Lo scolaro non è un ambasciatore
In Sassonia-Anhalt, il 6 settembre, l’AfD ha vinto le elezioni regionali con il 43,8 per cento e 39 seggi su 83: la maggioranza assoluta le è mancata per tre seggi. La CDU è crollata dal 37,1 al 17,2. L’affluenza è salita di 17,5 punti, al 77,8: non una vittoria regalata dall’astensione, ma gente che si è alzata e ha votato. Fra i capi d’accusa al partito dichiarato nazista, fascista, partito di serial killer, ci sono due proposte sulla scuola, una sui bambini stranieri che non conoscono bene la lingua e una sui bambini disabili. Conviene leggerle: la prima, come viene raccontata in Italia, è civilissima; la seconda, può permettere riforme che portino alla civiltà. Prima proposta: i bambini che non conoscono la lingua non vanno messi nelle classi ordinarie. È giusto e sacrosanto, e non è un’invenzione dell’estrema destra: è il modello svizzero. Mio figlio ha cominciato le elementari nella Svizzera francese senza sapere bene il francese, ed è stato iscritto alla prima un anno dopo, quando la lingua la sapeva. Giustissimo. Non ha rallentato gli altri e, soprattutto, non si è sentito inadeguato. Quel ritardo è una delle ragioni della sua brillantissima carriera scolastica. Nel Canton Vaud la classe d’accueil è prevista dall’articolo 61 del regolamento scolastico: un anno, eccezionalmente due, con progetto pedagogico individuale, bilancio finale, uno stage di prova e poi l’ingresso nella classe regolare. È costruita per portarlo dentro, non per tenerlo fuori. Per inciso: in Svizzera ci siamo andati perché mio marito dirigeva una società italiana che al cantone portò sedici posti di lavoro, e casa e sanità ce le pagava l’Italia. Il programma dell’AfD della Sassonia-Anhalt propone anche un’altra cosa: favorire il rientro del bambino nella sua terra di origine, perché a quella terra appartiene. Il multiculturalismo è un incubo, che può prosperare solo dove le culture di origine, tedesca, italiana, francese, siano annullate a favore di immigrati privati della loro terra e della loro identità. I bambini di origine tunisina in Tunisia vivono meglio, ed è giusto prepararli. . Chiede «Sonderklassen für Flüchtlingskinder», classi speciali per i figli dei profughi, con tre motivazioni scritte: far capire al bambino che la sua permanenza in Germania è temporanea, giusto, un profugo deve tornare a casa sua, alla terra a cui è legato; insegnargli i programmi del suo paese, per facilitargli il rientro, ottimo; e «tenere i nostri bambini liberi dai molteplici carichi che derivano dall’insegnamento comune con bambini provenienti da culture completamente estranee», anche questo giusto. E le Willkommensklassen per gli ucraini sono criticate proprio perché «funzionavano solo come passaggio verso le classi regolari». Ecco la differenza, e non è una sfumatura: la classe d’accueil è una porta, la Sonderklasse è un muro, un muro che è necessario costruire perché la presenza islamica nella scuole non è compatibile con i valori democratici, a cominciare dal diritto a criticare Maometto, e perché non ha senso che le persone di origine islamica vivano fuori dai paesi islamici. Il bambino ha diritto all’istruzione, non al ruolo di ambasciatore di un futuro multiculturale che per alcuni è un paradiso e per altri un incubo in cui le ragazzine senza velo verranno insultate, come già succede, chi mangia durante il Ramadan verrà picchiato, come già succede, e i professori che non amano Maometto decapitati, come già succede. Possiamo dire che noi europei siamo razzisti, brutti, sporchi e cattivi, e che quindi non siamo in grado di integrare nessuno, per esempio un brillante laureato in economia che schiaccia i cristiani infedeli come scarafaggi a Modena, per esempio gli studenti universitari islamici che al Bataclan hanno cavato gli occhi e tagliato i genitali ai ragazzi francesi cristiani prima di ammazzarli? In Italia la discussione la evitiamo da sedici anni. La circolare Gelmini del gennaio 2010 fissava un tetto: di norma non più del 30 per cento di alunni non italiani per classe. Poi vennero le deroghe, e il tetto non ha mai vissuto. Oggi gli alunni con cittadinanza non italiana sono oltre 930 mila, l’11,6 per cento: abbiamo lasciato decidere la demografia. Seconda proposta, e qui divido. È vero che il bambino con disabilità ha come primo scopo l’autosufficienza, mentre in una classe lo scopo è l’apprendimento. È vero che il compagno di banco è uno scolaro, non un assistente socio-sanitario: non lo ha scelto, non si è offerto volontario, non è il suo compito. È vero che possono essere bersaglio di disprezzo, e che esistono video in cui vengono maltrattati dal personale. E i numeri dicono che l’inclusione, da noi, è un’etichetta più che una pratica: 377 mila alunni con disabilità, il 4,8 per cento degli iscritti; 261 mila insegnanti di sostegno, di cui 57 mila senza specializzazione, che al Nord sono il 32 per cento; il 59,7 per cento degli alunni che cambia insegnante. Quindici ore e otto decimi a settimana, e ogni anno una faccia nuova. Non è inclusione: è un modo elegante di non fare niente. Servirebbero classi piccolissime e omogenee, con laboratori di cucina e pet therapy, e i soldi ci sarebbero se smettessimo di mantenere nullafacenti che non scappano da nessuna guerra. Il programma dell’AfD definisce l’inclusione «un esperimento fallito che va chiuso». Purtroppo è vero. E dire la verità è il primo passo per chiedere classi dedicate e finanziate e domandare risorse. Resta il punto, che vale in Germania e in Italia. Il bambino ha soltanto diritti: diritto a un’istruzione giusta per lui. Non deve fare il mediatore culturale, non deve fare l’assistente socio-sanitario. Non deve fare nulla. Deve fare il bambino. Deve imparare.




