Non fare di ogni erba un fascio


“Fare di ogni erba un fascio” significa cancellare le differenze e chiamare tutto con lo stesso nome. Il “non fare di ogni erba un fascio”, invece, raccomanda il contrario: fingere che una serie di passaggi non abbiano alcun legame fra loro. Dalla contraccezione intesa come rifiuto radicale della fertilità, alla pillola del giorno dopo, all’aborto, fino alla teorizzazione dell’”aborto post-natale”, il principio comune può diventare uno solo: il figlio ha diritto alla vita solo se è voluto, non in quanto creatura umana: la sua morte può essere atroce nell’indifferenza generale. L’aborto non è un destino inevitabile per ogni persona che usi contraccettivi; è però una deriva logica possibile quando la vita dipendente viene valutata soltanto in base al desiderio dell’adulto. Il caso di Lindsay Clancy è paradigmatico. Clancy è sotto processo in Massachusetts per aver assassinato i suoi bimbi, Cora, 5 anni, Dawson, 3, e Callan, 8 mesi, uccisi il 24 gennaio 2023: non contesta i fatti, ma si dichiara non colpevole per infermità mentale, sostenendo una psicosi post-partum. Se il parto causa psicosi che dura anni e che porta a uccidere i propri bambini, le donne siano dichiarate non in grado di intendere e di volere per motivi ormonali. L’accusa sostiene invece che abbia agito in modo intenzionale e razionale. Una raccolta fondi destinata ai suoi genitori ha superato gli 800.000 dollari: un gesto che giustifica l’uccisione dei bambini. I tre bambini non avevano diritto di vivere se la loro madre non li voleva: si tratta di aborto post natale, l’evoluzione ovvia del diritto di aborto. In Italia la legge 194 consente l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni nelle condizioni previste dalla legge e disciplina anche i casi successivi. L’intervento viene praticato nelle strutture del Servizio sanitario nazionale o convenzionate a spese di tutti. L’uccisione del bimbo è interamente a spese della comunità come gratis è levare un cancro. Il piccolo è equiparato ad un cancro. La socializzazione del costo dell’uccisione del bimbo non è meno scandalosa dell’uccisione. In Germania, nel caso ordinario regolato dalla procedura di consulenza, l’intervento è normalmente pagato dalla donna, mentre lo Stato interviene in determinate condizioni economiche: il costo indicato dalle fonti ufficiali tedesche è generalmente fra 380 e 900 euro. In Austria l’interruzione senza necessità medica è normalmente pagata privatamente, pur esistendo eccezioni per donne in difficoltà economica. La fesseria che se si mette l’aborto a pagamento le donne si faranno massacrare da mammane con ferri non sterili è idiota: la potremmo archiviare? Anche ammettendo che l’aborto debba rimanere legale, perché dovrebbe necessariamente essere pagato da tutti? Il rapporto sessuale tra un uomo e una donna è l’atto dal quale biologicamente può nascere un essere umano. La biologia resta lì, tetragona e scarsamente impressionata dalle nostre ideologie. Un adulto dovrebbe saperlo. Perciò la libertà sessuale non può essere trasformata magicamente in manleva dalle conseguenze delle proprie azioni. Naturalmente esistono stupro, coercizione, patologie gravissime, situazioni disperate che meritano una discussione specifica, ma trasformare i casi estremi nell’unico paradigma con cui discutere l’aborto significa evitare la questione centrale: che cosa significa responsabilità quando il concepimento segue un rapporto consenziente? Se due adulti scelgono liberamente un comportamento dal quale può nascere una terza vita, quella terza vita non diventa moralmente inesistente soltanto perché era indesiderata. Alla donna viene giustamente riconosciuta piena capacità morale, professionale, intellettuale e politica. Poi però, davanti alla gravidanza indesiderata, una parte della cultura contemporanea sembra improvvisamente descriverla come una creatura priva di qualsiasi responsabilità rispetto alle proprie scelte, vittima permanente e dolente. La deresponsabilizzazione dovrebbe valere simmetricamente: perché un padre non potrebbe dichiarare «non volevo questo bambino, e non amo più la mia ex, dunque non voglio mantenerli semplicemente perché non ne ho voglia»? La risposta è evidente: perché