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	<title>Silvana De Mari Community</title>
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		<title>Ildegarda!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 14:30:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Per quasi mezzo secolo sono stata non credente. La dimensione religiosa mi scivolava accanto senza toccarmi davvero, ei santi, lo ammetto, mi apparivano come figure bizzarre, quasi eccentriche, certamente lontane dal mio modo di vedere il mondo. Di loro sapevano poco o nulla. L&#8217;unica eccezione era San Francesco, che ai miei tempi veniva evocato puntualmente a scuola ogni 4 ottobre. Per il resto, il vuoto assoluto. Tra questi nomi sconosciuti c&#8217;era anche Santa Ildegarda di Bingen. Qualcosa, vagamente, mi era arrivato: l&#8217;immagine di una suorina che coltivava un orticello e produceva rimedi naturali. Sono tornata credente, e con la fede [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Per quasi mezzo secolo sono stata non credente. La dimensione religiosa mi scivolava accanto senza toccarmi davvero, ei santi, lo ammetto, mi apparivano come figure bizzarre, quasi eccentriche, certamente lontane dal mio modo di vedere il mondo. Di loro sapevano poco o nulla. L&#8217;unica eccezione era San Francesco, che ai miei tempi veniva evocato puntualmente a scuola ogni 4 ottobre. Per il resto, il vuoto assoluto. Tra questi nomi sconosciuti c&#8217;era anche Santa Ildegarda di Bingen. Qualcosa, vagamente, mi era arrivato: l&#8217;immagine di una suorina che coltivava un orticello e produceva rimedi naturali. Sono tornata credente, e con la fede è arrivato anche l&#8217;interesse per la vita dei santi, infinitamente più divertente della vita di chiunque altro. Tra i santi c&#8217;è di tutto, gente che ha attraversato il mondo, qualcuno che non si è mai mosso dalla sua stanza, guerrieri, martiri, fondatori di lebbrosari, malati che hanno fatto della loro malattia un capolavoro di dono a Dio. I santi, tutti, hanno un coraggio da leoni. Di Santa Ildegarda, però, continuavo a sapere poco, ero rimasta alla suorina con l&#8217;orto. Durante la “pandemia”, periodo di smarrimento e follia, di deontologia tradita, di terapia negata, ho sentito per la prima volta parlare di Francesco Avanzini, un medico coraggioso la cui lettera aperta, “Come un ladro nella notte”, circolava sul web. Raccontava di essere stato accompagnato fuori dal suo ospedale dal direttore sanitario, allontanato a metà del suo lavoro lasciando una fila di pazienti in coda davanti al suo ambulatorio, in quanto pericoloso non vaccinato, in quanto cioè dissidente che aveva rifiutato un farmaco che secondo le stesse schede tecniche non aveva funzione di immunizzare, e che quindi era un assoluto non senso imporre. La lettera mi colpì profondamente. Poi ho avuto la fortuna di conoscerlo. Con lui ho collaborato all&#8217;interno della piattaforma “Brigata per la difesa dell&#8217;ovvio”, dove ha curato e aiutato un numero impressionante di persone e all&#8217;interno della quale gli ho sentito parlare di Ildegarda, con un amore appassionato. Il dottor Avanzini non si è limitato a un paio di conferenze: curava le persone integrando alla farmacologia attuale con i rimedi di Ildegarda, che oggi chiamiamo integratori, la cui farmacopea è stata recuperata con rigore scientifico, esattamente come preziosissime sono risultate le regole di vita, quelle che oggi chiamiamo regole igieniche. I risultati di cura sono stati spettacolari. È stato proprio Avanzini a insegnarmi ad amarla, a svelarmi la grandezza nascosta dietro quella figura che aveva ridotto a una “suorina con un orto”. Il dottor Avanzini ha scritto un libro su di lei, SANTA ILDEGARDA DI BINGEN, La medicina del corpo e dell&#8217;anima, ed. Solfanelli. È un atto di devozione, ma anche un ponte offerto a chi, vieni a me, non sapeva vedere. Il libro di Francesco Avanzini dedicato a Santa Ildegarda è una rivelazione. Non solo per chi già conosce la straordinaria mistica renana,ma soprattutto per chi, come me, aveva sempre ridotto Ildegarda a un nome lontano, un&#8217;ombra medievale associata vagamente all&#8217;erboristeria. Ildegarda, sua ora benedettina, ha creato un vero sistema terapeutico, ma si è occupata anche di teologia, di musica, ha prodotto immagini straordinarie. È stata proclamata da Benedetto XVI Dottore della Chiesa. Avanzini, con passione, rigore e una rara sensibilità, spalanca le porte su una figura che appare improvvisamente viva, potente, attualissima. Il rigore è necessario perché il primo degli argomenti da trattare è quello dell&#8217;autenticità degli scritti che le sono stati attribuiti, in realtà non tutti autentici, un esame filologico indispensabile per distinguere il grano dalla gramigna. Scopriamo come si viveva nei monasteri, scopriamo come si curava, ma soprattutto scopriamo il suo sorprendente e attuale metodo terapeutico. La forza del libro sta innanzitutto nello sguardo dell&#8217;autore. Avanzini non si limita a raccontare la storia di Ildegarda: la vive, la attraversa, la interpreta, la porta al presente. Ne emerge una donna di una modernità disarmante, capace di parlare alla mente e al cuore con secoli di anticipo. Una scienziata ante litteram, una teologa ardente, una studiosa instancabile del corpo e dell&#8217;anima, un colosso del pensiero europeo, una luce accesa su un Medioevo che spesso immaginiamo buio, mentre invece era una fonte di luce. Il libro è un viaggio spirituale. Avanzini accompagna il lettore con una scrittura limpida, accessibile, intensa, dove c&#8217;è il suo entusiasmo di medico che ottiene sorprendenti risultati di cura grazie a rimedi messi a punto secoli fa. Le sue pagine restituiscono l&#8217;energia mistica di Ildegarda, la potenza delle sue visioni, la profondità delle sue intuizioni mediche. È evidente che l&#8217;autore non parla da semplice studioso: parla da medico che ha visto la sofferenza negli occhi delle persone, da uomo che ha attraversato momenti difficili, da credente che ha ritrovato un senso più grande. L&#8217;entusiasmo di Avanzini è contagioso. Ciò che colpisce maggiormente è la sua capacità di rendere attuale il pensiero di Ildegarda: la concezione dell&#8217;essere umano come unità inscindibile, l&#8217;idea che il benessere richieda armonia tra corpo, spirito e mondo, la visione della natura come alleata e maestra. Ogni capitolo sembra riportare alla luce una verità dimenticata, un tassello di saggezza che oggi più che mai avremmo bisogno di ascoltare. Il merito più grande del libro è la sua capacità di trasformare Santa Ildegarda da figura remota e stereotipata in una presenza viva, luminosa, sorprendentemente attuale. Santa Ildegarda di Bingen incarna con potenza la grandezza della donna nel pensiero cristiano. Profetessa, scienziata, mistica e musicista, ella non fu un&#8217;eccezione tollerata, ma la fioritura naturale di una tradizione che, fin dalle sue origini, riconosce alla donna un ruolo sacro. Nel cristianesimo la dignità femminile si radica nella figura della Madonna: la Madre di Dio,ponte fra cielo e terra, è il vertice della creazione redenta. Prima di lei, le matriarche bibliche, Sara, Rebecca, Rachele, e le guerriere, Ester e Giuditta, avevano già mostrato come la fede e il coraggio delle donne guidino la storia di salvezza. Dopo di lei, le sante e le mistiche come Ildegarda hanno continuato a rivelare la luce spirituale e la sapienza che Dio affida al femminile. Ricordare la figura di Ildegarda oggi è fondamentale per chiarire quanto il continuo ringhiare contro il “patriarcato” del mondo cristiano occidentale sia un&#8217;aggressione gratuita. Parlare di “patriarcato oppressivo” nel cristianesimo significa fraintendere la sua radice: non dominio maschile, ma comunione di doni diversi. In Cristo, uomo e donna trovano la loro pienezza reciproca, voluti entrambi a immagine di Dio, uguali in dignità, magnificamente diversi in tutto il resto.</p>
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<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6729" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/04/avanzini-217x300.x55482.webp" alt="" width="217" height="300" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/04/avanzini-217x300.webp 217w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/04/avanzini.webp 347w" sizes="(max-width: 217px) 100vw, 217px" /></p>
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		<title>Uscito dalla porta e rientrato dalla finestra.</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/04/14/uscito-dalla-porta-e-rientrato-dalla-finestra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 19:24:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il modo di dire &#8220;uscire dalla porta e rientrare dalla finestra&#8221; indica un fenomeno che, dopo essere stato escluso o accantonato, ritorna in auge in modo inaspettato o per vie traverse. Roberto Demaio, matematico e scrittore, ha ricostruito con minuziosa precisione i veri numeri dell’epidemia Covid nell’imperdibile libro &#8220;Covid. Diamo i numeri?&#8221;, che contiene anche esclusive sui tamponi utilizzati e le loro problematiche statistiche e metodologiche. I numeri non mentono. La letalità della SARS 2 covid 19 è stata dello 0,66% (Link: https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(20)30243-7/fulltext). La parola Letalità (Tasso di letalità &#8211; Case Fatality Rate): indica la proporzione di decessi per una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h5><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-6726" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/04/pizzaballa.x55482.jpg" alt="" width="148" height="148" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/04/pizzaballa.jpg 148w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/04/pizzaballa-130x130.jpg 130w" sizes="(max-width: 148px) 100vw, 148px" />Il modo di dire &#8220;uscire dalla porta e rientrare dalla finestra&#8221; indica un fenomeno che, dopo essere stato escluso o accantonato, ritorna in auge in modo inaspettato o per vie traverse. Roberto Demaio, matematico e scrittore, ha ricostruito con minuziosa precisione i veri numeri dell’epidemia Covid nell’imperdibile libro &#8220;Covid. Diamo i numeri?