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	<title>Silvana De Mari Community</title>
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		<title>Dove il patto sociale è saltato dobbiamo difenderci da soli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2026 12:47:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste un privilegio che sembra essere stato revocato al popolo italiano: il diritto ad avere un sistema limbico. A noi non è consentito essere esseri umani. Dovremmo vivere come se la paura non esistesse, come se la collera fosse un vizio anziché una reazione biologica, come se l’istinto di proteggere la propria famiglia fosse un difetto del carattere. L’odio è vietato. La collera è sospetta. La paura è ammessa soltanto quando viene autorizzata dallo Stato. Durante la pandemia ci è stato ordinato di averne, e allora bisognava tremare. Se invece un uomo viene rapinato più volte, minacciato di morte, costretto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6863" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/roggero-300x163.x55482.jpg" alt="" width="300" height="163" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/roggero-300x163.jpg 300w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/roggero.jpg 316w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Esiste un privilegio che sembra essere stato revocato al popolo italiano: il diritto ad avere un sistema limbico. A noi non è consentito essere esseri umani. Dovremmo vivere come se la paura non esistesse, come se la collera fosse un vizio anziché una reazione biologica, come se l’istinto di proteggere la propria famiglia fosse un difetto del carattere. L’odio è vietato. La collera è sospetta. La paura è ammessa soltanto quando viene autorizzata dallo Stato. Durante la pandemia ci è stato ordinato di averne, e allora bisognava tremare. Se invece un uomo viene rapinato più volte, minacciato di morte, costretto per anni a vivere aspettando il prossimo assalto, quella paura dovrebbe improvvisamente sparire. Dovrebbe restare lucido, razionale, sorridente. Come se il cervello umano funzionasse con un interruttore. Non funziona così. Mario Roggero aveva alle spalle una lunga e indecente serie di rapine. Non un episodio isolato, ma una persecuzione. Minacce rivolte a lui, a sua moglie, a sua figlia. Le persone che un marito e un padre ha il dovere biologico, prima ancora che morale, di proteggere. Quando quei rapinatori sono entrati ancora una volta nella sua gioielleria, il suo cervello non stava consultando il codice penale. Era dominato dal sistema limbico, la parte più antica del cervello, quella programmata per una sola missione: sopravvivere e far sopravvivere i propri cari. La corteccia cerebrale, quella che valuta, pondera, distingue, cita articoli e sentenze, in quei momenti arretra. È fisiologia. È neuroscienza. È il funzionamento normale di un essere umano sottoposto a un’aggressione estrema. La sua reazione può essere giudicata sul piano del diritto. Ma sul piano umano è comprensibile. Sul piano biologico è comprensibile. E, per molti, anche sul piano etico. Lo stesso ragionamento vale per la donna di Viareggio che, subito dopo avere subito una rapina, investì con l’automobile il proprio aggressore. Quell’uomo non stava portando via soltanto una borsa. Stava portando via i documenti, le chiavi di casa, la serenità, la certezza che qualcuno sapesse dove trovarla. Aveva appena trasformato la sua vita in una paura permanente. Anche in quel caso il sistema limbico aveva preso il comando. Pretendere che una vittima appena aggredita ragioni come un professore di diritto seduto in poltrona è una richiesta disumana. E poi arrivano le sentenze. Uno dei responsabili dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega si trova oggi agli arresti domiciliari presso l’abitazione della propria nonna. L’immagine è quasi surreale. Si immagina la colazione, il caffellatte, l’ovetto sbattuto con lo zucchero, il cornetto del mattino. Nel frattempo, Mario Roggero viene condannato a quattordici anni e nove mesi. È inevitabile che molti cittadini si chiedano quale sia il messaggio. E il messaggio che percepiscono è uno solo: colpirne uno per educarne cento. Non importa se sei la vittima. Non importa quante rapine hai subito. Non importa se vivi da anni aspettando la prossima aggressione. Tu devi restare perfettamente lucido. Devi dominare paura e collera. Devi ricordarti delle attenuanti, della giurisprudenza e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo mentre qualcuno ti punta un’arma contro. In pratica, alla vittima viene richiesto un autocontrollo infinitamente superiore a quello preteso dal rapinatore. Poi ci spiegano che la vendetta è sempre sbagliata. Davvero? Chi lo ha stabilito? La vendetta è la forma più antica, più rozza e più brutale della giustizia. Proprio perché è una forma di giustizia può essere sostituita soltanto da una forma migliore di giustizia. Se esiste uno Stato che protegge i cittadini, una magistratura efficiente e forze dell’ordine sostenute da un sistema capace di garantire sicurezza, allora la vendetta diventa inutile. Ma quando il cittadino ha la sensazione che tutto questo non funzioni più, è inevitabile che riaffiori l’idea della giustizia primitiva. Attenzione, però: qui non stiamo nemmeno parlando di vendetta. Vendetta significherebbe andare a cercare i rapinatori giorni dopo. Non è ciò che è accaduto. Qui siamo ancora dentro la medesima sequenza dell’aggressione. Mario Roggero non poteva sapere se quei rapinatori stessero davvero fuggendo o se stessero andando a recuperare altre armi. Non poteva sapere se sarebbero tornati mezz’ora dopo per uccidere lui, sua moglie e sua figlia. Pretendere che in quei secondi elaborasse tutte le ipotesi possibili con il distacco di un magistrato significa ignorare completamente il funzionamento della mente umana. E poi ci sono i tre milioni di euro di risarcimento. Una cifra che, al di là dei tecnicismi giuridici, è diventata un simbolo. Per molti cittadini rappresenta un manifesto, un avvertimento, un messaggio, anzi un ordine: lasciati rapinare, lasciati terrorizzare, lasciati uccidere, sei un servo, un suddito, questo è il tuo dovere. Perché se reagisci, il problema diventi tu. Il risarcimento milionario garantito come risarcimento per la morte dei due uccisi, infinitamente superiore al pochissimo dato per la morte in servizio d carabinieri e operai, al nulla dato ai massacrati dai cosiddetti migranti dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio una sola cosa: La proprietà privata, il lavoro di una vita e la sicurezza della propria famiglia sono considerate sciocchezze: l’unica cosa sacra la tutela di chi ha scelto di violare la legge, perché con questo risarcimento i due uomini uccisi sono stati considerati eroi morti nell’esercizio della nobile funzione di spiegare agli italiani che la proprietà privata è un crimine, due angeli che attuano il marxismo. Il gioielliere è colpevole per il solo fatto di avere una gioielleria. Lo Stato moderno nasce da uno scambio: il cittadino rinuncia a una parte della propria libertà, perfino al diritto di vendicarsi da solo, perché qualcun altro eserciti la forza al suo posto. È il fondamento del patto sociale: tu non ti fai giustizia, io ti garantisco giustizia. Il problema è che un contratto vale finché entrambe le parti lo rispettano. Quando il cittadino vede lo stesso autore di decine di furti entrare e uscire dagli uffici di polizia come da una porta girevole, quando scopre che un professionista del crimine viene arrestato ripetutamente nel giro di poche settimane e torna immediatamente sulla strada, inevitabilmente si domanda quale parte del patto sia rimasta in piedi. Negli ultimi anni si è diffusa una singolare asimmetria. Al cittadino viene ricordato, giustamente, che non può sostituirsi ai magistrati, ai giudici, alle forze dell’ordine, ma il cittadino può pretendere, con la stessa forza, che magistrati, giudici, forze dell’ordine e legislatore riescano concretamente a impedire che chi delinque abitualmente continui a farlo senza soluzione di continuità. Perché non siamo cittadini, siamo servi, siamo sudditi. Lo Stato ha un obbligo preciso: rendere credibile il monopolio della forza che rivendica. Se lo Stato pretende che nessuno si difenda da sé, deve dimostrare di essere realmente in grado di difendere tutti. Se questo non accade, non viene meno soltanto la fiducia nelle istituzioni, si incrina il presupposto stesso su cui quelle istituzioni hanno costruito la propria legittimità e i quattrini dei propri stipendi. Lo Stato non può limitarsi a ripetere al cittadino: «Non puoi farti giustizia da solo». Deve meritarsi quella rinuncia. Deve dimostrare, ogni giorno, che chi aggredisce, rapina e terrorizza gli innocenti viene fermato prima che possa colpire ancora. Altrimenti il patto sociale smette di essere un patto e diventa un atto di fede. E gli atti di fede possono essere pretesi dalle religioni, non dalle istituzioni, altrimenti si chiamano sottomissione del suddito. Tre milioni di euro significano simbolicamente un euro per tre milioni di italiani, oppure dieci euro per trecentomila, oppure mille euro per tremila persone. Io voglio essere uno di quei tremila. Datemi subito l’IBAN.</p>
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		<title>I maranza vendicatori delle crociate.</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/07/16/i-maranza-vendicatori-delle-crociate/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 13:29:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>nella foto teste di cristiani armani decapitati mostrati con orgoglio da belve turche Quando si parla di terrorismo islamista, puntualmente qualcuno tira fuori le Crociate. Il ragionamento è sempre lo stesso: l’Occidente avrebbe aggredito il mondo islamico mille anni fa e ciò spiegherebbe, se non addirittura giustificherebbe, l’odio che ancora oggi porta a massacrare civili innocenti. È un’argomentazione che crolla sotto il peso della storia, della logica e della semplice morale. Il primo livello di assurdità è etico. Se davvero accettassimo il principio secondo cui un popolo può vendicare all’infinito un torto subito dai propri antenati, allora qualsiasi massacro diventerebbe [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6857" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/armeni-300x169.x55482.jpg" alt="" width="300" height="169" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/armeni-300x169.jpg 300w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/armeni-400x226.jpg 400w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/armeni.jpg 708w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />nella foto teste di cristiani armani decapitati mostrati con orgoglio da belve turche</p>
