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		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2026 19:00:25 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_6791" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><img aria-describedby="caption-attachment-6791" class="size-medium wp-image-6791" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/05/condom-300x221.x55482.jpeg" alt="" width="300" height="221" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/05/condom-300x221.jpeg 300w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/05/condom-1024x754.jpeg 1024w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/05/condom-768x565.jpeg 768w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/05/condom-400x294.jpeg 400w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/05/condom-815x600.jpeg 815w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/05/condom.jpeg 1170w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><p id="caption-attachment-6791" class="wp-caption-text"><strong>Le parole hanno il valore con cui risuonano nella mente di chi ascolta.</strong><br />Sarebbe il caso di abolire il Ministero della Cultura. Potremmo liberarci di una serie di ministri che alternano mediocrità sempre presente a saltuarie storie pruriginose. Potremmo risparmiare i soldi spesi a sovvenzionare film inguardabili e difatti non guardati. Potremmo evitare di profanare Venezia e la sua irraggiungibile bellezza con quella infame boiata che è la Biennale, dove lo zuzzurellone di turno – questa volta è una tizia finlandese – viene a esporre degli escrementi. Potremmo finalmente abolire Festival della Letteratura di Mantova e Salone del libro di Torino, oramai capisaldi della sottocultura di sinistra, parco giochi di chi crede che ascoltare Saviano o vedere la Littizzetto in persona sia cultura. Secondo la lista pubblicata il 9 agosto 2024, in occasione del Book Lovers Day, la percentuale di lettori in Italia è risultata la terzultima in Europa: solo Romania e Cipro hanno fatto peggio di noi. Quindi, per avere pessimi risultati come questi, possiamo risparmiare i soldi di vari festival e fiere, inutili carrozzoni della sottocultura degli amichetti, e che siano inutili carrozzoni è dimostrato anche dal fatto che, in una nazione che spende (sperpera) fiumi di soldi in festival e saloni, una enorme percentuale di italiani, anche colti, non conosce Eugenio Corti, un gigante della letteratura. Eugenio Corti è stato uno dei grandi rimossi della letteratura del Novecento: troppo cattolico per i salotti culturali, troppo antimarxista per le antologie scolastiche, troppo libero per le liturgie editoriali dei festival e delle fiere del libro. Eppure il suo <em>Il cavallo rosso</em> resta uno dei romanzi più potenti del secolo scorso: il racconto epico e tragico della guerra, della ritirata di Russia che lui stesso visse da soldato, della fede e della distruzione dell’Europa. Corti fu anche partigiano, ma non piegò mai la sua memoria alla propaganda. Per questo è stato ignorato. E proprio per questo resta necessario ricordarlo. Non solo per <em>Il cavallo rosso</em>, ma per tutti gli altri suoi preziosissimi libri. In <em>Il Medioevo e altri racconti</em> ritorna l’idea di una civiltà cristiana come culmine storico e morale dell’Europa. Il Medioevo viene presentato come “paradigma realizzato della civiltà cristiana”, fondato sulla sintesi tra fede, cultura e ordine sociale. In questo libro, Eugenio Corti riassume la sua idea di Sionismo, parola che ora è diventata il più sanguinoso degli insulti, sanguinoso in senso stretto. La parola “sionista”, applicata alla vittima, permette di annullare la compassione per bambini bruciati vivi davanti agli occhi dei genitori, strangolati a mani nude, tolti ancora vivi dal ventre delle madri sventrate, come il premio Nobel per la Pace Yasser Arafat aveva promesso: “<em>noi li sgozzeremo tutti, sgozzeremo i feti nelle madri”.</em> Scrive Eugenio Corti che il più straordinario intervento della trascendenza nella storia nel secolo scorso è stato il ritorno del popolo di Israele in Palestina dopo 2000 anni di esilio. Evidenzia l’enorme componente soprannaturale che si è mescolata all’intreccio degli accadimenti naturali. “Promotore però di questa seconda grandiosa vicenda storica fu ed è Dio in persona che ha fatto e sta facendo tornare quel popolo nella terra da lui data con patto solenne ai suoi antichi patriarchi. Gli impegni di Dio sono, come sappiamo – e avverte San Paolo in Romani 11:29 – irrevocabili: si tratta in realtà di un’impresa così difficile con 1.300.000.000 islamici che vi si oppongono e che solo Dio la potrà completare”. Se Israele esiste e continua ad esistere non può che essere per volontà di Dio. Il concetto è ulteriormente ampiato nel libro <em>“Il fumo nel tempio”</em>. Ora l’antisemitismo è riesploso con tutta la sua ferocia, grazie al popolo palestinese che da decenni sacrifica ogni possibilità di pace e ricchezza per diventare il grimaldello dell’antisemitismo mondiale. I viaggi delle cosiddette flottiglie servono a rilanciare l’odio quando, come ora, grazie alla tregua ottenuta da Trump, rischia di spegnersi. Barchette piene di preservativi e caramelle, sono incredibilmente chiamate “missione umanitaria”. Gli israeliani hanno preso a ceffoni i flottiglianti, e questo sta diventando un caso. Esiste una categoria umana che confonde il coraggio con la provocazione, la libertà con l’arroganza, il diritto con il caos. Gente che sale su una nave diretta verso un blocco militare, in un Paese divorato dalla guerra, e pretende poi di essere trattata come una comitiva di turisti in gita scolastica. Si sbagliano di grosso. Perché quando ti avvicini al volto di un uomo scortato urlando slogan nemici, non stai esercitando un’opinione: stai sfidando l’apparato di sicurezza di uno Stato che vive sul filo della sopravvivenza. E chi protegge uno Stato assediato non ha il lusso della poesia né quello delle interpretazioni sociologiche. Reagisce. Punto. L’Occidente imbottito di sensi di colpa continua a credere che Israele debba chiedere il permesso persino per respirare. Ma Gerusalemme ha smesso da tempo di inginocchiarsi davanti ai tribunali morali dei salotti televisivi. Ha capito che non esiste gesto capace di convincere chi ha già scelto il pregiudizio come fede politica. Chi odia Israele continuerà a odiarlo, anche davanti all’evidenza. Trasformerà ogni video, ogni fermo, ogni spinta in una reliquia ideologica buona per i social e le piazze. E intanto questi rivoluzionari da weekend viaggiano protetti dai consolati occidentali che disprezzano, consumano risorse pubbliche, insultano cittadini, forzano confini e si stupiscono se qualcuno li butta a terra. Ma uno Stato non è un talk show. Non discute mentre viene provocato. Agisce. Difende. Colpisce se necessario. Per questo il gesto delle guardie del corpo e la durezza del ministro non appaiono come eccessi, ma come la risposta inevitabile di chi rifiuta di trasformare la sicurezza nazionale in una sceneggiata permanente. La flottiglia del martirio mediatico si è infranta contro una realtà semplice e brutale: esistono nazioni che non chiedono scusa per esistere, difendersi e voler sopravvivere. E in un’Europa che si dissolve nelle mozioni, nei distinguo e nelle lacrime di circostanza, qualcuno ha scelto la lingua secca dei fatti. Rapida, sgradevole, definitiva. Una lezione di gravità impartita senza retorica. Ben Gvir, per molti, incarna proprio questo: l’uomo che non arretra, che non si scusa, che considera la sicurezza più importante dell’applauso dei benpensanti. Ci sono due video che in Europa quasi nessuno ha visto. Uno è della soldatessa israeliana Noa Marciano, catturata il 7 ottobre dalle belve di Hamas, e uccisa da un medico palestinese con una embolia gassosa. La sua lunga agonia è stata registrata, e il video è stato inviato a suo padre. Quel video si è sommato agli altri che documentano le atrocità del 7 ottobre, incluso lo scempio di morti, feriti, bambini rapiti, trascinati a Gaza perché tutti potessero inveire su di loro e prenderli a calci. Il secondo video che in Europa non abbiamo visto è il video dei flottiglianti nelle stive delle navi israeliane prima di essere sbarcati. Cantavano, ballavano, ridevano e facevano le capriole. Credo che sarebbe stato meglio se gli israeliani, già l’estate scorsa, avessero lasciato perdere le sceneggiate con la gente inginocchiata, e avessero trattenuto quei fenomeni per un giusto processo ed una eventuale condanna con relativa detenzione per apologia di terrorismo, invece che rimandarci indietro, freschi come delle rose, gente come Greta Tumber, un “giornalista” che si è ritenuto insultato dalla inesistente parola ebraica “Bitini”, un’angosciata  signora cui era stata tolta  la crema solare e assortiti vari. Un’ultima cosa: in quanto cittadino italiano esigo di conoscere i risultati dell’autopsia di Vittorio Arrigoni, attivista che viveva a Gaza. Esattamente era attivista di cosa? E a Gaza viveva mantenuto da chi? Mi seccherebbe scoprire che, tra un ONG e l’altra, nel mantenimento di Vittorio Arrigoni in una situazione che è finita con la sua morte atroce, c’erano di mezzo anche le mie tasse. Di quella morte mi dispiace moltissimo, ma questo non m’impedisce di ricordare che Arrigoni ha insegnato al mondo che “<em>restare umani</em>” vuol dire desiderare lo sterminio di un altro popolo dal fiume al mare. In quanto cittadino italiano è mio diritto conoscere il referto dell’autopsia: quanto è stato seviziato . Tanto per chiarire ai croceristi l’esatto significato della parola <em>tortura</em>.</p></div>
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		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 04:48:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>È bello spillare dall’altrui botte. Poche cose sono grandiose come il farsi mantenere e lo spillare quattrini in cambio di niente. Crea nel mantenuto una folle idea di un suo qualche valore: se mi mantengono, dovrò valere qualche cosa! Quindi, visto che valgo, ora racconto anche le mie idee, così contraccambio il favore. In nome del popolo italiano, dichiaro che ne abbiamo abbastanza di sovvenzionare cosiddetti registi e attori incapaci di fare film, con incassi spesso insufficienti a coprire le spese di produzione, e che vorremmo almeno essere esonerati dall’ascoltare i loro penosi sermoni. Gli attori difficilmente hanno curriculum scolastici [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>È bello spillare dall’altrui botte.</p>