&#8221;, che contiene anche esclusive sui tamponi utilizzati e le loro problematiche statistiche e metodologiche. I numeri non mentono. La letalità della SARS 2 covid 19 è stata dello 0,66% (Link: https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(20)30243-7/fulltext). La parola Letalità (Tasso di letalità &#8211; Case Fatality Rate): indica la proporzione di decessi per una specifica malattia sul totale delle persone che hanno contratto quella malattia. Il tasso di mortalità indica quante persone sono morte per una determinata causa rispetto al totale della popolazione (esposta al rischio) in un determinato periodo di tempo, è più difficile da calcolare, ed è quindi ancora più basso. Quindi restiamo sulla letalità dello 0,66%. Per una malattia con letalità dello 0,66%, per questa assurda pestilenza, mite come una qualsiasi influenza e insidiosa come l’acqua che distrugge il granito, la Messa è finita. Siamo stati soli nel deserto, mentre la Chiesa, la Sposa di Cristo è stata rapita. In mezzo a un’epidemia, sia pure con lo 0,66% di letalità, nessuno ha chiesto perdono. Nella Pasqua del 2020 le chiese sono state chiuse mentre i tabaccai erano aperti. Il 27 marzo una cerimonia molto coreografica, oserei dire istrionica, studiata fino all’ultima inquadratura, è stata trasmessa da una Piazza San Pietro deserta, a suggerire che Cristo è opinabile, il Vicario di Cristo, come sua abitudine, non si è inginocchiato davanti al Santissimo. Non è stato chiesto perdono di nulla. Non è stato chiesto perdono per le colpe della Chiesa, quelle passate e quelle attuali, l’orrendo idolo Pachamama sugli altari, non è stato chiesto perdono per i nostri peccati, l’aborto, il rifiuto del dono di Dio della vita, della sessualità che la genera. Non è stato chiesto perdono per le blasfemie pagate con denaro pubblico, Non è stato chiesto perdono per i cristiani martirizzati in terra di Africa e Asia nella nostra indifferenza. È stato dichiarato che non è il tempo del giudizio di Dio, ma del giudizio dell’uomo. Di Dio è stato negato il giudizio e la sua Casa è rimasta chiusa. Cristo è stato invitato a svegliarsi e risolvere la situazione. Esiste una <strong><em>profezia</em></strong> apocalittica <strong><em>di Daniele</em></strong><strong> </strong>che vide un giorno &#8220;abolito il sacrificio quotidiano&#8221; ed &#8220;eretto <strong>l&#8217;<em>abominio della desolazione</em></strong><strong>&#8221; </strong>Domenica delle Palme 2026. Piovono missili e bombe a grappolo su Gerusalemme. La contraerea israeliana, lo scudo di ferro, Iron Dome, non riescono a intercettare il 100%. dei missili. Molti non hanno colto le implicazioni teologiche che questo evento suggerisce. Gerusalemme è una città santa per ebrei e cristiani. Gerusalemme non è una città santa islamica. Quando l’Islam ha avuto il controllo di Gerusalemme ha fatto di tutto per farla decadere. Sia Mark Twain che Carlo Marx la descrivono come una città fatta di polvere e escrementi di capra, abitata nella sua parte orientale da comunità di ebrei, molto vessati e molto miserabili, e in quella occidentale da comunità cristiane altrettanto vessate e un po’ meno miserabili, con unica eccezione allo squallore la spianata delle Moschee, che era già stata la spianata del Tempio, il luogo dove l’Islam tiene i piedi sul cuore del cristianesimo e dell’ebraismo. Contrariamente a quelli israeliani, i missili iraniani puntano serenamente a obiettivi civili. Il fatto di non contenere obiettivi militari o strategici non salva Gerusalemme. Il governo teocratico iraniano tira serenamente missili su Gerusalemme, come ai suoi tempi lo aveva fatto il laico Saddam Hussein, come lo hanno fatto i miliziani di Hesbollah, quelli di Hamas e quelli dello Yemen, perché le città sante dell’Islam, le sacre le intoccabili sono la Mecca e Medina. Quando prima della guerra dei 6 giorni, Gerusalemme apparteneva alla Giordania, non ne era neanche la capitale. Del fatto che piovano missili e bombe a grappolo su Gerusalemme, molti non hanno colto le implicazioni pratiche tra questi il card. Pizzaballa. Le implicazioni logiche e ovvie è che lo stato Israeliano ha chiuso i luoghi santi che sono stati vietati agli ebrei che non potevano arrivare al Muro Occidentale, che noi chiamiamo Muro del Pianto, gli islamici non potevano arrivare alla Spianata delle Moschee e non hanno protestato nemmeno loro, e i cristiani che non possono arrivare al Santo sepolcro, e che non hanno ovviamente protestato nemmeno loro, trattandosi di un provvedimento ovvio e logico. O, meglio, non hanno protestato i cristiani copti, né quelli ortodossi, né gli evangelici Il Cardinale Pizzaballa, benché fosse stato ovviamente comunicata la chiusura dei luoghi santi, ha ritenuto suo dovere presentarsi con khefia di ordinanza su quelli che dovrebbero essere le vesti di un cardinale di Cristo e si è fatto fermare dai soldati israeliani, che quindi secondo la narrazione che si è immediatamente creata, gli avrebbero impedito di dire Messa nella Basilica del Santo Sepolcro. Sua Eminenza non ha espresso nessuna contrarietà al fatto che l’Iran abbia bombardato i luoghi Santi, lo scopo della sua animosità erano i soldati israeliani che stavano salvando la sua incolumità. . ha affermato che nei secoli non è mai successo che la basilica del santo sepolcro fosse chiusa e la Messa di Pasqua non fosse permessa. Quindi Sua Eminenza non ricordava che la chiesa del Santo Sepolcro come ogni altra chiesa è stata chiusa nel 2020, davanti a una pandemia con lo 0,66 di letalità, lo zero virgola qualcosetta di mortalità, un problema infinitamente meno pericoloso delle bombe a grappolo su Gerusalemme. Dato che escludo che un cardinale di Santa Madre Chiesa e in particolare Sua Eminenza Pizzaballa, possa mentire, contraddicendo in pieno l’ottavo comandamento di non dire falsa testimonianza, non posso che dedurne che Sua Eminenza presenti un danno alla capacità di memorizzazione. Sua Eminenza sapeva da prima di andarci che non l’avrebbero lasciato entrare per ragioni di sicurezza (e difatti il divieto era esteso a tutti i luoghi di culto, sinagoghe comprese), oppure lo aveva dimenticato? Non può che essere stata una dimenticanza, perché sarebbe semplicemente ridicolo, una provocazione, un versare benzina su fuoco presentarsi a farsi fotografare a un posto di blocco sapendo in anticipo di non poter passare, per ovvie ragioni di sicurezza. Questo conferma la mia diagnosi. Sua Eminenza quindi non può che avere problemi quindi di memoria recente. Sua Eminenza Pizzaballa quindi in quanto Cardinale è tenuto più di ogni altro, con l’eccezione del Papa, a seguire le indicazioni di Cristo che ha raccomandato di dare a Cesare quello che è di Cesare, e che ha dichiarato beati gli operatori di pace, e gli operatori di pace sono coloro che non versano benzina sul fuoco. Una Eminenza della chiesa di Gesù Cristonon può portare sui suoi abiti talare di Eminenza della Chiesa di Gesù Cristo la stessa Khefia che avevano coloro che hanno strangolato i bambini Bibas rapiti in un sotterraneo, che hanno bruciato vive due gemelline di sette anni e il loro fratellino il 7 ottobre e che, dopo averlo fatto, ridevano felici e felici telefonavano alle loro mamme e ai loro papà che sono stati felici anche loro. Il Cardinale quindi non ricordava il vero significato della Khefia. Sono estremamente preoccupata per le condizioni cognitive di Sua Eminenza Pizzaballa e per i danni che i suoi indubbi deficit mnemonici stanno causando alla cristianità. La foto di Sua Eminenza fermato dai soldati Israeliani ha fatto il giro dei social. La violenza dell’antisemitismo nei commenti è spaventosa e dà la nausea. Anche i siti israeliani hanno commentato le fotografie del Cardinale: hanno ricordato le parole di Arafat, portatore di Khefia per eccellenza: “noi li sgozzeremo tutti, sgozzeremo i feti nelle madri”. Hanno ricordato secoli di persecuzioni di cui hanno tenuto un conto puntiglioso, dalla seconda diaspora causata dai Crociati, allo sterminio nazista che è comunque avvenuto per mano cristiana su terre cristiane. L’antisemitismo cacciato dalla porta ottanta anni fa, il nazismo lo ha “disonorato”, ora rientra dalla finestra ammantato di una bizzarra compassione selettiva. In quella stessa domenica delle Palme mentre il Cardinale faceva la sua passeggiata verso il posto di blocco, altri cristiani sono stati massacrati in Nigeria e grazie anche al Cardinale che ha occupato la scena, sono stati immediatamente dimenticati. Data la delicatezza della situazioni, i danni che possono nascere dal dimenticarsi, non sarebbe il caso di sostituire Sua Eminenza Pizzaballa con un cardinale con migliore memoria? Qualcuno che non dimentichi le regole elementari per non buttare benzina sul fuoco.</h5>
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<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6686" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--230x300.x55482.jpeg" alt="" width="230" height="300" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--230x300.jpeg 230w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--787x1024.jpeg 787w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--768x1000.jpeg 768w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--400x521.jpeg 400w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--461x600.jpeg 461w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto-.jpeg 1080w" sizes="(max-width: 230px) 100vw, 230px" /></p>
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		<title>Qualche voce dal Dizionario</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/04/09/qualche-voce-dal-dizionario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 11:21:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Arte Qualsiasi manufatto umano che contagi un’emozione. Non è che non mi piaccia l’arte moderna: la trovo spesso deliziosamente decorativa, un sistema grafico di comunicazione, e, se costasse duecento euro, un Fontana in casa me lo potrei anche mettere. Anche l’arte postmoderna mi contagia un’emozione forte e precisa, che è il desiderio di essere altrove. Sì lo so, adesso il mio amico Sergio Mandelli mi scrive che non capisco e mi offre le sue pillole di arte moderna da studiare, e so che ha ragione, ma io sono un semianalfabeta e un barbaro, e Caravaggio e Giotto li capisco anche da [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6686" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--230x300.x55482.jpeg" alt="" width="230" height="300" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--230x300.jpeg 230w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--787x1024.jpeg 787w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--768x1000.jpeg 768w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--400x521.jpeg 400w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--461x600.jpeg 461w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto-.jpeg 1080w" sizes="(max-width: 230px) 100vw, 230px" /></p>
<h2>Arte</h2>
<p>Qualsiasi manufatto umano che contagi un’emozione.</p>
<p>Non è che non mi piaccia l’arte moderna: la trovo spesso deliziosamente decorativa, un sistema grafico di comunicazione, e, se costasse duecento euro, un Fontana in casa me lo potrei anche mettere.</p>
<p>Anche l’arte postmoderna mi contagia un’emozione forte e precisa, che è il desiderio di essere altrove. Sì lo so, adesso il mio amico Sergio Mandelli mi scrive che non capisco e mi offre le sue pillole di arte moderna da studiare, e so che ha ragione, ma io sono un semianalfabeta e un barbaro, e Caravaggio e Giotto li capisco anche da semianalfabeta e barbaro, perché restano Caravaggio e Giotto anche in una cantina, mentre, se posti fuori da gallerie e musei, i post moderni tendono a confondersi con magazzini discount o, a volte, discariche.</p>
<p>Guardate il quadro del Narciso attribuito a Caravaggio: rappresenta ovviamente Narciso. Questo quadro è stato prodotto mediante una tecnica, è stato pagato in maniera umana. Traduco in parole povere: le opere di Caravaggio venivano pagate più care delle opere di pittori meno apprezzati, ma venivano comunque pagate secondo un senso logico: un’opera che era costata 100 ore veniva pagata il doppio di una che ne fosse costata 50. Il pittore quindi veniva considerato un essere umano, pagato in maniera umana, che come ogni essere umano doveva conoscere una tecnica grazie al quale produceva un’immagine che era contemporaneamente comprensibile ed emozionante. Se trovassimo la tela del Caravaggio in una soffitta o in uno scantinato, priva di titolo e di cornice, capiremo comunque cosa rappresenta. Un analfabeta proveniente dalle zone rurali dell’India o del Pakistan, che non sappia nulla della nostra civiltà, non riuscirà certamente scorgere il personaggio di Narciso, che ignora, ma riuscirà comunque a vedere un ragazzo che si specchia e che forma un cerchio con il suo riflesso, dando quindi l’impressione molto forte di qualcuno rinchiuso all’interno di un qualcosa, qualcuno che ha rinunciato guardare all’esterno, così che il suo riflesso diventa quasi una gabbia.</p>
