostrade, una sosta all’ombra di un albero e la felicità semplicissima di una fetta rossa tenuta con tutte e due le mani. Mi piace moltissimo l’immagine con quei quattro colori, nonostante le mei modestissime capacità avevo imparato a riprodurre la fetta dell’anguria all’uncinetto per metterla sulle magliette. Poi qualcuno ha trasformato anche quella immagine. Negli ultimi anni l’anguria è stata adottata nelle manifestazioni e nella comunicazione che fingono di essere filopalestinesi e sono invece odio per Israele, la nazione che secondo i buoni dovrebbe essere distrutta dal fiume al mare. , I suoi colori richiamano quelli della bandiera palestinese e aggirano il divieto in alcune manifestazioni a esporla. Non riesco più a separare quel simbolo dalle immagini del 7 ottobre, dagli israeliani assassinati e rapiti, dalle atrocità commesse da Hamas. Mi è stata sottratta persino l’anguria. Quella fetta rossa che per me significava soltanto estate e infanzia ora mi richiama qualcosa che detesto. Posso continuare a ricordare il sapore, il fresco sotto gli alberi, mio padre che fermava la macchina, il contadino che prendeva le monete, le mosche che finalmente ci lasciavano un poco in pace. Ma non riesco più a guardare allo stesso modo la sua immagine. È una cosa minuscola davanti ai morti, agli ostaggi, alle famiglie distrutte. Eppure è anche così che la violenza entra nella memoria: occupa le immagini innocenti, cambia il significato delle cose, sporca perfino i ricordi che credevamo intoccabili. Io adoravo l’anguria. Adesso odio ciò che la sua immagine è arrivata a rappresentare per me. E forse è proprio questo che trovo insopportabile: che persino un pezzo della mia infanzia sia stato trascinato dentro un atroce pogrom. Porto nel cuore ai bambini Bibas, porto nel cuore i loro capelli rossi, Parto nel cuore il viso bellissimo della loro mamma il giorno del suo matrimonio e il viso bellissimo della loro mamma mentre angosciata disperata viene trascinata via insieme ai suoi bambini dalle belve di Hamas. Avevano appena assassinato i suoi genitori sotto i suoi occhi. Porto nel cuore i bambini Bibas. Ariel, quattro anni, e Kfir, nove mesi quando fu rapito. I due fratellini israeliani dai capelli rossi diventati il simbolo di qualcosa che avremmo preferito non sapere possibile.Dovrebbe esistere un punto oltre il quale la propaganda tace, le bandiere si abbassano e rimane soltanto la pietà. Non è successo. Quando le bare dei bambini Bibas furono riconsegnate, la macabra cerimonia organizzata da Hamas trasformò persino la restituzione dei morti in propaganda. I bambini palestinesi con i loro vestitini migliori ballavano e cantavano felici sulle bare dei due bimbetti ebrei. Ed è qui che penso agli altri bambini che porto nel cuore: i bambini palestinesi. Perché un bambino non nasce odiando. Non nasce desiderando la morte di un altro bambino. Non nasce sapendo che cosa sia un ebreo, un arabo, un confine, una rivendicazione territoriale, una guerra santa. Qualcuno deve insegnarglielo. Qualcuno deve prendere quella materia meravigliosamente informe che è la mente di un bambino e versarci dentro l’odio. È questo il crimine che mi ossessiona. Non soltanto mettere i bambini in pericolo facendone gli scudi umani di una guerra ignobile. Non esistono foto dei bambini palestinesi nei rifugi antiaerei: a loro sono vietati. È stato verbalizzato dai capi di Hamas che la loro morte, enfatizzata da Hamas in numeri assurdi e ulteriormente aumentata dagli odiatori , è necessaria alla causa della distruzione dello stato di Israele. Hamas non fermerà fino a quando non la avrà realizzata. Ai bambini palestinesi rubano l’anima. Hamas ha costruito la propria propaganda sulla loro morte e sulla militarizzazione dell’infanzia, sull’esaltazione del martirio e sulla trasformazione dell’odio per Israele in educazione. Quando un bambino viene abituato a considerare gloriosa la morte dell’altro, la prima vittima è lui. Gli hanno rubato qualcosa che forse non gli restituirà più nessuno. Per questo provo pietà per i bambini palestinesi. Pietà autentica, non quella fotografica e intermittente di chi li adopera come argomento politico. Hanno diritto a vivere da persone, senza cantare canzoncine dove fanno il gesto di sgozzare l’ebreo. Hanno diritto a giocare, non a imparare a sparare, devono avere sogni che non siano “ poter uccidere almeno un ebreo, molto meglio tanti ebrei”, come rispondono quando qualcuno domanda i loro sogni. Hanno diritto a non essere educati pensando che la massima realizzazione della loro esistenza sia morire ammazzando qualcun altro. E considero terribile ogni adulto, palestinese o occidentale, che romanticizzi questa cultura del martirio. Una madre dovrebbe desiderare che suo figlio le sopravviva. Dovrebbe desiderare che diventi medico, falegname, musicista, ingegnere, padre. Le madri palestinesi rilasciano interviste in cui dichiarano che sognano che i loro figli muoiano assassinando ebrei. Quando una società arriva invece a celebrare il bambino destinato al sacrificio, qualcosa di profondissimo è stato rovesciato. Il bambino soldato è già un abominio. Il bambino educato a diventare terrorista suicida è l’abominio portato alla perfezione. Non riesco a chiamare “pro-palestinese” chi giustifica, minimizza o trasforma in folklore questa educazione all’odio. Essere dalla parte dei bambini palestinesi dovrebbe significare pretendere per loro scuole senza antisemitismo, libri senza glorificazione degli assassini, televisioni senza martiri offerti come modelli, governanti che investano nel loro futuro invece che nella guerra perpetua. Significa volere che un bambino palestinese guardi un bambino israeliano e veda semplicemente un altro bambino, non un bersaglio, l’usurpatore, il nemico ereditario. Provo per i bambini palestinesi una pietà immensa. Hanno diritto a essere liberati da Hamas, dall’antisemitismo e da tutti gli adulti che hanno bisogno che quella guerra non finisca mai. Ci sono molti modi di uccidere un bambino. Si può uccidere il suo corpo. Si può distruggere la sua casa. Ma si può anche insegnargli, giorno dopo giorno, che il suo valore dipende dalla quantità di odio che riuscirà a portare dentro di sé. Gli si può rubare l’infanzia e chiamarla resistenza. Gli si può rubare il futuro e chiamarlo martirio. Gli si può insegnare a festeggiare la morte di un altro bambino e chiamarlo liberazione. Dio accolga Ariel e Kfir Bibas. Gli idioti, gli antisemiti che giustificano il loro odio come compassione selettiva,  strappavano le loro foto come lo foto degli altri ostaggi. Dio accolga tutti i bambini assassinati il 7 ottobre, i tre bellissimi bambini bruiati viv i davanti agli occhi dei genitori. Ci resta la loro foto. Dio protegga i bambini palestinesi morti in questa guerra: grazie agli sforzi dell&#8217;esercito israeliano sono pochi, meno che in qualsiasi altra guerra, ma ci sono. E Dio protegga quelli ancora vivi soprattutto da chi pretende di amarli mentre insegna loro a odiare.</p>
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		<title>Non fare di ogni erba un fascio</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/05/non-fare-di-ogni-erba-un-fascio-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Sep 2026 06:48:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non perdetevi il Dizionario minimo di difesa dell&#8217;ovvio, in particolare alla voce aborto.   “Fare di ogni erba un fascio” significa cancellare le differenze e chiamare tutto con lo stesso nome. Il “non fare di ogni erba un fascio”, invece, raccomanda il contrario: fingere che una serie di passaggi non abbiano alcun legame fra loro. Dalla contraccezione intesa come rifiuto radicale della fertilità, alla pillola del giorno dopo, all’aborto, fino alla teorizzazione dell’”aborto post-natale”, il principio comune può diventare uno solo: il figlio ha diritto alla vita solo se è voluto, non in quanto creatura umana: la sua morte può [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non perdetevi il Dizionario minimo di difesa dell&#8217;ovvio, in particolare alla voce aborto.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>“Fare di ogni erba un fascio” significa cancellare le differenze e chiamare tutto con lo stesso nome. Il “non fare di ogni erba un fascio”, invece, raccomanda il contrario: fingere che una serie di passaggi non abbiano alcun legame fra loro. Dalla contraccezione intesa come rifiuto radicale della fertilità, alla pillola del giorno dopo, all’aborto, fino alla teorizzazione dell’”aborto post-natale”, il principio comune può diventare uno solo: il figlio ha diritto alla vita solo se è voluto, non in quanto creatura umana: la sua morte può essere atroce nell’indifferenza generale. L’aborto non è un destino inevitabile per ogni persona che usi contraccettivi; è però una deriva logica possibile quando la vita dipendente viene valutata soltanto in base al desiderio dell’adulto. Il caso di Lindsay Clancy è paradigmatico. Clancy è sotto processo in Massachusetts per aver assassinato i suoi bimbi, Cora, 5 anni, Dawson, 3, e Callan, 8 mesi, uccisi il 24 gennaio 2023: non contesta i fatti, ma si dichiara non colpevole per infermità mentale, sostenendo una psicosi post-partum. Se il parto causa psicosi che dura anni e che porta a uccidere i propri bambini, le donne siano dichiarate non in grado di intendere e di volere per motivi ormonali. L’accusa sostiene invece che abbia agito in modo intenzionale e razionale. Una raccolta fondi destinata ai suoi genitori ha superato gli 800.000 dollari: un gesto che giustifica l’uccisione dei bambini. I tre bambini non avevano diritto di vivere se la loro madre non li voleva: si tratta di aborto post natale, l’evoluzione ovvia del diritto di aborto. In Italia la legge 194 consente l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni nelle condizioni previste dalla legge e disciplina anche i casi successivi. L’intervento viene praticato nelle strutture del Servizio sanitario nazionale o convenzionate a spese di tutti. L’uccisione del bimbo è interamente a spese della comunità come gratis è levare un cancro. Il piccolo è equiparato ad un cancro. La socializzazione del costo dell’uccisione del bimbo non è meno scandalosa dell’uccisione. In Germania, nel caso ordinario regolato dalla procedura di consulenza, l’intervento è normalmente pagato dalla donna, mentre lo Stato interviene in determinate condizioni economiche: il costo indicato dalle fonti ufficiali