<p>Poche cose sono grandiose come il farsi mantenere e lo spillare quattrini in cambio di niente. Crea nel mantenuto una folle idea di un suo qualche valore: se mi mantengono, dovrò valere qualche cosa! Quindi, visto che valgo, ora racconto anche le mie idee, così contraccambio il favore. In nome del popolo italiano, dichiaro che ne abbiamo abbastanza di sovvenzionare cosiddetti registi e attori incapaci di fare film, con incassi spesso insufficienti a coprire le spese di produzione, e che vorremmo almeno essere esonerati dall’ascoltare i loro penosi sermoni. Gli attori difficilmente hanno curriculum scolastici che garantiscano una loro competenza e, anche quando di rado sono buoni attori, è sempre una pena ascoltare le loro disquisizioni sociali e geopolitiche. Da Pasolini a Volonté, da Petri a Rosi, il cinema italiano ha vissuto stagioni di feroce “impegno civile”. L’impegno civile era una fedeltà totale, oserei dire canina, ai dettami del Partito Comunista Italiano. Leggere le biografie di questi tizi è un tripudio di gente che si conosceva, che discuteva, che si incontrava: detto in parole povere, che faceva parte della stessa cricca. A Petri venne un sussulto di decenza quando i carri armati sovietici calpestarono il popolo ungherese, ma in un istante se lo rimangiò subito. D’altra parte lavorava solo chi in tasca aveva la tessera del PCI. Perlomeno Petri e Rosi erano bravini, non eccelsi, bravini, ma nessuno potrà mai sapere quanto sarebbero stati più bravi di loro quelli che non hanno potuto lavorare perché non facevano parte del giro. Ora dei film di questi tizi non importa più un fico a nessuno, non sono sopravvissuti alla loro epoca. Continuiamo altresì a guardare i film di Don Camillo, che furono girati da un regista francese con un attore francese perché ai mediocri e asserviti registi italiani faceva orrore girare un film dove si prendesse in giro il loro amato partito, composto da gente tanto intelligente da lavorare per instaurare una dittatura stalinista. E meno male che erano intelligenti. Figuriamoci se erano scemi. Perlomeno Petri, Rosi e tutti gli altri onestamente un qualche valore ce l’avevano. Non eccelso. Diciamo che non ci hanno fatto mai gridare al capolavoro. Ho sempre trovato insopportabile Pasolini, inguardabile e illeggibile: un film come <em>Salò</em> può essere concepito solo da una mente deforme, la sua. Pasolini era stato in gioventù un appassionato fascista. Mentre lui scriveva elegie del Duce, suo fratello minore Guido diventava partigiano con la gloriosa divisione partigiana Osoppo, poi massacrata con una vigliaccheria pari solo alla ferocia dai partigiani comunisti. Le righe di sperticato affetto di PPP per il partito comunista sono le parole di una persona per chi gli ha massacrato il fratello. Comunque questi un po’ di talento, complessità, e cultura ce l’avevano. Oggi troppo spesso resta soltanto la liturgia dell’indignazione. La quantità di quattrini che gli esausti contribuenti italiani hanno versato &#8211; già ai tempi di Franceschini, ma anche ora con Giuli &#8211; a film talmente scadenti che nessuno li va a vedere, è esorbitante. Il concetto che il cinema di qualità vada sovvenzionato perché il popolo bue poi non va a vederlo, prevede due punti deboli, in realtà indecenti: l’idea che il popolo sia idiota e che esiste una qualche persona in grado con il suo giudizio di stabilire cosa è qualità senza che il tutto finisca nel cosiddetto amichettismo, che è una forma di corruzione gravissima. I soldi sperperati in film inguardabili sono fiumi. C’è da inorridire non tanto per gli sprechi, che in Italia hanno ormai assunto la rassicurante regolarità delle stagioni, ma per il tono morale con cui questo sistema continua a presentarsi al pubblico: come un’élite perseguitata, resistente, quasi clandestina, una bohème geniale e preziosa talmente perseguitata da essere sovvenzionata dallo Stato per non scomparire. Il cinema italiano contemporaneo sembra vivere dentro una curiosa anomalia psicologica: fallisce commercialmente ma si considera culturalmente vittorioso; perde spettatori ma impartisce lezioni e chiede finanziamenti pubblici con la stessa indignazione morale con cui un tempo i coraggiosi finivano in prigione. La 71ª edizione dei David di Donatello è stata la rappresentazione perfetta di questa deriva: quattro ore di autocelebrazione mesta, attraversata da sermoni geopolitici, slogan ideologici e appelli militanti pronunciati con la gravità sacerdotale di chi ritiene il proprio palco non un premio cinematografico ma una tribuna permanente delle proprie convinzioni scambiate per etica. Non era una cerimonia, ma un’assemblea di condominio del progressismo culturale italiano, con tanto di abiti da sera e orchestra. E ovviamente nessuno per controbattere la poltiglia di propaganda PD condita con odio verso Israele spacciato per indignazione di un genocidio inesistente e ammirazione per quattro sprovveduti su barchette cariche di droghe e preservativi. Ed è qui che emerge il paradosso più interessante: il cinema italiano continua a parlare come se rappresentasse il popolo, mentre il popolo ha già lasciato la sala da tempo. I più grandi film, quelli più trionfalmente pieni di valori etici, sono stati tutti strepitosi successi al botteghino. C’è una differenza enorme tra arte impegnata e catechismo travestito da sceneggiatura. È qui che la questione smette di essere estetica e diventa politica. Perché, se davvero come sostengono diverse ricostruzioni giornalistiche, tra il 2017 e il 2025 il comparto cinematografico ha ricevuto oltre sette miliardi di euro tra fondi, incentivi e tax credit, allora è inevitabile chiedersi quale sia stato il ritorno culturale, industriale e commerciale di questo investimento colossale. Sette miliardi sono il costo di una politica industriale. E una politica industriale dovrebbe produrre risultati tangibili: pubblico, esportazione culturale, occupazione stabile, competitività internazionale. Invece il cinema italiano contemporaneo sembra spesso produrre soprattutto festival, premi reciproci e dibattiti ideologici interni alla stessa élite culturale che li organizza. Alcuni casi appaiono perfino grotteschi. Film finanziati e mai realmente distribuiti. Produzioni incapaci di recuperare una minima parte dei costi. Opere viste da poche decine di spettatori ma sostenute da centinaia di migliaia di euro di denaro pubblico. Titoli che sembrano esistere più per alimentare il circuito dei finanziamenti che per incontrare un pubblico reale. Forse il vero scandalo non sono nemmeno gli sprechi. In Italia gli sprechi passano quasi inosservati. Il vero scandalo è il tono con cui vengono difesi: come se criticare un sistema inefficiente equivalesse automaticamente ad attaccare l’arte, la libertà o addirittura la democrazia. Come ha detto Javier Milei, pirotecnico presidente dell’Argentina, pro-life e fermamente convinto che al mondo ci siano solo maschi o femmine: “se per vivere dell’arte hai bisogno di sussidi pubblici, non sei un artista, sei un impiegato statale. E se inoltre sei uno strumento di propaganda politica, stai facendo politica. Con l’arte non c’entra niente”. E torniamo a <em>“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto</em>”, ritenuto dai migliori un capolavoro. Io faccio parte dei peggiori. Qualcuno forse ha guardato più di una volta <em>Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto</em>? A centinaia di migliaia abbiamo invece guardato decine di volte, se non centinaia, <em>La vita è una cosa meravigliosa </em>di Frank Capra, e tutte le volte ci sono colate le lacrime. Guardandolo, abbiamo giurato che avremmo fatto di tutto per essere migliori, coraggiosi, forti e onesti, fino all’ultimo atomo del nostro essere, nella speranza che in caso di guai tutto un paese avrebbe pregato per noi e che San Giuseppe ci avrebbe mandato in soccorso qualcuno, magari un angelo con il cervello di un coniglio e la fede di un bambino, che vuol dire la potenza di un leone. <em>“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” </em>è un film che leva coraggio: tanto fa tutto schifo, perché battersi? Il suo scopo è scoraggiare al punto tale che la gente viene convinta che tanto fa tutto schifo, tutto è senza speranza, e che così si lascia irretire dal comunismo che, in mano ai servi dei sovietici, mantenuti con denaro che arrivava dal Paese dei gulag, si presentavano come il partito degli “onesti”, parola usata anche da Pasolini per adulare da ossequioso servo gli assassini di suo fratello. <em>La vita è una cosa meravigliosa</em> serve a dare coraggio. Tutte le volte che in vita mia ho avuto bisogno di fare scelte difficili e di pagarle, mi sono ricordata anche di George Bailey e dell’angelo Clearance che San Giuseppe manda in suo soccorso, per essere certa che ne valesse la pena.</p>
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<p>chi desidera una copia de Il dizionario per la difesa dell&#8217;ovvio autografata scriva a silvana.demari53@libero.it</p>
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		<title>Modena e dintorni. L’orgoglio, la paura e il coraggio dell’Occidente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 04:43:28 +0000</pubDate>