<p>Qui sotto c’è la discrezione di due opere contemporanee, considerate opere d’arte e pagate come opere d’arte, di cui mi rifiuto di fornire un’immagine. Queste opere non hanno tecnica, nel momento in cui siano fuori contesto, senza titolo fuori da un museo, in uno scantinato in una soffitta, non sono più identificabili come opere d’arte. Sono state giudicate opere d’arte da grandissimi critici. Chiunque affermi che tutto questo è spazzatura verrà trattato con commiserazione in quanto piccolo borghese che non capisce la trasgressione. Quale trasgressione? La trasgressione per essere una trasgressione seria deve comportare un rischio. Le vignette su Maometto sono una trasgressione. In tutti i casi chiarisco che al di là di ogni ragionevole dubbio io sono in tutto per tutto una piccolo borghese, fiera di esserlo, e se mi avete scambiato per qualcun altro, giuro, non è stata colpa mia. Appartengo alla civiltà a cui appartengono e ne sono fiera. Sono fiera di appartenere una civiltà che ha scritto la Divina Commedia ed eretto la cattedrale di Chartres, e comincio non tollerare più tutti mediocri e i falliti che su questa civiltà vomitano per sentirsi qualcuno, i Pietro Manzoni, i Paul McCarthy, gli Andres Serrano, le ridicole impacchettature dei ridicoli coniugi Christo, mentre i quadri di Goya mi sconvolgono e quelli di Egon Schiele mi spezzano il cuore. Schiele è trasgressione e i suoi dipinti sono atroci, meravigliosamente atroci. E ora passiamo al tempo: il tempo impiegato dall’artista a fare queste opere è di pochi minuti. Quindi l’artista è una specie di semidio che ci vende il suo tempo in cambio di cifre astronomiche. Non è nemmeno più un essere umano come lo erano invece Leonardo da Vinci e Raffaello, che erano pagati secondo standard umani. La mancata correlazione tra il tempo necessario e il pagamento è un segno gravissimo di dissociazione psicotica della società; le psicosi possono essere fenomeni di massa. Questo tipo di arte, è una dissociazione psicotica.</p>
<p>La prima e la seconda opera che riporto sono ambedue escrementi: la prima è fatta di escrementi veri, a seconda di escrementi di travertino, e sono state pagate coi quattrini dei contribuenti italiani, inclusi quelli dei piccolo borghesi, io in primis, che questa arte non la capiscono. L’arte non si impone al popolo, è un’idea da dittatura, un’idea paternalistica e dittatoriale.</p>
<p>“<em>Nel 61 la biennale di Venezia espose dopo averli pagati con i soldi dei contribuenti gli escrementi in barattolo dell’artista Pietro Manzoni. Merda d’artista è il titolo di un’opera dell’artista italiano Piero Manzoni. Il 21 maggio 1961 l’autore sigillò le proprie feci in 90 barattoli di latta, identico a quelli per la carne in scatola, ai quali applicò un’etichetta, tradotta in varie lingue, con la scritta «merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961». Sulla parte superiore del barattolo è apposto un numero progressivo da 1 a 90 insieme alla firma dell’artista. L’artista mise a questi barattoli il prezzo corrispondente per 30 grammi di oro, alludendo al valore dell’artista che grazie ai meccanismi commerciali della società dei consumi poteva vendere al valore dell’oro una parte di se stesso.</em></p>
<p><em>Con questa opera così provocatoria Piero Manzoni afferma di voleva svelare i meccanismi e le contraddizioni del sistema dell’arte contemporanea, che devo dire mi sono rimasti oscuri. Questa “protesta” continuò tramite le sue azioni, ad esempio quella di firmare modelle vive e nude o quella di dare uova sode con sopra le proprie impronte digitali, che continua a sembrarmi una boiata, un sistema grafico di comunicazione spacciato per (molto modesta) trasgressione.</em></p>
<p><em>La scatoletta è diventata un vero e proprio manifesto di un’ epoca demente, contrastando le assurdità artistiche in quanto qualsiasi prodotto veniva premiato e considerato arte non per il valore intrinseco, la capacità dell’artista o ciò che suscitava, ma solo dalla notorietà dell’artista.</em></p>
<p><em>La critica ha visto la scelta di confezionare le feci come una protesta verso gli artisti che vedevano nell’arte un mezzo di eternarsi. Con quest’ottica l’opera diventa un reliquiario che contiene un ricordo “prezioso” del maestro da venerare come sacro”. </em>(da Wikipedia)</p>
<p>Ma veramente riuscite a leggere queste righe senza sentirne il ridicolo? Ci riuscite? Non vi fate illusioni: credete di essere colti e trasgressivi. Rileggetevi Andersen, i vestiti nuovi dell’imperatore. E anche Orwell in 1984: non è trasgressione, solo bispensiero. (vedi 2) “E poi c’è la maxi-cacca di, uno delle opere più discusse della Biennale internazionale di scultura che è stata inaugurata qualche anno fa a Carrara. Il maxi-escremento, realizzato in travertino di Rapolano (Siena), è stato piazzato in corso Roma davanti alla sede centrale della Cassa di Risparmio di Carrara. L’artista statunitense l’ha voluto collocare davanti ad una banca per “combattere il capitalismo”, come ha detto lui stesso nei giorni scorsi” da La Repubblica.</p>
<p>L’artista doveva combattere il capitalismo, peccato che l’artista sia stato pagato con i soldi dei contribuenti italiani non noccioline ma con vero denaro e tanto, che lui avrà messo in una banca. Perché le trasgressioni dei cosiddetti artisti, signori, le loro provocazioni, sono puro distillato di immondi nanetti, di piccoli narcisi che ci fanno dispetti facendo cacche pipì sul salotto buono, così dimostrano che il denaro è sterco del diavolo, e se la fanno pagare migliaia di dollari o euro. E anche dove escrementi feci non ci siano, dove l’opera d’arte sia la bandiera americana con le stelline sostituite dai teschi, l’arte non c’è. È un tizio che mi sta esprimendo le sue idee politiche usando un codice. Se volete avere un’idea dell’arte Paul McCarthy, mi rifiuto di portare le foto, andate su Google immagini e digitate il nome dell’autore. Come mi rifiuto di descrivere opere d’arte fatte con corpi umani scuoiati e mummificati. (Gunther Von Hagens). Il rispetto del corpo nella morte è una caratteristica umana, rileggiamoci I Sepolcri. La mancanza di rispetto del corpo nella morte è la stigmata di un’umanità perduta. Non c’è limite: qualsiasi cosa venga fatta, purché anti umana e, se possibile, anticristiana, il critico che dica che quella roba lì è arte, parlando come una parodia di Woody Allen, che a sua volta è una parodia, si trova. E ora la terza più immonda opera, Piss Christ (in italiano “Cristo di piscio”) è una fotografia realizzata nel 1987 dal fotografo statunitense Andres Serrano. La foto raffigura un piccolo crocefisso di plastica immerso in un bicchiere di vetro contenente l’urina dell’autore. L’opera ha vinto, nel 1989, il premio Awards in the Visual Arts messo in palio dal Southeastern Center for Contemporary Art [1] e sponsorizzato dal National Endowment for the Arts, un ente governativo statunitense che tutela e finanzia progetti a cui è riconosciuta un’eccellenza artistica. (da Wikipedia).<br />
Per quanto riguarda l’ultima opera descritta, mi sono limitata a riportare Wikipedia. Notate la trasgressione. Quale trasgressione? Se non siete credenti il crocifisso è il simbolo di un uomo torturato a morte per le sue idee, un supplizio atroce usato di nuovo a Dachau e ora in Iraq a Mosul. Negli ultimi 60 anni i cristiani sono stati massacrati a milioni nel lager e nei laogai, sono braccati come cani in Nigeria. Dove è la trasgressione a ingiuriare dei perseguitati? Nel ‘600 era pericoloso e credo, chiedo scusa per l’arroganza, che se fossi vissuta nel 600, io avrei fatto parte dei trasgressivi, perché Giordano Bruno, non era uno stinco di santo e nemmeno simpatico, ma bruciare la gente è sempre molto scortese e non deve essere fatto, e dove è fatto bisogna combattere perché non sia più fatto. Ma in un mondo dove la parola cristiano è una condanna a morte, opere come queste sono le farneticazioni di chi attacca i perseguitati, chiunque le abbia approvate fa parte della categoria.</p>
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<p>Chi desidera il libro con la dedica scriva a silvana.demari53@libero.it</p>
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		<title>Ancora sulla Sindone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 11:14:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Viene spesso spacciata per scienza la teoria di Darwin. Che una cellula, il DNA o più banali e piccole molecole organiche si possano essere create da sole per aggregazione casuale di atomi in condizioni fisiche chimiche talmente particolari che non siamo in grado di riprodurle, è un concetto completamente irrazionale, È nato prima il DNA o è nata prima la DNA polimerasi? Il DNA come accidente ha fatto a formarsi senza un enzima polimerasi a tenere insieme i nucleotidi che lo compongono? La polimerasi come ha fatto a formarsi senza il DNA che la codificava? I nucleotidi del DNA come [&#8230;]</p>
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<p>Viene spesso spacciata per scienza la teoria di Darwin. Che una cellula, il DNA o più banali e piccole molecole organiche si possano essere create da sole per aggregazione casuale di atomi in condizioni fisiche chimiche talmente particolari che non siamo in grado di riprodurle, è un concetto completamente irrazionale, È nato prima il DNA o è nata prima la DNA polimerasi? Il DNA come accidente ha fatto a formarsi senza un enzima polimerasi a tenere insieme i nucleotidi che lo compongono? La polimerasi come ha fatto a formarsi senza il DNA che la codificava? I nucleotidi del DNA come si sono formati? E gli aminoacidi della polimerasi? Gli anti darwinisti sono trattati da deficienti, oltre che ovviamente terrapiattisti e bigotti. In realtà non sono pochi i liberi pensatori che hanno osato mettere in dubbio la teoria di Darwin essendo questa una teoria biochimicamente indimostrabile e contrario al secondo principio della termodinamica. Thomas Nagel filosofo statunitense non credente per il suo libro “Mente e cosmo. Perché la concezione neodarwiniana della natura è quasi certamente falsa”, è stato coperto di contumelie. La teoria di Darwin è intoccabile perché è il pilastro che sostiene in maniera pseudoscientifica l’ateismo. Questo lo capisco bene perché per mezzo secolo sono stata atea e darwinista. Sono diventata atea a 12 anni Non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano incomprensibili. on ho mai capito i miracoli del Vangelo. Perché guarire quel lebbroso lì, e non quello di due strade più in là che non hai incontrato Gesù Cristo? Perché ridare la vista al cieco che Lo sente passare e lo chiama, e non all’altro cieco che dato che vive in un paesello sperduto che Gesù non l’ha mai sentito nominare e quindi non Gli può chiedere niente? Perché guarire un lebbroso e anche quegli altri dieci invece di eliminare direttamente il batterio della lebbra dalla faccia della terra? In effetti, Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra invece che puoi mandare Suo Figlio a guarire quel lebbroso lì e non quell’altro? La passione e la morte in croce, ma in effetti che senso avevano? Non sarebbe stato più funzionale scendere gpdalla croce e convincere tutti con un qualche spettacolare miracolo? In che senso la crocifissione ci ha salvato tutti? Non è che dopo le cose siano andate così straordinariamente bene. Per me è stata una entusiastica liberazione la lettura del Dizionario Filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. In realtà non ero io che pensavo come un grande filosofo. È Voltaire che pensava come un dodicenne. Il Dizionario Filosofico, anche nelle versioni che noi conosciamo, vale a dire versioni carine ed edulcorate dal violentissimo antisemitismo e dai terrificanti razzismi anti africani, è un ammasso di pensieri da dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture e che non ha capito nulla, ma proprio nulla del bene e del male, del concetto di creazione, di caduta, di passione di Cristo. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri scientifici o pseudo scientifici che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’ha creata. La teoria di Darwin, l’idea che spontaneamente il DNA sia aggreghi in forme sempre più complesse, senza interventi esterni, è semplicemente contraria al secondo principio della termodinamica. E torniamo al mio ateismo. Il mio ateismo si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare, e dopo aver osservato trarre conclusioni, non nel partire dalla conclusione (Dio non esiste) e poi creare teorie scientifiche a suffragio. