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Ustica: Giovanardi querelato per aver detto  la verità

By Silvana De Mari
23 Ottobre 2026
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Carlo Giovanardi è stato querelato per aver detto  la verità. Almeno parlerà con un magistrato di Ustica, è la prima volta.

Il 22 ottobre, un giudice di Bologna ha ascoltato  Carlo Giovanardi per decidere se debba essere processato per diffamazione. La sua colpa è avere detto che Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione parenti delle vittime della strage di Ustica, è «bugiarda». Lo ha detto in un’intervista a BolognaToday, spiegando punto per punto perché la favola della battaglia aerea sui cieli del Tirreno è una menzogna. Il pubblico ministero di Bologna ha chiesto l’archiviazione: dalla lettura dell’intervista, ha scritto, non emerge alcun contenuto diffamatorio, perché Giovanardi ha motivato in modo articolato le ragioni per cui ritiene mendace la ricostruzione della sua avversaria. Bonfietti si è opposta. Gli avvocati di Giovanardi, Ugo Biagianti e Gregorio Equizi, hanno depositato una memoria di ventisette pagine. La domanda che pongono è semplice: in Italia si può ancora dire che una tesi è falsa, citando perizie e sentenze, senza finire davanti a un giudice?

Ricordiamo i fatti. Il 27 giugno 1980 il DC9 dell’Itavia, partito da Bologna e diretto a Palermo con quasi due ore di ritardo, si spezza in volo e cade in mare vicino a Ustica. Muoiono ottantuno persone, fra cui tredici bambini. Da quella sera l’Italia si è raccontata una storia: caccia stranieri, un Mig libico, un missile francese o americano, una guerra segreta in tempo di pace, un generale depistaggio. Ogni anno una versione nuova. Giovanardi ne ha contate più di trenta, una diversa dalle altre. L’ultima, rilanciata in televisione, dà la colpa agli israeliani. Una verità che cambia colpevole ogni stagione non è una verità: è un romanzo. Nel settembre 2023 Giuliano Amato ha raccontato a Repubblica che il DC9 fu abbattuto da un missile francese destinato a Gheddafi, avvertito in tempo da Craxi. Titoli in tutto il mondo. Pochi giorni dopo lo stesso Amato ha precisato di non avere «alcuna verità da offrire» e di aver voluto soltanto «lanciare una sfida». Il ministero degli Esteri francese ha risposto di aver fornito ogni elemento in suo possesso ogni volta che gli era stato chiesto. Un ex presidente del Consiglio ha accusato un Paese alleato di strage senza portare una sola prova, e nessuno lo ha querelato. Contro il romanzo ci sono i fatti. Il relitto è stato ripescato dal fondo del mare e ricostruito. Il giudice istruttore Rosario Priore affidò l’analisi a un collegio internazionale di undici periti presieduto da Aurelio Misiti, preside di Ingegneria alla Sapienza: italiani, inglesi, svedesi, tedeschi. Fra loro Frank Taylor, l’uomo che aveva indagato su Lockerbie, il Jumbo della Pan Am fatto esplodere in volo nel 1988 da una bomba libica. Lavorarono quattro anni. Nel luglio 1994 consegnarono la loro relazione: l’aereo era stato distrutto dalla detonazione di una carica esplosiva nella toilette posteriore. Nessuna traccia di missile sulle pareti esterne. Nessuna scheggia, nessun foro d’ingresso, nessun segno di un ordigno arrivato da fuori. Le deformazioni del lavello, della porta, delle paratie, del motore destro raccontavano una forza che andava dall’interno verso l’esterno. Nove periti su undici scrissero che la bomba era l’unica causa possibile; gli altri due la giudicarono tecnicamente sostenibile, e nessuno degli undici firmò per il missile. Taylor lo ha ripetuto per anni: è un mistero perché la magistratura non abbia seguito le conclusioni logiche del nostro lavoro, e perché nessuno in Italia abbia mai cercato di capire chi ha messo quella bomba. E i radar? La stessa perizia scrive che non esiste evidenza radar di un altro aereo nella fase finale del volo. Nessun caccia nascosto nella scia del DC9, nessuna battaglia. Gli echi che hanno alimentato quarant’anni di articoli erano lontani dal punto della caduta o spiegabili come disturbi. Poi c’è il processo penale, quello vero, con le prove esaminate in contraddittorio. I generali dell’Aeronautica furono accusati di aver nascosto