il martitio dei cristiani massacrati
Vediamo se ho capito il tariffario. Un contadino cristiano del Benue viene fatto a pezzi nel sonno insieme a quarantasei vicini di casa: zero secondi di telegiornale, zero fiaccolate, zero minuti di silenzio negli stadi, zero cattedrali illuminate. Un signore che ha pagato ottomila euro a un’agenzia di viaggi criminale per farsi imbarcare volontariamente su un gommone, e che a quel gommone si è consegnato sapendo esattamente cosa faceva, produce editoriali, dirette, appelli, sindaci commossi e vescovi in lacrime. Il morto ha un prezzo, e non è quello della vita: è quello del racconto. Il cristiano ammazzato non paga la quota associativa, quindi non esiste. Facciamo l’elenco. Niger, Tillabéri, 15 settembre 2025: ventidue persone ammazzate durante un battesimo. Nigeria, Eruku, 18 novembre: la polizia dice due morti, i locali cinque e trenta rapiti. Papiri, 21 novembre, scuola cattolica di Santa Maria: prima cifra duecentoquindici bambini rapiti, poi corretta in trecentotré studenti e dodici insegnanti, perché quando si conta con calma i bambini aumentano sempre. Natale, Sudan, Julud: un drone sulla processione, undici morti. Kaduna, 18 gennaio: centosettantacinque fedeli portati via da tre chiese durante la messa, la polizia nega per due giorni e i militari respingono gli osservatori che vogliono verificare. Domenica delle Palme, Jos: uomini in motocicletta, e le cifre ballano fra venti e quaranta perché nessuno è andato a contarli. Pasqua, Ariko: cinque morti per l’esercito, sette per i cristiani. Naridon, 26 luglio: trenta ammazzati, e il vescovo Kundi deve pure smentire la versione ufficiale del pittoresco «conflitto per i confini dei pascoli». Diocesi di Wukari: cento morti, novantottomila sfollati, duecentodiciassette chiese distrutte. Congo, Bafwakoa, primo aprile: quarantatré. Ituri, da gennaio: almeno ottocentosettantanove civili. Nord Kivu, febbraio: settanta decapitati in un villaggio cristiano di cui nessuno è riuscito a stabilire il nome, perché settanta teste tagliate valgono meno di una nota a piè di pagina. Burkina Faso, Kokoana: ventuno con il loro pastore. Etiopia: trenta ortodossi a febbraio, trentasette a giugno. Birmania: trecentosettantanove luoghi di culto distrutti in un anno, con più di duecentocinquanta persone dentro. Pakistan, Mastung: Ayush Michael, ventun anni, e Dominic Laazar, ventiquattro, uccisi mentre giocavano a cricket. Totale ufficiale: quattromilaottocentoquarantanove cristiani uccisi in un anno di rilevazione, il novantatré per cento nell’Africa subsahariana, tremilaquattrocentonovanta soltanto in Nigeria. E la nota metodologica, che nessuno legge, dice che quel numero va inteso come «cifra minima», perché la maggior parte degli episodi, soprattutto quelli dove c’è una vittima sola, oa anche più di una ma nessun pubblico, non viene nemmeno segnalata. Cifra minima, dice. Cioè: non lo sappiamo, e non lo sapremo, perché non ci sono le troupe. La troupe è altrove, e sappiamo dove. Nel 2025 i telegiornali italiani hanno prodotto duemiladuecentotrentanove notizie sull’immigrazione, il ventiquattro per cento in più dell’anno prima; il diciotto per cento della categoria era dedicato ai centri in Albania; e il sette per cento dei servizi dà la parola a un migrante, il che dice quanto quel dolore interessi davvero e quanto serva come fondale. Provate a cercare, nello stesso anno, quante notizie sui duecentodiciassette luoghi di culto rasi al suolo nella sola diocesi di Wukari. Ma non fatelo, che poi vi passa la voglia. E adesso il capitolo che manda in bestia il ceto compassionevole: i prezzi. Perché la traversata è un servizio a pagamento, con un listino. Libia-Italia, 2025: da mille a quattromila euro secondo la qualità del mezzo. Tunisia: novecento. Turchia in nave: fino a seimila. Pakistan: ottomila. Bangladesh-Italia: circa undicimila euro, con la prima tranche di seimila consegnata in contanti a Dacca. Rotta balcanica, famiglia di quattro dalla Turchia: fra quindici e ventimila euro. Esiste anche il rincaro di classe, e questo dovrebbe far riflettere chi parla di disperati: mille dollari il posto in stiva, duemilacinquecento e oltre il posto in coperta, cioè il posto in cui non muori. Chi ha ottomila euro non è l’ultimo del suo villaggio: è quello che può comprarsi il biglietto e lasciare indietro gli altri. Un contadino nigeriano bruciato in casa non ha ottomila euro. Non