abbiamo deciso, correttamente, che generare un figlio comporta responsabilità verso quel figlio. E allora perché quella responsabilità dovrebbe essere potentissima dopo la nascita e diventare improvvisamente irrilevante prima di essa? Con il procedere della gravidanza la contraddizione diventa ancora più visibile. La vitalità fetale dipende dall’età gestazionale e dalle capacità della terapia intensiva neonatale. Le fonti collocano generalmente la sopravvivenza extrauterina nell’area delle 24-26 settimane. L’aborto tardivo uccide un bimbo che fuori dall’utero di sua madre sarebbe vitale, ma la madre lo vuole morto. Dove collochiamo il confine, e perché proprio lì? Perché le dighe morali hanno questo difetto: quando il principio su cui poggiano viene cancellato, diventa sempre più difficile spiegare dove debba essere costruita la diga successiva. Il cosiddetto “filosofo” Peter Singer ha realmente sostenuto che l’uccisione di un neonato non possieda necessariamente lo stesso valore morale dell’uccisione di una “persona”, difendendo in circostanze particolari – quali per esempio spina bifida, emofilia, sindrome di Down – la possibilità di provocarne attivamente la morte. La vita di persone con queste patologie, soprattutto se ben curata, con cure che cominciano anche prima della nascita (medicina e chirurgia prenatale), può essere ricca e magnifica. L’aborto eugenetico, vezzosamente chiamato “terapeutico”, cancella le terapie prenatali e sacrifica anche bambini sani con diagnosi errate. Il medico ex abortista Bernard N. Nathanson (1926-2011), nel suo libro “La mano di Dio”, spiega un concetto ovvio: i medici che praticano aborti sviluppano indifferenza o addirittura sadismo nei confronti del feto, diventando molto poco affidabili nel seguire gravidanze, e consigliano l’aborto per qualsiasi malformazione reale o immaginaria. Cristo ci ha parlato del bambino abortito: Matteo 25:40, nel discorso del giudizio finale: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Cristo muore smembrato ogni giorno nelle sale operatorie delle cliniche ginecologiche, quelle sale che dovrebbero vedere solo la nascita dei bambini. La tragedia dell’aborto non è soltanto la morte di un essere umano, ma l’abitudine collettiva a non vederlo. Prima scompare dalle parole, poi dalle immagini, poi dal ragionamento morale. Se una donna avesse metodicamente ucciso tre cuccioli invece dei propri figli, quasi tutte le persone che oggi ne raccolgono le difese starebbero chiedendo la sua condanna esemplare. Eppure, davanti a madri che uccidono i propri bambini già nati, si sono viste raccolte di solidarietà e narrazioni che trasformano la colpevole in vittima di un patriarcato astratto anziché riconoscere una tragedia da trattare con rigore clinico e giudiziario senza assoluzione ideologica. C’è un solo modo per descrivere l’esaltazione pubblica della soppressione del più debole, quando diventa vessillo identitario anziché lutto: è la negazione radicale di ogni gerarchia morale che distingua il bene dal male. Guardare con approvazione a chi firma leggi che ampliano oltre ogni limite ragionevole il diritto di sopprimere una vita capace di sopravvivere fuori dal corpo materno non è progresso: è l’ennesima riprova che, quando si toglie il fondamento, ogni confine diventa arbitrario, e l’ultimo a cadere è sempre il più fragile. Ogni donna che uccide il proprio bimbo nel proprio ventre invece di proteggerlo, uccide tutta l’umanità. L’aborto diminuisce ognuno di noi. È il più vigliacco degli omicidi. La collera del Signore degli Eserciti si è abbattuta su di noi e ci ha spaccato il cuore. La mancanza di bambini è una delle cause dell’aumento della depressione, del calo demografico dell’ingresso di orde migratorie aggressive e non integrabili. «I bambini rompono i coglioni. Tutti i bambini. Non è vero quel che dicono, che i figli sono maleducati per colpa dei genitori; prima o poi un bambino anche educatissimo piangerà, si lamenterà, disturberà, sconvolgerà il vagone del treno su cui viaggio, prenderà a calci il sedile su cui sono seduta in aereo», affermò Michela Murgia in un’intervista nel 2023. Non è una provocazione: è il prodotto di una mente deforme, figlia di un civiltà mentalmente deforme.