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<p>C’è una parola che l’Occidente ha smesso di pronunciare: realtà, la realtà di chi adora assassinarci. Noi europei, tanto accoglienti e inclusivi, abbiamo preferito raccontarci una fiaba, la fiaba del dialogo, una bella fiaba dove il drago è in fondo una brava persona, qualcuno con cui fare un affidabile compromesso, perché lo rispetterà. I vili amano appassionatamente la fiaba rassicurante secondo cui ogni estremismo, in fondo, può essere addomesticato con trattati, conferenze, e tanta accoglienza. In realtà è una fiaba idiota che pensa di addomesticare un sistema ideologico che ha alla sua base un libro su cui è scritto “Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate” (Corano, 2:191), e alla sua origine un uomo che ha imposto la fede con la spada e ha ordinato ai suoi seguaci di conquistare militarmente il mondo. Guardate una carta geografica: dal Marocco all’Indonesia è tutto Islam e ovunque sia arrivato, al di fuori dell’Arabia Saudita, ci è arrivato con il ferro, il fuoco e il dolore e distruggendo le civiltà precedenti con una tale ferocia che ne abbiamo perso memoria: chi ricorda che la Siria è la seconda culla della Cristianità, che il Nord Africa era cristiano, verde e civilissimo, che l’Anatolia era l’Impero Romano d’Oriente, Istambul era Costantinopoli? L’ultimo nucleo di cristiani, gli armeni, sono stati macellati durante la prima guerra mondiale nell’indifferenza del mondo, con un mondo che oggi tollera la tracotanza turca, l’intollerabile impudenza del governo turco che nega il genocidio e parla con orgoglio dell’invasione di Costantinopoli, fatta con le armi e la ferocia, che nel giro di quattro secoli ha ridotto a zero la popolazione cristiana. Il governo turco parla con orgoglio dell’invasione dell’Europa fatta con gli immigrati, mentre noi idioti non solo non abbiamo chiuso le frontiere a chi ricorda con orgoglio di aver massacrato gli armeni, ma ci rimproveriamo anche di non essere abbastanza inclusivi, abbastanza accoglienti. Chi ricorda che l’Afganistan è una culla del Buddismo, chi ricorda che il Bangladesh è una culla dell’Induismo, da cui 10 milioni di induisti sono stati cacciati nel 1971, la più numerosa pulizia etnica mai avventa al mondo, cacciati con violenze bestiali, uomini castrati perché non circoncisi, donne stuprate, bambini con il cranio fracassato. Il Libano era cristiano e civilissimo, la Svizzera del Medio Oriente, prima che le belve dell’OLP lo riducessero a una cloaca, la rampa di lancio dei missili di Hezbollah. Dal Marocco all’Indonesia è tutto Islam, meno i 19000 chilometri quadrati senza una goccia di petrolio del minuscolo Stato di Israele (più piccolo del Piemonte), fondato da uomini e donne con un coraggio da leoni, gli unici che dal Marocco all’Indonesia hanno osato riconquistare la terra dei padri, per questo considerati belve da tutti gli zuzzurelloni che beano la loro vigliaccheria con la bandiera di Hamas. Il pargolo di Modena, giovane laureato con il cuoricino spezzato per non essere stato accolto e coccolato da un quantitativo di coccole da lui considerato sufficiente, ci dicono non far parte di nessun movimento armato organizzato: l’Islam è un movimento armato organizzato, dove ogni vero islamico è una cellula dormiente. Ci spiegano sempre che il terrorista di turno è un pazzerello isolato, ma nessuno si domanda mai perché i pazzerelli non siano mai buddisti, induisti, scintoisti. Nessuno si chiede mai se ci sia un qualche rapporto tra l’essere terroristi e l’ordine del Corano di terrorizzare e uccidere gli infedeli. Molti mi diranno che la maggior parte degli islamici non uccide e non terrorizza nessuno. Certo, esattamente come la maggior parte dei cattolici non va in chiesa e spesso convive. Si tratta di persone che non eseguono gli ordini della propria religione. Aspettiamo con serenità, perché ormai il copione lo conosciamo. È un rito civile, una liturgia mediatica, una processione di indignazioni selettive e assoluzioni automatiche. Cambiano il luogo, i morti, il sangue sull’asfalto; restano identici i toni, le parole d’ordine, i professionisti della spiegazione morale. Così, dopo la strage di Modena, sono già partite le analisi che vengono sempre “da lontano”. Nulla nasce davvero oggi, ogni lama, ogni ruota, ogni colpo, ogni massacro è soltanto l’ultimo anello di una genealogia infinita che conduce inevitabilmente altrove: ai confini, alle occupazioni, alle colpe occidentali sedimentate nella storia, in discriminazioni, marginalità, radicalizzazioni indirette, razzismi sistemici, colonialismi di ritorno e periferie esistenziali, che però fanno la bua solo al cuoricino degli islamici. Il vero pericolo, adesso, è la nostra reazione, ci spiegano: è importante comprendere, contestualizzare, restituire alla complessità, “non cedere all’odio”, gli appelli a “restare umani”, le tavole rotonde sulla convivenza, le veglie con le candele ecologiche e gli slogan prefabbricati. Già spiegano il collegamento simbolico con Gaza, lo spiegano quelli per cui il colpevole non è mai chi colpisce, ma chi ha creato le “condizioni culturali” affinché qualcuno colpisse. Il qualcuno che colpisce il libero arbitrio quindi non ce l’ha? <em>“Non strumentalizzare”, “non generalizzare”, “non alimentare tensioni” </em>sono frasi che non suonano nemmeno nobili, che sono solo tende tirate troppo in fretta dai vigliacchi che credono che la realtà, se non la guardi in faccia, scomparirà. Perché in fondo il punto non è Modena, non è nemmeno la strage. Il punto è chi ha il diritto di essere vittima senza condizioni e chi invece deve prima superare un esame ideologico per meritare pietà. E allora resta soltanto una domanda, la più semplice e forse la più scandalosa: siamo ancora capaci di chiamare il male col suo nome? Gli insegnanti che hanno costretto i loro studenti a stare con i piedi bagnati e nudi &#8211; perché nella loro testolina politicamente corretta questa è la condizione degli energumeni che spendono dai 5000 agli 8000 dollari a testa per venire a schiavizzare l’Italia &#8211; tengono anche corsi sull’uso del machete, del coltello, dell’auto sui passanti? A meno che, in un Occidente senza più orgoglio, non si risvegli la collera. Il punto siamo noi. La nostra stanchezza morale. La nostra incapacità di chiamare le cose con il loro nome. E quando una civiltà perde il coraggio delle parole, prima o poi perde anche quello della libertà. I buoni ci spiegano che la collera è una cosa cattiva, da gente sporca, brutta e cattiva. E qui hanno ragione, noi eravamo sporchi, brutti e cattivi. Questa è la terra che ha visto la vittoria di Poitiers. Questa è la terra da cui sono partite le navi per Lepanto. Questa è la terra che ha visto gli Ussari Alati di Polonia con una cavalcata leggendaria dal monte Kalemberg spezzare l’assedio ottomano di Vienna. Questo è il continente dove sono state scritte le leggi che hanno vietato lo schiavismo. Questa è la terra schiavizzata da otto secoli di pirateria saracena, che il nome di Cristo e al suono delle campane ha combattuto per la <a href="http://xn--libert-nta.il/">libertà e l’ha salvata. L’Islam </a>ha spazzato via il Cristianesimo dal Nord Africa, dall’Anatolia che era l’Impero romano d’Oriente, da Istanbul che si chiamava Costantinopoli, dalla Siria dove ci sono le 300 chiese più antiche. Il Cristianesimo ha resistito solo qui in Europa, e ha resistito perché ci siamo noi che siamo, anzi eravamo, sporchi brutti e cattivi. Nella costituzione dell’identità europea ci sono quattro elementi: la spiritualità biblico-evangelica (l’aria), la filosofia greca (l’acqua), il diritto romano (la terra). Certo, ma questi tre pilastri c’erano anche in Nord Africa e in Siria, che non hanno resistito. Noi abbiamo un quarto elemento: il fuoco, ossia la violenza e la ferocia dei barbari. Noi siamo una civiltà spirituale, duttile, pragmatica e anche violenta. I barbari sono stati una componente essenziale della civiltà europea: una chiesa romanica non somiglia per nulla a un tempio greco o romano. E come giustamente hanno sottolineato Benedetto Croce e Claude Lévi-Strauss, è stato grazie al fatto che siamo sporchi, brutti cattivi che noi, con la violenza e la ferocia dei barbari, abbiamo retto lo scontro con l’Islam e abbiamo contrattaccato. Quindi potrebbe essere venuto il momento di mandare all’inferno tutti i nostri critici, tutte le anime candide e tanto buone, e ritornare sporchi brutti e cattivi: gente che è in grado di impugnare l’ascia, o il suo corrispettivo attuale, per difendere le croci e le chiese, per difendere la libertà propria e dei propri figli. A cominciare dalla libertà elementare di camminare per strada senza avere il terrore di essere schiacciati come scarafaggi.</p>
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<p>nel Dizionario per la difesa dell&#8217;ovvio c&#8217;è anche la voce Islma</p>
<p>chi ne desidera una copia con dedica sciva a silvana.demari53@libero.it</p>
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		<title>La brigata ebraica</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/05/21/la-brigata-ebraica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2026 15:15:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Italia la Festa della Liberazione è diventata la festa dell’antiamericanismo e dell’odio verso Israele. La storia è diventata un optional. L’importante non è quello che è successo, ma quello che dovrebbe essere successo secondo le limitate conoscenze e le ancora più limitate teorie di quelli che, per assoluta auto nomina, si dichiarano i “buoni”. Vorrei ricordare la Brigata ebraica, sempre più ingiuriata ogni 25 aprile. &#160; Mentre l’Europa sembrava piegata sotto il peso della barbarie, emerse una forza che univa coraggio, identità e speranza: la Brigata ebraica. Nata ufficialmente nel 1944 sotto l’egida dell’esercito britannico, essa rappresentò molto più [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-6783" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/05/brigata-ebraica.x55482.jpg" alt="" width="249" height="222" /></p>
<p>In Italia la Festa della Liberazione è diventata la festa dell’antiamericanismo e dell’odio verso Israele. La storia è diventata un optional. L’importante non è quello che è successo, ma quello che dovrebbe essere successo secondo le limitate conoscenze e le ancora più limitate teorie di quelli che, per assoluta auto nomina, si dichiarano i “buoni”. Vorrei ricordare la Brigata ebraica, sempre più ingiuriata ogni 25 aprile.</p>