tedesche è generalmente fra 380 e 900 euro. In Austria l’interruzione senza necessità medica è normalmente pagata privatamente, pur esistendo eccezioni per donne in difficoltà economica. La fesseria che se si mette l’aborto a pagamento le donne si faranno massacrare da mammane con ferri non sterili è idiota: la potremmo archiviare? Anche ammettendo che l’aborto debba rimanere legale, perché dovrebbe necessariamente essere pagato da tutti? Il rapporto sessuale tra un uomo e una donna è l’atto dal quale biologicamente può nascere un essere umano. La biologia resta lì, tetragona e scarsamente impressionata dalle nostre ideologie. Un adulto dovrebbe saperlo. Perciò la libertà sessuale non può essere trasformata magicamente in manleva dalle conseguenze delle proprie azioni. Naturalmente esistono stupro, coercizione, patologie gravissime, situazioni disperate che meritano una discussione specifica, ma trasformare i casi estremi nell’unico paradigma con cui discutere l’aborto significa evitare la questione centrale: che cosa significa responsabilità quando il concepimento segue un rapporto consenziente? Se due adulti scelgono liberamente un comportamento dal quale può nascere una terza vita, quella terza vita non diventa moralmente inesistente soltanto perché era indesiderata. Alla donna viene giustamente riconosciuta piena capacità morale, professionale, intellettuale e politica. Poi però, davanti alla gravidanza indesiderata, una parte della cultura contemporanea sembra improvvisamente descriverla come una creatura priva di qualsiasi responsabilità rispetto alle proprie scelte, vittima permanente e dolente. La deresponsabilizzazione dovrebbe valere simmetricamente: perché un padre non potrebbe dichiarare «non volevo questo bambino, e non amo più la mia ex, dunque non voglio mantenerli semplicemente perché non ne ho voglia»? La risposta è evidente: perché abbiamo deciso, correttamente, che generare un figlio comporta responsabilità verso quel figlio. E allora perché quella responsabilità dovrebbe essere potentissima dopo la nascita e diventare improvvisamente irrilevante prima di essa? Con il procedere della gravidanza la contraddizione diventa ancora più visibile. La vitalità fetale dipende dall’età gestazionale e dalle capacità della terapia intensiva neonatale. Le fonti collocano generalmente la sopravvivenza extrauterina nell’area delle 24-26 settimane. L’aborto tardivo uccide un bimbo che fuori dall’utero di sua madre sarebbe vitale, ma la madre lo vuole morto. Dove collochiamo il confine, e perché proprio lì? Perché le dighe morali hanno questo difetto: quando il principio su cui poggiano viene cancellato, diventa sempre più difficile spiegare dove debba essere costruita la diga successiva. Il cosiddetto “filosofo” Peter Singer ha realmente sostenuto che l’uccisione di un neonato non possieda necessariamente lo stesso valore morale dell’uccisione di una “persona”, difendendo in circostanze particolari – quali per esempio spina bifida, emofilia, sindrome di Down – la possibilità di provocarne attivamente la morte. La vita di persone con queste patologie, soprattutto se ben curata, con cure che cominciano anche prima della nascita (medicina e chirurgia prenatale), può essere ricca e magnifica. L’aborto eugenetico, vezzosamente chiamato “terapeutico”, cancella le terapie prenatali e sacrifica anche bambini sani con diagnosi errate. Il medico ex abortista Bernard N. Nathanson (1926-2011), nel suo libro “La mano di Dio”, spiega un concetto ovvio: i medici che praticano aborti sviluppano indifferenza o addirittura sadismo nei confronti del feto, diventando molto poco affidabili nel seguire gravidanze, e consigliano l’aborto per qualsiasi malformazione reale o immaginaria. Cristo ci ha parlato del bambino abortito: Matteo 25:40, nel discorso del giudizio finale: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Cristo muore smembrato ogni giorno nelle sale operatorie delle cliniche ginecologiche, quelle sale che dovrebbero vedere solo la nascita dei bambini. La tragedia dell’aborto non è soltanto la morte di un essere umano, ma l’abitudine collettiva a non vederlo. Prima scompare dalle parole, poi dalle immagini, poi dal ragionamento morale. Se una donna avesse metodicamente ucciso tre cuccioli invece dei propri figli, quasi tutte le persone che oggi ne raccolgono le difese starebbero chiedendo la sua condanna esemplare. Eppure, davanti a madri che uccidono i propri bambini già nati, si sono viste raccolte di solidarietà e narrazioni che trasformano la colpevole in vittima di un patriarcato astratto anziché riconoscere una tragedia da trattare con rigore clinico e giudiziario senza assoluzione ideologica. C’è un solo modo per descrivere l’esaltazione pubblica della soppressione del più debole, quando diventa vessillo identitario anziché lutto: è la negazione radicale di ogni gerarchia morale che distingua il bene dal male. Guardare con approvazione a chi firma leggi che ampliano oltre ogni limite ragionevole il diritto di sopprimere una vita capace di sopravvivere fuori dal corpo materno non è progresso: è l’ennesima riprova che, quando si toglie il fondamento, ogni confine diventa arbitrario, e l’ultimo a cadere è sempre il più fragile. Ogni donna che uccide il proprio bimbo nel proprio ventre invece di proteggerlo, uccide tutta l’umanità. L’aborto diminuisce ognuno di noi. È il più vigliacco degli omicidi. La collera del Signore degli Eserciti si è abbattuta su di noi e ci ha spaccato il cuore. La mancanza di bambini è una delle cause dell’aumento della depressione, del calo demografico dell’ingresso di orde migratorie aggressive e non integrabili. «I bambini rompono i coglioni. Tutti i bambini. Non è vero quel che dicono, che i figli sono maleducati per colpa dei genitori; prima o poi un bambino anche educatissimo piangerà, si lamenterà, disturberà, sconvolgerà il vagone del treno su cui viaggio, prenderà a calci il sedile su cui sono seduta in aereo», affermò Michela Murgia in un’intervista nel 2023. Non è una provocazione: è il prodotto di una mente deforme, figlia di un civiltà mentalmente deforme.</p>
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		<title>Woke 1.0: il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Sep 2026 06:46:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Alexandria Ocasio-Cortez]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Alexandria Ocasio-Cortez, giovane, bella, fotogenica, donna, portoricana, non capisce un accidente di economia, il candidato democratico ideale alla presidenza degli Stati Uniti, ride, una risata breve, distratta, lo stile mica è acqua. ABC News, agosto 2026. Jonathan Karl ricorda alla deputata democratica di New York le posizioni della sinistra radicale americana dell&#8217;incendio 2020: abolizione delle prigioni, defund the police, tutto il campionario. Lei cita una frase del consigliere newyorkese Chi Ossé: «Woke 1 was crazy». La versione 1 del Wokw era folle. Risatina, si passa ad altro, discorso chiuso, ovvero: come si aggiorna un&#8217;ideologia senza dover chiedere scusa. Il [&#8230;]</p>
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<p>Alexandria Ocasio-Cortez, giovane, bella, fotogenica, donna, portoricana, non capisce un accidente di economia, il candidato democratico ideale alla presidenza degli Stati Uniti, ride, una risata breve, distratta, lo stile mica è acqua. ABC News, agosto 2026. Jonathan Karl ricorda alla deputata democratica di New York le posizioni della sinistra radicale americana dell&#8217;incendio 2020: abolizione delle prigioni, defund the police, tutto il campionario. Lei cita una frase del consigliere newyorkese Chi Ossé: «Woke 1 was crazy». La versione 1 del Wokw era folle. Risatina, si passa ad altro, discorso chiuso, ovvero: come si aggiorna un&#8217;ideologia senza dover chiedere scusa. Il capolavoro non è «crazy». Il capolavoro è quel numerino: 1. Perché gli errori, notoriamente, non hanno numero di serie. I prodotti sì. Il detersivo diventa Nuovo Detersivo Plus. L&#8217;automobile presenta il modello successivo. Il telefono riceve l&#8217;aggiornamento. Le ideologie, finalmente, hanno imparato la lezione dal reparto marketing. Woke 1.0. Il Woke è stato l’annullamento completo del valore della verità a favore di una ulteriore esasperazione del vittimismo sessantottino, il mito della vittima, il vittimismo dai palestinesi, sempre e sol vittime e mai responsabili di nulla, né dei propri crimini , né di propri fallimenti, e che rilancia l’antisemitismo mondiale, il vittimismo dei paesi colonizzati, sempre vittime e mai responsabili di nulla, né dei propri crimini né dei propri fallimenti. Il Woke 1 ogni tanto cancellava un professore, un giornalista, un impiegato, distruggeva un quartiere dato alle fiamme, presentava una assoluta incompatibilità con il dissenso, anzi direttamente con la verità. L’imbecillità, il sadismo con cui vite sono state distrutte diventa un bug del sistema. Il trucco del numerino 1 dopo la parola woke è splendido, è un tipo di numerazione che si usa per i prodotti sostituiti da un prodotto migliore, vuol dire che trasforma una responsabilità politica in obsolescenza tecnologica, e vuol dire che il woke non se ne va, il woke è eterno, cambia solo un pochino la cover e qualche app. . Ocasio-Cortez non fa la cosa noiosa che ci si aspetterebbe da un politico serio: prendere le idee di allora una per una e dire quali oggi considera giuste, quali sbagliate, e perché. Fa qualcosa di infinitamente più moderno: archivia un&#8217;intera stagione culturale in una cartella Woke 1 con sopra la data di scadenza. Poi ride. Fine dell&#8217;analisi. L&#8217;operazione è di una eleganza geniale, perché il woke, quando comandava, non si chiamava Woke 1, era l’unica morale possibile della civiltà. Non diceva «ridiscutiamo il ruolo della polizia»: diceva Defund the police. Non apriva un dibattito: stabiliva il vocabolario nel quale il dibattito era ammesso, e quello vietato. Aveva risolto la verità definitiva su razza, sesso, linguaggio, polizia, università, storia, statue, bagni, pronomi. Le civiltà precedenti avevano impiegato millenni a produrre dubbi. Woke 1 aveva sistemato tutto in tre semestri accademici. Nel 2020 gli omicidi negli Stati Uniti aumentarono del 29 per cento circa, secondo l&#8217;FBI. Non tutto è attribuibile a Defund the police: c&#8217;erano Covid, lockdown, crisi economica. Ma è ridicolo fingere che una crisi della polizia americana non