Bologna, la menzogna di Stato

Anche la giornata di ieri è trascorsa senza che nessuno abbia pronunciato la parola “palestinesi”. A chi giova continuare a mentire dopo quarantasei anni. Chi sostiene che la strage alla stazione di Bologna sia di matrice fascista, mente sapendo di mentire. Mente il presidente dell’associazione delle famiglie delle vittime. Mente il capo dello Stato. Mente il suo partito, mente tutta la sinistra italiana, che su questa strage ha costruito quarant’anni di campagna elettorale. La Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bologna. Bene. Ma quella sentenza non spiega cinque cose. Primo: chi è l’ottantaseiesima vittima, di cui ancora si conservano i resti? Nel 2019 la perizia della genetista Elena Pilli, disposta dalla stessa Corte d’Assise, ha stabilito che il lembo facciale e lo scalpo attribuiti a Maria Fresu non appartengono a lei. In quella tomba a Montespertoli è sepolta un’altra donna. Nel 2026 si è ancora al punto di chiedere in aula la predizione fenotipica del DNA di «Ignota 86». Secondo: perché l’esplosivo era di tipo palestinese? La perizia esplosivistica del 2019 di Danilo Coppe e Adolfo Gregori ha stabilito che si trattava di undici chilogrammi di miscela di T4, tritolo e gelatinato, ricavati dallo scaricamento di munizioni militari, con un interruttore di sicurezza per il trasporto della valigia. Un ordigno da servizio, non da neofascisti improvvisati; compound del tipo usato dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Nessuno l’ha mai spiegato. Terzo: come mai il 1° e il 2 agosto 1980, nell’albergo Centrale di via della Zecca e all’hotel Jolly di fronte alla stazione, alloggiavano due tra i terroristi più ricercati d’Europa, entrambi membri di primo piano del gruppo Separat di Carlos lo Sciacallo? Thomas Kram arrivò il 1° agosto e ripartì il 2. Christa-Margot Fröhlich fu riconosciuta dal dipendente dell’hotel Jolly; la stessa Fröhlich sarà arrestata nel 1982 a Fiumicino con sei chili di esplosivo. Carlos, anni dopo, ha dichiarato che «un suo uomo uscì dalla stazione qualche istante prima dell’esplosione». Quarto: come mai Fioravanti e Mambro, che hanno confessato delitti dei quali nessuno li sospettava, hanno sempre negato Bologna? E come mai la stessa cosa hanno sempre detto i capi delle Brigate Rosse, Moretti, Curcio, Franceschini, dichiarando che il mondo eversivo italiano, rosso e nero, fu estraneo? Assassini confessi che coprono la mano di altri assassini è una tesi che richiede prove serie. Nessuna è mai stata portata. Quinto: perché Francesco Cossiga, da presidente della Repubblica, in un’intervista al Corriere della Sera dell’8 luglio 2008, dichiarò che «la strage di Bologna fu un incidente accaduto agli amici della resistenza palestinese, autorizzati dal lodo Moro a fare in Italia quel che volevano, che si fecero saltare colpevolmente»? Cossiga era ministro dell’Interno all’epoca dei fatti. Sapeva. Lo sostenne anche il colonnello Stefano Giovannone del Sismi, che a Beirut trattava proprio quel lodo. E se lo dice chi trattava, qualcosa vorrà dire. Ma no: strage fascista deve essere, e strage fascista ufficialmente è, anche se ormai la versione è caduta nel ridicolo. La lista degli attentati palestinesi in Italia va conosciuta. Il 17 dicembre 1973, Fiumicino: commando di Settembre Nero contro il Boeing Pan Am con bombe al fosforo. Trentaquattro morti. È il preludio del lodo Moro, stipulato dal governo attraverso il colonnello Giovannone del Sid: libertà di transito e appoggio logistico ai gruppi palestinesi in cambio dell’impegno a non colpire l’Italia. Novembre 1979, Ortona: la scoperta di due lanciamissili Strela porta all’arresto del palestinese Abu Anzeh Saleh. Il PFLP di Habbash chiede la restituzione delle armi. L’Italia tentenna. Giovannone spedisce cablogrammi allarmati: senza il rispetto del lodo, arriveranno attentati. Bologna, 10.25 del 2 agosto 1980. Coincidenza? Il 