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Non è possibile che il DNA si sia creato da solo per aggregazione casuale di atomi e che sia stato in grado di riprodursi senza un enzima apposito (è nato prima il DNA o la DNA polimerasi?) Non è tecnicamente possibile che il DNA sia passato da ameba a uomo per progressiva selezione di mutazioni casuali. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono scientificamente aldilà di ogni ragionevole dubbio. Sono nata nel 1953. Ero già in grado di intendere di volere, anche se non credente, quando negli anni 70 sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa, anche su questo avevo ragione io. Wow. Il fatto che la Chiesa abbia permesso sulla Sindone degli esperimenti così rozzi e così malfatti, già indica che ci fossero problematiche importanti all’interno del mondo ecclesiale. La datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non ha senso, perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. Il metodo del radiocarbonio misura infatti il rapporto tra isotopi in un materiale organico, ma presuppone che il campione sia rimasto chimicamente isolato. Nel caso di un telo come la Sindone, questa condizione è ovviamente impossibile. Nel corso dei secoli, il tessuto è stato esposto al fumo di milioni candele, di incendi documentati (come quello del 1532), a manipolazioni umane, sudore e agenti ambientali. Tali contaminazioni alterano la quantità di carbonio 14 presente nel campione, rendendo la datazione non affidabile. Sono state avanzate anche critiche metodologiche: ad esempio, la scelta di un’unica area di prelievo, su uno degli angoli superiori, e la presenza di rammendi successivi. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino, per “non essere influenzati”, qualsiasi cosa possa voler dire. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone, non uno strofinaccio da cucina, è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno sollevato dubbi, anzi hanno raggiunto certezza: la datazione corretta è tra il 300 A.C. e il 300 D. C.  Il chimico Raymond Rogers (2005) evidenziò differenze chimiche tra il campione analizzato e il resto del tessuto, suggerendo che potesse trattarsi di una zona rammendata. Anche Alan Adler (1996) riscontrò anomalie nella composizione delle fibre. Sui prelievi fatti, quindi c’era in sudore di migliaia di mani e del filo di rammendo, quello sì, medioevale. Il gruppo di ricerca STURP (Shroud of Turin Research Project), attivo soprattutto nel 1978, giunse a conclusioni rilevanti: non trovò pigmenti o tecniche pittoriche e definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali, evidenziate attraverso l’analizzatore VP-8: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. In laboratorio sono stati riprodotti effetti simili solo mediante radiazioni ultraviolette molto intense, difficili da ottenere con tecnologie tradizionali. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia. La Sindone è un’immagine stroboscopia. Durante questa esplosone di energia, il braccio destro si stava muovendo. Quindi Dio ha creato il mondo e Cristo è risorto. E questo è documentato scientificamente. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto: il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato. I miracoli non hanno avuto il senso di salvare quel lebbroso invece di quell’altro, di salvare Lazzaro che poi comunque sarebbe morto, ma di salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto la strada verso Dio. I miracoli servivano solo per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Il dolore innocente tutto, sarà consolato in un’infinita eternità.</p>
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<p>Chi desidea il libro Dizionario per la difesa dell&#8217;ovvio (  o anche altri miei libri) con la dedica scriva a silvana.demari53@libero.it</p>
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<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6686" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--230x300.x55482.jpeg" alt="" width="230" height="300" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--230x300.jpeg 230w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--787x1024.jpeg 787w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--768x1000.jpeg 768w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--400x521.jpeg 400w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--461x600.jpeg 461w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto-.jpeg 1080w" sizes="(max-width: 230px) 100vw, 230px" /></p>
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		<title>Chi la dura la vince. </title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/03/31/chi-la-dura-la-vince/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 09:07:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-6677" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/giustizia.x55482.jpg" alt="" width="189" height="267" /></p>
<p>Prima o poi riusciremo a fare la indispensabile riforma della Giustizia, per ripulirla dagli arcaismi che risalgono al periodo fascista, e che permettono drammatiche disfunzionalità. La sconfitta al voto referendario potrebbe essere il primo passo di una vittoria epocale, nel senso letterale del termine, cambiare un’epoca, una vittoria che cambierà non solo la giustizia, ma tutto l’impianto culturale della nostra società. La riforma della Giustizia in Italia è da tempo un tema ricorrente nel dibattito pubblico, evocato come una necessità urgente da entrambi gli schieramenti, questa è la parte più interessante, ma osteggiata dalla magistratura, e quindi costantemente rimandata. Eppure, prima o poi, questo passaggio dovrà compiersi davvero, e deve essere una trasformazione profonda che intervenga immediatamente sul dramma degli errori giudiziari. Ogni giorno, in Italia,  tre persone innocenti finiscono in carcere. Non si tratta di casi isolati o eccezionali, ma di una realtà che si ripete con inquietante regolarità, tre casi al giorno, 30000 negli ultimi 30 anni. Parliamo di individui che vedono la propria vita spezzata: mesi, talvolta anni, prima che la loro innocenza venga riconosciuta, quando ormai il danno è irreparabile. Relazioni compromesse, carriere distrutte, reputazioni cancellate. E, aspetto forse ancora più sconcertante, senza che quasi mai qualcuno sia chiamato a rispondere per questi errori. Il nostro Paese ha già conosciuto tragedie giudiziarie emblematiche. Il caso Tortora resta impresso nella memoria collettiva come uno dei simboli più evidenti delle distorsioni del sistema. Un processo in cui l’innocenza dell’imputato e l’inconsistenza dell’impianto accusatorio emersero con chiarezza assoluta, ma solo dopo che la macchina giudiziaria aveva già prodotto i suoi effetti devastanti. Tuttavia, ciò che rende questo episodio ancora più inquietante è la consapevolezza che non si tratta di un’eccezione. Innumerevoli “Tortora” meno noti non hanno avuto la stessa visibilità, né la stessa possibilità di riscatto. Nel tribunale dove si svolse la tragedia dei suoi processi, Magistrati hanno saltellato cantando “Bella ciao”, canzone che nessun vero partigiano ha mai cantato, simbolo eterno di un antifascismo senza rischi a fascismo defunto, e hanno stappato bottiglie perché di nuovo il caso Tortora può restare impunito. Di fronte a questo scenario, appare evidente che una riforma non sia più rinviabile. È plausibile immaginare che essa possa arrivare nell’arco di cinque o dieci anni, ma solo a una condizione: che il processo di cambiamento inizi subito, con determinazione e lucidità. Non basta affidarsi a discussioni tecniche o a dibattiti confinati tra specialisti. È necessario modificare il modo stesso in cui il tema viene comunicato e percepito dall’opinione pubblica. Durante la campagna referendaria per il SI, il confronto sulla giustizia è rimasto intrappolato in un linguaggio complesso, fatto di tecnicismi e formule giuridiche difficilmente accessibili ai più. Questo approccio, pur necessario in ambito specialistico, si rivela inefficace quando si tratta di costruire consenso. La politica, infatti, non si muove solo sulla base della razionalità, ma anche, e spesso soprattutto, sull’onda delle emozioni. Parlare “alla pancia” delle persone è spesso considerato un metodo superficiale o addirittura scorretto. In realtà, è una componente inevitabile della comunicazione politica. Le decisioni collettive non sono mai esclusivamente razionali: entrano in gioco paure, empatia, indignazione, senso di giustizia. Ignorare questa dimensione significa rinunciare in partenza a coinvolgere davvero i cittadini. Il fronte del NO ha usato slogan che da un punto di vista tecnico, non riportavano fatti concreti: salvare la Costituzione (che non era in pericolo), salvare l’indipendenza dei giudici (che non era in pericolo), combattere il fascismo, che è defunto 80 anni fa, ed è morto, non malato o ferito, proprio morto. Irragionevoli, ma efficaci, questi slogan hanno funzionato. A questo si aggiunge il voto compatto di collettività come la comunità islamica, gli anarchici insurrezionalisti e gli attivisti dei centri sociali, che hanno votato No al 100%. Commovente l’entusiasmo per il NO di città come Napoli, nel quartiere di Scampia 83% di NO, di regioni come la Sicilia, il che dimostra appunto quanto la campagna sia stata efficace, perché sicuramente tutti questi hanno votato NO per puro amore della Costituzione. In più occasioni, il fronte del NO ha saputo ribaltare i termini della questione, presentando come una difesa dei valori democratici ciò che, nei fatti, contribuisce a mantenere in vita norme e meccanismi, questi sì, letteralmente fascisti, voluti dal Duce perché il cittadino possa essere schiacciato e nel caso di errore nessuno paghi. È una strategia che fa leva sulle emozioni, sulla memoria storica e sull’identità collettiva, spesso attraverso una narrazione semplificata quando non direttamente falsificata, ma estremamente efficace. Per chi vuole promuovere un cambiamento reale, è indispensabile adottare un approccio altrettanto incisivo sul piano comunicativo, così da rendere comprensibile e tangibile il problema, trasformando dati e statistiche in storie, volti, esperienze concrete. Occorre far percepire che l’ingiustizia non è un concetto astratto, ma qualcosa che può colpire chiunque. Fondamentale è la costruzione di un messaggio chiaro, diretto e facilmente riconoscibile. uno slogan, semplice ma potente, capace di condensare il cuore della questione e di essere ripetuto con coerenza, richiamando costantemente l’attenzione sull’aspetto più drammatico del problema: il fatto che persone innocenti continuino a pagare un prezzo altissimo per errori del sistema. Dobbiamo ricordare, ogni giorno, di qualsiasi cosa si stia parlando, che degli innocenti, in media tre al giorno, finiscono in carcere e vedono la propria vita distrutta senza che nessuno ne risponda. Significa mantenere viva l’attenzione su una ferita aperta. Significa impedire che il tema scivoli ai margini del dibattito pubblico. La riforma della giustizia non è solo una questione tecnica o giuridica, ma la suprema questione di civiltà. E, come tutte le grandi trasformazioni, richiede tempo, determinazione e una strategia capace di unire ragione ed emozione. Solo così sarà possibile arrivare preparati al momento decisivo: quello in cui il consenso costruito nel tempo si tradurrà in una maggioranza politica. Vincere le elezioni, anzi stravincerle, perché ci sia una maggioranza compatta e potente, in questo caso, non sarà un punto di arrivo, ma l’inizio di un percorso finalmente orientato a rendere la giustizia più equa, più efficiente e più umana. Per arrivarci occorre immediatamente fare due cose, impedire che la scuola e l’università siano politicizzate e impedire le menzogne, combattendole una per una.  La Costituzione garantisce e ordina che la scuola sia apartitica, luogo di formazione libera da condizionamenti ideologici e da pressioni politiche. L’istruzione deve promuovere spirito critico, autonomia di giudizio e rispetto delle diverse opinioni, senza trasformarsi in strumento di propaganda. Per questo motivo, quando un insegnante utilizza il proprio ruolo per fare politica, indirizzando gli studenti o proponendo attività a sostegno di una parte, come la realizzazione di disegni che esaltano la cosiddetta flottiglia e la bandiera di coloro che ridendo hanno bruciato vive le gemelline Shahar e Arbel e il loro fratellino, che hanno strangolato i bimbi Bibas, i due bimbi dai capelli rossi, insieme alla loro mamma, nel buio di un sotterraneo, oppure con la distribuzione di volantini per il “no”, si verifica una violazione grave dei principi di imparzialità e neutralità. In tali circostanze, un ispettore del Ministero dell’Istruzione ha il dovere di intervenire con fermezza, verificando i fatti e adottando i provvedimenti necessari. La scuola deve restare uno spazio di confronto aperto, non di indottrinamento. Solo così si tutela il diritto degli studenti a un’educazione libera, pluralista e rispettosa della Costituzione. Anche la verità è fondamentale per rispettare la Costituzione. Quando qualcuno affermava che la riforma avrebbe assoggettato i PM al potere politico, il che è falso, si sarebbe dovuto chiedere l’intervento del Presidente della Repubblica e chiedere un giurì d’onore. Onore al governo Meloni che ha fatto il primo tentativo serio ed è quasi riuscito. La prossima volta riusciremo. E finalmente il Tribunale di Napoli sarà intitolato a Enzo Tortora.</p>