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<p>Mentre l’Europa sembrava piegata sotto il peso della barbarie, emerse una forza che univa coraggio, identità e speranza: la Brigata ebraica. Nata ufficialmente nel 1944 sotto l’egida dell’esercito britannico, essa rappresentò molto più di una semplice unità militare. Fu il simbolo vivente di un popolo disperso che, pur ferito e perseguitato, trovò la forza di combattere a testa alta per la libertà e la dignità. Composta da volontari ebrei provenienti principalmente dalla Palestina mandataria, la Brigata portava sul proprio vessillo la stella di David, che sventolava accanto alle insegne alleate. Molti di questi uomini lasciarono le proprie case affrontando viaggi difficili e, in diversi casi, sostenendo personalmente parte delle spese necessarie per raggiungere i centri di arruolamento o contribuire al proprio equipaggiamento iniziale. Quel gesto, concreto e gravoso, era già di per sé una dichiarazione di volontà: non attendere la storia, ma entrarvi da protagonisti. Il loro battesimo del fuoco avvenne in Italia, lungo il fronte adriatico, dove parteciparono alle operazioni dell’Offensiva della primavera del 1945. Nelle dure battaglie sul fiume Senio e nelle azioni attorno ad Alfonsine, la Brigata contribuì allo sfondamento delle linee tedesche, distinguendosi per disciplina e tenacia. Inseriti nel più ampio quadro della Campagna d’Italia, i loro reparti presero parte alle fasi finali che portarono al collasso delle difese naziste nel Nord, consolidando posizioni chiave e sostenendo l’avanzata alleata nei momenti decisivi. E tuttavia, dietro quel contingente valoroso, aleggia anche la storia di ciò che avrebbe potuto essere. Nei decenni precedenti, le restrizioni imposte dal mandato britannico — culminate in provvedimenti come il Libro Bianco del 1939 — limitarono severamente l’immigrazione ebraica verso la Palestina. Tali politiche, adottate in un contesto di crescenti tensioni locali con i movimenti palestinesi — tutti appassionati filonazisti — e pressioni politiche, impedirono a molti di trovare rifugio e di contribuire anni dopo alla lotta armata contro il nazifascismo. Se quelle porte fossero rimaste aperte, se l’approdo fosse stato consentito a un numero maggiore di uomini e donne in fuga dall’Europa, la Brigata ebraica avrebbe potuto contare su ranghi ben più ampi, diventando una forza ancora più imponente sul campo di battaglia, e soprattutto innumerevoli vite sarebbero state salvate dallo sterminio nazista. La presenza della Brigata ebraica ebbe un valore che trascendeva il piano militare. In un mondo in cui gli ebrei venivano disumanizzati e annientati, la Brigata incarnava la rinascita dell’orgoglio e della capacità di autodifesa. I suoi soldati non combattevano solo per liberare territori, ma per riaffermare un’identità che il nazismo aveva cercato di cancellare. Alla fine del conflitto, quando le armi tacquero, la missione della Brigata non si concluse. Molti dei suoi membri si dedicarono ad aiutare i sopravvissuti della Shoah, fornendo assistenza, protezione e facilitando il loro viaggio verso una nuova vita. In quel momento, la Brigata divenne ponte tra distruzione e rinascita, tra dolore e speranza.</p>
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<p>La sua eredità è profonda e duratura. Essa contribuì non solo alla vittoria contro il nazifascismo, ma anche alla formazione di una coscienza collettiva che avrebbe positivamente influenzato la nascita dello Stato di Israele. I suoi veterani portarono con sé esperienza militare, spirito di sacrificio e un senso incrollabile di unità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Raccontare la storia della Brigata Ebraica significa celebrare una pagina luminosa in uno dei capitoli più oscuri della storia umana. È il racconto di uomini e donne che, di fronte all’abisso, scelsero di combattere, di resistere e di costruire. È un’epopea di dignità che continua a risuonare nel tempo, ricordandoci che anche nei momenti più bui può nascere una luce capace di guidare il futuro.</p>
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		<title>La mia solidarietà</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/05/20/la-mia-solidarieta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2026 08:47:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Marco Fasulo 20 maggio 2026 La mia solidarietà alle gambe rimaste sul marciapiede. La mia solidarietà ai monconi rimasti attaccati. La mia solidarietà alla signora che è rimasta stesa a terra, anche perché non aveva più dove appoggiare il suo corpo. La mia solidarietà alla sedia a rotelle, che se dovesse salvarsi la signora, dovrà accompagnarla per il resto dei suoi giorni. La mia solidarietà al ragazzo accoltellato, che ha fermato l’autore della strage che provava a scappare. La mia solidarietà a chi ancora combatte tra la morte e la vita in ospedale. La mia solidarietà a quanti erano lì [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Marco Fasulo 20 maggio 2026</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-6779" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/05/modena.x55482.jpg" alt="" width="275" height="183" /></p>
<p>La mia solidarietà alle gambe rimaste sul marciapiede.<br />
La mia solidarietà ai monconi rimasti attaccati.<br />
La mia solidarietà alla signora che è rimasta stesa a terra, anche perché non aveva più dove appoggiare il suo corpo.<br />
La mia solidarietà alla sedia a rotelle, che se dovesse salvarsi la signora, dovrà accompagnarla per il resto dei suoi giorni.<br />
La mia solidarietà al ragazzo accoltellato, che ha fermato l’autore della strage che provava a scappare.<br />
La mia solidarietà a chi ancora combatte tra la morte e la vita in ospedale.<br />
La mia solidarietà a quanti erano lì e si porteranno il terrore nell’animo per sempre.<br />
La mia solidarietà a tutti i parenti delle vittime che dovranno assisterli giorno e notte per il resto delle loro esistenze.<br />
Nella vicenda di Modena, no, meglio, nella vita di chi ha vissuto quel dramma, sì perché la vicenda è quella che si racconta, la vita è quella che è dentro ciascuno, ci sono almeno tre livelli di possibile lettura.<br />
Il primo, quello di pancia: hai fatto tutto questo, meriti la vendetta;<br />
all’opposto, siccome devo dimostrare che il vendicatore è un barbaro, manifesto in piazza implicitamente, manco troppo, a favore di chi ha commesso la strage. Da un lato una politica contro l’immigrazione incontrollata, dall’altro l’obiettivo integrazione.<br />
Il secondo livello è quello normativo: hai commesso un reato devi rispondere alla giustizia; all’opposto, siccome il sistema ti ha portato a commettere il reato, incluso la tua presunta incapacità di intendere e volere, a processo deve andare il sistema.<br />
Il terzo livello è quello politico: sei il risultato di un fallimento sociale, amministrativo, culturale, devi tornare da dove sei venuto e non deve arrivare altra gente capace di fare lo stesso; all’opposto, sei la reazione a una impostazione che ti ha abbandonato, a un pensiero che va eradicato, a un idea che va combattuta.<br />
Poi c’è la foto.<br />
No, non quella che ci presentano i media, che cambiano angolazione, luce, soggetto a seconda che facciano parte di una delle due posizioni dei tre livelli.<br />
No.<br />
Quella che ho scattato all’inizio.<br />
Quella che si ferma a riportare i fatti, quella che si limita a descrivere la scena, quella che prende atto del presente e del futuro di chi è stato coinvolto.<br />
Le interviste ai migranti che bloccano l’autore a terra, le bandiere e i sindaci in piazza per trasformare il tutto in una questione partitica, gli editoriali, i talk televisivi, i titoloni e tutto il resto che viene piegato di qua e di là a seconda della parte che si è scelta, le lascio a chi ancora non ha capito che l’informazione è altro.<br />
La verità ha una forza propria, insopprimibile, e delineare qualcosa di diverso, caricaturale, non modifica l’accaduto, fa solo perdere quella residua credibilità, a chi pensa di averla ancora conservata, per un like sui social, un decimale di share, una clacque interessata.<br />
Da anni ormai siamo caduti nell’equivoco che nascondere, modificare, plasmare la verità ci consenta di essere felici.<br />
Sbagliamo.<br />
La verità esiste per farci vivere meglio, per rispondere al massimo delle possibilità a chi ha voluto tutto, per avere piena consapevolezza di un progetto che ci vede protagonisti e nel quale gli altri non possono relegarci a un ruolo di comparsa o, peggio, di utile idiota.<br />
Nascondere una condizione, spostare il focus, negare l’evidenza, non modifica la situazione, la incancrenisce.<br />
Se ho una bronchite e mi dicono di non preoccuparmi perché non è neppure un raffreddore, è molto probabile che diventi polmonite e io muoia.<br />
Se sono uomo e mi sento donna, continuo a essere uomo, e il problema non è la società che non mi riconosce donna, sono io che non mi riconosco uomo. Assecondarmi non mi aiuta, mi nasconde un problema che continuerò ad avere in un corpo modificato, in una psiche addomesticata, in una realtà inventata.</p>
<p>Se comprendo la ricchezza della complementarietà tra uomo e donna, se metto al primo posto la vita dal suo concepimento alla sua fine naturale, se vedo nei figli un dono e nelle persone sofferenti delle persone, in alcun modo potrò chiamare diritto la soppressione di qualcuno, l’affidamento di una vita a unioni nelle quali manchi una donna e un uomo, appellare come retaggio patriarcale la cura per il coniuge, l’educazione per i figli, l’amore per la famiglia.<br />
Se rispetto l’umanità non ho bisogno di scarpette e panchine rosse, quote rosa, pene apposite per reati appositi, giornate mondiali, campagne pubblicitarie, associazioni, manifestazioni, esperti.<br />
Se sono straniero in un territorio, non mi renderà meno straniero una legge, un passaporto, la dichiarazione di un politico.<br />
Non sarò più straniero, innanzitutto, se lo deciderò io, se quella terra la amerò, se seguirò le sue regole per entrarci, per viverci, se rispetterò le persone che la abitano, se la cultura di quel popolo la condividerò.<br />
Origini straniere, seconde generazioni, prescrizioni deontologiche, non cambiano la realtà dei fatti, se non mi riconosco in un tipo di vita, nessuno potrà modificare il mio dna.<br />
Tra una settimana nessuno parlerà più di quelle gambe, di quei monconi, di quella sedia a rotelle. Per chi vive nella verità e per chi sarà costretto a vivere quella verità invece continueranno a essere un monito per lasciare che le chiacchiere le facciano gli altri.</p>