<p>Quando si parla di terrorismo islamista, puntualmente qualcuno tira fuori le Crociate. Il ragionamento è sempre lo stesso: l’Occidente avrebbe aggredito il mondo islamico mille anni fa e ciò spiegherebbe, se non addirittura giustificherebbe, l’odio che ancora oggi porta a massacrare civili innocenti. È un’argomentazione che crolla sotto il peso della storia, della logica e della semplice morale. Il primo livello di assurdità è etico. Se davvero accettassimo il principio secondo cui un popolo può vendicare all’infinito un torto subito dai propri antenati, allora qualsiasi massacro diventerebbe legittimo. Quando l’esercito di Gengis Khan devastò vaste regioni dell’Asia, lasciò dietro di sé centinaia di migliaia di morti. Dovremmo allora considerare comprensibile che oggi qualcuno parta dalla Cina per far esplodere uno scuolabus in Mongolia? Quando l’esercito giapponese perpetrò il massacro di Nanchino, uccidendo centinaia di migliaia di civili, dovremmo ritenere accettabile che, ottant’anni dopo, qualcuno salga su un autobus a Tokyo e faccia una strage di innocenti? Naturalmente no. La responsabilità morale è personale, non ereditaria. Nessun bambino paga le colpe dei propri antenati. Quanti bus scolastici gli ebrei dovrebbero  far saltare a Berlino per vendicare i campi di sterminio?  Vale anche per i cristiani. Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano d’Oriente e cuore della cristianità per oltre mille anni, fu conquistata nel 1453 dopo una lunga guerra. La città cambiò volto e il secolo scorso anche il nome: divenne Istanbul. Un milione e mezzo di armeni, popolo colto e magnifico, sono stati sterminati nell’indifferenza del mondo e nella gioia della Turchia. Se applicassimo la stessa logica usata per giustificare il terrorismo islamista, dovremmo considerare legittimo che oggi un cristiano si facesse esplodere su un autobus in Turchia per “vendicare” la caduta di Costantinopoli o in genocidio armeno? Sarebbe una mostruosità. E infatti lo è. Il secondo errore consiste nel parlare delle Crociate come dell’aggressione dell’Occidente contro un Islam pacifico. Basta aprire un atlante. Dal Marocco fino all’Indonesia si estende un’immensa area che oggi è  musulmana. È tutto Islam, ovunque conquistato con il ferro, il fuoco, l’annientamento delle civiltà precedenti talmente totale che se ne è persa la memoria. Il Nord Africa, che oggi molti immaginano naturalmente islamico, era una delle grandi culle del cristianesimo. Da quelle terre provenivano teologi, filosofi e santi che hanno costruito la civiltà cristiana. La Siria fu una delle prime terre evangelizzate. L’Asia Minore, oggi Turchia, ospitava le principali città del cristianesimo antico e numerosi concili ecumenici. L’Afghanistan fu uno dei grandi centri del buddhismo. L’ultimo segno del buddhismo i due grandi Buddha distrutti nel 2001 da Osama Bin Laden. I discendenti della popolazione locale sono ancora fisicamente vivi, convertiti all’Islam, ma sono cittadini di serie B, essere inferiori, i cui bambini possono essere usati dai discendenti dei conquistatori, come giocattoli sessuali. Lo ricorda il bel romanzo Il cacciatore di aquilini. L’Indonesia e il Bangladesh appartennero per secoli all’orizzonte culturale induista. Mentre tutti piagnucolano sui palestinesi, A nessuno è importato un fico della più violenta pulizia etnica di tutta la storia dell’umanità: 10 milioni di profughi induisti dal Bangladesh negli anni 70, cacciati da violenze bestiali. Tutte queste realtà cambiarono profondamente attraverso secoli di conquiste, conversioni, discriminazioni e migrazioni forzate. E poi ci sono gli schiavi. Quanti milioni di schiavi sono stati rubati all’Italia dai pirati barbareschi? Quanti milioni di schiavi sono stati rubati dai tartari sul confine meridionale dell’Ucraina? Nel Novecento, inoltre, il genocidio armeno costò la vita a circa un milione e mezzo di persone. Un’intera civiltà cristiana venne quasi cancellata dall’Anatolia. Eppure nessuno usa quella tragedia per giustificare il terrorismo cristiano. Nessuno considera moralmente accettabile colpire civili turchi per vendicare gli armeni. Perché un principio morale vale oppure non vale. Terzo punto. Le Crociate non nacquero come guerre di conquista nel senso moderno del termine. Furono indubbiamente campagne militari spesso condotte con brutalità, segnate anche da atrocità commesse dagli stessi crociati, peraltro, con numeri neanche lontanamente paragonabili a quelli della caduta di Pechino o della caduta di Costantinopoli. Negarlo sarebbe falso. Ma ridurle a una semplice aggressione occidentale significa ignorare il contesto storico. Esse sorsero dopo secoli di espansione militare islamica nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente, in un’epoca in cui l’Impero Bizantino chiedeva aiuto all’Occidente e i pellegrinaggi verso Gerusalemme erano diventati sempre più pericolosi. Nel Mediterraneo, inoltre, le incursioni dei pirati saraceni avevano devastato per secoli coste italiane, francesi e spagnole, deportando in schiavitù centinaia di migliaia di europei. Parlare delle Crociate senza ricordare tutto questo significa raccontare solo metà della storia. Infine, c’è un’altra affermazione ripetuta quasi come un dogma: Gerusalemme sarebbe una città santa dell’Islam allo stesso titolo in cui lo è per ebrei e cristiani. È una questione storicamente e teologicamente più complessa di quanto spesso venga presentato. Nel Corano Gerusalemme non è nominata esplicitamente. La tradizione islamica collega la città al racconto del viaggio notturno di Maometto attraverso interpretazioni successive, mentre le città unanimemente riconosciute come sante dall’Islam sono La Mecca e Medina. Per ebrei e cristiani, invece, Gerusalemme occupa un posto centrale fin dalle origini delle rispettive tradizioni religiose. La storia è sempre più complicata degli slogan. Trasformare le Crociate nella causa del terrorismo contemporaneo non aiuta a comprendere il presente: serve soltanto a costruire una narrazione moralmente rassicurante, nella quale l’Occidente è sempre e comunque il colpevole e ogni violenza subita diventa, in qualche misura, una colpa da espiare. Ma la storia non funziona così. E soprattutto non funziona così la giustizia. Nessun massacro di mille anni fa autorizza il terrorismo di oggi. Nessuna conquista antica rende innocenti coloro che scelgono deliberatamente di assassinare civili. Se perdiamo questo principio, perdiamo il fondamento stesso della civiltà. E ora guardate la piantina, dal Marocco all’Indonesia è tutto Islam. Fa eccezione il piccolo stato di Israele, 19.000 km² senza una goccia di petrolio. Gli ebrei hanno riconquistato la terra dei loro pari, erano a terra di sassi, paludi, deserti e scorpioni, e l’hanno trasformata in giardino che ospita 9 milioni di cittadini di cui 2 milioni musulmani. Eppure ci dicono, e gli imbecilli ci credono, che quel fazzoletto di terra sia un insulto intollerabile e imperdonabile. Gli ebrei cacciati dalle terre che abitavano da quasi 2000 anni in Egitto, Tunisia Yemen, Gaza e tutti gli altri paesi islamici sono scomparsi dalla storia, i dieci milioni di profughi dal Bangladesh del 1971 sono nulla. E noi crediamo a questa narrazione. Tutto questo mentre nell&#8217;indifferenza bestiale dell&#8217;occidente, incluse le gerarche religiose, continua il martirio dei cristiani nelle terre dell&#8217;Islam reale.</p>
<p>Leggete Islam senza veli.</p>
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		<title>Di tanto in tanto non fa male</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/07/15/6852/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 11:31:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[fraternità San Pio X]]></category>
		<category><![CDATA[Messa tridentina]]></category>
		<category><![CDATA[Tucho]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; È uno di quei proverbi moderni che nessuno ricorda di aver inventato e che tutti ripetono con la sicurezza con cui un tempo si citavano Aristotele o la nonna. Deve essere nato nello studio di qualche dietologo, allevato dai rotocalchi femminili e infine adottato dalla pubblicità. Ogni mese gli stessi giornali spiegano come perdere cinque chili in una settimana e, venti pagine dopo, propongono la ricetta della torta di mele definitiva, della crostata irresistibile, del dolce “a cui non saprete dire di no”. Il peccato calorico viene assolto prima ancora di essere commesso. L’idea, in fondo, è persino ragionevole. [&#8230;]</p>
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<p>È uno di quei proverbi moderni che nessuno ricorda di aver inventato e che tutti ripetono con la sicurezza con cui un tempo si citavano Aristotele o la nonna. Deve essere nato nello studio di qualche dietologo, allevato dai rotocalchi femminili e infine adottato dalla pubblicità. Ogni mese gli stessi giornali spiegano come perdere cinque chili in una settimana e, venti pagine dopo, propongono la ricetta della torta di mele definitiva, della crostata irresistibile, del dolce “a cui non saprete dire di no”. Il peccato calorico viene assolto prima ancora di essere commesso.<br />
L’idea, in fondo, è persino ragionevole. Lo zucchero non fa bene, ma la fetta di pastiera a Pasqua, il panettone a Natale, la torta del compleanno non ci trasformano automaticamente in una discarica. È la regola statistica: il danno nasce dall’abitudine, non dall’eccezione. Il problema comincia quando questo principio, nato tra glicemia e colesterolo, emigra con sorprendente disinvoltura nella teologia. Anche il peccato funziona come il glucosio. Una bestemmia ogni tanto? Una convivenza ogni tanto? Un adulterio ogni tanto? Un atto impuro non tutti i giorni? L’importante è non farne uno stile di vita. Il peccato occasionale sarebbe una specie di dessert domenicale dell’anima. È una curiosa trasformazione del cristianesimo in dieta ipoglicemica. Eppure la logica religiosa è sempre stata diversa, non perché ignori la misericordia, ma perché distingue con precisione il bene dal male. Le cose sono vere oppure false. Un’azione è buona oppure cattiva. Il pentimento cancella il peccato; non lo ridefinisce come spuntino innocuo. Oggi invece sembra prevalere un cattolicesimo da saldi di fine stagione: elastico, pieghevole, componibile, gluten free, vegano, gay friendly e chi se ne frega che sia un peccato che grida vendetta a Dio, inclusivo, possibilmente sorridente e soprattutto incapace di mettere a disagio qualcuno. Una religione che non chiede conversione ma moderazione; non dice più “non peccare”, bensì “cerca di non esagerare”. È il trionfo del “di tanto in tanto”. Formula utilissima davanti a una fetta di torta. Molto meno convincente quando pretende di sostituire duemila anni di teologia. Perché le calorie si accumulano nel girovita. I peccati, almeno secondo il cristianesimo, appartengono a un’altra categoria. E confondere le due cose significa trasformare il catechismo in un ricettario.</p>