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		<title>La battaglia comincia ora.</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/03/28/la-battaglia-comincia-ora/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 17:02:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il popolo italiano non è composto da stupidi, né da masochisti, né tantomeno da aspiranti suicidi collettivi. È un popolo che, nella sua maggioranza, decide sulla base delle informazioni che riceve, inevitabilmente su base emotiva. Quando queste informazioni sono distorte, parziali o sistematicamente orientate, il risultato non è una scelta consapevole, ma l’effetto di un processo più ampio: quello che, senza giri di parole, si chiama propaganda. La recente sconfitta referendaria ne è un esempio evidente. La riforma era oggettivamente necessaria: anche oggi almeno tre innocenti finiranno in prigione per essere poi assolti dopo mesi se va bene , o [&#8230;]</p>
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<p>Il popolo italiano non è composto da stupidi, né da masochisti, né tantomeno da aspiranti suicidi collettivi. È un popolo che, nella sua maggioranza, decide sulla base delle informazioni che riceve, inevitabilmente su base emotiva. Quando queste informazioni sono distorte, parziali o sistematicamente orientate, il risultato non è una scelta consapevole, ma l’effetto di un processo più ampio: quello che, senza giri di parole, si chiama propaganda. La recente sconfitta referendaria ne è un esempio evidente. La riforma era oggettivamente necessaria: anche oggi almeno tre innocenti finiranno in prigione per essere poi assolti dopo mesi se va bene , o anni, senza che nessuna minima pena sia commissionata a nessuno per le loro vite distrutte. La riforma  è stata respinta non per il suo contenuto reale, quanto per la narrazione costruita attorno ad essa. Quando una “serie enorme” di informazioni errate viene ripetuta con costanza, finisce per creare una realtà percepita che sostituisce quella effettiva. Questa dinamica non nasce all’improvviso. Affonda le radici in un sistema culturale e informativo che comincia dalla scuola. Oggi gli studenti trascorrono gran parte della loro giornata tra i banchi: otto ore o più, spesso. In questo contesto, è inevitabile che la scuola diventi uno dei principali riferimenti etici e culturali, molto più della famiglia, che dispone di tempi ridotti e compressi tra lavoro, cena e riposo e purtroppo televisione che ruba le ultime ore e l’ultima energia, e che fornisce altra propaganda con informazioni televisione, semplificate, spesso di parte o semplicemente o distorte. Il risultato è un ecosistema in cui l’informazione non è neutrale ed è emotivamente caricata, buoni contro cattivi, noi contro loro. Il governo guidato da Giorgia Meloni si trova in una posizione gravemente minoritaria rispetto a gran parte del sistema mediatico e culturale: una larga fetta della scuola, la quasi totalità dei giornali, e la totalità dei programmi televisivi, con le sole accezioni dei programmi di Nicola Porro e Mario Giordano. Anche figure istituzionali di primo piano, come il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, non è intervenuto a riequilibrare il confronto pubblico, soprattutto quando magistrati o opinionisti hanno espresso posizioni inesatte sul contenuto della riforma. In questo scenario, alcune voci mediatiche vengono considerate controcorrente. La Verità e poche altre testate, i programmi condotti da Mario Giordano e Nicola Porro sono i pochi spazi in cui si esprimono posizioni alternative rispetto al mainstream. Il nodo centrale resta però la scuola. In teoria, la Costituzione italiana garantisce sia il diritto all’istruzione pubblica sia quello all’educazione privata o parentale. Nella pratica, però, molte famiglie denunciano ostacoli e difficoltà nel vedere riconosciuta questa libertà. In molti casi aver cercato di usufruire dell’istruzione parentale, diritto costituzionale, porta alla segnalazione e all’intervento dei servizi sociali. Alcuni casi mediatici, come quello della cosiddetta “famiglia del bosco”, caso non certo unico, sono diventati simboli di un conflitto più ampio tra l’autonomia familiare e quella parte delle istituzioni che ritiene che le libertà garantite dalla costituzione siano opinabili. Come ha ripetutamente sostenuto e dimostrato il filosofo Ellul, la scuola è la più micidiale forma di indottrinamento, la scuola diventa immediatamente dittatura del pensiero dove non ci siano controlli granitici perché sia apolitica. Un cinquantenne laureato che parli a degli adolescenti, difficilmente riuscirà poco convincente, oltretutto con l’ulteriore ausilio di testi che presentano il fascismo come il male assoluto e soprattutto l’unico male, mai veramente defunto, il comunismo come una forma di saggio bene comune, sorvolando su poche decine di milioni di morti ammazzati, la resistenza come un fenomeno omogeneo, militarmente utile alla risoluzione della seconda guerra mondiale e con le mani sempre pulite di sangue innocente, la costituzione come un totem inviolabile.  È inevitabile la critica di carattere ideologico: l’idea che il sistema educativo e culturale italiano sia ancora fortemente influenzato da una tradizione politica di sinistra, mai modificata o trasformata nel tempo. Non si tratta più di simboli espliciti, ma di un’impostazione culturale che permea programmi, linguaggi e priorità. Tutto è messo in discussione, incluso il Vangelo, ma non la nostra Costituzione, che, contrariamente a quanto afferma Benigni, non è la più bella del mondo, ma è piuttosto bruttina. Si dichiara la Repubblica italiana fondata sul lavoro, frase semplicemente senza senso. Tutte le civiltà umane da quando abbiamo smesso di essere cacciatori e raccoglitori sono fondate sul lavoro.  Anche la Russia di Ivan il Terribile e la Germania Hitleriana erano fondate sul lavoro. Una costituzione degna dovrebbe essere fondata sui diritti inalienabili dell’individuo, in diritto a vivere come vuole, ad allevare i suoi figli secondo la sua etica, a professare la sua religione, per esempio il cattolicesimo, e quindi a non essere costretto a finanziare con le proprie tasse manifestazioni violentemente anticristiane come i cosiddetti Pride, ad avere un processo giusto e nel caso il processo sia stato iniquo a veder perseguita la colpa dell’ingiustizia. La gestione della pandemia da COVID-19 ha ulteriormente evidenziato come la nostra Costituzione sia assolutamente insufficiente a difendere i diritti più elementari dell’individuo, uscire di casa, lavorare senza cedere a ricatti assurdi che violano anche la sacralità del corpo. La sconfitta referendaria, dunque, è una battuta d’arresto. Vinceremo domani, ma nel frattempo, per poter vincere domani, dobbiamo cominciare a batterci subito, e soprattutto riconquistare la scuola, che sia un luogo di apprendimento, non di propaganda sempre più martellante e becera, dove attivisti LGBT insegnano la morale sessuale, e le lineee guida del signor Giulio Cecchettin riscrivono l’etica tra i sessi, dove professori di liceo hanno distribuito volantini contro la riforma e dove professori universitari raccomandano testi, Elementi di critica omosessuale, di propaganda pedofila. Abbiamo bisogno di libri di storia che spieghino che il fascismo è finito 80 anni fa sconfitto dagli angloamericani, che nessun partigiano ha mai cantato O bella ciao, che molti partigiani sono stati uccisi da altri partigiani, per non parlare dei civili anche a guerra finita, e che quindi cantare a squarciagola “O bella ciao” saltellando giulivi non vuol dire essere gli eroici combattenti contro una dittature. Nella storia politica, le sconfitte non sono mai terminali: possono diventare momenti di riorganizzazione, di analisi e di rilancio. L’idea è che la “guerra”, intesa come battaglia prima culturale che politica, deve ancora cominciare. Per il futuro, la strategia appare chiara: rafforzare la presenza nei media, ampliare il pluralismo dell’informazione e, soprattutto, intervenire sul terreno educativo. Perché è lì, più che altrove, che si formano le coscienze e si costruisce la capacità critica dei cittadini di domani. Cominceremo da questa sconfitta, in nome del popolo italiano, in nome del suo diritto inalienabile ad avere libertà e giustizia.</p>
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<p>Chi vuole il libro Dizionario minimo di difesa dell&#8217;ovvio scriva a silvana.demari53@libero.it</p>
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		<title>Chi inciampa due volte nello stesso sasso, non merita compassione.</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/03/24/chi-inciampa-due-volte-nello-stesso-sasso-non-merita-compassione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 20:16:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno stato che da decenni permette gli stessi abusi, moltiplica la propria colpa. Dal Forteto alla Bassa Modenese, da Bibbiano ai mille casi silenziosi: una macchina di potere che ha distrutto famiglie innocenti, usando i figli come strumenti per sovvenzionare una precisa ideologia e grandiose filiere che hanno bruciato il denaro dei contribuenti per creare dolore e suicidi. C&#8217;è una frase che Davide Tonelli Galliera, il &#8220;bambino zero&#8221; della Bassa Modenese, porta con sé come una cicatrice che non rimargina, né può rimarginare. È semplice, terribile e vera: «Sapevo che era tutto frutto di fantasia, che i miei genitori non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-6573" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2025/12/bambino-disperato.x55482.jpg" alt="" width="243" height="148" /></p>