c&#8217;entrasse nulla, proprio mentre una parte della sinistra ne chiedeva lo smantellamento. E impossibile fingere che Defund fosse un&#8217;invenzione degli avversari: Ocasio-Cortez lo sostenne davvero, e Karl glielo ricorda in diretta. Si vede il momento esatto in cui la deputata si accorge che l&#8217;archivio esiste ancora. Le rivolte del 2020 aggiunsero incendi, saccheggi, negozi devastati e uno degli esercizi linguistici più raffinati della storia recente: raccontare manifestazioni «mostly peaceful» mentre alle spalle del cronista ardeva un edificio. La lingua aveva ricevuto una promozione: non doveva più descrivere la realtà, doveva correggerla. Il meccanismo era più raffinato della censura: bastava creare un ambiente in cui certe opinioni diventassero professionalmente letali. Maya Forstater perse il contratto per le sue posizioni sul sesso biologico prima che i tribunali britannici le dessero ragione. James Damore fu licenziato da Google per un memorandum sulla diversità. Si può pensare che avessero torto entrambi. Il punto liberale, piccola anticaglia da riesumare ogni tanto, è questo: aver torto dovrebbe essere consentito. Woke 1 aveva inventato la categoria geniale dell&#8217;opinione non vietata dalla legge ma sconsigliata dalla carriera. Poi c&#8217;era la questione razziale, forse la più esilarante. Per combattere la discriminazione razziale, alcune università prestigiose avevano costruito sistemi di ammissione in cui la razza incideva sulla selezione e i bianchi erano pesantemente discriminati. Si chiamava affirmative action. Nel 2023 la Corte Suprema, nei casi Harvard e University of North Carolina, ha stabilito che quei programmi violavano la Costituzione. Non ci sono responsabili. Imparando da Ulisse che incontra Polifemo, è nato Nessuno. Nessuno ha cancellato nessuno. Nessuno ha davvero sostenuto l&#8217;abolizione della polizia. Nessuno vi ha mai spiegato che certe domande erano «violente». Sarà stato il clima, il Covid, eravamo tutti un po’pazzerelli. E adesso, guarda un po&#8217;, compare Woke 1: denominazione perfetta perché contiene già l&#8217;amnistia. Nessuno si illuda, la follia non è finita. Nessun potere rinuncia spontaneamente al potere, soprattutto un potere che non chiede perdono dei suoi crimini, perché il woke è criminale. I morti restano morti, i calpestati restano calpestati. Con una risatina si cancella il concetto di assunzione di responsabilità da cui si arriva a un altro concetto spinoso: il riconoscimento della colpa. Ed è la responsabilità che il concetto di Woke 1 fa evaporare. C’ è poi un dettaglio meraviglioso. Ocasio-Cortez aggiunge che quelle discussioni furono «quite fruitful», piuttosto fruttuose. Dunque Woke 1 era demente, ma fruttuoso. Lo credo bene: ha prodotto potere, permesso di eliminare avversari o semplicemente persone ancora pensanti, di schiacciarle, di condannarle a disoccupazione e miseria, a carcere, a volte spingerle al suicidio. L&#8217;operazione politica è intelligentissima. Non c&#8217;è niente di scandaloso nel cambiare opinione: solo gli imbecilli e i fanatici non la cambiano mai, ma esiste una differenza enorme fra cambiare opinione e cambiare etichetta. La prima dice: sostenevo questo, oggi sostengo quest&#8217;altro, per queste ragioni. La seconda scrive Woke 1 sulla scatola vecchia, la spinge in cantina e mostra al pubblico la nuova, uguale identica, con il logo aggiornato. La risata di Ocasio-Cortez conta perché fotografa il modo in cui il partito democratico statunitense e di tutti i suoi figliocci del mondo occidentale cosiddetto libero, da sempre il partico dei moralmente superiori salvo saltuarie e clamorose infiltrazioni sataniche, elaborano serenamente i propri errori: non giudicandoli, ma sostituendoli con un prodotto migliore. È l’invenzione dell&#8217;obsolescenza programmata anche per le convinzioni morali. Ogni versione arriva dichiarandosi definitiva e se ne va dichiarandosi sperimentale. Chi aveva osato dubitare scopre che le proprie eresie sono diventate aggiornamenti ufficiali. Nessuno gli chiede scusa. Gli comunicano che il sistema è cambiato, quindi non sprechi tempo a criticarlo. Nel frattempo chi è morto resta morto, e i disoccupati restano disoccupati, e i posti di prestigio occupati da semianalfabeti con il solo merito di essere queer, non bianchi o entrambe le cose, restano occupati da loro. Arriverà sicuramente Woke 2, più prudente sulla polizia, un pochino meno ossessionato dai pronomi, forse più attento alla disoccupazione anche di maschi bianchi eterosessuali, cioè normali. È solo cosmesi. Chi ha costruito carriere spiegando che certe idee erano indiscutibili, e oggi ne costruirà una nuova spiegando mentre ridacchia che erano un po’pazzerelle, però piene di buone intenzione e che hanno fruttato tanto, ora però ha smesso di fruttare. Il diritto degli uomini di allattare e il dovere di ascoltare come uno vuole essere definito e quali pronomi preferisce non spostano più voti. Il movimento LGBT è di una noia mortale e non bastano gli sculettamenti ai pride per rivitalizzarlo e soprattutto non piace all’islam . Il filone è esaurito. L’islam sposta i voti. Il woke 2  butta pronomi e tette maschili nella spazzatura e si concentra sul nuovo alleato. La regina dell’universo non è più la donna asiatica o africana lesbica o queer, ma la donna con il velo integrale. Il vittimismo palestinese e l’antisemitismo bastano a riempire la scena, forse anche le urne. Il woke 2 sarà peggio del woke 1. Non peretevi il Dizionario minimo per la difesa dell&#8217;ovvio:può aiutarvi a sopravvivere.</p>
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<p><iframe loading="lazy" title="Dizionario minimo di difesa dell&#039;ovvio. Le verità che nessuno osa più dire (Italian Edition)" type="text/html" width="1200" height="550" frameborder="0" allowfullscreen allow="clipboard-write" style="max-width:100%" src="https://read.amazon.co.uk/kp/card?asin=B0D3BYLF9J"></iframe></p>
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		<title>quelle ce la vostra mano destra possiede</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/05/quelle-ce-la-vostra-mano-destra-possiede/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Sep 2026 06:41:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[paola kafira]]></category>
		<category><![CDATA[Sidek Anis]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quelle che la vostra mano destra possiede A Torino un 42enne di origine bengalese, addetto a un minimarket, è stato fermato con l’accusa di abusi sessuali ai danni di una tredicenne; la gip ha disposto l’obbligo di firma, valorizzando l’assenza di precedenti, la collaborazione e il pentimento riferito dall’indagato. Il caso, l’aggressione di un islamico che agisce mettendo le mani su ogni donna su cui può metterle e la mitezza della magistratura, ricordano dannatamente da vicino la Gran Bretagna dove 250000 tra ragazzine e ragazzini bianchi e cristiani sono stati stuprati, torturati, umiliati, resi malati a vita con casi tragici di incontinenza [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quelle che la vostra mano destra possiede</p>
<p dir="auto">A Torino un 42enne di origine bengalese, addetto a un minimarket, è stato fermato con l’accusa di abusi sessuali ai danni di una tredicenne; la gip ha disposto l’obbligo di firma, valorizzando l’assenza di precedenti, la collaborazione e il pentimento riferito dall’indagato. Il caso, l’aggressione di un islamico che agisce mettendo le mani su ogni donna su cui può metterle e la mitezza della magistratura, ricordano dannatamente da vicino la Gran Bretagna dove 250000 tra ragazzine e ragazzini bianchi e cristiani sono stati stuprati, torturati, umiliati, resi malati a vita con casi tragici di incontinenza anale provocati da oggetti, da islamici spesso pachistani, a volte anche di seconda e terza generazione, protetti dalle istituzioni che hanno mostrato tutta la loro ferocia a perseguire chi denunciava, e chi cercava di difendere le ragazzine. Un libro imperdibile in questo momento per ogni cittadino di questa sciagurata Europa che ha importato, mantiene e protegge un esercito invasore, è Quelle che la vostra mano destra possiede. Grooming gangs e islam, di Paola Kafira e Anis Sidek, pubblicato in modo indipendente. Abbiamo importato e manteniamo un esercito invasore che, come i peggiori eserciti invasori, stupra le nostre figlie e i nostri figli e ne distrugge la vita. Tutti gli eserciti che hanno stuprato lo hanno fatto dopo aver vinto una guerra militare. Grazie alla corruzione del denaro che arriva dai regni del petrolio, alla corruzione di magistrati e e cariche politiche e istituzionali, e alla imbecillità di tutti gli imbecilli che ritengono il subire un’invasione una forma di doverosa bontà, noi subiamo la violenza sistematica di miserabili che sopravvivono grazie al sussidio che paghiamo a loro e alle loro sterminate famiglie in ricongiungimenti infiniti. Il libro si fonda su rapporti ufficiali britannici, fra cui Jay Report, Casey Audit e materiali dell’inchiesta, atti giudiziari e testimonianze delle sopravvissute.Il riferimento «quelle che la vostra mano destra possiede» richiama un’espressione presente nelle fonti islamiche classiche, tradizionalmente collegata alla condizione servile, alle concubine, alle schiave, alle donne del nemico. Nel libro, il titolo è usato per ricordare come appartengano a un contesto religioso la subordinazione femminile e le violenze sessuali come quelle organizzate e analizzate nel contesto britannico. Per grooming si intende un processo graduale attraverso il quale l’aggressore conquista fiducia, isola la vittima,quasi sempre tolta alla sua famiglia e consegnata ai servizi sociali che saranno campioni di essere ciechi e sordi, valuta i rischi e la prepara allo sfruttamento sessuale; si assicura che le istituzione guardino altrove, anzi che le istituzioni sbranino come razzisti e islamofobo chiunque cerchi di soccorrere le vittime. L’opera ricostruisce il fenomeno inglese delle grooming gangs: reti di sfruttamento sessuale di minori emerse in varie città del Regno Unito e oggetto di indagini, processi e rapporti pubblici. Il libro dimostra come il problema sia stato sistematicamente <wbr />insabbiato e mette al centro le conseguenze di questo tragico fallimento di ogni speranza di giustizia sulle vittime. Un testo di recensione equilibrato dovrebbe però distinguere con rigore tra la responsabilità criminale individuale