<p>Il peccato occasionale diventa una specie di concessione domenicale, un piccolo strappo alla regola che, in fondo, rende la vita più sopportabile. È una trasformazione curiosa: il cristianesimo ridotto a regime alimentare. I peccati o sono peccati sempre o non sono peccati mai. Cristo disse: «Sia il vostro parlare sì sì, no no; il di più viene dal maligno» (Mt 5, 37). Ma ai tempi di Gesù non c&#8217;era il registratore, come ha spiegato il padre generale dei gesuiti Arturo Sosa Abascal, altro campione del Cattolicesimo,  e dunque quel sì sì no no va contestualizzato. Il peccato non si abolisce, si dosa. Il cardinale Víctor Manuel Fernández, detto Tucho, ci ha regalato un formulario, un documento con carta intestata del Dicastero per la Dottrina della Fede, datato 2 luglio 2026, che spiega, con la delicatezza del catechista di parrocchia e la sottigliezza del giurista bizantino, chi può ancora dirsi cattolico e chi no. Il criterio è di rara flessibilità. Come nelle diete, ogni tanto si può sgarrare. Si può andare a una messa della Fraternità Sacerdotale San Pio X, quella dei lefebvriani appena colpiti da scomunica per aver consacrato quattro vescovi senza mandato pontificio, purché la cosa sia occasionale. Si può anche andarci con regolarità, ma senza condividere la dottrina del celebrante, forse pensando alla lista della spesa. In tal caso la scomunica non scatta, perché, recita testualmente la Nota esplicativa, l&#8217;imputabilità richiede «piena avvertenza e deliberato consenso», e non si considerano imputabili «i laici che hanno frequentato la Fraternità solo per motivi liturgici o spirituali» (per quali altri motivi la si potrebbe frequentare?), né «quanti, pur consapevoli delle tensioni con la Santa Sede, non rifiutano il Magistero né l&#8217;autorità del Romano Pontefice». È lo stesso delizioso stile Tucho, di Fiducia supplicans, quella dichiarazione firmata da Tucho e controfirmata da Francesco che nel dicembre del 2023 aprì alla benedizione delle coppie irregolari e delle coppie dello stesso sesso: purché , attenzione, il dettaglio è squisito, la benedizione fosse breve, dieci o quindici secondi al massimo, «pastorale» e non «liturgica», impartita fuori da ogni contesto celebrativo, in fretta, quasi di soppiatto. In tutto questo nessuno però doveva fare l’opera di carità teologale che recita di avvisare il peccatore del suo peccato. Non informare il peccatore del suo peccato è la più grave e la più tragica delle mancanze di carità. Chi incontri due persone con stile di vita omoerotica e non le informi che sono in peccato mortale, un peccato che grida vendetta a Dio, o addirittura benedice un’ unione che è un peccato che grida vendetta a Dio, ne diventa complice. Il profeta Ezechiele, capitolo 33, non lascia scampo. «Figlio dell&#8217;uomo, ti ho posto come sentinella per la casa d&#8217;Israele. Se io dico al malvagio: &#8220;Tu morirai&#8221;, e tu non parli per avvertirlo, egli morirà per la sua iniquità, <em>sanguinem autem eius de manu tua requiram</em>: del suo sangue chiederò conto alla tua mano». La sentinella che dorme è complice dell&#8217;assassino che passa. Il pastore muto risponde del gregge sbranato, dice San Giovanni Crisostomo nel <em>De sacerdotio</em>, e San Tommaso, nella <em>Summa</em>, colloca la correzione fraterna tra i doveri di carità, non tra le opzioni del galateo pastorale. Oggi è il contrario. Tacere è delicatezza, denunciare è violenza, ammonire è ferire. E intanto la sentinella ha smontato la garitta, l&#8217;ha trasformata in confessionale panoramico e ci spiega, con l&#8217;aria del sociologo, che il lupo va compreso nel suo contesto culturale e soprattutto accolto, anzi, incluso. La logica è sempre quella: il peccato non conta se lo si commette in fretta; l&#8217;eresia non conta se la si professa senza convinzione; lo scisma non conta se lo si frequenta senza persuasione. Basta essere superficiali, e la Chiesa vi assolve. Basta non prendersi sul serio, e sarete sempre in comunione. La grande innovazione teologica del pontificato è aver scoperto che la distrazione salva le anime. Da otto anni la Santa Sede ha firmato con la Repubblica Popolare Cinese un accordo, provvisorio, segreto, rinnovato a scadenze regolari, in base al quale i vescovi cattolici cinesi vengono selezionati dai sacerdoti locali, ma con il beneplacito del Partito Comunista e la ratifica finale del Papa. Sette vescovi precedentemente scomunicati sono stati reintegrati d&#8217;ufficio; altri sono stati imposti a diocesi che avevano il loro vescovo legittimo, spedito a nascondersi in campagna o a marcire in una prigione dello Henan. La Chiesa cosiddetta patriottica, braccio ecclesiastico del regime, celebra la messa sotto la bandiera con le cinque stelle, i suoi seminaristi giurano fedeltà al pensiero di Xi Jinping, i suoi vescovi partecipano ai congressi dell&#8217;Assemblea Nazionale del Popolo, ma le loro messe sono valide, e la comunione con Roma è ufficialmente ristabilita. Cristo è morto in Croce per la maggior gloria del Partito Comunista Cinese. Posso frequentare distrattamente Écône senza incorrere nella scomunica, posso ascoltare una predica di don Pagliarani come si ascolta la radio in cucina, mentre posso serenamente partecipare alle messe dei vescovi cinesi nominati dal partito anche aderendo con tutto il cuore, in piena tranquillità: quelli sono in piena comunione, li ha voluti il Papa, li ha benedetti il Segretario di Stato. Potrò godermi il faccione di Mao, sempre presente in queste cosiddetta chiese e pensare che i martiri cristiani che a migliaia hanno trovato l’inferno o la morte sotto il regime erano, come gli Apostoli, tizi un pochettino fanatici, parecchio rigidi, non inclusivi.  Se qualcuno mi obiettasse che quei vescovi hanno accettato di servire un regime che perseguita i loro fratelli cattolici clandestini, che demolisce croci, che sorveglia i confessionali con le telecamere, io risponderei con Tucho: che bisogna contestualizzare. Andremo quindi alla Messa della Fraternità solo di tanto in tanto, per meri motivi spirituali: sapere che ci trovaimo in presenza di persone che sinceramente amano Gesù Cristo e la Madonna.</p>
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		<title>Agli islamici si perdona anche il genocidio</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/07/07/agli-islamici-si-perdona-anche-il-genocidio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 06:24:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi si loda si imbroda Il 30 giugno 2026, al termine della riunione del Consiglio dei ministri ad Ankara, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, rispondendo alla decisione del governo israeliano di avviare il riconoscimento del genocidio armeno, ha dichiarato: «La nostra storia è libera da genocidi, massacri, oppressione e colonialismo» (”Our history is free from genocide, massacres, oppression and colonialism”). Nello stesso intervento ha aggiunto che la storia della Turchia sarebbe stata, per migliaia di anni, soltanto una storia di «giustizia e compassione». Raccomando la lettura de Il ponte sulla Drina  del premio Nobel Andrić per avere un’idea della compassione: la scena dell’impalamento [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Chi si loda si imbroda</p>
<p>Il 30 giugno 2026, al termine della riunione del Consiglio dei ministri ad Ankara, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, rispondendo alla decisione del governo israeliano di avviare il riconoscimento del genocidio armeno, ha dichiarato: «La nostra storia è libera da genocidi, massacri, oppressione e colonialismo» (”<em>Our history is free from genocide, massacres, oppression and colonialism</em>”). Nello stesso intervento ha aggiunto che la storia della Turchia sarebbe stata, per migliaia di anni, soltanto una storia di «giustizia e compassione». Raccomando la lettura de <em>Il ponte sulla Drina</em>  del premio Nobel Andrić per avere un’idea della compassione: la scena dell’impalamento è una delle più potenti della letteratura del Novecento. Recep Tayyip Erdoğan, con la sicurezza di chi sa che nessuno dei presenti gli chiederà conto delle sue parole, ha dichiarato che la storia turca non avrebbe mai conosciuto genocidi, massacri, oppressione o colonialismo. Una frase pronunciata con assoluta naturalezza. Il problema non è che l’abbia detta. Il problema è che milioni di persone sono disposte ad ascoltarla senza avvertire il minimo disagio intellettuale. La Turchia moderna è l’erede politica dell’Impero Ottomano, ne eredita il territorio, le istituzioni, la memoria nazionale e spesso perfino l’orgoglio imperiale. E l’Impero Ottomano è stato uno dei più vasti imperi della storia, che si estese in Medio Oriente, gran parte del Nord Africa, i Balcani, l’Anatolia, il Caucaso e arrivò a controllare vaste regioni dell’Europa orientale, comprese parti dell’attuale Romania, e non andò oltre perché per ben due volte la cristianità lo ha frmato sotto le porte di Vienna. Si espanse con guerre di conquista, impose tributi, amministrò province sottomesse, combatté incessantemente per allargare i propri confini. Se questo non è colonialismo, il termine perde qualsiasi significato. Tutti coloro che vedono colonialismo in ogni espansione europea diventino improvvisamente afoni quando il protagonista è un impero non occidentale. Qui entra in scena il decolonialismo postmoderno: si prende la storia universale, si ritagliano accuratamente alcuni capitoli, si eliminano tutti gli altri e infine si proclama che il male ha un solo passaporto: quello europeo. Se davvero si volesse comprendere il colonialismo, bisognerebbe analizzare tutti gli imperi. L’esempio più clamoroso è il genocidio degli Armeni. Tra il 1915 e il 1917, mentre l’Impero Ottomano combatteva la Prima guerra mondiale, la popolazione armena dell’Anatolia fu sottoposta a deportazioni sistematiche, marce della morte, esecuzioni di massa, stupri, fame organizzata e confische dei beni. La grande maggioranza degli studiosi considera quegli eventi il primo genocidio del Novecento. Le stime parlano di circa un milione o un milione e mezzo di vittime. Non si trattò di un’esplosione incontrollata di violenza popolare. Vi fu una pianificazione amministrativa, ordini, deportazioni coordinate, eliminazione delle élite culturali e religiose, distruzione delle comunità. La Turchia continua ancora oggi a contestare la definizione di genocidio, ci fu una serie di sfortunati eventi, è andata così. Per comprendere quella tragedia molti lettori italiani hanno incontrato per la prima volta gli Armeni attraverso il romanzo <em>La masseria delle allodole</em> di Antonia Arslan, opera narrativa cherestituisce un volto alle vittime. Dietro ogni cifra ci sono famiglie, bambini, sacerdoti, commercianti, insegnanti, donne costrette a marciare per centinaia di chilometri nel deserto fino alla morte. Dopo aver letto quel libro, il genocidio smette di essere una statistica e torna a essere ciò che realmente fu: la distruzione deliberata di un popolo.Gli studi di  Raymond Kévorkian, Donald Bloxham o Taner Akçam, quest’ultimo storico turco che ha dedicato la propria vita allo studio degli archivi ottomani, dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio che ci fu un genocidio deliberato, non si trattò di un effetto collaterale della guerra e che chi afferma il contrario mente. Oltre gli Armeni, anche gli Assiri, la popolazione greca del Ponto subirono persecuzioni e massacri. La storia della Turchia comincia con ferocia e colonizzazione, con il furto della terra di altri: prima di chiamarsi Istanbul, quella città si chiamava Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano d’Oriente, cuore della civiltà bizantina. Per oltre mille anni rappresentò uno dei grandi fari del cristianesimo. Lì si sviluppò una parte decisiva della teologia cristiana, dell’arte sacra, della liturgia, del diritto imperiale. Fu la città nella quale il cristianesimo uscì definitivamente dalla clandestinità delle catacombe per diventare una civiltà capace di edificare basiliche, biblioteche, ospedali, università e una delle più straordinarie cattedrali della storia: Santa Sofia. Quando nel 1453 il sultano Mehmet II conquistò Costantinopoli, la ferocia e la distruzione si abbatterono sulla città Perché alcuni imperi vengono continuamente processati mentre altri vengono sistematicamente assolti? Perché le università organizzano infiniti convegni sul colonialismo europeo e quasi nessuno sul colonialismo ottomano? Perché la memoria viene distribuita con criteri così selettivi? Per l’odio di sé che la sottocultura marxista ha insegnano all’occidente. Il marxismo è una boiata pazzesca, ed è il nucleo del nostro suicidio. Il decolonialismo contemporaneo è marxista, nella sua versione ideologica, non nasce per comprendere la storia, ma per costruire una narrazione politica. L’Occidente deve essere il colpevole permanente. Chiunque si opponga all’Occidente assume automaticamente il ruolo della vittima, anche quando la documentazione storica racconta che si tratta di belve.  