<p>Uno stato che da decenni permette gli stessi abusi, moltiplica la propria colpa. Dal Forteto alla Bassa Modenese, da Bibbiano ai mille casi silenziosi: una macchina di potere che ha distrutto famiglie innocenti, usando i figli come strumenti per sovvenzionare una precisa ideologia e grandiose filiere che hanno bruciato il denaro dei contribuenti per creare dolore e suicidi. C&#8217;è una frase che Davide Tonelli Galliera, il &#8220;bambino zero&#8221; della Bassa Modenese, porta con sé come una cicatrice che non rimargina, né può rimarginare. È semplice, terribile e vera: «Sapevo che era tutto frutto di fantasia, che i miei genitori non avevano assolutamente fatto niente. Mentre cedevo a queste domande distruttive, sapevo anche che era tutto inventato.» Era un bambino di sette anni. Sapeva di mentire. Sapeva di distruggere sua madre. Non riusciva a smettere, perché gli adulti che lo circondavano, gli assistenti sociali, gli psicologi, i tutori del suo &#8220;superiore interesse&#8221; continuavano a chiedergli di farlo. E quando provava a resistere con il silenzio, la psicologa «andava avanti, andava avanti», finché non arrivavano i mal di testa insopportabili, e poi la resa. La psiche dei bambini è fragile, per questo deve essere difesa, da padre e madre, dalla sicurezza della propria casa e dei propri ricordi. Un bambino deportato in mezzo a estranei non benevoli può essere facilmente fatto crollare con la tecnica dell’interrogatorio prolungato o di terzo grado, spesso accompagnata dalla mancanza di sonno, elencata nella lista delle torture. Questo bambino è stato ripetutamente torturato, grazie alla tortura gli sono state estorte false confessioni con cui ha distrutto la sua famiglia. Non è certo l’unico caso. Questo è successo in uno stato che pretende di seguire linee di democrazia e giustizia.  Questi interrogatori portano a menzogne e a formazioni di false memorie. Il cervello deraglia. Davide ha scritto tutto in un libro, “Io, bambino zero”, uscito da Vallardi nel 2025. La sua psiche distrutta, bocciature, abbandono scolastico, cannabinoidi, alcol, due Trattamenti Sanitari Obbligatori, un ricovero volontario. Sua madre naturale è morta quando lui aveva diciannove anni. L&#8217;aveva vista per l&#8217;ultima volta a sette. Chi ha pagato per questo? Nessuno. È importante studiare cosa hanno detto, scritto, pensato le persone che si sono arrogate il diritto di decidere chi meritava di essere genitore e chi no, perché da queste parole dipendevano sentenze, allontanamenti, adozioni internazionali, bambini che non hanno mai più rivisto i genitori. A Bibbiano, l&#8217;inchiesta “Angeli e Demoni” della Procura di Reggio Emilia ha portato alla luce un sistema in cui le relazioni inviate al Tribunale dei Minori venivano adattate, corrette, orientate verso l&#8217;esito già deciso. Un&#8217;assistente sociale descriveva i sogni di una bambina «in maniera non conforme al vero e con univoca connotazione sessuale», omettendo contestualmente il desiderio della bambina di rivedere il padre. La stessa operatrice, informata dalla famiglia affidataria che gli incubi della piccola erano causati dall&#8217;uso dell&#8217;iPad e da certi cartoni animati, ometteva sistematicamente questa circostanza nelle comunicazioni al tribunale. Quello che non serviva alla narrazione, spariva. Quello che serviva, veniva amplificato, distorto, inventato. C&#8217;è poi un messaggio WhatsApp, documentato dalla Procura, che circola tra i colleghi dei servizi sociali. Vale la pena rileggerlo per intero, perché è illuminante: «Avviso tutti i colleghi che i pacchi con regali per bambini allontanati dalle famiglie continuano ad aumentare sempre più e siccome non vengono consegnati per diversi motivi, anche nella maggior parte dei casi perché è meglio non farli avere ai bambini, direi che la regola per il 2019 è quella che per salvare capre e cavoli diciamo ai genitori che il servizio non accetta alcun pacco da consegnare ai propri figli.» Genitori separati dai loro figli che mandano regali di Natale. Regali che non arrivano. E come motivazione ufficiale verso i genitori, una bugia. Non perché il regolamento lo impedisse, ma perché «è meglio non farli avere ai bambini». Chi ha deciso che fosse meglio? Su quale base scientifica, su quale norma di legge, su quale sentenza? Federica Anghinolfi, ex responsabile dei Servizi Sociali dell&#8217;Unione Val d&#8217;Enza, intervistata nella trasmissione “Fuori dal coro”, ha detto: «Io facevo quello che l&#8217;istituzione mi chiedeva di fare.» È la risposta di Norimberga. È la risposta che ha sempre giustificato tutto e che non ha mai giustificato niente. L&#8217;istituzione lo chiedeva. Dunque andava fatto. I bambini si allontanavano, le relazioni si falsificavano, i regali si intercettavano, e tutto questo rientrava nella normalità burocratica di un ufficio. La banalità del male è il titolo del libro di Hanna Arendt dove si esamina lo schema della deresponsabilizzazione burocratica. L’istituzione chi sarebbe? Esattamente chi ha chiesto di strappare i bambini alle famiglie sulla base di perizie false, disegni manipolati da psicologi che aggiungevano dettagli sessuali alle produzioni grafiche dei minori, e sedute terapeutiche in cui si usava una cosiddetta «macchinetta dei ricordi», impulsi elettrici applicati durante il colloquio, per “orientare” i ricordi dei bambini in prossimità delle audizioni giudiziarie. La “macchinetta dei ricordi” applica i principi della tecnica EMDR, una tecnica che facilita la risoluzione del trauma attraverso movimenti orizzontali degli occhi, simili a quelli, fondamentali per il cervello, che abbiamo nel sonno REM. Durante questa tecnica è fondamentale il comportamento corretto del terapeuta, perché se mal usata, se il terapeuta parla e suggerisce durante le stimolazioni, si possono formare con grande facilità falsi ricordi. Il caso della Bassa Modenese è forse il più antico e il più grottesco. Negli anni Novanta, una serie di bambini di Mirandola e dintorni iniziarono a raccontare di messe nere, riti satanici nei cimiteri, bambini uccisi, padri travestiti da diavolo. Storie impossibili, fisicamente impossibili, eppure accolte con entusiasmo da psicologi e assistenti sociali che le usarono per avviare procedimenti penali contro decine di genitori. Tutti innocenti. Alcuni morirono in carcere. I bambini, cresciuti, hanno raccontato come nacquero quelle storie. Davide Tonelli ricorda le sedute della psicologa Donati: «domande suggestive», silenzi puniti con ulteriori domande, il mal di testa come segnale fisico di una resistenza psicologica che stava cedendo. Ricorda un «funerale finto» organizzato dai terapeuti, in cui avrebbe dovuto dire addio alla madre naturale ancora in vita, per «fare spazio alla nuova mamma». La comunità agricola del Forteto, in provincia di Firenze, ha accolto tra il 1977 e il 2011 circa un centinaio di minori, tutti inviati dai servizi sociali. Per decenni, assistenti sociali pagati dallo Stato hanno effettuato regolari sopralluoghi nella struttura guidata da Rodolfo Fiesoli, condannato in via definitiva per abusi sessuali su minori e adulti affidati, e, non hanno mai visto gli abusi. Quelle visite erano percepite dagli ex ospiti, come poi testimoniato davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta, come mere formalità: si guardava quello che si voleva vedere, si redigevano relazioni rassicuranti, e i bambini tornavano nelle mani di Rodolfo Fiesoli. Il Forteto era citato in convegni, premiato da enti pubblici, visitato da politici. Le violenze erano sistematiche. Quanti Davide Tonelli Galliera ci sono, che non hanno scritto un libro e non sono stati intervistati da nessuno? Quanti bambini del Forteto non hanno mai parlato? Quante famiglie in Italia aspettano ancora una sentenza definitiva, con i figli che nel frattempo sono diventati adulti e i cui ricordi di infanzia sono stati costruiti da altri? Il sistema che produce questi danni non è un&#8217;aberrazione. È un sistema dotato di logiche proprie, di incentivi propri, di un linguaggio tecnico che rende difficile la critica dall&#8217;esterno. Chi osa mettere in dubbio una relazione psicologica, chi chiede conto di un allontanamento, diventa automaticamente «incapace di comprendere la complessità del caso». I genitori che protestano troppo diventano «non collaborativi», una colpa. I bambini che dicono di voler tornare a casa vengono reinterpretati come espressione di un «legame traumatico» da cui emanciparsi. La macchina si autoalimenta. E quando, come nella Bassa Modenese, i bambini diventano adulti e dicono la verità, non c&#8217;è nessun ente, nessun ordine professionale, nessuna istituzione che chieda scusa. Da decenni lo stato permette che si ripetano gli stessi abusi. Ora il sistema potrebbe crollare, corretto finalmente da leggi decenti, di cui si comincia a parlare, anche perché impavidi e furibondi i bambini del bosco resistono. Allevati nell’erba e nel sole, loro non stanno cedendo, e con il loro ostinato coraggio impediscono alle luci di spegnersi. Nessuno è tanto piccolo da non poter essere il sassolino che blocca l’ingranaggio.</p>
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		<title>In buona fede (?)</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/03/17/in-buona-fede/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 12:15:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia del bosco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel diritto romano bona fide assumeva il significato di comportamento leale ed onesto nell&#8217;esecuzione degli impegni ed obblighi assunti. La buona fede, in senso meno grandioso, è invece lo stato psicologico di un soggetto che ha la convinzione di agire in maniera corretta e ignora di ledere i diritti altrui. La dottoressa Cecilia Angrisano è il magistrato che ha tolto i tre figli ai genitori del bosco, i genitori che hanno osato sottrarre i loro bambini alla follia del mondo contemporaneo. La dottoressa Angrisano è intervenuta in numerosi convegni a favore delle famiglie raffazzonate. Un convegno in cui è stata [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-6623" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/01/famiglia-del-bosco.x55482.jpg" alt="" width="270" height="187" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/01/famiglia-del-bosco.jpg 270w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/01/famiglia-del-bosco-160x110.jpg 160w" sizes="(max-width: 270px) 100vw, 270px" /><br />
Nel diritto romano <em>bona fide</em> assumeva il significato di comportamento leale ed onesto nell&#8217;esecuzione degli impegni ed obblighi assunti. La buona fede, in senso meno grandioso, è invece lo stato psicologico di un soggetto che ha la convinzione di agire in maniera corretta e ignora di ledere i diritti altrui. La dottoressa Cecilia Angrisano è il magistrato che ha tolto i tre figli ai genitori del bosco, i genitori che hanno osato sottrarre i loro bambini alla follia del mondo contemporaneo. La dottoressa Angrisano è intervenuta in numerosi convegni a favore delle famiglie raffazzonate. Un convegno in cui è stata ospite d&#8217;onore parla di “genitorialità fuori dall&#8217;ordinario”, vezzoso termine con cui si parla della violazione del diritto del bambino di vivere con l’uomo e la donna che lo hanno generato. Molto forte è il rapporto con il CISMAI, associazione presente a Bibbiano e nella Bassa modenese, e ovunque si deportino i bambini verso le case famiglia: bambini deportati da un istante all’altro, senza neanche la possibilità di portare con sé un giocattolo, deportati senza la possibilità di riabbracciare i genitori, tolti a genitori arbitrariamente privati anche della possibilità di sapere dove si trovino i figli. Cecilia Angrisano spiega i motivi per cui ha fatto deportare i tre figli di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, la famiglia anglo-australiana stabilitasi nei boschi di Palmoli, a Chieti. Sono questi: “…la deprivazione del confronto fra pari in età da scuola elementare può avere effetti significativi sullo sviluppo del bambino, che si manifestano sia in ambito scolastico che non scolastico. In considerazione del pericolo per l’integrità fisica derivante dalla condizione abitativa, nonché dal rifiuto da parte dei genitori di consentire le verifiche e i trattamenti sanitari obbligatori per legge&#8230;”.Evidentemente la dottoressa non conosce i sistemi motivazionali. I sistemi motivazionali