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		<title></title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/05/11/6771/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 09:29:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Nella saga di Harry Potter, l’Oscuro Signore riesce a sottrarsi alla morte frammentando la propria anima e nascondendola in oggetti malefici, gli Horcrux. Questa immagine letteraria può essere evocata, in senso metaforico, per riflettere su alcune dinamiche della storia contemporanea. Secondo l’interpretazione dello storico Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di “gemello eterozigote”: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6772" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/05/maledetta-costituzione-195x300.x55482.webp" alt="" width="195" height="300" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/05/maledetta-costituzione-195x300.webp 195w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/05/maledetta-costituzione.webp 231w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella saga di Harry Potter, l’Oscuro Signore riesce a sottrarsi alla morte frammentando la propria anima e nascondendola in oggetti malefici, gli Horcrux. Questa immagine letteraria può essere evocata, in senso metaforico, per riflettere su alcune dinamiche della storia contemporanea. Secondo l’interpretazione dello storico Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di “gemello eterozigote”: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi. L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione  Sovietica, che hanno permesso al terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli “gemelli” significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme. Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata  il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia  che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro,cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di dispezzare. Era pura e gratuita arroganza.  Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il  25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva  tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva  impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribentrof Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi? La nostra costituzione è stata scritta da post fascisti e comunisti. Scusate, quello erano. La costituzione in realtà non è democratica, si limita a combattere il fascismo, ma non combatte l&#8217;antidemocratico comunismo: nata con &#8220;l’antifascismo&#8221; non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante  la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte Costituzionale ha evidenziato come la costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante.  La nostra costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento  è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.</p>
<p>Per ulteriori particolari leggete il libro Maledetta Costituzione di Antonino Trunfio.</p>
<p>Se invece volete leggere il Dizionario per la difesa dell&#8217;ovvio e lo volete con la dedica scrivete  a silvana.demari53@libero.it</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6686" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--230x300.x55482.jpeg" alt="" width="230" height="300" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--230x300.jpeg 230w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--787x1024.jpeg 787w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--768x1000.jpeg 768w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--400x521.jpeg 400w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--461x600.jpeg 461w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto-.jpeg 1080w" sizes="(max-width: 230px) 100vw, 230px" /></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/05/11/6771/"></a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Una bambina sola in ospedale. E nessuno ha chiamato la mamma.</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/05/11/una-bambina-sola-in-ospedale-e-nessuno-ha-chiamato-la-mamma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 08:30:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[bambini del bosco]]></category>
		<category><![CDATA[servizi sociali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; C&#8217;è una bambina. La sua famiglia è la famiglia del bosco. .Due giorni fa, di notte è stata portata al pronto soccorso con una crisi respiratoria. Non riusciva a respirare. La mamma non è stata avvertita. Fermiamoci un momento su questo. Una bambina che non respira. Una bambina che guarda in faccia qualcosa che assomiglia alla morte. Il terrore che nasce da una crisi respiratoria è assoluto. E non è stata chiamata la persona che più di tutti nel mondo intero avrebbe potuto calmarla, restituirle il senso che esisteva ancora un posto sicuro per lei. La mamma non è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-6623" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/01/famiglia-del-bosco.x55482.jpg" alt="" width="270" height="187" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/01/famiglia-del-bosco.jpg 270w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/01/famiglia-del-bosco-160x110.jpg 160w" sizes="(max-width: 270px) 100vw, 270px" /></p>
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<p>C&#8217;è una bambina. La sua famiglia è la famiglia del bosco. .Due giorni fa, di notte è stata portata al pronto soccorso con una crisi respiratoria. Non riusciva a respirare. La mamma non è stata avvertita. Fermiamoci un momento su questo. Una bambina che non respira. Una bambina che guarda in faccia qualcosa che assomiglia alla morte. Il terrore che nasce da una crisi respiratoria è assoluto. E non è stata chiamata la persona che più di tutti nel mondo intero avrebbe potuto calmarla, restituirle il senso che esisteva ancora un posto sicuro per lei. La mamma non è stata avvertita. Non è stata ammessa. Questa bambina è una delle cosiddette &#8220;bambine del bosco&#8221;, affidata a una struttura, deportata dalla sua famiglia per colpe talmente impalpabili che non ci sono nelle pagine e pagine di relazione di “esperti”, insieme ad aggettivi completamente privi di un senso condivisibile, come inadeguato e rigido, . Vive in un orfanatrofio di stato, negazione di casa e negazione di famiglia chiamato con linguaggio orwelliano “casa famiglia”, uno scempio della verità paragonabile solamente a “<em>Il lavoro fortifica l’anima e il corpo”</em>. scritto per la prima volta sul portale della cellula madre dei luoghi di deportazione, il Gulag alle isole Solovki, il primo campo di concentramento creato da Lenin nel 1919, e imitato in seguito su altri luoghi di deportazione. La casa famiglia non è una famiglia e non è una casa. È una struttura profumatamente pagata con le tasse di esausti contribuenti con una sanità sempre più allo sfascio, gestita da persone che lo Stato non ha nemmeno scelto, tizi che non hanno mai fatto nessun concorso, con competenze che non si sa quali siano e che non hanno mai subito esami per verificarne la salute mentale, il che è bizzarro tenendo presente che a questi tizi si danno in mano dei bambini, bambini indifesi, visto che sono stati strappati alle famiglie. Nelle case famiglia si mangia cibo statale e ci sono tizi assunti da una qualche cooperativa, che secondo i servizi sociali e giudici sono perfettamente in grado di fare le veci di chi quella bambina l&#8217;amava davvero, anzi sono meglio. La bambina è stata dimessa dopo due ore. Questo dato, clinicamente, è importante. Non aveva una polmonite. Non aveva un&#8217;infezione in corso. Nulla di organico rilevabile che giustificasse quella difficoltà respiratoria acuta. Il che, per chiunque abbia una formazione medica, orienta immediatamente verso una diagnosi: crisi respiratoria psicogena. Vale a dire: il corpo di quella bambina ha smesso di respirare normalmente perché la sua mente era in uno stato di terrore o di trauma insostenibile, generato dall’averla deportata dalla sua famiglia “inadeguata e rigida” (inadeguata rispetto a cosa? A quale standard? Stabilito da chi, su che basi? Rigida su quali principi? Forse i principi religiosi e le istanze LGBT come già era successo a Bibbiano?)  Il corpo non mente. I bambini non simulano le crisi respiratorie. Il corpo accusa il colpo, quando il corpo parla al posto della voce, dato che la voce non può essere espressa, perché non c’è la mamma per ascoltate, la bambina è stata deportata tra estranei. Per quegli estranei quella bambina, nella migliore delle ipotesi, è lavoro. Una crisi psicogena non nasce dal nulla. Nasce da qualcosa che la psiche non riesce a contenere. Nei bambini allontanati dalla famiglia, la soglia del trauma è già strutturalmente abbassata: sono creature che hanno già vissuto la perdita improvvisa del loro mondo, che si svegliano ogni mattina in un letto che non è il loro, che guardano adulti che non li conoscono e che non li hanno scelti per amore. Per quegli adulti lo ripeto nella migliore delle ipotesi loro sono lavoro. Questa condizione di base li rende vulnerabili a qualunque ulteriore aggressione alla loro psiche, che sia un gesto, una parola, una scena, un abuso. Deportarla dalla sua famiglia in mezzo a estranei a mangiare cibo statale è sicuramente un abuso gravissima. Un crisi respiratoria può fare pensare anche ad abusi più specifici, per esempio un abuso sessuale. Un’ampia letteratura medica riporta questa possibilità. Sto dicendo quello che ogni medico responsabile è tenuto a dire: quando un bambino allontanato dalla famiglia presenta una crisi psicogena grave, tra le ipotesi da escludere c&#8217;è l&#8217;abuso sessuale. Non per alimentare il panico, ma per il motivo opposto: per escluderlo con certezza, bisogna cercarlo. È un obbligo clinico e deontologico. È la medicina che si fa, non quella che si racconta ai convegni. La sintomatologia respiratoria acuta psicogena nei bambini vittime di abuso sessuale è documentata nella letteratura medica internazionale. Non è una suggestione. Non è una caccia alle streghe. È una voce tra le altre da ascoltare, da verificare, e, si spera con tutto il cuore, da mettere a tacere con una diagnosi negativa. Ma quella diagnosi, per esistere, deve essere cercata. L&#8217;Italia ha un sistema di protezione dei minori che nella sua architettura formale è priva della logica del controllo: nessuno controlla, tutti danno per scontato la strampalata teoria che per il solo fatto di essere giudice assistente sociale, psicologo o educatore, una persona sia retta, equilibrata e adatta a occuparsi di bambini, che ogni verifica sia inutile, anzi offensiva . Assistenti sociali, giudici tutelari, case famiglia, educatori: una rete che in teoria dovrebbe avvolgere e custodire i bambini più fragili o spesso bambini normalissimi resi fragili dalla deportazione. In pratica, questa rete ha maglie larghe. A volte larghissime.  