È per questo che Erdoğan può permettersi di negare genocidi, massacri e colonialismo senza pagare un prezzo politico paragonabile a quello che pagherebbe un leader europeo se negasse crimini del proprio passato. Il problema non è soltanto ciò che viene detto. È ciò che molti scelgono di non sentire. La storia, però, possiede un difetto ostinato: non obbedisce agli slogan. Gli archivi continuano a esistere. Le testimonianze sopravvivono. Le città conservano le cicatrici delle conquiste. Le chiese trasformate in moschee raccontano una vicenda che nessun discorso può cancellare. E le tombe non votano, non fanno propaganda, non partecipano ai social network. Rimangono lì, ostinatamente, a ricordare che il passato non cambia perché un presidente decide di riscriverlo. Ma il decolonialismo contemporaneo non vuole conoscere la storia, vuole amministrarne il senso di colpa. E quando il senso di colpa diventa più importante della verità, la ricerca storica cessa di essere una disciplina e diventa uno strumento di lotta politica. Ma c’è un altro punto della storia turca che non deve essere dimenticato: la sua pochezza culturale. In questo senso è interessante richiamare la riflessione di Robert R. Reilly nel suo libro <em>La chiusura della mente musulmana</em>. Reilly sostiene che, a partire dall’XI secolo, nel mondo islamico prevalsero correnti teologiche che emarginarono progressivamente la filosofia razionale, riducendo lo spazio della riflessione critica. Come osserva Hans Magnus Enzensberger nel suo libro Il perdente radicale, quando la stampa di Gutenberg rivoluzionò l’Europa, nel mondo islamico fu a lungo ostacolata e proibita, perché si riteneva che l’unico libro davvero degno di essere riprodotto fosse il Corano. Mentre l’Occidente moltiplicava libri, idee e conoscenze, gran parte del mondo islamico rallentava la circolazione del sapere. Anche questo contribuì al suo progressivo ritardo culturale e scientifico. Ma gli armeni importarono la stampante, e divennero Gli armeni erano l’aristocrazia culturale, erano la metà dei medici, degli ingegneri il 60% dei professori universitari. Una volta massacrati loro, sono rimasti gli altri. La Turchia conta appena tre premi Nobel. Il primo, Orhan Pamuk, è uno scrittore che è stato processato in patria per aver osato parlare dello sterminio degli Armeni. Gli altri due, Aziz Sancar e Daron Acemoglu, hanno conquistato il Nobel lavorando nelle università americane, rispettivamente alla University of North Carolina e al MIT. Non è esattamente il ritratto di un Paese che abbia costruito un ambiente particolarmente favorevole alla libertà della ricerca, del pensiero e della cultura. Per la cronaca, nato solo nel ’48, con una superficie 19000 chilometri quadrati senza una goccia di petrolio, una popolazione che è il 10% di quella turca ha 14 Premi Nobel.</p>
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		<title>La spirale del dolore</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/07/07/la-spirale-del-dolore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 06:22:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla pedagogia nera di Schreber al terrorismo islamico: come l&#8217;infanzia seviziata genera l&#8217;adulto senza empatia C&#8217;è una linea sotterranea che collega il bambino legato a una macchina ortopedica nella Lipsia ottocentesca, il dittatore che ordina lo sterminio di un popolo e il ragazzo nato a Bruxelles che si fa esplodere in una sala da concerto. Questa linea ha un nome — pedagogia nera — e una grammatica che la psicoanalisi del Novecento e le neuroscienze del Duemila hanno faticosamente decifrato. Seguirla significa accettare una tesi scomoda, quasi insostenibile per chi è cresciuto nel mito dell&#8217;innata bontà o dell&#8217;innata malvagità dell&#8217;uomo: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dalla pedagogia nera di Schreber al terrorismo islamico: come l&#8217;infanzia seviziata genera l&#8217;adulto senza empatia</p>
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<p data-docx-index="2">C&#8217;è una linea sotterranea che collega il bambino legato a una macchina ortopedica nella Lipsia ottocentesca, il dittatore che ordina lo sterminio di un popolo e il ragazzo nato a Bruxelles che si fa esplodere in una sala da concerto. Questa linea ha un nome — pedagogia nera — e una grammatica che la psicoanalisi del Novecento e le neuroscienze del Duemila hanno faticosamente decifrato. Seguirla significa accettare una tesi scomoda, quasi insostenibile per chi è cresciuto nel mito dell&#8217;innata bontà o dell&#8217;innata malvagità dell&#8217;uomo: la violenza dell&#8217;adulto non nasce nell&#8217;adulto, ma nel bambino che quell&#8217;adulto è stato. Non è un destino genetico, non è un istinto irriducibile, non è la pulsione di morte freudiana. È un apprendimento, un&#8217;iscrizione precoce, una cicatrice neurale che diventa carattere.</p>
<p data-docx-index="3">Con &#8220;pedagogia nera&#8221; Alice Miller, riprendendo l&#8217;espressione coniata da Katharina Rutschky nel 1977, indica quel sistema educativo otto-novecentesco di stampo patriarcale che pretende di formare il bambino spezzandone la volontà attraverso obbedienza assoluta, umiliazione e punizione corporale, tutto rigorosamente camuffato come amore: &#8220;ti picchio per il tuo bene&#8221;. Caso emblematico è il medico Daniel Gottlieb Moritz Schreber, ideologo di un&#8217;ortopedia morale fatta di contenzioni fisiche, cinghie, raddrizzaspalle, repressione della spontaneità infantile e annientamento metodico di ogni sensibilità. Nei suoi manuali pedagogici, che ebbero enorme fortuna nella Germania bismarckiana, Schreber raccomandava di sottoporre il neonato a punizioni corporali fin dai primi mesi di vita per &#8220;stroncare sul nascere il capriccio&#8221; e abituarlo all&#8217;obbedienza prima che potesse formulare una volontà propria. In La persecuzione del bambino (1980) Miller mostra come il figlio Daniel Paul sviluppi da adulto un delirio paranoide le cui metafore — corpi trafitti, raggi divini che penetrano la carne, voci persecutorie, &#8220;miracoli&#8221; che gli storpiano le membra — ricalcano con precisione clinica le torture pedagogiche paterne. La tesi è netta: il bambino umiliato, costretto a reprimere collera e dolore per conservare l&#8217;illusione di un genitore amorevole, interiorizza l&#8217;aggressore e da adulto scarica la rabbia rimossa su soggetti più deboli. Applicato all&#8217;infanzia di Hitler, Stalin, Mao e Ceaușescu — tutti documentatamente vittime di padri violenti e madri assenti o complici —, lo schema individua nella pedagogia nera la matrice del totalitarismo: cittadini addestrati all&#8217;obbedienza cieca riconoscono nel dittatore il padre legittimo che autorizza, finalmente, lo sfogo dell&#8217;odio represso. Il führer, lo zar, il timoniere non sono accidenti della storia: sono il padre di Schreber moltiplicato per un popolo.</p>
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<p data-docx-index="4">Vent&#8217;anni dopo, Felicity de Zulueta — psichiatra del Maudsley Hospital di Londra — ha dato a questa intuizione fondamento neurobiologico. In Dal dolore alla violenza. Le origini traumatiche dell&#8217;aggressività (1999, riedito nel 2006) contesta frontalmente la tesi lorenziana e freudiana di una distruttività innata della specie umana. Distingue &#8220;aggressività&#8221; — comportamento adattativo, necessario alla sopravvivenza, presente in ogni mammifero — da &#8220;violenza&#8221; — atto che oltraggia l&#8217;altro come essere umano, riservato all&#8217;uomo —, riconducendo quest&#8217;ultima alla rottura precoce dei legami di attaccamento. Sulla scia di Bowlby, Fairbairn e Kohut sostiene che l&#8217;essere umano è geneticamente predisposto alla cooperazione sociale, non alla distruzione, e che il trauma — perdita, abuso, deprivazione affettiva — innesca un meccanismo psicobiologico che converte il dolore in distruttività. L&#8217;attaccamento &#8220;andato a male&#8221; produce un Sé frammentato che, per restare legato al caregiver maltrattante (perché il bambino deve restare legato, pena la morte psichica), ricorre a scissione, dissociazione e identificazione con l&#8217;aggressore. Sul piano neurofisiologico de Zulueta documenta iperattività amigdalica, ipofunzione prefrontale, alterazioni dell&#8217;asse ipotalamo-ipofisi-surrene, disregolazione cronica di rabbia, terrore e vergogna. È la vergogna del Sé invalidato — non l&#8217;istinto, non la pulsione di morte — il vero motore della vendetta violenta: il bambino umiliato cresce in un corpo che porta inscritto un imperativo, restituire l&#8217;umiliazione. Il modello si estende dalla biografia individuale alle collettività: tortura, terrorismo, genocidio, fondamentalismi politici e religiosi come effetti del &#8220;triangolo dell&#8217;abuso&#8221; e della disumanizzazione sistematica dell&#8217;Altro, declinata a scala industriale.</p>
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<p data-docx-index="5">Letti insieme, Miller e de Zulueta convergono su una verità che le neuroscienze dello sviluppo confermano con nettezza crescente: il bambino sottoposto a violenza non &#8220;dimentica&#8221; il maltrattamento, lo incorpora. La crudeltà subita nei primi tre anni — quando le sinapsi di corteccia prefrontale, ippocampo e amigdala si organizzano sotto la guida dell&#8217;esperienza relazionale, secondo un programma di costruzione che la genetica fornisce ma che l&#8217;ambiente affettivo plasma definitivamente — si scrive nella biologia stessa del cervello prima ancora che nella memoria autobiografica. Quel bambino non ricorderà, da adulto, di essere stato picchiato a tre mesi; ma il suo sistema nervoso saprà, con una sapienza muta e implacabile, che il mondo è un luogo da cui difendersi colpendo per primi. Per sopravvivere al paradosso di dover amare chi lo terrorizza, il bambino seviziato è costretto a una doppia rinuncia: alla collera legittima verso chi lo umilia e alla percezione del proprio dolore. Da questa duplice mutilazione emotiva nascono i due tratti centrali dell&#8217;adulto pericoloso: l&#8217;identificazione con l&#8217;aggressore e l&#8217;anestesia empatica. L&#8217;identificazione — descritta da Ferenczi, ripresa da Miller, confermata da de Zulueta — fa sì che la vittima ripeta attivamente ciò che ha subìto passivamente: il bambino picchiato diventa il padre che picchia, l&#8217;umiliato il dittatore che umilia interi popoli, il violentato il violentatore. L&#8217;anestesia empatica deriva dal fatto che chi non ha potuto sentire il proprio dolore non riconosce quello altrui: si manifesta come freddezza chirurgica davanti alla sofferenza, come incapacità strutturale di immaginare l&#8217;altro come essere senziente. La resilienza è possibile solo quando un &#8220;testimone soccorrevole&#8221; — un nonno, un&#8217;insegnante, un terapeuta, un libro letto al momento giusto — interrompe la catena, nomina l&#8217;ingiustizia patita, restituisce al bambino il diritto al proprio dolore. Ma cosa accade quando il testimone non arriva mai, e la società circostante, anziché spezzare la catena, la santifica? Quando l&#8217;abuso è teologicamente legittimato, normato, raccomandato come dovere religioso?</p>