interpersonali (SMI) costituiscono l’insieme di schemi comportamentali e neurobiologici che regolano le relazioni tra individui, orientando l’essere umano verso scopi fondamentali per la sopravvivenza e l’adattamento sociale. Questi sistemi comprendono, tra gli altri, l’attaccamento, la cooperazione, la competizione, la cura parentale e l’affiliazione al gruppo. Non tutti, però, rivestono la stessa importanza: sebbene ciascuno contribuisca al benessere psichico e alla coesione sociale, il sistema dell’attaccamento ha un ruolo primario e fondante, influenzando in modo profondo lo sviluppo della mente e la regolazione neuroendocrina. Un bambino può vivere benissimo senza andare a scuola, ma se perde padre e madre si forma una ferita primaria, un trauma non risolvibile, come un’amputazione. È quello che stanno subendo i bambini del bosco: un’amputazione della loro anima, a cui si ribellano con la collera e le poche armi che hanno, il rifiuto di mangiare, il rifiuto di interagire con le degnissime persone dell’orfanotrofio di Stato dove sono stati rinchiusi, la cosiddetta casa famiglia. Dal loro punto di vista, queste persone che hanno infranto il loro attaccamento non possono che essere considerate aguzzini. L’attaccamento ha un sistema motivazionale complementare: l’accudimento, l’istinto materno, l’istinto di accudire. Levare i bambini a una madre è un crimine contro la sua umanità, contro la sua biologia, contro la natura e contro Dio. L’attaccamento, teorizzato inizialmente da John Bowlby e successivamente approfondito da Mary Ainsworth e altri autori, è il sistema motivazionale che spinge il bambino a cercare protezione e vicinanza nella madre, colei che ha portato la gravidanza, e nel padre, l’uomo che con la sua forza protegge la diade madre-bambino. Tale ricerca di sicurezza non è semplicemente un bisogno psicologico: coinvolge strutture cerebrali arcaiche, ormoni e neurotrasmettitori che modulano la percezione di sicurezza e stress. Quando il bambino sperimenta una relazione stabile e prevedibile con una madre responsiva e sensibile, si forma un modello interno sicuro, quello che le assistenti sociali e i giudici alle loro spalle massacrano e maciullano. A livello biologico, la relazione di attaccamento attiva il rilascio di ossitocina e regola l’equilibrio del cortisolo, riducendo l’iperattivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. In questo modo, l’attaccamento costituisce la base biologica e psicologica della fiducia, della regolazione emotiva e della futura capacità di costruire legami sociali. Quando invece si verifica una deprivazione materna, assenza prolungata o carenza di cure sensibili, come accade nelle deportazioni eseguite dai servizi sociali, le conseguenze sono profonde e durature: sono un danno biologico. Studi classici di René Spitz sui bambini cresciuti in istituti e le ricerche di Harry Harlow sui cuccioli di macaco hanno mostrato che la mancanza della figura della madre produce alterazioni nello sviluppo emotivo, cognitivo e fisiologico. Tali effetti includono difficoltà nella gestione dello stress, disturbi dell’umore, comportamenti disorganizzati e un’iperattivazione cronica dei sistemi di allarme fisiologico. A livello neurobiologico, la deprivazione materna compromette il corretto sviluppo dei circuiti dopaminergici e serotoninergici, riducendo la capacità di provare piacere e regolare l’affettività. Inoltre, l’assenza di un attaccamento sicuro in età precoce altera la struttura dell’amigdala, dell’ippocampo e della corteccia prefrontale, regioni cruciali nella regolazione delle emozioni e nel controllo dei comportamenti impulsivi. L’importanza dell’attaccamento supera enormemente quella di altri sistemi motivazionali, come l’affiliazione al gruppo. Spezzare il legame di attaccamento per favorire, forse, l’affiliazione al gruppo è un’assoluta follia. Quest’ultima, seppur importante per la sopravvivenza in società complesse, si costruisce su basi che presuppongono la sicurezza emotiva sviluppata attraverso l’attaccamento. In altre parole, l’individuo può investire in relazioni cooperative e vivere l’appartenenza al gruppo solo se la propria base affettiva primaria è solida. Senza un attaccamento sicuro, l’affiliazione rischia di diventare una ricerca ansiosa di approvazione o, al contrario, un ritiro difensivo dalle relazioni. Pertanto, l’affiliazione rappresenta un sistema derivato, secondario, che si attiva pienamente solo quando il sistema dell’attaccamento ha assicurato la regolazione emotiva e neuroendocrina di base. L’attaccamento, in sintesi, è il pilastro dei sistemi motivazionali interpersonali: regola gli ormoni dello stress, favorisce la maturazione cerebrale, modula la produzione di ossitocina e dopamina e sostiene la capacità di fidarsi dell’altro. La sua deprivazione, al contrario, determina uno squilibrio profondo tra biologia e psiche, ostacolando la costruzione di relazioni sane e stabili. La scuola italiana è una scuola pessima. Sono pessimi gli stabili che periodicamente crollano in testa agli alunni, il livello di apprendimento è pessimo, il livello di indottrinamento è spaventoso. Basti pensare che le scuole italiane hanno imposto mascherine dannose per due anni. Le nostre leggi garantiscono il diritto alla scuola parentale, ma molti giudici ritengono questo diritto sbagliato e deportano i bambini che fanno scuola parentale. Il caso della famiglia del bosco non è l’unico. È dal volto della madre che l’essere umano apprende la sicurezza e, attraverso di essa, la possibilità stessa di appartenere al mondo, quel volto che giudici e assistenti sociali vietano ai bambini deportati. I sistemi motivazionali interpersonali (SMI) si fondano su circuiti neurobiologici regolati da ormoni e neurotrasmettitori che guidano il comportamento relazionale. Il sistema dell’attaccamento, in particolare, coinvolge l’ossitocina, la dopamina e la serotonina, responsabili del senso di sicurezza, gratificazione e benessere. L’ossitocina favorisce il legame affettivo e inibisce la risposta allo stress, modulando il cortisolo. La dopamina attiva i circuiti della ricompensa, rendendo appagante la vicinanza alla figura di attaccamento. La serotonina contribuisce alla regolazione emotiva e alla stabilità dell’umore. Al contrario, la deprivazione di cure o la rottura del legame attivano l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, aumentando il cortisolo e l’attività dell’amigdala, con effetti di ansia e iperattivazione. L’attaccamento è sacro. Chi lo infrange commette un crimine. Occorre una serie di leggi per impedire che giudici e assistenti sociali, tutte persone evidentemente prive degli strumenti culturali necessari a capire i danni della deportazione, magari in perfetta buona fede, distruggano la vita e il diritto alla normalità biologica di bambini e famiglie incolpevoli.</p>
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		<title>Vale la pena di battersi per l&#8217; Iran</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/03/16/vale-la-pena-di-battersi-per-l-iran/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 10:26:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Islamic Fundamentalism: The New Global Threat]]></category>
		<category><![CDATA[Mohaddessin]]></category>
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<p>L’Iran non sta (ancora) perdendo la guerra. Non ci sono i segnali di crollo che si erano verificati in Libia e in Iraq dopo i primi giorni. L’Iran si è preparato per decenni alla guerra ed è in grado di resistere. Se una parte della sua popolazione vuole la libertà dallo stato islamico anche a costo della morte, è indubbio che un’altra parte sia disposta a combattere per lo stato islamico fino alla morte. D’altra parte quattro decenni di indottrinamento non possono essere passati invano. La domanda è “perché attaccare l’Iran?” Chi ce lo fa fare a far morire un po’ di gente, aumentare le distruzioni, prendere a calci le nostra già scalcinate economie? L’Iran è un paese atroce e ingiusto. Innegabile. Lo è anche la Corea del Nord se per questo. Non è la stessa cosa. La risposta a queste domande esiste. Vale la pena di fare la guerra all’Iran anche a costo di morti e distruzioni, anche a costo di povertà esattamente come valeva la pena di combattere Hitler. Lo spiega un iraniano. La risposta si può trovare in un vecchio libro, purtroppo non tradotto in Italiano: <em>Islamic Fundamentalism: The New Global Threat</em> (Fondamentalismo islamico: la nuova minaccia globale)di Mohammad Mohaddessin, che spiega come l’Iran sia il cuore del male, e che come solo il crollo della Repubblica Islamica Iraniana possa permettere la pacificazione del mondo, mentre la sua esistenza garantisce un rigagnolo continuo di terrorismo, destabilizzazione, morte, distruzione, un fiumiciattolo immondo che non si arresta mai, e che alla fine facendo le somme ha un bilancio ben più tragico di una definitiva guerra. Mohammad Mohaddessin (nato nel 1955 a Qom, Iran) è un politico e scrittore iraniano, noto per la sua opposizione al regime teocratico instaurato dopo la rivoluzione del 1979. Figlio di un Grande Ayatollah, è cresciuto in un ambiente religioso tradizionale, ma si è presto avvicinato a movimenti politici contrari al sistema clericale dominante. Durante gli anni della rivoluzione iraniana, Mohaddessin aderì all’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI/MEK), gruppo di ispirazione islamico-progressista e nazionalista che si opponeva sia allo Scià sia al futuro governo di Khomeini. Dopo la presa del potere da parte dei religiosi, Mohaddessin fu costretto all’esilio e divenne membro del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI), l’organo politico del movimento in esilio. Attualmente è il presidente della Commissione degli Affari Esteri del NCRI e una delle voci più note della resistenza iraniana in ambito internazionale. È autore di diversi saggi sul fondamentalismo religioso e sulla politica iraniana, tra cui <em>Islamic Fundamentalism: The New Global Threat</em>, in cui analizza e critica l’espansione del fondamentalismo ispirato al regime di Teheran.  <em>Islamic Fundamentalism: The New Global Threat</em>, pubblicato nel 1993 (con successive ristampe fino al 2001), denuncia il regime instaurato dopo la rivoluzione iraniana del 1979 e illustra i danni e i rischi che ne derivano per la regione e il mondo intero. Il cuore del libro è un ritratto approfondito del regime teocratico iraniano, fondato da Ayatollah Khomeini e proseguito sotto Rafsanjani. Mohaddessin descrive l’applicazione della dottrina del <em>Vali-e-Faqih</em>, la guida suprema religiosa-politica, e l’erosione delle strutture economiche e civili iraniane a causa della gestione autoritaria. Vengono inoltre documentate azioni esterne attribuite al regime iraniano, come l’esportazione della rivoluzione, il coinvolgimento in un enorme numero di atti terroristici, e il finanziamento clandestino di armamenti e programmi nucleari. Mohaddessin traccia anche una mappa geografica dell’influenza ideologica di Teheran: dal Medio-Oriente all’Asia Centrale, dall’Africa occidentale fino a certe aree dell’Occidente. L’autore dimostra che i petrodollari e il fascino dell’ideologia rivoluzionaria iraniana alimentano la penetrazione del “Khomeinismo” in vari contesti vulnerabili. In contrapposizione al regime, Mohaddessin propone la sua organizzazione, i People&#8217;s Mojahedin, come forza politica democratica, nazionalista e anti-fondamentalista. Loro aspirano a sovvertire l’attuale governo iraniano per instaurare un sistema plurale, pluralista e laico. Nell’intervista del 1995, Mohaddessin esplicita il suo rifiuto totale del “fondamentalismo moderato”, paragonato a un contraddizione in termini, e conferma la volontà di cooperare con l’Occidente per promuovere la democrazia in Iran Il sottotitolo del libro, <em>The New Global Threat</em>, rappresenta un allarme che non è certo esagerato. Il fondamentalismo è una minaccia ben più grave di altre minacce storiche come la guerra fredda e la proliferazione nucleare. Nel caso del fondamentalismo islamico, c’è anche la religione. Il comunista doc, potrebbe non aver troppa voglia di morire, l’islamista doc, soprattutto se è un fallito da un punto di vista relazionale e lavorativo, può desiderare la morte santa con tutto il cuore.  