al governo quanto sapevano su quella notte. Il 15 dicembre 2005 la Corte d’Assise d’Appello di Roma li assolse perché il fatto non sussiste. Il 10 gennaio 2007 la Cassazione rese definitiva l’assoluzione. Se non c’era nulla da nascondere, non c’era nessuna battaglia da nascondere. Per anni uomini in divisa sono stati trattati da complici di una strage, e alla fine lo Stato ha dovuto riconoscere che erano innocenti. Nessuno ha mai chiesto loro scusa, neanche uno. I sostenitori del missile oppongono le sentenze civili, quelle che hanno condannato i ministeri a risarcire i familiari e l’Itavia. Ma un processo civile non accerta la verità oltre ogni ragionevole dubbio: decide che cosa è «più probabile che non», e vale solo fra le parti. Giovanardi ha spiegato più volte che in quella causa la tesi della bomba non è stata nemmeno discussa a fondo, perché l’Avvocatura dello Stato, che la sosteneva, si era costituita in ritardo ed era stata estromessa. Una sentenza che pesa una sola tesi non può smentire quattro anni di lavoro sul relitto. Eppure su quella probabilità lo Stato è stato condannato a pagare: la Corte d’Appello di Roma ha liquidato all’Itavia 265 milioni di euro. Denaro pubblico, versato per un missile che nessuno ha mai trovato. C’è infine la prova più eloquente di tutte. La procura di Roma indaga dal 2008 contro ignoti, dopo che Francesco Cossiga accusò la Francia. Diciotto anni. Nel marzo 2025 ha chiesto l’archiviazione perché non era riuscita a identificare né un aereo, né un pilota, né una nazione. Diciotto anni di ricerche per trovare un caccia che nessuno ha mai visto. Oggi l’indagine è stata riaperta. Si vedrà, ma chi parla di verità accertata sulla battaglia aerea dovrebbe spiegare come si accerta un abbattimento di cui non si conosce l’aereo che lo avrebbe compiuto. Se fu una bomba, chi la mise? È la domanda che il romanzo del missile ha sempre impedito di fare. Giovanardi la fa da anni, e indica il contesto: il terrorismo palestinese che in Italia aveva già colpito, a Fiumicino nel 1973, e che avrebbe colpito ancora nel 1985; il lodo Moro, l’intesa segreta con cui lo Stato italiano lasciava muovere i gruppi palestinesi in cambio della promessa di risparmiarci; le tensioni con la Libia. L’ammiraglio Fulvio Martini, già capo del Sismi, il servizio segreto militare, sosteneva l’esplosione nella coda e respingeva la battaglia aerea. Chi sostiene la bomba osserva anche che un ordigno a tempo, regolato per esplodere a terra a Palermo, con due ore di ritardo sarebbe esploso proprio in volo. Gli esecutori restano da trovare. È una ragione in più per cercarli, non per guardare altrove. Lo chiede anche un’altra associazione di familiari delle vittime, quella per la verità su Ustica, che nel 2022 ha presentato un esposto perché si indagasse finalmente sulla bomba. Esistono dunque familiari delle vittime che la pensano come Giovanardi. Anche loro sono bugiardi? Anche loro andrebbero querelati? Qui sta il cuore della querela. Daria Bonfietti ha passato la vita a sostenere la battaglia aerea, e ha definito le iniziative di Giovanardi un’operazione contro la verità fondata su argomentazioni false. Se lei può dire che lui diffonde falsità, lui può rispondere che lei dice il falso. Il diritto di critica non è un privilegio di una sola parte. Non può esistere una tesi protetta dal codice penale, mentre chi la contesta rischia la condanna. Il giudice di domani non deve stabilire chi abbia ragione su Ustica: deve stabilire se in Italia è ancora lecito dissentire. Se Giovanardi venisse processato, il messaggio sarebbe chiarissimo: su Ustica esiste una verità di Stato, e chi la tocca paga. Ottantuno persone sono morte quella sera. Meritano la verità, non un dogma. E la verità non ha mai avuto paura delle domande. Ha paura solo chi sa che la propria versione non regge. Chi querela un uomo per avere citato perizie e sentenze non sta difendendo la memoria delle vittime: sta cercando di chiudere la bocca a chi non si rassegna. Io sto con Giovanardi, senza se e senza ma.

 

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Nell’ora dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario. (G. Orwell)

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