I dati esistono, e non vengono da blog complottisti. Vengono dai tribunali, dalle procure, dagli articoli di cronaca che ogni tanto, troppo raramente, perché un unico caso sarebbe già intollerabile, bucano l&#8217;indifferenza dell&#8217;opinione pubblica. Educatori denunciati per violenza sessuale su minori ospiti delle loro strutture. Operatori indagati. Procedimenti aperti in più regioni. Dati sicuramente approssimati per difetto, perché il bambino deportato non può confidarsi con nessuno, è la vittima ideale. Non si tratta di eccezioni così rare da poter essere liquidate come anomalie statistiche. Si tratta di un pattern che dovrebbe imporre una riflessione seria, strutturale, urgente. Chi lavora a contatto quotidiano e notturno con bambini sottratti alle loro famiglie, bambini già traumatizzati, già spaventati, già silenziosi di un silenzio che spaventa, deve essere selezionato con criteri rigorosi. Deve essere monitorato continuamente. Deve essere sottoposto a verifiche psicologiche periodiche, a verifiche continue sul materiale che ha su computer e cellulare. I computer e i cellulari dei cosiddetti educatori che sono stati a contatto con la piccola del bosco, devono essere esaminati immediatamente, come le loro case. Tutti loro devono essere sottoposti subito a visita neuropsichiatrica che ne dimostri l’idoneità a stare con i bambini. Dovrebbero anche essere licenziati immediatamente, visto che sono stati talmente poco capaci nella loro opera di accudimento, che una bambina è finita in pronto soccorso con una crisi di dispnea psicogena. Tutti gli educatori devono essere monitorati con visite psichiatriche periodiche e attenzione mirata su computer, cellulari e beni personali che devono essere periodicamente indagati alla ricerca di eventuali tracce di pedopornografia. Non perché tutti siano colpevoli di qualcosa. Ma perché il bambino affidato a quella struttura è completamente disarmato, e la sua impotenza è totale e imposta dallo stato. Un bambino deportato,  uso questa parola volutamente, perché descrive con esattezza la brutalità del processo, è un bambino che ha già imparato che gli adulti fanno quello che vogliono. È un bambino che ha già smesso di credere di poter dire no. La sua psiche è stata attraversata da una violenza istituzionale, per quanto forse ben intenzionata nelle intenzioni di alcuni singoli, spesso intontito da psicofarmaci, e tutto questo lo lascia più esposto, a ulteriori violazioni. E poi non meno urgente, occorrono leggi che tutelino i bambini e le loro famiglie. Leggi da fare subito.</p>
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<p>ps: nessuno dei medici &#8220;pediatri&#8221; dell&#8217;ospedale ha pensato di pretendere la presenza della madre, per il bene della ambina? Complimenti colleghi! La pediaria italiana che si fa dettare i programmi vaccinali da giganti del pensiero scientifico come Obama, Renzi e Lorenzin, che con entusiasmo ha iniettato in bambini i vaccini covid benchè sconsigliato nelle stesse schede tecniche,  non perde occasione per coprirsi di gloria.</p>
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<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6686" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--230x300.x55482.jpeg" alt="" width="230" height="300" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--230x300.jpeg 230w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--787x1024.jpeg 787w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--768x1000.jpeg 768w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--400x521.jpeg 400w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--461x600.jpeg 461w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto-.jpeg 1080w" sizes="(max-width: 230px) 100vw, 230px" /></p>
<p>Per avere una copia de Il dizionario per la difesa dell&#8217;ovvio con dedica e copia omaggio de La ballata dei bambini senza nome scrivere a silvana.demari53@libero.it</p>
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		<title>Che Dio benedica gli Alpini.</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/05/11/che-dio-benedica-gli-alpini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 08:21:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[alpini]]></category>
		<category><![CDATA[genova]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mio marito è stato tenente di complemento degli Alpini, per la precisione artigliere da montagna nella divisione Julia. Ho ancora in casa tre cappelli con la penna, mio figlio ci giocava felice e fiero da bambino. Anni dopo la fine del servizio militare, eravamo già sposati, alcuni dei suoi soldati continuarono a cercarlo. Lo invitarono come testimone di nozze, come padrino di battesimo dei loro figli. Non erano rapporti formali: erano amicizie costruite nella fatica condivisa, nelle marce tra i monti, nelle sere passate dividendo il rancio, spesso integrato con pane, formaggio o qualche pollo comprati con i soldi del [&#8230;]</p>
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<p>Mio marito è stato tenente di complemento degli Alpini, per la precisione artigliere da montagna nella divisione Julia. Ho ancora in casa tre cappelli con la penna, mio figlio ci giocava felice e fiero da bambino. Anni dopo la fine del servizio militare, eravamo già sposati, alcuni dei suoi soldati continuarono a cercarlo. Lo invitarono come testimone di nozze, come padrino di battesimo dei loro figli. Non erano rapporti formali: erano amicizie costruite nella fatica condivisa, nelle marce tra i monti, nelle sere passate dividendo il rancio, spesso integrato con pane, formaggio o qualche pollo comprati con i soldi del sottotenente nelle baite vicine. Sicuramente anche per questo, anni dopo ancora lo invitavano. Mio marito aveva organizzato per i suoi artiglieri un corso base di educazione civica, perché si vota, quando si vota, come è costituito il parlamento, rudimenti di diritto civile e penale, come si scrive una denuncia. Erano giovani uomini che imparavano a fidarsi l’uno dell’altro e a riconoscere il valore della solidarietà. Nel maggio 1976, già sposata ma non ancora laureata, sono partita con alcuni colleghi per i Friuli sbriciolato da un terribile terremoto. Abbiamo portato attrezzature mediche, attrezzature da cucina e generi di conforto di prima necessità. Ovunque c’erano Alpini che scavavano nel fango, insieme ai civili, piangendo insieme a loro, come nel fango e piangendo avevano scavato sul Vajont nel 1963, o come avrebbero scavato nell’alluvione in Piemonte del 1994. Questo mio scritto è per esprimere la mia disistima totale e assoluta a tutte le protagoniste di quello che sta succedendo a Genova: volantini e fischietti distribuiti per salvarsi dalle “violenze degli Alpini”. Ho fatto moltissime conferenze per presentare i miei libri, ho girato per tutta l’Italia. Quando potevo giravo in macchina. Le stazioni italiane, soprattutto quelle piccole, soprattutto se devi arrivarci di sera, sono posti estremamente sgradevoli per le violenze verbali, quando non di peggio, delle persone extra europee soprattutto se di religione musulmana. Se un uomo mostra il suo organo sessuale, invitando la donna cui lo sta mostrando, approcciata come “bianca e put…(eeeehm, diciamo di facili costumi), vieni a s…”, questa è una molestia. Questo è un insulto, che può facilmente trasformarsi in violenza, quindi abbassi la testa e schizzi via ringraziando che ti è andata bene”. A innumerevoli altre donne è andata meno bene. Non è una forma di razzismo gratuito la mia perplessità sull’islam, ma semplicemente la conseguenza di una prescrizione del Corano, quella di umiliare le donne che non appartengono alla fede musulmana. Uccidete gli infedeli ovunque si trovino è uno dei precetti. Umiliate delle donne degli infedeli è un altro dei precetti. Ma per le fanciullette di “Non una di meno”, questo va benissimo. A scanso di equivoci, chiarisco che ho 70 anni, giro infagottata in indumenti che sono la negazione di qualsiasi pretesa sexy e con scarpe di tipo ortopedico coi lacci. Adesso a Genova, scopro che il problema sono gli Alpini. Alla vigilia dell’adunata qualcuno ha scritto Assassini sulla porta della loro sede in piazza Siziglia. La città è tappezzata di dementi manifesti, “meno Alpini, più gattini”. “Alpino molesto stai attento”, è stato scritto su un muro. Sono state lanciate bottigliette contro un gruppo di Alpini seduti un bar. Tutto questo nasce dalle sigle transfemministe, esperte in femminismo misandrico che odiano gli uomini occidentali, ma anche le donne, sigle che convivono serenamente con la violenza di maranza e mafia nigeriana e trasforma l&#8217;adunata degli Alpini in un&#8217;emergenza nazionale. È con una pugnalata di nausea che leggo i loro slogan. L’alpino fonde le due figure, del guerriero e del protettore, che sono i due pilastri della virilità occidentale cristiana. Intervenuti dopo la catastrofe del Vajont, dopo il terremoto del Friuli del 1976, gli Alpini parteciparono alla ricostruzione di interi paesi, organizzando cantieri, assistenza agli sfollati e strutture temporanee. Quel modello di intervento divenne un punto di riferimento per la moderna Protezione Civile italiana. Nel terremoto dell’Aquila del 2009 le penne nere tornarono in prima linea. A Fossa, uno dei comuni più colpiti, realizzarono abitazioni, spazi pubblici, una chiesa, aree verdi e servizi destinati alla popolazione. Non solo assistenza immediata, ma ricostruzione concreta e duratura, pensata per restituire dignità e normalità alle comunità colpite. Anche durante le alluvioni che hanno devastato Genova nel 2014, gli Alpini furono tra i primi volontari ad arrivare nelle zone sommerse dal fango. Con motopompe, pale e mezzi di emergenza operarono nei quartieri più colpiti, aiutando famiglie, negozianti e anziani a liberare case e strade dall’acqua e dai detriti. Nel 2018, dopo il crollo del ponte Morandi, che causò quarantatré vittime, le penne nere si mobilitarono nuovamente per sostenere la città. Fornirono assistenza