Altrettanto forte del desiderio del paradiso è la paura dell’inferno, cui sono condannati collaborazionisti dell’occidente, Dio non voglia del grande e piccolo satana ( USA e Israele), ma anche tutto l’esercito di gente che cerca di farsi gli affari suoi. Il comunista doc non aveva alle spalle una tradizione plurimillenaria, non aveva un’arma potente come la sete imposta nel ramadan per distinguere eroi, traditori, tiepidi e collaborazionisti. Il comunista doc non era uno che sfigurava con l’acido il volto delle ragazze che portano male il velo. Il comunista doc non proveniva da un sistema che ha condannato a morte per lapidazione una dodicenne che aveva subito uno stupro. Mohaddessin sostiene l’ovvio: e cioè che l’ideologia iraniana, autoritaria, religiosa, assassina e espansiva, costituisce un pericolo reale, specie ora che la fine della Guerra Fredda ha lasciato un vuoto di influenza nelle aree musulmane ex-sovietiche e africane.  Il libro di Mohaddessin fornisce un resoconto diretto e documentato della natura repressiva e radicale del regime iraniano post 1979, con la sua espansione ideologica e militare. Offre inoltre un’alternativa politica tramite i People&#8217;s Mojahedin, proponendosi come contrappeso democratico alla teocrazia iraniana. Il taglio è fortemente normativo: l’autore non si limita a descrivere, ma promuove attivamente un modello politico alternativo, come ovvio che sia. Il libro è scritto da un iraniano. Nessuno può accusarlo di colonialismo bianco e altre idiozie del genere. È la voce di un uomo che vuol salvare il suo paese perché lo ama profondamente, perché il suo cuore sanguina a ogni ragazza sfregiata per non aver portato il velo, a ogni ragazzo impiccato a una gru. Oltre che essere iraniano, prima che essere iraniano Mohaddessin è una creatura umana. Il suo popolo è l’umanità. Ed è anche per l’umanità che deve essere salvata dall’orrore del fondamentalismo che fa sentire la sua voce. Il coraggio è contagioso. La forza di una catena è quella del suo anello più debole. La forza di un popolo è quella del suo anello più forte, fino a che qualcuno si batte, quel popolo non è domato e non è vinto. Il popolo iraniano non è mai stato domato, non è mai stato vinto. È un popolo per cui vale la pena di combattere.</p>
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		<title>Effetti della disidratazione sulla salute umana.</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/03/11/effetti-della-disidratazione-sulla-salute-umana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 18:33:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm;"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-6689" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/acqua.x55482.jpg" alt="" width="256" height="197" /><br />
Il Ramadan, con il divieto di bere durante le ore diurne, causa disidratazione. Quando il Ramadan avviene d’estate le giornate sono lunghe e la disidratazione è grave. La disidratazione ha effetti devastanti e spesso non reversibili sulla salute umana. La sete è una sofferenza, cioè la percezione di un danno. Sono innumerevoli gli articoli su PubMed che testimoniano i danni, anche se in effetti basterebbero un buon libro di fisiologia e di patologia medica per chiarire il problema. La disidratazione rappresenta una condizione clinica determinata da un bilancio idrico negativo in cui la perdita di acqua supera l’introito. La letteratura scientifica sottolinea come anche modeste riduzioni dell’acqua corporea, pari all’1–2% del peso totale, siano sufficienti per alterare parametri fisiologici e cognitivi. La popolazione anziana, pediatrica, gli adolescenti, i lavoratori di lavori pesanti fatti all’aperto nei mesi estivi, gli atleti e i soggetti con patologie croniche costituiscono i gruppi maggiormente vulnerabili, ma ogni creatura umana sottoposta al danno della disidratazione, alla sofferenza della sete, subisce un danno. Le evidenze raccolte mostrano che la disidratazione non è un evento isolato ma un fattore di rischio trasversale in grado di incidere su performance, capacità decisionali, omeostasi cardiovascolare e funzione renale.</p>
<p style="margin: 0cm;">La funzione cerebrale è altamente dipendente dall’equilibrio idro-elettrolitico. Studi clinici e sperimentali mostrano che la disidratazione anche lieve compromette processi cognitivi superiori quali attenzione sostenuta, velocità di elaborazione, memoria di lavoro e capacità decisionale. Sono state osservate alterazioni neurocomportamentali come irritabilità, calo della vigilanza e peggioramento dell’umore, attribuibili alla ridotta perfusione cerebrale e alle variazioni di osmolarità plasmatica. Chi rispetta il Ramadan aumenta il suo rischio di errore, per esempio causando l’incidente stradale che ti ammazzerà. La disidratazione aumenta l’aggressività e diminuisce l’autocontrollo. I violenti gesti di aggressione agli infedeli che osano mangiare e bere durante il Ramadan non sono solo dovuti all’intolleranza islamica, sono anche l’espressione del banale odio che il sofferente prova per chi si è rifiutato di soffrire. La disidratazione media e grave può anche danneggiare neuroni portandoli a morte. I bambini, per via della maggiore superficie corporea e dell’immaturità dei sistemi di termoregolazione, presentano peggioramenti nelle prestazioni scolastiche e nelle attività complesse. Il tollerante di turno vi spiegherà che i bambini sono esentati dal Ramadan, e qui si arriva all’annoso problema: definisci bambino. Sono esentati dal Ramadan i bambini prepuberi, quindi una bambina di 10 anni che abbia già avuto le mestruazioni ha l’obbligo, e soprattutto hanno l’obbligo i postpuberi, cioè gli adolescenti, che vivono il periodo in cui si formano maggiormente sinapsi nel cervello, sinapsi che serviranno per tutta la vita. Un cervello disidratato forma meno sinapsi. Gli anziani manifestano rapidamente confusione mentale, riduzione dell’attenzione e destabilizzazione dell’equilibrio, con conseguenze potenzialmente severe come cadute e riduzione dell’autonomia funzionale, nella fiduciosa speranza che non stiano guidando. L’aumento dell’aggressività rende il periodo del Ramadan un periodo di violenza moltiplicata, qualsiasi tipo di violenza: da quella domestica alla rissa, dalla violenza politica al pestaggio anche mortale di animali domestici. La diminuzione dell’attenzione moltiplica incidenti stradali e incidenti sul lavoro. La disidratazione agisce direttamente sul volume plasmatico e sulla viscosità ematica. La diminuzione del ritorno venoso comporta una riduzione della gittata cardiaca, determinando un aumento compensatorio della frequenza cardiaca. Sotto condizioni di stress termico o di attività fisica intensa, la capacità dell’organismo di dissipare calore tramite sudorazione e vasodilatazione cutanea risulta compromessa. Questo porta a un incremento della temperatura corporea centrale e a un maggior rischio di sviluppare ipertermia e colpo di calore. La disidratazione influisce negativamente sulla performance fisica sia aerobica che anaerobica. Deficit idrici pari al 2–3% determinano una riduzione significativa della resistenza, un aumento della percezione dello sforzo e un deterioramento della forza muscolare. Se uno fa il muratore e si trova su una scala, questo può diventare causa di incidente. La compromissione della termoregolazione contribuisce ulteriormente alla diminuzione della capacità di sostenere attività prolungate, con decrementi prestazionali documentati fino al 20–30%. Se uno è operaio alla catena di montaggio questo è un problema. Le attività che richiedono rapidità di esecuzione, potenza esplosiva o coordinazione fine, per esempio l’orefice o il chirurgo, risultano particolarmente sensibili alla perdita di liquidi a causa dell’aumento dello stress cardiocircolatorio e della riduzione della funzionalità neuromuscolare. Il rene è l’organo simbolo della vulnerabilità alla disidratazione. La riduzione della perfusione renale causa un calo della filtrazione glomerulare e un aumento del riassorbimento tubulare di acqua, con conseguente incremento dell’osmolarità urinaria. Questa condizione favorisce la formazione di calcoli renali per cristallizzazione dei sali e incrementa il rischio di danno renale acuto, soprattutto nei soggetti con comorbilità cardiovascolari. La disidratazione cronica è stata inoltre associata a un potenziale peggioramento della progressione della malattia renale cronica, sebbene siano necessari ulteriori studi per chiarire i meccanismi patogenetici coinvolti. Il rischio aumenta sensibilmente negli anziani, che spesso presentano polifarmacoterapia (diuretici, ACE‑inibitori, FANS) e alterazioni dell’assetto ormonale responsabile dell’omeostasi idrica. Gli anziani sono predisposti alla disidratazione per molteplici ragioni: ridotta percezione della sete, deficit cognitivi, mobilità limitata, assunzione di farmaci che alterano l’equilibrio idrico e patologie croniche. La disidratazione in questa fascia di popolazione può manifestarsi con ipotensione, confusione e aumentato rischio di ospedalizzazione. I bambini, invece, per la loro fisiologia, sviluppano più rapidamente alterazioni idriche significative e presentano un rischio maggiore di complicanze gravi in presenza di febbre, diarrea, vomito o attività fisica intensa. L’analisi integrata degli studi evidenzia come la disidratazione, anche lieve, sia associata a un insieme complesso di effetti sistemici in grado di compromettere funzioni cognitive, capacità fisiche, stabilità cardiovascolare e salute renale. La prevenzione della disidratazione attraverso un adeguato apporto idrico rappresenta un intervento semplice ma estremamente efficace nella riduzione della morbilità, soprattutto nelle popolazioni vulnerabili, a meno che non sia vietato per motivi religiosi. I bambini sotto la pubertà in teoria non dovrebbero partecipare al Ramadan; in realtà sempre più spesso il divieto viene esteso anche a quelli dai sette anni in su. Il Ramadan è obbligatorio per gli adolescenti, cioè dopo la pubertà, cioè in organismi in fase di accrescimento veloce, quando la disidratazione è particolarmente dannosa. L’adolescenza è, il periodo di massima esplosione di sinapsi, è una fase in cui le carenze hanno effetti gravi e non sempre reversibili.</p>
<p style="margin: 0cm;">Dato quanto sopra si pongono tre domande, che non sono un espediente retorico, ma vere domande che pretendono una risposta. Perché il Ramadan non è vietato? Un’attenzione alla salute pubblica talmente invasiva che obbliga ai vaccini, farmaci su cui ci sono molti dubbi, non vieta la disidratazione, situazione drammaticamente pericolosa e dannosa al di là di ogni ragionevole dubbio. Come è possibile che personaggi politici, religiosi, presidi, insegnanti, giornalisti e cosiddetti intellettuali, parola dall’etimologia sempre più impenetrabile, si congratulino con una pratica che frigge il cervello, prende a calci il cuore e fotte il rene, facciano raccomandazioni per non stressare i cervelli disidratati con interrogazioni e pretese di intelligenza che non può esserci in un cervello disidratato, salutino con tenerezza spesso dentro alle moschee una pratica disumana e pericolosa? Terza domanda: come è possibile che qualcuno creda che regole dannose per la salute, regole che sono sofferenza, danno, follia, incidenti, morte, infarto, ictus e insufficienza renale possano venire da Dio?</p>
<p style="margin: 0cm;"><span style="color: black;"> </span></p>
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