ha nemmeno i soldi per la barca. Per questo di lui non parla nessuno: non è mai arrivato. Se è cristiano ha fatto il tentativo di arrivare, ma è stato assassinato sulla barca, nell’indifferenza generale mentre la signora Boldrini cinguettava che di certo non di fanno discussioni teologiche sui barconi (2015). Poi c’è il ciclo del denaro, che è la parte che nessuno vuole vedere scritta in fila. Da un lato il fatturato dei trafficanti, e qui le stime litigano di un ordine di grandezza: fra tre e sei miliardi di euro secondo Europol, fra duecentonovanta e trecentosettanta milioni di dollari per tutto il Mediterraneo centrale nel 2023 secondo l’Unodc. Non è la stessa cosa. Dall’altro lato il denaro pubblico. La missione di bilancio italiana sull’immigrazione vale tremilacentottantadue milioni di euro nel 2026. A metà ottobre 2025 erano in accoglienza centoquarantaduemilanovecentosettanta persone. I famosi trentacinque euro al giorno non li prende il migrante: sono la base d’asta di una gara al massimo ribasso che finisce agli enti gestori; al migrante arrivano due euro e cinquanta al giorno, cifra ferma dal 2018; il costo reale di un posto, secondo le tabelle ministeriali del 2025, è venticinque euro e sessanta. Per un minore non accompagnato si arriva a cento euro al giorno. Il parastato non può rinunciare a tutta questa torta. E poi il monumento: l’Albania. Costo complessivo stimato fra seicentocinquantatré e seicentottanta milioni di euro, su cui le fonti non si accordano. Risultato al 2026: seicentottantacinque persone trasferite, centouno rimpatriate, trecentosettantanove liberate perché il trattenimento non è stato convalidato. Fanno circa quattrocentonovantacinquemila euro per rimpatriato, oltre un milione contando le costruzioni. La gestione dei centri vale trenta milioni, le navi novantacinque, e le trasferte dei funzionari duecentocinquantadue milioni in cinque anni, cioè centotrentottomila euro al giorno. Allestire un posto in Albania è costato oltre centocinquantatremila euro; a Porto Empedocle ventunomila. Aggiungiamoci il fondo europeo Fami, che porta all’Italia settecentosettanta milioni comunitari più settecentocinquantadue nazionali, e i settecentottantacinque milioni spesi in Libia fra il 2017 e il 2020 per riportare indietro cinquantamila persone, e i trecento milioni versati alla Tunisia nel solo 2023. Nessuno di questi euro è arrivato in Benue. Nessuno. Adesso la parte onesta, che serve a non farsi smontare in un paragrafo, e che scrivo malvolentieri perché mi tocca essere precisa mentre sono furiosa. Primo: gli immigrati regolari, quelli che nessuno bombarda di telecamere perché lavorano, portano un saldo positivo ai conti pubblici, più uno virgola due miliardi secondo la Fondazione Leone Moressa e più quattro virgola sei secondo l’Idos, sugli stessi dati del 2023: stesso segno, grandezza quattro volte diversa, il che dice quanto siano solidi entrambi. L’Inps conta quasi quattro milioni di lavoratori stranieri contro trecentosettantottomila pensionati, cioè dieci a uno, ma è un vantaggio demografico a scadenza, non un miracolo. Secondo: nel Mediterraneo si muore davvero, settemilanovecentoquattro persone nel 2025, oltre ottantamila dal 2014, e nel 2026 gli arrivi calano del quarantasei per cento mentre i morti aumentano del centoundici. Terzo, e questo lo dico contro la mia parte: la cifra dei settemila cristiani uccisi diffusa da un’associazione nigeriana, ricontata sui suoi stessi resoconti, si è ridotta a circa tremila, e in metà dei casi la notizia originale non diceva nemmeno la religione delle vittime; i «trecentocinquanta bruciati vivi» di Tegina sono falsi, i morti accertati sono diciotto. I nostri morti non hanno bisogno di essere moltiplicati. Hanno bisogno di essere contati. Ed è qui che il conto torna, in tutta la sua eleganza contabile. Miliardi per un dolore fotografabile, che si svolge a nove miglia dalla costa e davanti a un obiettivo. Zero per un dolore che si svolge a mille chilometri dall’ultima strada asfaltata e riguarda gente che non ha pagato il biglietto per essere compianta. E allora non chiamatela solidarietà. È un mercato, e come tutti i mercati ha un listino: la vita di chi arriva vale una diretta, la vita di chi resta non vale nemmeno una riga. Il segreto dei cristiani massacrati non è custodito in Nigeria, ma nelle nostre redazioni, nei palazi del potere e anche in quelli ecclesiastici.