logistica, supporto ai soccorritori e presenza costante accanto alla popolazione in uno dei momenti più drammatici della storia recente di Genova. L’impegno degli Alpini, però, non si limita alle catastrofi. In tutta Italia, le sezioni dell’Associazione Nazionale Alpini organizzano raccolte fondi, assistenza agli anziani, manutenzione di sentieri e rifugi, sostegno durante le emergenze sanitarie e attività sociali nelle piccole comunità. Per questo motivo gli Alpini vengono spesso percepiti come un presidio di solidarietà concreta. Il loro intervento non si basa su slogan o campagne mediatiche, ma sulla presenza fisica nei luoghi del bisogno: spalare fango, montare tende, distribuire pasti, costruire strutture, assistere gli sfollati. È questa dimensione operativa e comunitaria che, nel corso degli anni, ha consolidato il legame tra gli Alpini e molte città italiane, trasformando le Adunate non solo in eventi celebrativi, ma anche nel riconoscimento di una lunga storia di servizio civile e umano al Paese. Ora la festa è stata infangata. Gratuitamente. Hanno consigliato fischietti da far risuonare in caso di molestie inesistenti, hanno attivato il solito form anonimo per raccogliere testimonianze spazzatura, come già successo a Rimini e altre città, scrivendo il testo con i ridicoli segni dell’inclusività ortografica Alle altre adunate, le denunce sono state di scemenze: erano complimenti, non confondibili con aggressioni verbali. Il form era aperto dal giorno prima dell’adunata, nella certezza assoluta che ci sarebbe stato qualcosa da segnalare: la colpevolezza degli Alpini è certa, nasce con il loro esistere, essere maschi ed essere Alpini. È una diffamazione preventiva costruita con fiumi di segnalazioni anonime che non possono reggere a nessun vaglio giudiziario. In un’epoca in cui tutti hanno un cellulare, il video di un alpino che compie una violenza non c’è. Quello di maranza che accoltellano, feriscono, massacrano ci sono, ma quelli non valgono. E qui si arriva a un altro punto fondamentale. Il femminismo misandrico odia sicuramente gli uomini (occidentali cristiani), ma in realtà odia le donne: il suo cavallo di battaglia è l’aborto, la cosa più squallida una donna possa fare. Soprattutto odia la vita e odia la culla della vita che è l’amore tra un uomo e una donna. L’amore nasce dal desiderio che i maschi hanno del corpo femminile. Il testosterone dà ai maschi una libido ben più alta della nostra. Noi dobbiamo restare lucide davanti a un uomo che ci chiede di accompagnarlo anche nella sessualità, per scegliere tra i maschi che ci offrono quello che più ci dà affidamento del fatto che proteggerà noi e soprattutto la nostra prole. Da sempre gli uomini fanno la corte alle donne e da sempre le donne normali sono gratificate da questa corte. C’è un dato oggettivo che non può essere trascurato. Se un uomo dice una donna che è bella, è un complimento non è un insulto. Se la donna lo percepisce come un insulto, evidentemente lei ha dei grossi problemi. Il fatto che alcune donne, la solita minoranza, percepisco un complimento come un insulto, non deve criminalizzare gli uomini che li fanno. Il fatto che addirittura le istituzioni della città si siano unite a questo razzistico provvedimento contro gli Alpini, dimostra quanto le istituzioni della città siano problematiche. Quando crollò il ponte Morandi a Genova il sindaco Bucci telefonò all’ANA che rispose immediatamente. Speriamo che a Genova non crolli più niente, che non ci siano più alluvioni, che non ci sia più bisogno di spalare nel fango. Nel caso il sindaco Salis tra una comparsa e l’altra su Vogue, potrebbe telefonare ai centri sociali e alle femministe di “Non una di meno”, ma a spalare nel fango le unghie si rovinano, e le foto del micio da mettere sul social (il piccolo amico peloso che riempie la mia vita) in mezzo a cadaveri e macerie non vengono bene. Che Dio benedica gli Alpini.</p>
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<p>chi desidera il libro Dizionari di difesa dellovvio con la dedica e copia omaggio de La ballata dei bambini seza nome sciva a silvana.demari53@libero.it</p>
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		<title>Parli del diavolo e spuntano le corna</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/05/06/parli-del-diavolo-e-spuntano-le-corna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2026 19:49:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Parli del diavolo e spuntano le corna&#8221; è un modo di dire usato quando una persona di cui si sta parlando arriva inaspettatamente. È un&#8217;osservazione sull&#8217;imprevedibilità del caso, che crea l’illusione che evocando un nome si favorisca la sua presenza. Se interpretiamo il motto letteralmente, arriviamo a una precisa regola esoterica. Evocare il Diavolo, vuol dire aprirgli una porta. Era un discorso metaforico. Era una burla. Era ironico. Era per ridere. Si chiama umorismo nero. Era un discorso meramente culturale. Il Diavolo non distingue l’ironia. Se è stato evocato, lui arriva. L’idea di evocare il Diavolo, letteralmente o simbolicamente, non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6756" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/05/satanismo-226x300.x55482.webp" alt="" width="226" height="300" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/05/satanismo-226x300.webp 226w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/05/satanismo.webp 282w" sizes="(max-width: 226px) 100vw, 226px" /></p>
<p>“Parli del diavolo e spuntano le corna&#8221; è un modo di dire usato quando una persona di cui si sta parlando arriva inaspettatamente. È un&#8217;osservazione sull&#8217;imprevedibilità del caso, che crea l’illusione che evocando un nome si favorisca la sua presenza. Se interpretiamo il motto letteralmente, arriviamo a una precisa regola esoterica. Evocare il Diavolo, vuol dire aprirgli una porta. Era un discorso metaforico. Era una burla. Era ironico. Era per ridere. Si chiama umorismo nero. Era un discorso meramente culturale. Il Diavolo non distingue l’ironia. Se è stato evocato, lui arriva. L’idea di evocare il Diavolo, letteralmente o simbolicamente, non è mai stata, un gesto neutro. Né potrebbe esserlo. Anche quando assume i toni del gioco, della provocazione o della posa estetica, porta con sé un’ambiguità profonda: quella di chi crede di dominare un simbolo mentre ne viene, sempre, almeno in parte, trasformato. È su questo crinale che si muove una parte della riflessione raccolta da Cecilia Gatti Trocchi nel suo studio sul Il Risorgimento esoterico. Il quadro che emerge è quello di un Ottocento attraversato da correnti sotterranee: società segrete, simbolismi, fascinazioni per l’occulto. Non si tratta di un fenomeno marginale, ma di un intreccio che coinvolge anche ambienti colti, intellettuali convinti di poter esplorare, e controllare, territori simbolici pericolosi. In questo contesto, la figura di Satana diventa soprattutto una costruzione letteraria e filosofica. Non il Diavolo teologico, ma un simbolo di ribellione, di sfida, di rovesciamento dell’ordine. È il Satana di Charles Baudelaire, che nelle <em>Litanie di Satana</em> scrive: “<em>O Satana, abbi pietà della mia lunga miseria!</em>”. È interessante notare il nucleo: il vittimismo. L’importante non sono le cose, ma il senso che noi diamo alle cose. Ci sono persone come Carlo Acutis o Massimiliano Kolbe che sono riusciti a trovare la gioia anche in situazioni estreme: la morte per leucemia in età giovanissima, il campo di sterminio. La volontà ferrea di cercare il bene, o di non cercarlo, rendono una vita piena o vuota. Dopo averla svuotata, ci si arrabbia con Dio che non ci ha dato abbastanza e ci si rivolge a Satana Qui il male non è adorato ingenuamente: è evocato come figura tragica, specchio dell’uomo moderno, diviso e inquieto e soprattutto, per propria volontà, vuoto. Anche nella tradizione italiana emergono echi simili. In Giacomo Leopardi abbiamo la disperazione. La speranza è una virtù teologale, la disperazione un’arma del “nemico”. La speranza è una virtù, deve essere costruita, con pazienza, forza, con un volontà di acciaio. Abbandonarsi alla disperazione, quindi, è una colpa. In effetti si lavora per il “nemico”, si ritiene che tutti i doni di Dio, il sole che sorge ogni mattina, l’aria che respiriamo, siano robetta, comunque insufficiente. Leopardi si lascia trascinare, travolgere dalla tensione verso il negativo, una perdita di lucidità radicale sul dolore e sull’assenza di senso. Compose <a href="https://www.google.com/search?q=%22Ad+Arimane%22&amp;rlz=1C1YTUH_itIT1058IT1059&amp;oq=giacomo+leopardi+poesia+a+satana&amp;gs_lcrp=EgZjaHJvbWUyBggAEEUYOTIHCAEQIRigATIHCAIQIRigAdIBCTgxMTlqMGoxNagCCLACAfEFqW3AF0D_WXPxBaltwBdA_1lz&amp;sourceid=chrome&amp;ie=UTF-8&amp;mstk=AUtExfDQ89f-1pnh6aHYdwiGoHh4O0vWgYlUA9twRhYmIC-ylKGzz4wxeCl56lBcYxzDcJCpqX9TDgs12xuIWu6EqaI2RJb-3eyTT6H0ez_qGxa9bR74htJJRDNfTXCYs41UMc74zXDbF9W8WPanx8BQe1qR7IozK6OvXw8d2ZujBHOU8zM&amp;csui=3&amp;ved=2ahUKEwi8ypzcsZaUAxWggv0HHY0aKi0QgK4QegQIARAD">&#8220;Ad Arimane&#8221;</a> (1833), un inno in cui invoca l&#8217;entità maligna dello zoroastrismo. Al demone nell&#8217;apice del suo pessimismo, chiede la morte arrivando a scrivere &#8220;<em>non posso più della vita</em>&#8220;. l’L&#8217;Inno a Satana di Carducci è una celebrazione della ragione e del progresso, che Carducci crede in contrasto con i dogmi. Sono testi eleganti, colti, che rivelano un atteggiamento tipico della modernità: la convinzione di poter usare simboli estremi senza pagarne il prezzo, di poter “giocare col fuoco” restando indenni. Nel Novecento, il rapporto tra simbolismo, potere e ideologia assume forme più oscure. Tutti i movimenti politici rivoluzionari e quindi anticristiani, hanno effettivamente attinto a immaginari esoterici o mitologici: le componenti esoterici del Nazismo, sono molto note mentre  molto meno note, ma non meno micidiali,  sono quelle del comunismo sovietico, e non sono state componenti marginali, senza l’odio gelido per l’uomo che solo l’amore di Satana può dare , né i gulag né i lager sono comprensibili. Uno comincia a scrivere qualche verso, magari anche elegante, sull’eleganza del liberarsi della Croce, e poi si ritrova nell’ineleganza di infinite fosse comuni. Con la seconda metà del secolo, il