o di gruppi specifici e l’appartenenza religiosa o nazionale di milioni di persone. Si può discutere criticamente di dottrine, contesti culturali, ideologie e omissioni istituzionali senza trattare musulmani, pakistani o immigrati come una collettività colpevole.Giusto? È così che si fanno le cose? Mica vogliamo essere razzisti? A questo obiezione risponde la prefazione del libro, scritta da Sidek Anis, ex islamico franco tunisino, un uomo che rischia la vita ogni giorno, perché l’islam punisce con la morte chi osa abbandonarlo. “La colpa non era dei ragazzi, ma del veleno invisibile che respiravamo. Idee feroci che circolavano di bocca in bocca, nell’aria umida dei sotterranei e che nessuno osava mettere in discussione. Come avremmo potuto? Eravamo intrappolati in un cerchio perfetto. Ogni nostro gesto quotidiano, ogni minimo pensiero, era già stato codificato e deciso da un’ideologia religiosa totalizzante. Eravamo tutti sottomessi. Schiacciati da un dogma che non ammetteva repliche, dove il dubbio era il peccato più grave e l’obbedienza, l’unica moneta per non essere tagliati fuori. Le ragazze bianche, ci dicevano, erano senza onore. Corrotte. Fonte di ogni malattia. Carne da macello di cui potevamo abusare, senza scrupolo. Erano ragazze che «se la cercavano». E poi, anche il nostro profeta aveva innumerevoli schiave sessuali di cui disporre a suo piacimento. E non era forse lui l’esempio migliore da seguire, in ogni tempo e luogo? Allah stesso è stato chiaro. Si possono possedere le donne e abusarne ogni volta che lo si desidera. È possibile anche venderle o affittarle. “Quelle che la vostra mano destra possiede”. Lo si ripete più di venti volte nel solo corano. Ci era permesso avere schiave sessuali perché l’occidente è “dar al hareb”, “casa della guerra”. E in guerra, le donne del nemico, fanno parte del bottino. Per loro, per le donne non di fede islamica, non si applicavano quindi le stesse regole che valevano per le nostre donne. Era una distinzione che imparavi senza accorgertene. Le nostre donne. Le loro donne. Da una parte c’erano le ragazze che dovevano essere protette, controllate, rispettate. Dall’altra quelle che, proprio perché non appartenevano alla nostra comunità religiosa, potevano essere insultate, manipolate, umiliate. A sentirlo ripetere tante volte, finivi per non renderti più conto di quanto questo fosse mostruoso. …Non avevo assistito direttamente a tutto ciò che accadeva in quei sotterranei oscuri (i garage e le cantine dei quartieri islamici), ma le voci correvano velocissime nel quartiere. Più di una volta mi avevano invitato a partecipare. Non l’ho mai fatto però quei luoghi li ho visti. Sapevo esattamente cosa facevano là sotto a quelle povere ragazze.” Sapeva esattamente e non ha denunciato. Non ha partecipato e questo è encomiabile, ma non ha impedito. È questo che rende colpevole una intera comunità. Non è razzismo, è pensiero logico, se una religione ha un libro sacro che permette, anzi ordina, lo stupro e l’umiliazione delle donne del nemico, inevitabilmente ci saranno dati statistici che illustrano come gli uomini di quella religione commettano crimini sessuali con frequenza anche dieci volte superiore agli altri. Da qui si deduce che un popolo che faccia entrare gli uomini di questa regione a contatto con le proprie donne, oltretutto senza avere leggi granitiche non aggirabili da nessun magistrato e punizioni esemplari non discutibili per proteggere le proprie donne, non è un popolo di antirazzisti ma semplicemente un popolo di idioti. Tanto più che dietro i “poveracci”  che dobbiamo mantenere ci sono i fiumi di soldi che arrivano dai regni de petrolio a corrompere politica, magistratura, giornali e ovviamente mondo dello spettacolo. Il “poveraccio” ha la potenza emotiva del povero e del colonizzato in colonie peraltro finite da quasi un secolo, che nell’ottica della sottocultura marxista quindi ha sempre ragione perché dargli torto è razzismo, colonialismo e quindi, ovviamente, fascismo. Il nostro nemico non è l’uomo islamico che ci invade, nemmeno il ricco re del petrolio che finanzia l’invasione. I nostri nemici sono i politici corrotti dai petrodollari che arrivano addirittura in trolley, ma soprattutto l’idiota che scambia per doverosa bontà il sacrificio della vita di migliaia di ragazzine, la distruzione della civiltà da parte di gentiluomini che defecano nella nostra chiese, urinano sui nostri tabernacoli e si puliscono le terga con i paramenti sacri dell’altare, uno stile di vita che presto sarà quello di tutti noi secondo la signora Boldrini. Quelle che la vostra mano destra possiede. Grooming gangs e islam è un libro scomodo, costruito per impedire che la prudenza linguistica diventi silenzio davanti alla violenza. Paola Kafira e Anis Sidek affrontano uno dei più gravi scandali britannici degli ultimi decenni: lo sfruttamento sistematico di ragazze, vulnerabili e lasciate senza ascolto, da parte di gruppi organizzati di abusatori.L’enorme merito dell’opera sta nella scelta di partire dai documenti, dalle inchieste e dalle parole delle sopravvissute. Il libro non consente una lettura rassicurante: mostra come le vittime possano essere ignorate e quindi ulteriormente calpestate, spesso lasciate in mano ai loro aguzzini, quando le istituzioni temono il conflitto, l’accusa di razzismo o il costo politico di nominare contesti culturali e religiosi che richiedono un’analisi seria.Immaginiamo se lo stupratore della tredicenne fosse bianco, cristiano, magari iscritto alla Lega, o simpatizzante di Vannacci? Dio non voglia qualcuno di Fratelli d’Italia, magari cugino dei nono grado del cognato del vicino di casa della nonna della Meloni? Sarebbe stato il tema di uno scoop dei giornalisti del calibro di Sigfrido Ranucci.</p>
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		<title>Rudolf Steiner</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/08/27/rudolf-steiner/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 15:04:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Continuo a ricevere cortesi messaggi che divertiti dalla mia ignoranza mi spiegano la grandezza di Rudolf Steiner come pensatore cristiano. Cristiano, naturalmente, nel senso elastico che oggi consente di mettere sotto la stessa etichetta san Paolo, il Vangelo di Giovanni, reincarnazione, karma, Atlantide, corpi astrali, gerarchie occulte e iniziazioni esoteriche. È un Cristianesimo molto accogliente, prozio abile del woke,  discutibile fino al pensiero debole, accoglie praticamente tutto, con l’unico inconveniente di non assomigliare a quello di Cristo ma di essere la sua esatta negazione, oltre che una boiata pazzesca come una boiata pazzesca sono tutte le costruzioni gnostiche. Il problema non è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Continuo a ricevere cortesi messaggi che divertiti dalla mia ignoranza mi spiegano la grandezza di Rudolf Steiner come pensatore cristiano. Cristiano, naturalmente, nel senso elastico che oggi consente di mettere sotto la stessa etichetta san Paolo, il Vangelo di Giovanni, reincarnazione, karma, Atlantide, corpi astrali, gerarchie occulte e iniziazioni esoteriche. È un Cristianesimo molto accogliente, prozio abile del woke,  discutibile fino al pensiero debole, accoglie praticamente tutto, con l’unico inconveniente di non assomigliare a quello di Cristo ma di essere la sua esatta negazione, oltre che una boiata pazzesca come una boiata pazzesca sono tutte le costruzioni gnostiche. Il problema non è stabilire se Steiner abbia parlato di Cristo. Ne ha parlato moltissimo, in un insulso cicaleccio che è  la negazione del principio di realtà. Affermare che qualcosa e il suo contrario siano entrambi veri è semplicemente stupido. Il cristianesimo non consiste nel pronunciare frequentemente la parola “Cristo”, esattamente come parlare continuamente di Napoleone non trasforma automaticamente in bonapartisti. Nel Vangelo Cristo pronuncia parole di una scomodità imbarazzante per ogni progetto sincretistico: «Chi non è con me è contro di me» (Mt 12,30; Lc 11,23). Non dice: chi non è con me possiede probabilmente un frammento di una sapienza iniziatica alternativa che, opportunamente interpretata, conduce alla medesima vetta. Dice una cosa molto meno elegante e molto più netta. E dice anche qualcosa di ancora più devastante per qualsiasi aristocrazia della conoscenza spirituale: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25; cfr. Lc 10,21). Tutti quelli che mi stanno dando della non sapiente: grazie del complimento! È difficile immaginare una frase meno gnostica. La rivelazione cristiana non procede dal basso verso l’alto, attraverso una scala di perfezionamento intellettuale e iniziatico grazie alla quale i più evoluti arrivano finalmente a sapere ciò che la folla non può sapere. Procede dall’alto verso il basso: è Dio che scende in una stalla e rivela, e ha persino l’irritante abitudine di rivelarsi ai piccoli mentre lascia i sapienti con tutta la loro sapienza. Il Cristianesimo nasce da questa pretesa scandalosa: Cristo non è un maestro che si rivolge a un’aristocrazia del pensiero, un gradino della conoscenza occulta, una manifestazione particolarmente elevata dentro una cosmologia esoterica. È il Figlio. «Io sono la via, la verità e la vita». Steiner, invece, costruisce intorno a Cristo un gigantesco edificio iniziatico nel quale confluiscono teosofia, reincarnazione, karma, evoluzione spirituale dell’umanità, gerarchie angeliche interpretate secondo una propria cosmologia, vite successive e conoscenze soprasensibili accessibili mediante sviluppo spirituale. Tutto questo può essere interessante, affascinante e anche poetico per chi non abbia capito neanche lontanamente la potenza del messaggio evangelico. Chiamarlo Cristianesimo significa risolvere il problema cambiando il significato delle parole, chiamando cristiano un pensiero gnostico, cioè mentendo. Il punto decisivo è la gnosi. Il cristianesimo storico annuncia una salvezza che viene da Dio e irrompe nella storia: incarnazione, croce, resurrezione, grazia. La gnosi tende invece a organizzare la salvezza intorno a una conoscenza superiore, riservata a chi vede ciò che gli altri non vedono. Steiner distingue precisamente la conoscenza ordinaria dalla conoscenza dei mondi superiori e descrive un cammino iniziatico attraverso il quale l’uomo dovrebbe acquistare capacità soprasensibili. Il titolo di una delle sue opere fondamentali è già sufficientemente eloquente: <i>Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?