<p data-docx-index="6">È qui che la diagnosi cessa di essere archeologia del Novecento europeo e diventa chiave del presente. In Senza velo. Come l&#8217;Occidente rafforza l&#8217;Islam radicale Yasmine Mohammed — canadese di origine egiziano-palestinese, ex musulmana, costretta a diciannove anni a sposare un operativo di al-Qaeda da cui ebbe una figlia prima di riuscire a fuggire — racconta un&#8217;infanzia trascorsa sotto il pugno di una madre &#8220;rinata&#8221; nel fondamentalismo: percosse a ogni versetto del Corano sbagliato nella memorizzazione obbligatoria, hijab imposto dall&#8217;età di nove anni, niqab a diciannove, segregazione, divieto di amicizie, umiliazione sistematica spacciata per amore pedagogico. Quando a tredici anni Yasmine mostra i lividi a un&#8217;insegnante e il caso finisce in tribunale, un giudice canadese sentenzia che la famiglia &#8220;ha il diritto di disciplinarla così, perché è la loro cultura&#8221; e la rimanda nelle stesse mani che l&#8217;hanno ridotta in quello stato. La pedagogia nera, in pieno Canada democratico, trova un alleato proprio nel relativismo occidentale che dovrebbe combatterla: lo stesso &#8220;rispetto culturale&#8221; che protegge l&#8217;aggressore e abbandona la bambina, e che — denuncia Mohammed con amarezza — risparmierebbe vergognose violenze a una figlia di &#8220;bianchi&#8221; mentre le tollera con stoica indulgenza quando la vittima ha la pelle scura e il nome arabo.</p>
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<p data-docx-index="7">Il caso di Mohammed non è un&#8217;eccezione patologica ma la punta di un fenomeno strutturale che i dati documentano con una nettezza che dovrebbe togliere il sonno. Secondo l&#8217;UNICEF, nella regione Medio Oriente e Nord Africa il 75,8% dei bambini tra due e quattro anni subisce punizioni corporali — la prevalenza più alta del pianeta dopo l&#8217;Africa subsahariana; su 85 milioni di minori della regione, 71 milioni hanno sperimentato qualche forma di disciplina violenta, e in Ciad, Egitto e Yemen oltre il 40% dei bambini patisce punizioni severe — colpi alla testa, alle orecchie, al volto, percosse ripetute con cinture, bastoni, cavi elettrici. Human Rights Watch documenta che in Egitto, Marocco e Tunisia più del 90% dei bambini è picchiato almeno una volta al mese; in Libano fino al 76% degli scolari è stato aggredito fisicamente dagli insegnanti, con bastonate, schiaffi al volto, capelli tirati, oggetti scagliati addosso. Studi pubblicati su riviste di psichiatria infantile riportano che in Arabia Saudita il 20-45% dei bambini è esposto a violenza fisica continuativa, in Algeria l&#8217;86% subisce qualche forma di abuso, in Yemen le percentuali di aggressione psicologica superano il 90%. Di diciannove paesi della regione esaminati, solo Tunisia e Israele vietano la punizione corporale in ogni contesto; tredici la autorizzano esplicitamente in famiglia, e in molti il codice penale prevede ancora la fustigazione come pena giudiziaria, anche per i minorenni. A questo quadro si sommano matrimoni precoci di bambine di nove, dieci, undici anni con uomini molto più anziani, mutilazioni genitali femminili che in Egitto e Sudan superano l&#8217;ottanta per cento delle ragazze, segregazione domestica, divieto di istruzione, e una teologia che — nella sura 4:34 del Corano — riconosce esplicitamente al marito il diritto di &#8220;colpire&#8221; la donna disobbediente. Non si tratta di episodi devianti: si tratta del modello educativo dominante in un quarto dell&#8217;umanità, sostenuto da un&#8217;autorità religiosa che lo presenta come volontà divina e dunque insindacabile.</p>
<p data-docx-index="8">Su questo terreno la sintesi Miller–de Zulueta si fa profezia neuro-sociologica. Generazioni di bambini cresciuti nella terrorizzazione santificata, addestrati a interiorizzare l&#8217;aggressore come voce divina e a percepire la propria vergogna come dovere religioso, e privi di qualsiasi &#8220;testimone soccorrevole&#8221; capace di nominare l&#8217;ingiustizia subita — perché lo Stato è complice, la moschea complice, la famiglia estesa complice, la legge complice —, sviluppano in massa esattamente quei due tratti, identificazione con l&#8217;aggressore e anestesia empatica, che de Zulueta riconosce alla radice di tortura, terrorismo e genocidio. Il terrorista suicida che si fa esplodere in un mercato non è un fanatico isolato, né può essere ridotto al prodotto di una povertà che colpisce miliardi di persone in tutto il pianeta senza farne stragisti: è il prodotto sociale di un&#8217;infanzia in cui il dolore proprio è stato negato e quello altrui non è mai stato visto. Il &#8220;triangolo dell&#8217;abuso&#8221; si proietta dall&#8217;ambito domestico a quello geopolitico, e l&#8217;Altro — l&#8217;ebreo, l&#8217;occidentale, l&#8217;apostata, la donna scoperta, l&#8217;omosessuale — diventa il capro espiatorio su cui scaricare la collera congelata nell&#8217;infanzia. La teologia jihadista non crea l&#8217;odio: gli offre soltanto la cornice metafisica che lo legittima, una narrazione di guerra santa in cui il bambino umiliato può finalmente vendicarsi senza colpa — anzi, guadagnandosi il paradiso. Quando il dolore è stato santificato, anche la vendetta lo diventa.</p>
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<p data-docx-index="9">Parlo di questi temi nel libro Dizionario minimo per la difesa dell&#8217;ovvio e Islam senza veli. Chi ne desidera una copia firmata con dedica mi scriva a silvana.demari 53@libero.it</p>
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<p data-docx-index="9"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6831" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/islam-senza-veli-200x300.x55482.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/islam-senza-veli-200x300.jpg 200w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/islam-senza-veli.jpg 348w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></p>
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<p><iframe loading="lazy" title="Islam senza veli: Quello che ogni occidentale deve sapere e deve chiedere sull’Islam (Italian Edition)" type="text/html" width="1200" height="550" frameborder="0" allowfullscreen allow="clipboard-write" style="max-width:100%" src="https://read.amazon.co.uk/kp/card?asin=B0H1KDVJ8D"></iframe></p>
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		<title>O capiamo o moriamo</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/07/07/o-capiamo-o-moriamo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 05:12:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[mario adinolfi. o capiamo o moriamo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«O capiamo o moriamo» di Mario Adinolfi &#160; C&#8217;è un libro, uscito nel 2017 per Youcanprint, che avrebbe dovuto scuotere l&#8217;Italia e che invece è stato accolto con il silenzio imbarazzato riservato ai profeti che dicono cose scomode: «O capiamo o moriamo» di Mario Adinolfi. Il titolo, allora, sembrò a molti eccessivo. Rileggerlo oggi, nove anni dopo, fa venire i brividi: era una diagnosi esatta, non una iperbole. Adinolfi aveva visto ciò che il resto del ceto politico e giornalistico fingeva di non vedere, e lo aveva detto con la franchezza di chi ha smesso di calcolare i costi di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6844" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/o-capiamo-o-moriamo-200x300.x55482.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/o-capiamo-o-moriamo-200x300.jpg 200w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/o-capiamo-o-moriamo-683x1024.jpg 683w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/o-capiamo-o-moriamo-768x1152.jpg 768w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/o-capiamo-o-moriamo-400x600.jpg 400w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/o-capiamo-o-moriamo.jpg 1000w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></p>
<p><strong>«O capiamo o moriamo» di Mario Adinolfi</strong></p>
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<p>C&#8217;è un libro, uscito nel 2017 per Youcanprint, che avrebbe dovuto scuotere l&#8217;Italia e che invece è stato accolto con il silenzio imbarazzato riservato ai profeti che dicono cose scomode: «O capiamo o moriamo» di Mario Adinolfi. Il titolo, allora, sembrò a molti eccessivo. Rileggerlo oggi, nove anni dopo, fa venire i brividi: era una diagnosi esatta, non una iperbole. Adinolfi aveva visto ciò che il resto del ceto politico e giornalistico fingeva di non vedere, e lo aveva detto con la franchezza di chi ha smesso di calcolare i costi di carriera.</p>
<p>Il libro nasce come un pamphlet sui temi che allora, nell&#8217;Italia dei governi Renzi e Gentiloni, venivano introdotti a colpi di fiducia parlamentare e di sentenze creative: unioni civili, maternità surrogata, teoria del gender nelle scuole elementari, eutanasia camuffata da testamento biologico. Adinolfi li affronta uno per uno, senza tecnicismi giuridici, con la lingua diretta del giornalista di razza che era stato all&#8217;Unità e all&#8217;Europa, e con la lucidità del cattolico che non ha paura di dire che l&#8217;utero non si affitta, che la vita non si scarta, che un bambino ha diritto a un padre e a una madre, e non a un contratto notarile fra adulti.</p>
<p>L&#8217;intuizione fondamentale del libro è però una sola, ripetuta come un ritornello di pagina in pagina: le ideologie che pretendono di riscrivere la natura umana sono sempre finite in tragedia. Il comunismo aveva riscritto l&#8217;economia, il nazionalsocialismo aveva riscritto la razza, il gender pretende di riscrivere il sesso, e chi ha vissuto il Novecento sa dove si va quando lo Stato decide che due più due non fa quattro. Adinolfi lo dice con parole nette, che gli sono costate processi, insulti, aggressioni in pubblico, e un lungo esilio dai salotti televisivi che oggi lo richiamano perché non possono più fingere che avesse torto.</p>