discorso si sposta nella cultura di massa. Dalla musica rock alla cultura pop, simboli legati all’occulto, al mistero o alla trasgressione diventano strumenti espressivi, non a caso spesso accompagnati dalla simpatia per varie sostanze, dalla vecchia cocaina, la nuova LSD, passando sempre per l’onnipresente cannabis, che è sicuramente innocua, però danneggia la memoria e crea falsi ricordi. La droga esattamente come il progetto del controllo mentale fanno parte integrante del satanismo, perché vanno a colpire il libero arbitrio, il più grande dono di Dio. Gruppi come The Beatles o Led Zeppelin hanno utilizzato, in modi diversi, riferimenti simbolici e suggestioni esoteriche, più come linguaggio artistico che come adesione dottrinale. Nel libro Rivoluzione psichedelica, Mario Arturo Iannaccone sviluppa una lettura critica della cultura musicale degli anni Sessanta e Settanta, inserendola dentro un più ampio processo di trasformazione spirituale e culturale. Il rapporto tra musica e satanismo non è trattato in modo sensazionalistico o complottista, ma come parte di un mutamento simbolico: la musica, secondo l’autore, diventa uno dei veicoli privilegiati di una nuova visione del mondo alternativa al cristianesimo tradizionale. Iannaccone collega la nascita della musica psichedelica e rock alla diffusione delle droghe, in particolare dell’LSD, che avrebbe prodotto uno “slittamento dei paradigmi mentali, religiosi e morali”  . In questo contesto, la musica smette di essere intrattenimento, ma diventa uno strumento capace di modificare l’etica e scatenare l’interesse per l’occultismo, che smettono di essere, come sono sempre stati, fenomeni di nicchia e grazie alla musica, ai cantanti, ai video musicali diventano fenomeni di massa, anzi di masse, masse enormi e masse di giovani e giovanissimi. Il satanismo moderno nasce in élite che hanno letto Carducci, o almeno lo hanno sentito nominare e diventa appannaggio di semianalfabeti che si formano sui video musicali. Arriviamo quindi al piccolo satanista della porta accanto, non legato a nessuna setta, che si sveglia al mattino per accoltellare qualcuno, dopo essersi formato su internet. Il caso del cantante Marilyn Manson è ancora più esplicito: qui la provocazione diventa parte integrante dell’estetica, una sfida diretta ai codici morali e religiosi. Come molti terapeuti testimonio che in persone predisposte i suoi video possono scatenare scompensi psicotici, e anche a tutti gli altri non è che facciano molto bene. E poi c’è sempre il buon vecchio “effetto Werther”, il potere dell’imitazione soprattutto sulle menti deboli. Imitiamo eventi veri, imitiamo serie televisive, film cantanti, e arrivano il massacro di Sharon Tate, l’assassinio di John Lennon, e migliaia di altri casi, dalle Bestie di Satana a quelli che sparano nelle scuole. . Tre giovanissime ammazzarono una suora suor Maria Laura Mainetti, con numerose coltellate e durante le indagini emerse che le tre giovani avevano costruito una sorta di fantasia pseudo-satanica, parlando di sacrificio al diavolo, senza nessuna vera organizzazione satanista strutturata alle spalle. Basta la musica e si arriva al satanista sfuso, il satanosta fai da te, che facendo tutto da solo si conquista il suo posto all’inferno, nell’ingenua certezza che andrà a far parte dello staff, mentre farà parte dell’utenza, a meno che non si penta all’ultimo istante, cosa che tutti ci auguriamo. Il satanismo riempie i piani bassi perché è ai piani alti. Un esempio interessante di uso contemporaneo di simboli indubbiamente satanici, è stata l’inaugurazione del Galleria di base del San Gottardo, avvenuta il 1° giugno 2016. Tutto era accuratamente brutto, le coreografie, i costumi, la musica. La bruttezza e la stupidità sono state ricreate con la stessa cura con cui i capomastri medioevali costruivano le cattedrali. Simboli satanici, l’occhio di Horus, la piramide, sono ossessivamente presenti in quasi tutti i video musicali contemporanei. Basterebbe osservare il disastro umano, suicidi, morti di overdose, ricoveri in strutture per malattie mentali, di molti artisti per rendersi conto che non siamo dentro discorsi teorici. E qui non abbiamo più i simboli del male, che come simboli di ribellione e trasgressione attraversano tutta la cultura occidentale. Se è nei video dell’industria musicale, non è trasgressione. È potere. Il satanismo è al potere e ha il potere. L’aborto al nono mese fiore all’occhiello di tutti gli stati democratici, cosa altro può essere se non il trionfo del satanismo? Parli del Diavolo e spuntano le corna.</p>
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		<title>Direttori d&#8217;orchestra e mobbing</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/05/05/direttori-dorchestra-e-mobbing/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2026 18:23:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Beatrice Venezi]]></category>
		<category><![CDATA[mobbing betrice venezi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il termine “mobbing” viene spesso usato in modo generico, ma in realtà indica un fenomeno preciso e complesso, con rilevanza sia giuridica sia clinica. In ambito lavorativo, il mobbing consiste in una serie sistematica e prolungata di comportamenti ostili, vessatori o umilianti messi in atto nei confronti di un individuo, con l’effetto di isolarlo, delegittimarlo o spingerlo all’allontanamento. Dal punto di vista tipologico, il mobbing può assumere forme diverse. Si parla di mobbing verticale “dall’alto” quando le condotte vessatorie provengono da superiori gerarchici; è il caso più noto, spesso legato ad abusi di potere. Esiste però anche il mobbing orizzontale, esercitato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il termine “mobbing” viene spesso usato in modo generico, ma in realtà indica un fenomeno preciso e complesso, con rilevanza sia giuridica sia clinica. In ambito lavorativo, il mobbing consiste in una serie sistematica e prolungata di comportamenti ostili, vessatori o umilianti messi in atto nei confronti di un individuo, con l’effetto di isolarlo, delegittimarlo o spingerlo all’allontanamento. Dal punto di vista tipologico, il mobbing può assumere forme diverse. Si parla di mobbing verticale “dall’alto” quando le condotte vessatorie provengono da superiori gerarchici; è il caso più noto, spesso legato ad abusi di potere. Esiste però anche il mobbing orizzontale, esercitato tra colleghi di pari livello, e una forma meno intuitiva ma altrettanto rilevante: il mobbing verticale “dal basso”, quando sono i sottoposti a mettere in atto comportamenti ostili nei confronti di una figura apicale. Un esempio emblematico di quest’ultima dinamica può verificarsi in contesti altamente esposti al giudizio pubblico, come quello musicale. Si immagini un direttore d’orchestra apertamente contestato dai propri orchestrali, non attraverso un dissenso professionale fisiologico, ma mediante azioni coordinate di delegittimazione. Se a ciò si aggiunge una manifestazione pubblica — ad esempio un applauso plateale, amplificato dai media, nel momento in cui viene annunciata la cessazione del rapporto professionale — si entra in un terreno particolarmente delicato. In una situazione del genere, infatti, non si è più di fronte a una semplice divergenza artistica o organizzativa, ma a un possibile caso di mobbing con effetti aggravati dalla dimensione pubblica. La lesione non riguarda solo il rapporto interno di lavoro, ma incide direttamente sulla reputazione e sull’immagine professionale del soggetto, con conseguenze potenzialmente durature. Dal punto di vista giuridico, perché si possa parlare di mobbing è necessario dimostrare alcuni elementi fondamentali: la sistematicità delle condotte, l’intento persecutorio o comunque discriminatorio, il nesso causale tra le azioni subite e il danno riportato. In presenza di questi requisiti, la persona danneggiata può agire per ottenere un risarcimento, che può includere diverse voci: danno patrimoniale (perdita di opportunità lavorative), danno all’immagine e, soprattutto, danno non patrimoniale. È qui che entra in gioco il profilo clinico. Le condotte di mobbing, soprattutto se protratte nel tempo e accompagnate da umiliazione pubblica, possono generare un vero e proprio danno neuropsicologico. Ansia cronica, disturbi del sonno, depressione, perdita di autostima, fino a forme di disturbo post-traumatico da stress: si tratta di conseguenze documentate, che incidono sulla salute mentale e sulla capacità lavorativa dell’individuo. Il danno neuropsicologico non è un concetto astratto, ma un elemento sempre più riconosciuto anche in sede giudiziaria, laddove supportato da perizie mediche e psicologiche. La compromissione del benessere psichico, soprattutto quando collegata a dinamiche lavorative tossiche, può tradursi in un risarcimento significativo, talvolta molto elevato, proprio in ragione della difficoltà di recupero e dell’impatto sulla vita complessiva della persona. Nel caso di una delegittimazione pubblica, come quella descritta, il danno può risultare amplificato: alla sofferenza individuale si aggiunge la perdita di credibilità professionale davanti a una platea più ampia. In ambiti come quello artistico o dirigenziale, dove la reputazione è parte integrante del lavoro, questo tipo di lesione può avere effetti particolarmente gravi. Per questo motivo è fondamentale distinguere tra legittima critica — anche aspra — e comportamenti che, per modalità, intensità e ripetizione, travalicano nel mobbing. La linea di confine non è sempre immediata, ma diventa evidente quando l’obiettivo non è più il confronto professionale, bensì la demolizione della persona. In definitiva, il mobbing non è solo una questione di conflitti sul lavoro: è una forma di violenza psicologica strutturata, che può produrre danni concreti e riconoscibili, sia sul piano giuridico sia su quello clinico. Ignorarne la gravità o ridurlo a semplice “tensione lavorativa” significa sottovalutare un fenomeno che, soprattutto nelle sue manifestazioni pubbliche, può avere conseguenze profonde e durature.</p>
<p>Ogni allusionea Beatrice Venezi è assolutamente volontaria. Il licenziamento per come è stat fatto ha crearto una vera e propria campagna derisoria sui social.</p>
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