</i> Il cristiano potrebbe legittimamente rispondere con una certa perplessità che nei Vangeli la domanda fondamentale è un’altra: che cosa devo fare per avere la vita eterna? E soprattutto potrebbe ricordare quelle parole insopportabilmente semplici: «Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli». Non agli iniziati. Non a coloro che hanno sviluppato facoltà soprasensibili. Non a chi ha imparato a contemplare il mondo astrale. Ai piccoli. C’è poi la reincarnazione. Qui il contrasto diventa difficilmente occultabile perfino ricorrendo alle più robuste acrobazie terminologiche. La tradizione cristiana insegna una vita terrena, la morte, il giudizio e la resurrezione della carne. La Lettera agli Ebrei dice che «è stabilito che gli uomini muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio» (Eb 9,27). Steiner inserisce invece l’individuo in una successione di incarnazioni governate dal karma. Non è un dettaglio decorativo. Cambia completamente l’antropologia, la concezione del tempo, il significato della morte, della redenzione e perfino quello della resurrezione. Se torni numerose volte sulla terra, la storia della salvezza non è più quella cristiana: è diventata un’altra storia, anche quando continua a usare nomi cristiani. E poi c’è l’esoterismo, cioè l’idea che esistano livelli di conoscenza spirituale ai quali si accede mediante una disciplina iniziatica. Qui compare un altro problema evangelico, curiosamente dimenticato dagli ammiratori del cristianesimo occulto. Cristo dice che non si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa (Mt 5,15). Il cristianesimo apostolico possiede misteri, certamente, ma non è una società iniziatica che custodisce una cosmologia segreta destinata agli spiritualmente evoluti. Gli apostoli predicano nelle piazze. Paolo discute nelle sinagoghe e nell’Areopago. Pietro parla davanti alla folla. Cristo viene crocifisso pubblicamente. La Resurrezione viene annunciata pubblicamente. La fiaccola non viene nascosta sotto il moggio perché qualcuno, dopo adeguata preparazione esoterica, possa essere ammesso nella stanza dove arde. Viene sollevata. E ancora una volta il paradosso evangelico è precisamente l’opposto di quello gnostico: ciò che conta viene rivelato ai piccoli, non custodito come premio finale per i sapienti. Steiner compie invece l’operazione opposta: dietro la superficie della storia cristiana colloca una seconda storia, accessibile attraverso la scienza dello spirito. Dietro gli avvenimenti evangelici compaiono processi cosmici, entità spirituali, evoluzioni planetarie e interpretazioni iniziatiche. Persino il Golgota diventa, nel lessico steineriano, il «Mistero del Golgota»: un evento certamente centrale, ma inserito in una costruzione cosmologica che non deriva dal Credo cristiano. Naturalmente Steiner respingeva l’idea che l’antroposofia fosse semplicemente una fede irrazionale o una fantasia occultistica: pretendeva anzi di presentarla come una conoscenza rigorosa del soprasensibile. È proprio questo il punto. Il cristianesimo non afferma che la salvezza dipenda dall’acquisizione di una “scienza spirituale” capace di penetrare mondi invisibili. Il ladrone sulla croce non frequenta corsi di iniziazione, non studia il proprio corpo eterico, non ricostruisce incarnazioni precedenti e non contempla cronache cosmiche. Dice: «Gesù, ricordati di me». E Cristo gli risponde: «Oggi sarai con me in paradiso». Una teologia scandalosamente poco esoterica. Si aggiunga che Steiner proveniva dalla Società Teosofica, dalla quale si separò anche per divergenze profonde, soprattutto sul ruolo di Cristo e sull’indirizzo assunto dalla teosofia. Sarebbe quindi scorretto ridurre l’antroposofia a una semplice copia della teosofia. Ma sarebbe altrettanto scorretto fingere che quell’ambiente culturale, con il suo vocabolario di karma, reincarnazione, evoluzione occulta e conoscenza soprasensibile, non abbia nulla a che vedere con la costruzione steineriana. Steiner cristianizza una parte considerevole dell’esoterismo moderno; non per questo rende cristiano ciò che cristiano non è. Il risultato è una religione filosofico-esoterica che utilizza una quantità impressionante di materiale cristiano ricollocandolo però dentro un sistema incompatibile, in punti essenziali, con il cristianesimo apostolico e con i grandi Credo delle Chiese storiche. Naturalmente ognuno è liberissimo di preferire Steiner a san Paolo, il karma al giudizio, la reincarnazione alla resurrezione della carne, la conoscenza soprasensibile alla fede apostolica. La libertà religiosa serve precisamente a questo. Ciò che non si può pretendere è che due affermazioni contraddittorie diventino identiche per cortesia. Se Cristo è una figura dentro una successione di processi cosmici, non è il Cristo del Credo. Se l’uomo attraversa ripetute incarnazioni, non muore «una sola volta». Se la conoscenza decisiva appartiene a un percorso esoterico, la lampada è tornata sotto il moggio. Se la verità suprema appartiene agli iniziati, bisogna inoltre spiegare perché Cristo ringrazi il Padre di averla nascosta proprio «ai sapienti e ai dotti» per rivelarla «ai piccoli».</p>
<p>Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi</p>
<p>Fratelli, Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo.<br />
La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti:<br />
«Distruggerò la sapienza dei sapienti<br />
e annullerò l’intelligenza degli intelligenti».<br />
Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione.<br />
Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.</p>
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		<title>roggero for president</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 14:47:10 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[mario roggero]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste un privilegio che sembra essere stato revocato al popolo italiano: il diritto ad avere un sistema limbico. A noi non è consentito essere esseri umani. Dovremmo vivere come se la paura non esistesse, come se la collera fosse un vizio anziché una reazione biologica, come se l’istinto di proteggere la propria famiglia fosse un difetto del carattere. L’odio è vietato. La collera è sospetta. La paura è ammessa soltanto quando viene autorizzata dallo Stato. Durante la pandemia ci è stato ordinato di averne, e allora bisognava tremare. Se invece un uomo viene rapinato più volte, minacciato di morte, costretto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p dir="auto">Esiste un privilegio che sembra essere stato revocato al popolo italiano: il diritto ad avere un sistema limbico. A noi non è consentito essere esseri umani. Dovremmo vivere come se la paura non esistesse, come se la collera fosse un vizio anziché una reazione biologica, come se l’istinto di proteggere la propria famiglia fosse un difetto del carattere. L’odio è vietato. La collera è sospetta. La paura è ammessa soltanto quando viene autorizzata dallo Stato. Durante la pandemia ci è stato ordinato di averne, e allora bisognava tremare. Se invece un uomo viene rapinato più volte, minacciato di morte, costretto per anni a vivere aspettando il prossimo assalto, quella paura dovrebbe improvvisamente sparire. Dovrebbe restare lucido, razionale, sorridente. Come se il cervello umano funzionasse con un interruttore. Non funziona così. Mario Roggero aveva alle spalle una lunga e indecente serie di rapine. Non un episodio isolato, ma una persecuzione. Minacce rivolte a lui, a sua moglie, a sua figlia. Le persone che un marito e un padre ha il dovere biologico, prima ancora che morale, di proteggere. Quando quei rapinatori sono entrati ancora una volta nella sua gioielleria, il suo cervello non stava consultando il codice penale. Era dominato dal sistema limbico, la parte più antica del cervello, quella programmata per una sola missione: sopravvivere e far sopravvivere i propri cari. La corteccia cerebrale, quella che valuta, pondera, distingue, cita articoli e sentenze, in quei momenti arretra. È fisiologia. È neuroscienza. È il funzionamento normale di un essere umano sottoposto a un’aggressione estrema. La sua reazione può essere giudicata sul piano del diritto. Ma sul piano umano è comprensibile. Sul piano biologico è comprensibile. E, per molti, anche sul piano etico. Lo stesso ragionamento vale per la donna di Viareggio che, subito dopo avere subito una rapina, investì con l’automobile il proprio aggressore. Quell’uomo non stava portando via soltanto una borsa. Stava portando via i documenti, le chiavi di casa, la serenità, la certezza che qualcuno sapesse dove trovarla. Aveva appena trasformato la sua vita in una paura permanente. Anche in quel caso il sistema limbico aveva preso il comando. Pretendere che una vittima appena aggredita ragioni come un professore di diritto seduto in poltrona è una richiesta disumana. E poi arrivano le sentenze. Uno dei responsabili dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega si trova oggi agli arresti domiciliari presso l’abitazione della propria nonna. L’immagine è quasi surreale. Si immagina la colazione, il caffellatte, l’ovetto sbattuto con lo zucchero, il cornetto del mattino. Nel frattempo, Mario Roggero viene condannato a quattordici anni e nove mesi. È inevitabile che molti cittadini si chiedano quale sia il messaggio. E il messaggio che percepiscono è uno solo: colpirne uno per educarne cento. Non importa se sei la vittima. Non importa quante rapine hai subito. Non importa se vivi da anni aspettando la prossima aggressione. Tu devi restare perfettamente lucido. Devi dominare paura e collera. Devi ricordarti delle attenuanti, della giurisprudenza e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo mentre qualcuno ti punta un’arma contro. In pratica, alla vittima viene richiesto un autocontrollo infinitamente superiore a quello preteso dal rapinatore. Poi ci spiegano che la vendetta è sempre sbagliata. Davvero? Chi lo ha stabilito? La vendetta è la forma più antica, più rozza e più brutale della giustizia. Proprio perché è una forma di giustizia può essere sostituita soltanto da una forma migliore di giustizia. Se esiste uno Stato che protegge i cittadini, una magistratura efficiente e forze dell’ordine sostenute da un sistema capace di garantire sicurezza, allora la vendetta diventa inutile. Ma quando il cittadino ha la sensazione che tutto questo non funzioni più, è inevitabile che riaffiori l’idea della giustizia primitiva. Attenzione, però: qui non stiamo nemmeno parlando di vendetta. Vendetta significherebbe andare a cercare i rapinatori giorni dopo. Non è ciò che è accaduto. Qui siamo ancora dentro la medesima sequenza dell’aggressione. Mario Roggero non poteva sapere se quei rapinatori stessero davvero fuggendo o se stessero andando a recuperare altre armi. Non poteva sapere se sarebbero tornati mezz’ora dopo per uccidere lui, sua moglie e sua figlia. Pretendere che in quei secondi elaborasse tutte le ipotesi possibili con il distacco di un magistrato significa ignorare completamente il funzionamento della mente umana. E poi ci sono i tre milioni di euro di risarcimento. Una cifra che, al di là dei tecnicismi giuridici, è diventata un simbolo. Per molti cittadini rappresenta un manifesto. Un avvertimento. Il messaggio sembra essere questo: lasciati rapinare, lasciati terrorizzare, ma non reagire. Perché se reagisci, il problema diventi tu. La proprietà privata, il lavoro di una vita e la sicurezza della propria famiglia sembrano passare in secondo piano rispetto alla tutela di chi ha scelto di violare la legge. Qualcuno potrebbe osservare con sarcasmo che, in una certa cultura politica, possedere qualcosa è già una colpa. Come se il gioielliere fosse colpevole per il solo fatto di avere una gioielleria. Tre milioni di euro significano simbolicamente un euro per tre milioni di italiani, oppure dieci euro per trecentomila, oppure mille euro per tremila persone.</p>