<p>C&#8217;è, nel libro del 2017, una intuizione ancora più profonda che oggi appare quasi profetica. Adinolfi capisce che la battaglia sui valori non è un problema di destra o di sinistra, ma di sopravvivenza demografica. Un popolo che non fa figli, che considera la maternità un ostacolo, che si vergogna del proprio Dio e delle proprie chiese, che chiama omofobia il richiamo alla famiglia naturale, è un popolo che si sta preparando alla scomparsa. E la natura, come la storia, non tollera il vuoto: al posto dei popoli che si dimettono ne arrivano altri, con altri dèi, altre leggi, altre pretese. Nel 2017 lo si poteva ancora dire fra parentesi. Nel 2026 è la cronaca quotidiana.</p>
<p>Non a caso quel titolo, «O capiamo o moriamo», è diventato negli ultimi anni lo slogan della grande campagna che Adinolfi conduce insieme al Popolo della Famiglia contro l&#8217;avanzata dell&#8217;islam politico in Italia e in Europa. Le manifestazioni con i crocifissi in piazza, le conferenze nelle piazze di Roma, la proposta di subordinare la cittadinanza al completamento di un ciclo scolastico che comprenda l&#8217;insegnamento della religione cattolica, il richiamo esplicito al modello spagnolo della Reconquista, tutto nasce dalla stessa constatazione già scritta in quel libro: senza radici non si resiste, senza figli non si vince, senza fede si soccombe.</p>
<p>Adinolfi non è un ideologo. È un uomo grosso, cordiale, che ride volentieri, che ha giocato a poker con successo e ha imparato lì la lezione che vale anche in politica: le carte vanno guardate come sono, non come vorremmo che fossero. E le carte europee, oggi, dicono che le chiese si svuotano, le culle si svuotano, le moschee si riempiono, i cortei antisemiti attraversano le capitali con la benedizione del ceto progressista. Chi ha letto «O capiamo o moriamo» nel 2017 sapeva che sarebbe finita così. Chi lo legge oggi capisce che non c&#8217;è più tempo per un secondo appello.</p>
<p>È un libro necessario, che andrebbe rimesso in libreria in edizione aggiornata e messo accanto a «Il mondo al contrario» di Vannacci e a «Islam senza veli». Tre voci diverse, tre biografie diverse, un solo grido: svegliatevi finché siete in tempo. Il titolo, ormai, non lascia scelta. O capiamo, o moriamo davvero.</p>
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<p><iframe loading="lazy" title="Islam senza veli: Quello che ogni occidentale deve sapere e deve chiedere sull’Islam (Italian Edition)" type="text/html" width="1200" height="550" frameborder="0" allowfullscreen allow="clipboard-write" style="max-width:100%" src="https://read.amazon.co.uk/kp/card?asin=B0H1KDVJ8D"></iframe></p>
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		<title>Quando la superbia galoppa, la vergogna siede in groppa.</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/07/03/quando-la-superbia-galoppa-la-vergogna-siede-in-groppa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jul 2026 05:28:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Vengo da una civiltà che ha messo l&#8217;uomo al centro, che ha costruito gli uliveti e i campanili, che ha inventato l&#8217;ospedale, l&#8217;università, il diritto romano, la perizia notarile, la sentenza motivata, la libertà di studiare e la libertà di sbagliare, una civiltà che adesso, in piedi davanti allo specchio, finge di non vedere il proprio cadavere. Duecentocinquantamila bambine e bambini britannici, cristiani per nascita o per cultura, di otto, dieci, undici, dodici anni, stuprati per decenni, in centoquarantanove distretti del Regno Unito, da bande organizzate di uomini maomettani, in stragrande maggioranza pakistani. Lo dice il rapporto Lowe, lo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Vengo da una civiltà che ha messo l&#8217;uomo al centro, che ha costruito gli uliveti e i campanili, che ha inventato l&#8217;ospedale, l&#8217;università, il diritto romano, la perizia notarile, la sentenza motivata, la libertà di studiare e la libertà di sbagliare, una civiltà che adesso, in piedi davanti allo specchio, finge di non vedere il proprio cadavere. Duecentocinquantamila bambine e bambini britannici, cristiani per nascita o per cultura, di otto, dieci, undici, dodici anni, stuprati per decenni, in centoquarantanove distretti del Regno Unito, da bande organizzate di uomini maomettani, in stragrande maggioranza pakistani. Lo dice il rapporto Lowe, lo confermano in scala minore il rapporto Casey, l&#8217;inchiesta Jay su Rotherham con le sue millequattrocento vittime in una sola città, le sentenze di Rochdale, Telford, Oxford, Newcastle, Oldham, Bristol, Derby, Keighley. Bambine date in pasto, drogate, prostituite, marchiate a fuoco con stampi di ferro arroventati, picchiate, ingravidate, costrette ad abortire, costrette a convertirsi all&#8217;Islam, chiamate <em>kuffar</em>, chiamate <em>white trash</em>, chiamate spazzatura bianca. Anche bambini. E le bambine talvolta partorivano e poi sparivano, e i loro figli sparivano con loro, e le madri delle bambine venivano arrestate dalla polizia mentre i carnefici delle figlie venivano scortati a casa, dalla stessa polizia inglese, quella che adesso si occupa di acchiappare quelli che scrivono cose sgradevoli sull’islam su Facebook. Viene arrestato chi scrive la verità: gli stupratori, come i terroristi, come le bande che uccidono e terrorizzano sono figli sani del corano, sono eroi della loro comunità, hanno eseguito l’ordine coranico di umiliare gli infedeli, ucciderli, mutilarli. Ho raccolto questi ordini che tutti devono conoscere nel libro “Islam senza veli”, e spiego come sia indispensabile che ogni funzionario pubblico che abbia a che fare con maomettani conosca i versi che prescrivono la persecuzione violenta degli infedeli, noi, come ordine di Allah, e ponga un questionario dove si chiede ai maomettani di dissociarsene. I maomettani potrebbero mentire, certo, ma il punto è questo costringe il funzionario a prendere atto di quei versi, così che non sia più possibile quello che è successo. È successo che per trent’anni tutti hanno taciuto: l’accusa di islamofobia vuol dire morte sociale, perdita del lavoro, processo e prigione. Tutti hanno taciuto, perché parlare era razzismo, era islamofobia, era populismo, era cattivo gusto, era da destra e portava a conseguenze anche penali. Hanno taciuto, e intanto le bambine venivano stuprate, le loro vite distrutte, distrutte dal dolore, dalle torturate, dalle umiliazioni, dagli aborti: aspettiamo che la sociologia ci illustri in che percentuale sono suicide o tossicodipendenti. Le loro vite sono state distrutte per anni, per decenni, mentre i salotti discutevano di pronomi e di privilegio bianco, perché la superbia è quella, sentirsi buoni e superiori proteggendo criminali e stupratori. Dove sono le femministe, le penne raffinate che firmavano appelli per qualunque boiata? <em>The Closing of the Muslim Mind</em>, di Robert R. Reilly. La chiusura della mente musulmana, è il testo che spiega che i problemi dell’Islam sono due : la violenza del Corano e la paralisi dello sviluppo intellettuale. Nei primi secoli dell&#8217;Islam, con la conquista dei territori bizantini e sassanidi, l&#8217;Islam incontrò la filosofia greca. Nacque una scuola, i mutaziliti, che insegnò una cosa semplice e gigantesca: Dio è ragionevole. Dio non può essere ingiusto. Dio non può contraddire la ragione, perché la ragione è parte della Sua natura. Il mondo, di conseguenza, è intelligibile. L&#8217;uomo può conoscerlo. L&#8217;uomo può deliberare. L&#8217;uomo è libero. L’islam poteva essere una religione feroce e intelligente e l’intelligenza avrebbe stemperato la ferocia prescritta da Corano. , ma poi accadde il disastro. Vinse l&#8217;altra scuola. Vinsero gli ashariti, vinse al-Ghazali, vinse l&#8217;idea che Dio è puro arbitrio, pura volontà, puro capriccio. Dio non è vincolato dalla ragione: Dio è oltre la ragione. Il bene è ciò che Dio comanda. Il male è ciò che Dio vieta. Questo rende i versi violenti del corano armi puntate sempre contro ognuno di noi. L&#8217;omicidio del maomettano è male perché Dio lo dice, non perché spegne una vita, perché l’omicidio dell’infedele è bene perché Dio lo dice. La causalità non esiste: non esistono cause seconde, esiste soltanto la volontà di Dio. Questo vieta la filosofia, blocca ogni progresso. L’islam è una religione feroce e irrazionale, un mix esplosivo, con un numero di premi Nobel e scoperte scientifiche imbarazzante. Averroè provò a rispondere, e i suoi libri furono bruciati a Cordova nel 1195. Chi crede di curare una patologia spirituale figlia di una deformazione teologica feroce e irrazionale che ha generato una cultura disfunzionale con i sussidi, con le borse di studio, con i corsi di integrazione, con le buone maniere e i ditini alzati, è un pericoloso idiota, in realtà un collaborazionista, che fingerà di non vedere un quarto di milione di bambine stuprate. Il problema è teologico, filosofico, spirituale. Il problema è che una civiltà che ha abolito la ragione non può che produrre ferocia organizzata. Stiamo importando una teologia che ci odia e che ha abolito la ragione, e pretendiamo che produca cittadini con cui convivere. A una bambina di undici anni stuprata da venti uomini in una notte, sulla sua terra, non si risponde con un convegno. Si risponde con la collera, con la giustizia spietata di una civiltà che si ricorda di sé, una civiltà che ricordi di avere ulivi, sale, burro avvolto nel panno, Tommaso e Galileo, Dante e Manzoni, e a difendere tutto questo Carlo Martello, Giovanni d’Austria, e Giovanni Sobieski che hanno guidato la cristianità alle vittorie di Poitier, Lepanto e Vienna. L’undicenne che ha avuto la vagina spaccata dai venti pachistani che l’hanno stuprata per tutta la notte, si è trovata di fronte squadre di medici e infermieri che non hanno denunciato e hanno taciuto. Episodi atroci come questo si sono verificati in molte guerre, da parte dell’esercito vincitore contro le donne degli sconfitti. I Giapponesi trattavano così le donne Manciù dopo aver sconfitto militarmente la Manciuria. Il Pakistan non ha mai sconfitto la gran Bretagna. L’islam non ha mai sconfitto militarmente l’Europa. La ragazzina è diventata il disprezzato giocattolo sessuale di uomini che non hanno mai sconfitto militarmente il suo popolo. Nel suo geniale libro “Il morbo” Paolo Gambi intuisce che alla base del suicidio della civiltà occidentale c’è l’inversione dell’archetipo dell’eroe. Si passa dall’eroe che combatte, si sacrifica per la propria gente, all’archetipo del ribelle, cioè qualcuno che combatte contro la civiltà che lo ha generato. La base dell’archetipo del ribelle è la superbia. Del primo ribelle della storia, l’Angelo Ribelle, è la superbia la tentazione irresistibile, non il denaro, il potere, ma sarai migliore, sarai migliore, sarai più buono di Dio. L’archetipo dell’eroe che combatte per la propria gente è stato sostituito dall’archetipo del ribelle che combatte contro la propria gente, sempre dalla parte di qualcun altro. L’archetipo del ribelle con il marxismo, ha creato un sottotipo di archetipo ancora più deforme che è l’archetipo dello sconfitto. Non importa avere torto marcio, l’importante è essere sconfitti. Noi abbiamo creato cultura, scienza arte, pensiero filosofico: siamo forti, quindi cattivi a prescindere. Gli aguzzini della ragazzina undicenne, come quelli che arrivano con i barconi, sono ciabattanti mantenuti da sussidi di disoccupazione, provenienti da paesi in cronico sottosviluppo economico, che non producono né Premi Nobel né pensiero scientifico, sconfitti dalla storia, per le ragioni spiegate da Reilly. Che la loro civiltà sia disfunzionale cozza contro il dogma del marxismo idiota, certezza dei “buoni”, che tutte le civiltà si equivalgono, che tutte le religioni si equivalgono, quindi se qualcuno è in ciabatte non può che essere colpa nostra che lo abbiamo depredato. Più i maomettani sono terroristi e stupratori, più ci dobbiamo scusare con loro, scambiati per vittime della società occidentali da un branco di corrotti idioti, resi collaborazionisti dai fiumi di petrodollari che dal 1974 corrompono politici e intellettuali (o cosiddetti tali). Più le aggressioni dei maomettani sono gravi, più i “buoni” li amano, spiegano che il problema siamo noi, che non li abbiamo amati abbastanza, non li abbiamo integrati, li abbiamo lasciati soli e il loro cuoricino ha fatto la bua. Per prima cosa dobbiamo liberarci dei “buoni”, levare dalle loro mani scuole e televisioni, ridurli all’opposizione per sempre. O le nostre ragazzine finiranno come quelle di Birmingham.</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Islam senza veli: Quello che ogni occidentale deve sapere e deve chiedere sull’Islam (Italian Edition)" type="text/html" width="1200" height="550" frameborder="0" allowfullscreen allow="clipboard-write" style="max-width:100%" src="https://read.amazon.co.uk/kp/card?asin=B0H1KDVJ8D"></iframe></p>