7 ottobre 1985: sequestro dell’Achille Lauro, con l’invalido Leon Klinghoffer buttato in mare sulla sedia a rotelle. Il 27 dicembre 1985, di nuovo Fiumicino, commando di Abu Nidal: sedici morti. Un decennio di stragi palestinesi sul suolo italiano. Ma quella nel mezzo, Bologna, sarebbe un’anomalia neofascista. Il generale Piero Laporta, nel volume Raffiche di bugie a via Fani (2023), documenta che Moro non era nella Fiat 130 attaccata il 16 marzo 1978. L’autopsia — occultata a otto corti d’assise e a quattro commissioni parlamentari — mostra quattro costole fratturate e vasto edema cerebrale, incompatibili con la prigionia in via Montalcini. Moro fu torturato altrove, mentre in via Fani si sparava a un uomo già prelevato. Laporta documenta la presenza operativa, in via Fani, di elementi legati al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che forniva armi ed esplosivi alle BR e che nel lodo Moro era il vero interlocutore. Le stesse reti operative ricompaiono a Bologna trenta mesi dopo. Non è un caso: è un sistema. Noi cafoni bifolchi siamo perplessi. A quale scopo prendere per i fondelli gli italiani per quarantasei anni consecutivi? È possibile continuare a fare politica con menzogne enormi e gravi come queste, sul sangue di ottantacinque morti, ottantasei, se solo si volesse cercare, e su una storia che negli archivi di Beirut, Damasco, Sofia e del Sismi è già scritta? Lo chiedo al Presidente della Repubblica, custode della Costituzione e quindi protettore del popolo italiano. Lo chiedo a Lei, Presidente, che dovrebbe essere il presidente di tutti gli italiani e non solo della sua parte politica. Perché non si vuole la verità? A chi fa paura ammettere che la matrice della strage più grave del dopoguerra italiano non era neofascista ma palestinese, che il lodo Moro esisteva, che l’Italia pagò un prezzo di sangue per una politica estera scritta al di fuori del Parlamento, e che la classe politica di allora, democristiana e comunista, entrambe, sapeva e taceva? Anche il silenzio del Colle, oggi, davanti a queste domande, è una risposta. Aggiungo anche il ricordo di un’altra strage, Ustica. Il 27 giugno 1980, alle 20.59, il DC-9 Itavia I-TIGI precipita nel Tirreno tra Ponza e Ustica. Ottantuno morti. La versione ufficiale, abbattimento durante uno scontro aereo NATO-Libia, regge da quarant’anni. Ma esiste un appunto del Sismi datato 14 aprile 1980, classificato «segretissimo» e desecretato solo di recente, in cui il colonnello Stefano Giovannone, capocentro a Beirut, avverte Roma: elementi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di Habbash hanno preso contatto con Carlos lo Sciacallo, che si trova in città; è imminente «un’iniziativa contro l’Italia», ritorsione per il mancato rispetto del lodo Moro dopo il sequestro di due missili Strela a Ortona. L’operazione, precisa il documento, sarà «affidata ad elementi autonomi o europei» per non compromettere Arafat. Settantaquattro giorni dopo, Ustica. Centodieci giorni dopo, Bologna. Due stragi, un’unica finestra di allarme. La coincidenza temporale non prova nulla. Ma il fatto che nessuna inchiesta abbia mai davvero interrogato quella pista dice tutto sulla verità che in Italia non si vuole trovare. Perché amiamo tanto i Palestinesi. Noi non abbiamo mai torto un capello ai palestinesi, non siamo nemmeno confinanti. Sono venuti sulla nostra terra a insanguinarla. Ridevano felici mentre sparavano addosso ai poliziotti a Fiumicino, ai bambini ebrei a Roma. Municipi commettono il gesto mostruoso di appendere la loro bandiera, persino l’Ordine dei Medici di Torino ha profanato i suoi iscritti con questo gesto. Innumerevoli insegnanti hanno profanato le loro classi appendendo la bandiera dei massacratori del 7 ottobre e insegnando agli studenti una nuova versione dell’odio antisemita. C’è una sola risposta: i palestinesi permettono di risuscitare l’odio antisemita.