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<p>Io voglio essere uno di quei tremila. Datemi subito l’IBAN. Perché, se c’è una raccolta per aiutare Mario Roggero a sostenere questo peso economico, intendo partecipare. E se un giorno decidesse di candidarsi alle elezioni, avrebbe il mio voto. Perché questa vicenda, ormai, non riguarda più soltanto un processo. Riguarda la domanda che milioni di italiani continuano a porsi: in questo Paese, chi è davvero protetto dallo Stato?<img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6686" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--230x300.x55482.jpeg" alt="" width="230" height="300" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--230x300.jpeg 230w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--787x1024.jpeg 787w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--768x1000.jpeg 768w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--400x521.jpeg 400w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--461x600.jpeg 461w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto-.jpeg 1080w" sizes="(max-width: 230px) 100vw, 230px" /></p>
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		<title>Gli attentati dimenticati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 14:37:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Attentato di Monaco.]]></category>
		<category><![CDATA[Café de Paris]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Sadar. Il grande fuoco]]></category>
		<category><![CDATA[Paletinesi]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6831" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/islam-senza-veli-200x300.x55482.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/islam-senza-veli-200x300.jpg 200w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/islam-senza-veli.jpg 348w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></p>
<p><strong>Il Grande Fuoco di Trieste e il Cafè de Paris</strong></p>
<p><em>4 agosto 1972: l&#8217;attentato palestinese dimenticato dall&#8217;Italia. </em>L’Italia viene dopo Israele. Viene dopo Israele in ordine alfabetico. Alle Olimpiadi, prima c’è la loro squadra , poi c’è la nostra. Viene dopo Israele per quanto riguarda l’odio e il numero di attentatri terroristici. C&#8217;è un libro che ogni italiano dovrebbe leggere prima di parlare di pace, di Palestina, di terrorismo, di ragioni comprensibili. Si intitola «Il grande fuoco», lo ha scritto Giuliano Sadar, giornalista Rai di Trieste, per MGS Press nel 2015. Duecento pagine di inchiesta serrata su un fatto che l&#8217;Italia ufficiale ha lasciato marcire nel dimenticatoio, come si lascia marcire un cadavere che i parenti non vogliono più vedere: l&#8217;attentato ai serbatoi della SIOT di San Dorligo della Valle, alle 3.15 del mattino del 4 agosto 1972. Il primo attentato di Settembre Nero in territorio italiano. Un mese esatto prima della strage degli atleti israeliani a Monaco. Un commando arriva da Parigi via Mestre, noleggia una Ford Taunus rosso amaranto, taglia la rete e piazza trenta chili di tritolo in quattro punti diversi della più grande tank farm d&#8217;Europa: un milione e seicentomila tonnellate di greggio stoccate a tre chilometri da Trieste. Quattro cariche. Tre serbatoi che saltano in aria. Un fungo di fumo alto sei chilometri visibile fino a Venezia. Centosessantamila tonnellate di petrolio libico che bruciano per quattro giorni. Diciotto vigili del fuoco ustionati. Se quella notte fosse soffiata la bora, o se fosse piovuto, con il carico di anidride solforosa sospeso in aria, Trieste sarebbe stata sfigurata. Non ci fu vento. Non piovve. La città fu salvata dal caso, non dallo Stato italiano.</p>
<p>Sadar ricostruisce nomi, date, mandanti. Mohamed Boudia, mente algerina di Settembre Nero, ucciso a Parigi dal Mossad nell&#8217;operazione Ira di Dio. Chabane Kadem, algerino. Le due «pasionarie» francesi Marie-Thérèse Lefebvre e Dominique Iurilli, autiste del commando, già coinvolte negli attentati alle centrali del gas Gasunie in Olanda nel febbraio 1972. Il 6 agosto Beirut rivendica via agenzia Wafa: «un violento colpo ai nemici della rivoluzione palestinese e agli interessi imperialisti che sostengono il sionismo». È un colpo al cuore energetico dell&#8217;Europa: la pipeline transalpina TAL, quella che da Trieste porta greggio a Ingolstadt e Vienna. Un attentato gigantesco. Rivendicato. Documentato.</p>
<p>Poi arriva l&#8217;Italia. Nel primo grado i quattro sono condannati in contumacia a ventidue anni per tentata strage. In appello il reato viene derubricato a «incendio doloso» e la pena abbassata a sei anni. Nessuno mette piede in una cella italiana. Boudia lo ammazzerà il Mossad. Gli altri scompaiono. Il tritolo fatto brillare a San Dorligo era stato posato da un&#8217;organizzazione che il mese successivo avrebbe sgozzato undici atleti israeliani a Monaco. In Italia, sei anni derubricati. È il preludio esatto del cosiddetto Lodo Moro: la politica bipartisan, democristiana e comunista, la abbietta politica dei vili, che scelse di non ostacolare il terrorismo palestinese sul territorio nazionale in cambio dell&#8217;immunità per gli obiettivi italiani. Un patto di viltà, dice Sadar senza dirlo: perché la sentenza di Trieste anticipa il Lodo, lo fonda, gli fornisce il primo precedente giurisprudenziale. Non lo dice lui: lo dico io. E i vili hanno ottenuto sul loro territorio un numero spaventoso di attentati. Il libro è, insieme, cronaca giudiziaria e diario morale. Ricostruisce le tredici ore di terrore dei triestini, la solitudine dei pompieri, gli ordini contraddittori dei prefetti, il silenzio di Roma. Ma soprattutto denuncia il silenzio successivo: mezzo secolo di rimozione. Nessuna targa a San Dorligo. Nessuna cerimonia nazionale. Nessun manuale scolastico che ricordi come il primo grande attacco terroristico islamico all&#8217;Occidente energetico avvenne su suolo italiano, e come la magistratura italiana rispose regalando l&#8217;impunità agli attentatori. Cinquantaquattro anni dopo, mentre in Italia si organizzano cortei con le bandiere palestinesi accanto a quelle comunali di Bologna e Torino, mentre si celebra la «resistenza» di Hamas come continuazione di una lotta di liberazione, converrebbe rileggere Sadar. Perché la linea che collega Mohamed Boudia a Yahya Sinwar è dritta, non tortuosa. Passa per Trieste. Passa per Ustica. Passa per l&#8217;aeroporto di Fiumicino. Passa per Bologna. Passa per ogni sconto di pena concesso dallo Stato italiano ai «combattenti» palestinesi negli anni Settanta. Il Grande Fuoco di Trieste non fu un incidente della storia. Fu l&#8217;atto fondativo del filopalestinismo italiano come categoria dello spirito nazionale: una miscela di paura, opportunismo e viltà. Le rovine annerite dei serbatoi di San Dorligo sono il vero monumento di quella scelta. Posso fare qualche domanda? Quanto denaro continuiamo a versare al Popolo palestinese, in aiuti, perché continui a investirlo in distruzione per Israele e distruzione per l’Italia? Quanto parastato in termini di ONG, agenzie a spese dei contribuenti italiani si muove tra i cosiddetti palestinesi? Il signor Vittorio Arrigoni, che affermava che desiderare la distruzione di una nazione di nove milioni di abitanti è una bella maniera di restare umani, esattamente a Gaza cosa stava facendo e a spese di chi? I soldi con cui pagava colazione, pranzo e cena erano suoi, di sua proprietà o attraverso qualche bizzarro giro di ONG includevano anche i soldi delle mie tasse? Io credo che il signor Vittorio Arrigoni ammazzato in maniera atroce dai palestinesi che amava tanto mentre odiava lo stato di Israele al punto da desiderarne la distruzione possa essere considerato il simbolo di un’Italia che ama alla follia i propri carnefici e odia a morte chi non le ha mai fatto del male.</p>
<p><em>16 settembre 1985: l&#8217;attentato palestinese al Café de Paris di via Veneto</em></p>
<p>Ore 23.00 del 16 settembre 1985, via Veneto a Roma. Il Café de Paris — icona della Dolce Vita, meta di turisti americani, britannici, argentini, tedeschi — ha i tavolini all&#8217;aperto pieni. Un giovane palestinese di ventisette anni nato in Libano, Ahmad Hassan Abu Alì Sereya, si avvicina e lancia in mezzo alla gente due bombe a mano F1 di fabbricazione sovietica, quelle che i militari chiamano «ananas» per la forma. Una esplode. L&#8217;altra no — gli artificieri la disinnescheranno dopo. Trentanove feriti, di cui alcuni gravissimi: un cuoco costretto a servire ai tavoli, sfigurato dalle schegge, resterà mutilato a vita. Sereya scappa a piedi verso Piazza Fiume, dove un poliziotto lo ferma. In tasca ha un passaporto marocchino falso e la tessera dell&#8217;Organizzazione Abu Nidal — la stessa che tre anni prima aveva massacrato a Roma davanti alla Sinagoga il piccolo Stefano Gaj Taché, due anni.</p>