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		<title>È più facile criticare, che fare del proprio meglio.</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/06/23/e-piu-facile-criticare-che-fare-del-proprio-meglio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 20:13:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Il morbo]]></category>
		<category><![CDATA[paolo Gambi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160;   L’occidente rischia di pagare con la propria morte l&#8217;innamoramento del ribelle. Il ribelle, in pratica: dall&#8217;innamoramento del nazismo alle kefie dell&#8217;8 ottobre: esempi pratici del morbo occidentale. L’atroce bagno di sangue della rivoluzione francese, l’orrendo bagno di sangue della rivoluzione di ottobre e di tutto quello che segue sono ribellione approvata e amata, persino l’uccisione per stenti del figlio del re e di Maria Antonietta, gli stermini in Vandea, lo sterminio della famiglia dello zar sono  presentati sui nostri libri come una cosa carina. Il nazismo si presenta come movimento rivoluzionario, non è di destra e non è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>L’occidente rischia di pagare con la propria morte l&#8217;innamoramento del ribelle. Il ribelle, in pratica:</p>
<p>dall&#8217;innamoramento del nazismo alle kefie dell&#8217;8 ottobre: esempi pratici del morbo occidentale. L’atroce bagno di sangue della rivoluzione francese, l’orrendo bagno di sangue della rivoluzione di ottobre e di tutto quello che segue sono ribellione approvata e amata, persino l’uccisione per stenti del figlio del re e di Maria Antonietta, gli stermini in Vandea, lo sterminio della famiglia dello zar sono  presentati sui nostri libri come una cosa carina. Il nazismo si presenta come <em>movimento rivoluzionario, non è di destra e non è conservatore. Churchil e Da Gaulle sono di destra e conservatori. </em>, ribellione del <em>Volk</em> contro Versailles, contro Weimar, contro la finanza apolide. Il fascismo è <em>rivoluzione fascista</em>, marcia su Roma, <em>me ne frego</em> contro il vecchio mondo liberale. Le Brigate Rosse sono <em>colpire il cuore dello Stato</em>, e una parte non piccola dell&#8217;intellighenzia italiana, per anni, ne sussurra l&#8217;eroismo. Il terrorista islamico diventa <em>combattente per la libertà</em>, il kamikaze <em>resistente</em>. Il 7 ottobre 2023 miliziani di Hamas bruciano vivi neonati, stuprano ragazze al rave, decapitano vecchi nei kibbutz: e l&#8217;8 ottobre, nelle capitali d&#8217;Europa, esplodono i cortei. Le vendite di kefie su Amazon balzano del 75% in 56 giorni, gli ordini alla fabbrica Hirbawi di Hebron toccano le 150mila richieste , <em>complicità tessuta a mano</em>, come scrive Lorenza Formicola sulla Nuova Bussola Quotidiana, in Italia le bandiere palestinesi registrano un più mille per cento. L&#8217;Occidente non piange le vittime: compra la divisa dei carnefici. Perché il carnefice, in quanto ribelle, è bello.</p>
<p>Possiamo scrivere una vera e propria, e sicuramente incompleta,  bibliografia del crepuscolo, l’elenco dei libri sul declino, la morte e il suicidio dell&#8217;Occidente, dai precursori filosofici al filone contemporaneo. Tra i precursori filosofici e classici novecenteschi abbiamo: Friedrich Nietzsche, <em>La volontà di potenza,</em> frammenti sul nichilismo europeo (1883-88); Paul Valéry, <em>La crisi dello spirito</em> (1919,  &#8220;noi civiltà sappiamo ora di essere mortali&#8221;; Oswald Spengler, <em>Il tramonto dell&#8217;Occidente</em> (1918-22); Edmund Husserl, <em>La crisi delle scienze europee</em> (1936); René Guénon, <em>La crisi del mondo moderno</em> (1927); Julius Evola, <em>Rivolta contro il mondo moderno</em> (1934); Arnold Toynbee, <em>A Study of History</em> (1934-61) , &#8220;le civiltà muoiono per suicidio, non per omicidio&#8221;; Christopher Dawson, <em>La crisi dell&#8217;istruzione occidentale</em> (1961); Augusto Del Noce, <em>Il suicidio della rivoluzione</em> (1978). A queste campane di morte si aggiunge il filone contemporaneo: James Burnham, <em>Il suicidio dell&#8217;Occidente</em> (1964); Samuel Huntington, <em>Lo scontro delle civiltà</em> (1996); Pat Buchanan, <em>The Death of the West</em> (2002); Roger Scruton, <em>Il suicidio dell&#8217;Occidente</em> (2010); Éric Zemmour, <em>Il suicidio francese</em> (2014); Douglas Murray, <em>La strana morte dell&#8217;Europa</em> (2017); Jonah Goldberg, <em>Miracolo e suicidio dell&#8217;Occidente</em> (2018); Patrick Deneen, <em>Why Liberalism Failed</em> (2018); Giulio Meotti, <em>La fine dell&#8217;Europa</em> (2020); Federico Rampini, <em>Suicidio occidentale</em> (2022); Emmanuel Todd, <em>La sconfitta dell&#8217;Occidente</em> (2024); Eugenio Capozzi, <em>L&#8217;autodistruzione dell&#8217;Occidente</em>; Paul Craig Roberts, <em>Il capolinea dell&#8217;Occidente</em>.</p>
<p>Tutti libri notevoli, ognuno pieno di verità inoppugnabili. Nessuno però è riuscito a mettere a fuoco la prima causa: perché la civiltà più ricca di scienza, arte, filosofia, letteratura, bellezza e potenza, ha cominciato ad accartocciarsi su sé stessa? Paolo Gambi ha messo a fuoco l’eziologia della malattia. Paolo Gambi ha milioni di followers. Parla di cristianesimo e amore per la vita. I suoi video sono straordinari, spesso commoventi. <em>Il Morbo. “Perché l&#8217;Occidente odia se stesso</em>” di Paolo Gambi non è l&#8217;ennesimo giustissimo pamphlet sulla crisi della civiltà europea, è il testo che dà la risposta. Un libro coraggioso, lucidissimo, scritto con la temperatura emotiva di chi non vuole vincere un dibattito ma salvare un paziente, e quel paziente siamo noi.  La tesi di Gambi è di una semplicità folgorante: l&#8217;Occidente non è aggredito da fuori, è infettato da dentro, il nome di questa infezione, è l’<em>amore per il ribelle, </em>che nasce con Lutero, l’unico ribelle veramente di successo nella storia europea. Non si parla della ribellione in sé contro l’ingiustizia, contro il male, ma dell&#8217;innamoramento culturale e sentimentale della figura del ribelle, l&#8217;idolatria del trasgressore, la convinzione segreta che chi sfida il Padre sia sempre, e per ciò stesso, più bello, più libero, più vero di chi al Padre resta fedele. È in questa romance lunga cinque secoli che Gambi individua il vero ceppo virale del morbo occidentale. Si parte dall&#8217;archetipo assoluto: Lucifero, il portatore di luce che preferisce regnare nel proprio inferno piuttosto che servire nel cielo del Padre. La straordinaria, e terribile, riabilitazione poetica che ne fa Milton nel “<em>Paradiso perduto</em>” costituisce il momento esatto in cui la cultura occidentale comincia ad ammalarsi: quel Satana miltoniano, eloquente, fiero, malinconico, eroico nella sua sconfitta, è il primo grande ribelle di cui l&#8217;Europa moderna si innamora. Da quel momento il diavolo smette di fare paura e comincia a sedurre. Blake lo dirà esplicitamente: Milton era del partito del diavolo senza saperlo. A monte di quella seduzione c&#8217;è la grande crepa storica, che è: Lutero, . il figlio che si erge contro il Padre-Chiesa con una dichiarazione di indipendenza da ogni autorità che non sia la propria coscienza. Sono molti anni che mi interrogo su Lutero. Quanti morti ammazzati ha causato Lutero? Quante guerre atroci? Del suo violentissimo antisemitismo, del suo disprezzo per i disabili considerati figli del diavolo e quindi degni di morte, quando è scolato nel nazismo? Mi era chiara la presenza luterana nella genesi del nazismo, ma non ero mai riuscita a mettere a fuoco la sua potenza distruttiva della civiltà europea per la creazione del mito del ribelle. . Gambi dimostra come dal gesto luterano si srotoli, attraverso secoli di rifrazioni sempre più radicali, la trama dell&#8217;autodissoluzione moderna: liberi dal Papa, dalla tradizione, dai Sacramenti, dai padri, dai confini, dalla lingua, la promiscuità sessuale spacciata per libertà, la libertà di uccidere il proprio bimbo nel proprio ventre spacciata per diritto, liberi di scegliere i propri organi sessuali, il pronome con cui vuoi essere chiamato che leva all’altro la libertà di chiamarti come vuole, liberi di scegliere il momento della propria morte, liberi dalla fisiologia, da noi stessi, e soprattutto di Dio. Ogni ribellione partorisce la successiva: la modernità come parricidio in serie. Ed è qui che la diagnosi diventa fulminante. Gambi identifica la struttura affettiva del morbo: non odiamo l&#8217;Occidente per ragioni argomentate, lo odiamo perché abbiamo imparato ad amare chi lo odia. Il ribelle è bello, il custode è goffo. Il dissacratore è coraggioso, il credente bigotto. L&#8217;iconoclasta è artista, il tradizionalista reazionario. Cinque secoli di letteratura, pittura, cinema, musica ci hanno educati a parteggiare visceralmente per Satana contro Michele, per Lutero contro Leone, per Prometeo contro Zeus, per il blasfemo contro il santo. E quando un&#8217;intera civiltà ha imparato a innamorarsi del proprio Caino, un qualche bel ragazzo armato di coltello arrivato col barcone, è soltanto questione di tempo prima che cominci ad assomigliargli, a demolire le proprie statue, a vergognarsi della propria lingua, a chiedere scusa per essere esistita. La scrittura di Gambi, limpida, scolpita, con quel ritmo da poeta che chi conosce le sue sillogi già riconosceva,  non cede mai al gergo accademico né alla semplificazione. Il fine del libro, avverte l&#8217;autore, è cercare guarigione, che è possibile, anzi certa. Il morbo non è l&#8217;Occidente, è l&#8217;idea che l&#8217;Occidente ha imparato ad avere di sé innamorandosi dei propri ribelli. Significa che la cura esiste, e ha la forma del gesto inverso: tornare ad amare il Padre. Non per restaurare nulla, non per regredire a un&#8217;età dell&#8217;oro mai esistita, ma per ritrovare quel principio elementare di filialità senza il quale nessuna civiltà sopravvive a sé stessa. Paolo Gambi firma qui il suo libro più necessario: un atto d&#8217;amore verso una civiltà che, da troppo tempo, aveva smesso di amarsi perché aveva imparato ad amare chi la voleva morta. L’occidente rischia di pagare con la propria morte l&#8217;innamoramento del ribelle. Appunto. È un rischio, non un destino. Non succederà. Stiamo già invertendo la rotta.</p>