<p>La data non è casuale. Il 16 settembre 1985 è il terzo anniversario del massacro di Sabra e Shatila: la vendetta arriva puntuale, e la sceglie contro turisti inermi seduti a bere spritz in un bar romano. Il bersaglio ideale sarebbe stata l&#8217;ambasciata americana, a duecento metri; ma l&#8217;ambasciata è blindata. Il Café de Paris no. È la logica eterna del terrorismo palestinese: quando il nemico armato è irraggiungibile, si colpisce il civile disarmato. In Italia, in quelle settimane, il cosiddetto Lodo Moro sta saltando: colpo di bazooka contro l&#8217;ambasciata Usa, bomba a via Bissolati contro la British Airways, sequestro dell&#8217;Achille Lauro con l&#8217;assassinio di Leon Klinghoffer buttato in mare sulla sedia a rotelle perché ebreo, strage di Fiumicino il 27 dicembre con sedici morti. Il patto di silenzio siglato dopo l&#8217;attentato all&#8217;oleodotto SIOT del 1972 sta esplodendo davanti agli occhi di uno Stato che aveva creduto di poterlo governare.</p>
<p>Sereya viene condannato a diciassette anni. Uscirà molto prima. I due complici che erano con lui in auto non saranno mai identificati. La retorica dell&#8217;epoca — «legittima causa palestinese», «reazione alle occupazioni sioniste» — assolveva a mezza bocca chi teneva la pistola. Non sono cambiate nemmeno oggi le parole di certa sinistra italiana. Sono cambiate solo le vittime: nel 1985 turisti in via Veneto, nel 2023 ragazzi al rave di Re&#8217;im. Stessa mano, stessa ideologia, stessa acquiescenza europea.</p>
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		<title>La classe non è acqua</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/08/27/la-classe-non-e-acqua/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 14:35:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Frase nata per indicare che chi ha classe la conserva sempre anche quando si è perso tutto il resto. Oggi invece è usata ormai solo con intenti ironici, per indicare che la cafonaggine e l’imbecillità puoi tentare di nasconderle, ma appena la tua emotività sale, saltano fuori. Quando la maleducazione, l’arroganza, la mancanza di valori sono strutturali, saltano fuori. Analizzando gli insulti che qualcuno latra, si può arrivare a capire quali sono i suoi veri valori o la sua vera mancanza di valori. Tra gli insulti che mi sono stati poco elegantemente porti dalle esagitate fanciulle di “Non una [&#8230;]</p>
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<p>Frase nata per indicare che chi ha classe la conserva sempre anche quando si è perso tutto il resto. Oggi invece è usata ormai solo con intenti ironici, per indicare che la cafonaggine e l’imbecillità puoi tentare di nasconderle, ma appena la tua emotività sale, saltano fuori. Quando la maleducazione, l’arroganza, la mancanza di valori sono strutturali, saltano fuori. Analizzando gli insulti che qualcuno latra, si può arrivare a capire quali sono i suoi veri valori o la sua vera mancanza di valori. Tra gli insulti che mi sono stati poco elegantemente porti dalle esagitate fanciulle di “Non una di meno” in due conferenze, una a Sondrio e una a Torino c’è “vecchia”. Spesso mi viene rimproverato anche sui social:  nei video le rughe si vedono moltissimo. Perché non si dovrebbero vedere? Primo, ci sono, secondo non mi trucco quindi si vedono. Vecchia è una diminuzione se si considera il valore di una donna limitato alla sua avvenenza e alla sua fertilità. Sui mercati dove i miliziani dello Stato Islamico vendono ragazze cristiane e yazide, vecchia vuol dire che non vale niente. La fanciulle di Non una di meno quindi condividono i valori dello stato islamico. Il femminismo italiano è a numero chiuso. Portare il velo è libertà insultare una ragazzina figlia del primo Presidente del consiglio di sesso femminile e augurarle la morte è satira politica. Gli insulti più beceri alla signora Meloni sono bon ton: la signora Meloni viene insultata perché si è permessa di non venire dalle classi alte.  Ortolana». «Pesciaiola». «Peracottara». «Rana dalla bocca larga». «Vacca». «Scrofa». «Cortigiana». Poi le «ginocchiere». Poi «nana», «caciottara a mollo», e la frase che le contiene tutte: «È venuta a infestare il nostro mare, spero si sia disinfettata con l&#8217;Amuchina». In mezzo una bambina, a cui un professore di scuola pubblica ha augurato di morire come Martina Carbonaro. Questa è la storia di Giorgia Meloni e Ginevra, e dell&#8217;esperimento italiano di ipocrisia: parlare per anni di violenza verbale, patriarcato e tutela dei minori, considerando una donna e sua figlia escluse per decreto. Ci sono intere categorie protette, se dici a un trans XY che è un uomo, se dici a una giocatrice di origine nigeriana che ha i caratteri somatici nigeriani, cioè se pronunci una verità lapalissiana, sei considerato un malvagio, ma gli snob vomitano su Giorgia e Ginevra. Nei salotti circola l&#8217;etimologia romantica di snob: sarebbe l&#8217;abbreviazione del latino sine nobilitate accanto ai nomi degli studenti non aristocratici di Oxford e Cambridge. Deliziosa e inventata. La Treccani è categorica: il primo significato documentato di snob, fine Settecento, è «ciabattino», voce dialettale popolare; solo dopo, con Thackeray e il Book of Snobs del 1848, passa a indicare la persona rozza che si atteggia a nobile. La retro-etimologia latina è, cito, «priva di fondamento». Gli snob non valgono niente come non vale niente la parola che li indica. 2021. Giovanni Gozzini, ordinario di storia a Siena, va a Controradio e per descrivere Meloni sceglie: «ortolana», «pesciaiola», «rana dalla bocca larga», «vacca», «scrofa», «peracottara». Non il programma. Lei. Il corpo, il quartiere. Onore a Mattarella per la solidarietà, onore a Gozzini per le scuse. Ma il lessico non è morto: è diventato pescivendola, caciottara, borgatara. Che c&#8217;entra la pescivendola con la legge di bilancio? C&#8217;entra il censo. C&#8217;entra la puzza al naso di chi si autoproclama di sinistra e riteneva Palazzo Chigi riservato a chi esce dai licei giusti. Meloni ha peccato: senza tessera del club, e per prima. Ottobre 2025. Maurizio Landini chiama Meloni «cortigiana» di Trump. Prostituta di corte. Spiegherà di aver espresso «un giudizio politico». Immaginate lo stesso Landini che chiama «cortigiana» di Putin la Politkovskaja, o di Xi la finlandese Marin. Non ci riuscite. Curioso. 11 giugno 2026, Camera. Francesco Silvestri, Cinque Stelle: Meloni non ha «rialzato la schiena», ha «indossato delle ginocchiere per stare più comoda». In aula. Su politica estera. Se un deputato di destra l&#8217;avesse detto a Schlein, tre giorni di reti unificate, sette editoriali della De Gregorio, fiaccolata a Piazza Farnese. Con Meloni, un giorno di polemiche. Nella stessa seduta Boldrini si alza indignata perché qualcuno ha detto «signor presidente» invece di «signora presidente». La desinenza la indigna. Le ginocchiere no. È il femminismo dell&#8217;Accademia della Crusca: corregge l&#8217;articolo, insulta la persona. Maggio 2025. Stefano Addeo, docente di scuola pubblica, augura sui social alla figlia di Meloni di fare la fine di Martina Carbonaro, quattordicenne appena lapidata ad Afragola. Un docente, stipendio pubblico, sotto il suo nome. Onore alle condanne di Mattarella, Schlein, Conte. Ma resta la domanda: come si arriva a scagliare virtualmente una pietra su una bambina? Così: scrofa dopo scrofa, ginocchiera dopo ginocchiera. La lingua prepara la mano. Estate 2026. La Maddalena. Meloni con Ginevra: volo di linea, traghetto, gommone a noleggio, panini nella borsa frigo. La normalità. Scatta la rabbia dei salotti. «Nana». «Caciottara a mollo». «Infesta il nostro mare». «Si disinfetti con l&#8217;Amuchina». Infestano le blatte, i pidocchi, i ratti. Quando un umano non «visita» ma «infesta», la disumanizzazione ha già fatto il primo passo, e la conseguenza è sempre «disinfettare». Streicher lo scriveva così su Der Stürmer nel 1938 sugli ebrei — disinfizieren. La signora della Maddalena ha usato in italiano lo stesso verbo. Con il product placement. Questo lessico l&#8217;Italia l&#8217;ha collaudato tra il 2021 e il 2022 contro i non vaccinati. «Topi di fogna». «Sorci». «Untori». «Infetti». Andrebbero rinchiusi, lasciati morire davanti agli ospedali, esclusi dai treni. In prima serata, da virologi, senatori, editorialisti. Segre paragonò i no-vax ai negazionisti della Shoah, Crisanti in tv voleva «rinchiuderli e buttare via la chiave», Burioni «somari», Mentana «infetti». La sinistra dei diritti umani applaudiva. Poi, quando le miocarditi post-vaccinali sono uscite peer-reviewed, nessuno ha chiesto scusa: sono passati all&#8217;infestazione successiva. La logica della «disinfezione» ha sempre bisogno di un nuovo untore. Prima il non vaccinato, poi la borgatara. Struttura mentale identica. Un istante sulla parola «nana». Meloni è alta un metro e sessanta, media italiana. Ma nel salotto è «la nana». I ricchi sono più alti dei poveri perché mangiano più proteine. Il concetto che essere alti sia meglio che non esserlo è un non senso biologico, e nasce dal nazismo. E lo si fa in presenza di una bambina, sapendo che leggerà. L&#8217;unico precedente comparabile è quello di Costanza Miriano aggredita per strada dopo una conferenza, mentre era con le sue gemelle, all’epoca due ragazzine, con le sue gemelle: Miriano allora, Meloni oggi. Stesso meccanismo. La colpa? Miriano cattolica praticante, Meloni borgatara vincente. Donne sbagliate entrambe. Il punto non è difendere Meloni: ha dodici milioni di voti. Il punto è la coerenza. Se il body shaming è sbagliato, lo è anche contro Meloni. Se insinuare prestazioni sessuali è misoginia, non diventa satira perché è di sinistra. Se coinvolgere i minori è mostruoso, Ginevra non perde il diritto di essere una bambina intoccabile perché sua madre governa. Il femminismo, per essere universale, si misura sulla donna che detesti, non su quella che vota come te. Altrimenti è un club. Sotto ogni manifesto, in piccolo: «tutte le donne hanno diritto alla dignità. Tutte. Tranne quella. E tranne le donne calpestate dagli iraniani che però sono antiamericani e quindi amici nostri». Il soffitto di cristallo l&#8217;ha infranto la donna sbagliata. È lì che si è scoperto chi ci credeva davvero e chi lo voleva riservato alle amiche, tessera in bella vista sull&#8217;aletta della borsa Prada. Meloni si contesta ogni giorno su economia, immigrazione, Ucraina, fisco: politica, legittima. «Scrofa» non è politica. «Cortigiana» non è politica. «Ginocchiere» non sono politica. «Nana», «caciottara», «infestare», «Amuchina» non sono politica. Augurare la morte a una bambina non è nemmeno linguaggio umano. È solo squallore morale infinito. Io sono molto fiera che il Presidente del Consiglio del mio paese arrivi dalle borgate. Vuol dire che è molto in gamba, che nessuno le ha fatto sconti. E vuol dire anche che l’aristocrazia è defunta e che la democrazia funziona. Gli snob se la sono presa sui denti.</p>
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		<title>Non fare di ogni erba un fascio</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/08/25/non-fare-di-ogni-erba-un-fascio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Aug 2026 08:10:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Fare di ogni erba un fascio” significa cancellare le differenze e chiamare tutto con lo stesso nome. Il “non fare di ogni erba un fascio”, invece, raccomanda il contrario: fingere che una serie di passaggi non abbiano alcun legame fra loro. Dalla contraccezione intesa come rifiuto radicale della fertilità, alla pillola del giorno dopo, all’aborto, fino alla teorizzazione dell’”aborto post-natale”, il principio comune può diventare uno solo: il figlio ha diritto alla vita solo se è voluto, non in quanto creatura umana: la sua morte può essere atroce nell’indifferenza generale. L’aborto non è un destino inevitabile per ogni persona che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6886" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/08/aborto-per-smembramento-300x170.x55482.jpg" alt="" width="300" height="170" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/08/aborto-per-smembramento-300x170.jpg 300w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/08/aborto-per-smembramento-400x226.jpg 400w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/08/aborto-per-smembramento.jpg 736w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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<p>“Fare di ogni erba un fascio” significa cancellare le differenze e chiamare tutto con lo stesso nome. Il “non fare di ogni erba un fascio”, invece, raccomanda il contrario: fingere che una serie di passaggi non abbiano alcun legame fra loro. Dalla contraccezione intesa come rifiuto radicale della fertilità, alla pillola del giorno dopo, all’aborto, fino alla teorizzazione dell’”aborto post-natale”, il principio comune può diventare uno solo: il figlio ha diritto alla vita solo se è voluto, non in quanto creatura umana: la sua morte può essere atroce nell’indifferenza generale. L’aborto non è un destino inevitabile per ogni persona che usi contraccettivi; è però una deriva logica possibile quando la vita dipendente viene valutata soltanto in base al desiderio dell’adulto. Il caso di Lindsay Clancy è paradigmatico. Clancy è sotto processo in Massachusetts per aver assassinato i suoi bimbi, Cora, 5 anni, Dawson, 3, e Callan, 8 mesi, uccisi il 24 gennaio 2023: non contesta i fatti, ma si dichiara non colpevole per infermità mentale, sostenendo una psicosi post-partum. Se il parto causa psicosi che dura anni e che porta a uccidere i propri bambini, le donne siano dichiarate non in grado di intendere e di volere per motivi ormonali. L’accusa sostiene invece che abbia agito in modo intenzionale e razionale. Una raccolta fondi destinata ai suoi genitori ha superato gli 800.000 dollari: un gesto che giustifica l’uccisione dei bambini. I tre bambini non avevano diritto di vivere se la loro madre non li voleva: si tratta di aborto post natale, l’evoluzione ovvia del diritto di aborto. In Italia la legge 194 consente l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni nelle condizioni previste dalla legge e disciplina anche i casi successivi. L’intervento viene praticato nelle strutture del Servizio sanitario nazionale o convenzionate a spese di tutti. L’uccisione del bimbo è interamente a spese della comunità come gratis è levare un cancro. Il piccolo è equiparato ad un cancro. La socializzazione del costo dell’uccisione del bimbo non è meno scandalosa dell’uccisione. In Germania, nel caso ordinario regolato dalla procedura di consulenza, l’intervento è normalmente pagato dalla donna, mentre lo Stato interviene in determinate condizioni economiche: il costo indicato dalle fonti ufficiali tedesche è generalmente fra 380 e 900 euro. In Austria l’interruzione senza necessità medica è normalmente pagata privatamente, pur esistendo eccezioni per donne in difficoltà economica. La fesseria che se si mette l’aborto a pagamento le donne si faranno massacrare da mammane con ferri non sterili è idiota: la potremmo archiviare? Anche ammettendo che l’aborto debba rimanere legale, perché dovrebbe necessariamente essere pagato da tutti? Il rapporto sessuale tra un uomo e una donna è l’atto dal quale biologicamente può nascere un essere umano. La biologia resta lì, tetragona e scarsamente impressionata dalle nostre ideologie. Un adulto dovrebbe saperlo. Perciò la libertà sessuale non può essere trasformata magicamente in manleva dalle conseguenze delle proprie azioni. Naturalmente esistono stupro, coercizione, patologie gravissime, situazioni disperate che meritano una discussione specifica, ma trasformare i casi estremi nell’unico paradigma con cui discutere l’aborto significa evitare la questione centrale: che cosa significa responsabilità quando il concepimento segue un rapporto consenziente? Se due adulti scelgono liberamente un comportamento dal quale può nascere una terza vita, quella terza vita non diventa moralmente inesistente soltanto perché era indesiderata. Alla donna viene giustamente riconosciuta piena capacità morale, professionale, intellettuale e politica. Poi però, davanti alla gravidanza indesiderata, una parte della cultura contemporanea sembra improvvisamente descriverla come una creatura priva di qualsiasi responsabilità rispetto alle proprie scelte, vittima permanente e dolente. La deresponsabilizzazione dovrebbe valere simmetricamente: perché un padre non potrebbe dichiarare «non volevo questo bambino, e non amo più la mia ex, dunque non voglio mantenerli semplicemente perché non ne ho voglia»? La risposta è evidente: perché abbiamo deciso, correttamente, che generare un figlio comporta responsabilità verso quel figlio. E allora perché quella responsabilità dovrebbe essere potentissima dopo la nascita e diventare improvvisamente irrilevante prima di essa? Con il procedere della gravidanza la contraddizione diventa ancora più visibile. La vitalità fetale dipende dall’età gestazionale e dalle capacità della terapia intensiva neonatale. Le fonti collocano generalmente la sopravvivenza extrauterina nell’area delle 24-26 settimane. L’aborto tardivo uccide un bimbo che fuori dall’utero di sua madre sarebbe vitale, ma la madre lo vuole morto. Dove collochiamo il confine, e perché proprio lì? Perché le dighe morali hanno questo difetto: quando il principio su cui poggiano viene cancellato, diventa sempre più difficile spiegare dove debba essere costruita la diga successiva. Il cosiddetto “filosofo” Peter Singer ha realmente sostenuto che l’uccisione di un neonato non possieda necessariamente lo stesso valore morale dell’uccisione di una “persona”, difendendo in circostanze particolari – quali per esempio spina bifida, emofilia, sindrome di Down – la possibilità di provocarne attivamente la morte. La vita di persone con queste patologie, soprattutto se ben curata, con cure che cominciano anche prima della nascita (medicina e chirurgia prenatale), può essere ricca e magnifica. L’aborto eugenetico, vezzosamente chiamato “terapeutico”, cancella le terapie prenatali e sacrifica anche bambini sani con diagnosi errate. Il medico ex abortista Bernard N. Nathanson (1926-2011), nel suo libro “La mano di Dio”, spiega un concetto ovvio: i medici che praticano aborti sviluppano indifferenza o addirittura sadismo nei confronti del feto, diventando molto poco affidabili nel seguire gravidanze, e consigliano l’aborto per qualsiasi malformazione reale o immaginaria. Cristo ci ha parlato del bambino abortito: Matteo 25:40, nel discorso del giudizio finale: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Cristo muore smembrato ogni giorno nelle sale operatorie delle cliniche ginecologiche, quelle sale che dovrebbero vedere solo la nascita dei bambini. La tragedia dell’aborto non è soltanto la morte di un essere umano, ma l’abitudine collettiva a non vederlo. Prima scompare dalle parole, poi dalle immagini, poi dal ragionamento morale. Se una donna avesse metodicamente ucciso tre cuccioli invece dei propri figli, quasi tutte le persone che oggi ne raccolgono le difese starebbero chiedendo la sua condanna esemplare. Eppure, davanti a madri che uccidono i propri bambini già nati, si sono viste raccolte di solidarietà e narrazioni che trasformano la colpevole in vittima di un patriarcato astratto anziché riconoscere una tragedia da trattare con rigore clinico e giudiziario senza assoluzione ideologica. C’è un solo modo per descrivere l’esaltazione pubblica della soppressione del più debole, quando diventa vessillo identitario anziché lutto: è la negazione radicale di ogni gerarchia morale che distingua il bene dal male. Guardare con approvazione a chi firma leggi che ampliano oltre ogni limite ragionevole il diritto di sopprimere una vita capace di sopravvivere fuori dal corpo materno non è progresso: è l’ennesima riprova che, quando si toglie il fondamento, ogni confine diventa arbitrario, e l’ultimo a cadere è sempre il più fragile. Ogni donna che uccide il proprio bimbo nel proprio ventre invece di proteggerlo, uccide tutta l’umanità. L’aborto diminuisce ognuno di noi. È il più vigliacco degli omicidi. La collera del Signore degli Eserciti si è abbattuta su di noi e ci ha spaccato il cuore. La mancanza di bambini è una delle cause dell’aumento della depressione, del calo demografico dell’ingresso di orde migratorie aggressive e non integrabili. «I bambini rompono i coglioni. Tutti i bambini. Non è vero quel che dicono, che i figli sono maleducati per colpa dei genitori; prima o poi un bambino anche educatissimo piangerà, si lamenterà, disturberà, sconvolgerà il vagone del treno su cui viaggio, prenderà a calci il sedile su cui sono seduta in aereo», affermò Michela Murgia in un’intervista nel 2023. Non è una provocazione: è il prodotto di una mente deforme, figlia di un civiltà mentalmente deforme.</p>
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