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<p>chi desidera una copia con dedica del Dizionario per la difesa dell&#8217;ovvio scriva a silvana.demari53@libero.it  fidatevi, ne vale la pena</p>
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		<title>Il convitato di pietra</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/06/17/il-convitato-di-pietra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 19:55:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’espressione “convitato di pietra” designa, nel linguaggio comune e nel discorso pubblico, una presenza ingombrante e determinante che, pur essendo percepita da tutti, rimane inespressa o deliberatamente taciuta. L’origine della locuzione risale al mito di Don Giovanni, reso celebre soprattutto dall’opera Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart, libretto scritto dal leggendario Lorenzo Da Ponte. Per questo motivo, il convitato di pietra continua ad essere una delle metafore più efficaci per descrivere il rapporto tra ciò che viene detto e ciò che, pur determinando gli eventi, resta ostinatamente nel silenzio. Nella festa del 2 Giugno c’è stato un ciclopico convitato di [&#8230;]</p>
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<p>L’espressione “convitato di pietra” designa, nel linguaggio comune e nel discorso pubblico, una presenza ingombrante e determinante che, pur essendo percepita da tutti, rimane inespressa o deliberatamente taciuta. L’origine della locuzione risale al mito di Don Giovanni, reso celebre soprattutto dall’opera <em>Don Giovanni</em> di Wolfgang Amadeus Mozart, libretto scritto dal leggendario Lorenzo Da Ponte. Per questo motivo, il convitato di pietra continua ad essere una delle metafore più efficaci per descrivere il rapporto tra ciò che viene detto e ciò che, pur determinando gli eventi, resta ostinatamente nel silenzio. Nella festa del 2 Giugno c’è stato un ciclopico convitato di pietra. Il 2 Giugno è una di quelle rare occasioni nelle quali l’Italia, per qualche ora, sospende il proprio esercizio preferito – la divisione – e si concede il lusso dell’unità. Le bandiere sventolano senza polemica. Persino i partiti, almeno in apparenza, accettano una tregua. Così è stato anche nell’ottantesimo anniversario: una celebrazione accurata, solenne, ovviamente retorica, inevitabilmente pedagogica nel suo richiamo ai fondamenti della comunità nazionale. Sul Colle, sembrava prevalere quel sentimento raro che gli italiani provano soltanto in certe occasioni: il desiderio di riconoscersi in qualcosa di comune. Purtroppo il desiderio di riconoscersi in qualcosa di comune non può appartenere ai moralmente superiori, che per nessun motivo possono avere qualcosa in comune con i “ moralmente inferiori”, per non dire direttamente feccia. Fino a un certo punto siamo andati apparentemente benino, per mezza giornata abbiamo dato l’impressione di un Paese normale, di un Paese dove a un certo punto finiscono anche le guerre e le guerre civili e si può parlare di altro, un Paese che ricordi tutti i suoi figli e pianga tutti i suoi morti. E invece no, i moralmente superiori non potevano permetterlo. Nessuna polemica chiara, ma un qualcosa di più sottile e, per questo, più rivelatore: un’omissione nel discorso della signora Paola Cortellesi. In ottant’ anni di storia repubblicana, abbiamo prodotto così poca cultura e così poche idee, che il massimo che siamo riusciti a mettere insieme è la signora Paola Cortellesi, che ha raccontato questi otto decenni come una battaglia delle donne. In otto decenni non abbiamo avuto altro? In effetti di omissioni nel discorso della signora Cortellesi ce ne sono state moltissime. Paola Cortellesi sale sul palco del 2 giugno e ricorda ad un Paese, nato dopo guerra, dittatura, fame e resistenza: come dimenticarselo. Ha ricordato le donne seviziate e trucidate dai nazifascisti, ma elegantemente dimenticato quelle seviziate e uccise dai partigiani rossi in quanto si trattava di donne che avevano avuto solo la sventura di essere mogli o figlie o madri di persone coinvolte in un regime che, essendo durato venti anni, aveva coinvolto molte persone. A volte erano anche personalità del mondo antifascista e anticomunista, che i partigiani comunisti eliminavano perché, come avevano combattuto il fascismo, avrebbero combattuto anche il comunismo. I partigiani comunisti sono stati massacratori della divisione Osoppo e gli artefici del cosiddetto “triangolo della morte”, un luogo tra Modena e Reggio Emilia in cui la gente è stata uccisa e data in pasto ai maiali, e tra loro le donne non sono state poche. Non ricordando quelle donne da loro seviziate e uccise, a volte ragazzine quattordicenni, la signora Cortellesi ha compiuto il gesto ignobile di calpestare la loro morte e il loro dolore. Non ha ricordato le cosiddette “marocchinate”. Non ha nominato il fatto che l’antifascismo nasce con il cadavere impiccato per i piedi di Claretta Petacci, il cui assassinio non è mai stato perseguito penalmente, come prova tangibile dello sfregio per le donne e per il loro corpo. I gerarchi nazisti sono stati ben più colpevoli di Mussolini, ma hanno avuto diritto a un processo, perché la Storia ha diritto a un processo, e le loro donne sono state lasciate in pace. La signora Cortellesi, non ricordandola, ha calpestato le sevizie e la morte di una giovane donna uccisa barbaramente senza processo. Il cadavere di Claretta Petacci, impiccata per i piedi, ci ricorda che il fascismo, che ha ucciso, stuprato e storpiato mentre era al potere,  ha fatto schifo e che altrettanto ha fatto l’antifascismo nella sua parte stalinista, che ha ucciso, stuprato e storpiato quando non era neanche al potere. Il fascismo è morto da 80 anni, ma l’antifascismo stalinista è purtroppo vivo e continua a bearsi del linciaggio di Mussolini, che ha privato la Storia del suo processo, e del linciaggio di una giovane donna che non aveva commesso crimini e continua a minacciare la stessa sorte ghignando a persone elette dal popolo che loro disprezzano.  Quando è che maturiamo il diritto a qualcosa che non faccia schifo? Quando è che i morti seppelliranno i morti e potremo cominciare a non essere sempre impaludati in una storia sporca di ottant’anni fa? La signora Cortellesi parla di voto alle donne, ma sarebbe forse stato carino ricordare che negli anni venti la proposta di voto alle donne fu bocciata da socialisti e liberali nel timore che avrebbe avvantaggiato i partiti cattolici. Poi la signora Cortellesi fa un rapido ripasso di come il fascismo considerasse la donna: moglie, madre e arredamento del focolare mentre i maschi potevano divertirsi tanto, scaraventati in una guerra assurda, mentre si trascinavano sulle piste del deserto o le nevi sovietiche con armi obsolete. Il fascismo non fu un movimento conservatore, certamente non un movimento di destra (Churchill e De Gaulle erano conservatori e di destra, e lasciavano le donne in pace a casa loro, ai loro focolari), ma un movimento rivoluzionario di derivazione marxista, cioè iperstatalista, e con il fanatismo dello sport e delle armi: le ragazze erano costrette a fare le Giovani Italiane, dai 14 ai 17 anni, con una preparazione sportiva e paramilitare. Comunque nelle università dell’Italietta fascista si sono laureate Rita Levi Montalicini e Margherita Hack. La signora Cortellesi non ha citato il fatto che oggi su 4.000 suicidi l’anno in Italia, 3.200 siano di maschi, che abbiamo 1.000 morti sul lavoro l’anno che al 99% sono maschi, i maschi guadagnano più delle donne, ma le donne spendono moto di più, basta guardare le vetrine, al 70% sono indirizzate a noi, ci sono borsette che costano quanto un trattore. La signora Cortellesi non ha parlato della più immonda e atroce delle violenze contro le donne: i figli strappati a madri incolpevoli. La Repubblica ha equiparato marito e moglie: detto così suona benissimo, ma in realtà è stata una trappola mortale. Il potere tolto al <em>pater familias</em> è stato dato allo Stato: un potere enorme e spietato. Lo Stato decide le vaccinazioni e, soprattutto, manda le assistenti sociali, le psicologhe ed i giudici a distruggere senza motivo il legame più ancestrale e sacro, avendo come risultato madri incolpevoli che per anni non sanno dove siano finiti i propri figli. Sanno solo che sono stati deportati in case famiglia ossia orfanatrofi di Stato, dove sicuramente subiscono abusi, primo fra tutti la predita della madre. Ma il convitato di pietra più platealmente grosso, più indecentemente imperdonabile è stato non aver nominato la signora Meloni, primo presidente donna del nostro Paese. Non si tratta qui di discutere la figura politica di Giorgia Meloni, né di condividerne o respingerne le scelte. Che piaccia o no, che susciti consenso o opposizione, il fatto rimane. La prima presidente del Consiglio donna rappresenta una novità destinata ad entrare nei manuali e nelle cronologie istituzionali. È una circostanza che supera la persona e persino la sua parte politica. Appartiene alla storia della Repubblica molto più che alla cronaca del governo. Una ricorrenza come il 2 giugno vive di simboli condivisi e di riconoscimenti che trascendono le appartenenze. È qui che la questione smette di riguardare la protagonista dell’omissione e comincia a riguardare il clima culturale del Paese. Le democrazie vivono di conflitto regolato. Ma esistono momenti nei quali il conflitto dovrebbe riconoscere un limite. Il 2 giugno è uno di questi. Quando ciò non accade, si produce una frattura visibile e abbastanza grossa. Quindi vorrei prendere io la parola e dire quello che la signora Cortellesi avrebbe dovuto dire, e cioè che io sono profondamente fiera del presidente del Consiglio del mio Paese, la signora Giorgia Meloni, che è arrivata ad essere presidente del Consiglio partendo dalle borgate, cosa che gli imbecilli le rimproverano senza capire che invece è un merito enorme. Come un merito enorme è l’essere diventata presidente del Consiglio senza essere la “figlia di” o “la moglie di”. Quindi faccio volentieri io i complimenti e gli auguri alla signora Meloni: sono molto fiera di Lei, del suo non essersi mai inginocchiata davanti a nessuno e sono contenta che in questo momento a capo del mio Paese ci sia Lei. Agli organizzatori della manifestazione, una sola domanda: ma veramente in rappresentanza delle donne e degli uomini dell’Italia, della loro cultura, della loro storia non avevamo niente di meglio da offrire di Paola Cortellesi?</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6686" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--230x300.x55482.jpeg" alt="" width="230" height="300" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--230x300.jpeg 230w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--787x1024.jpeg 787w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--768x1000.jpeg 768w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--400x521.jpeg 400w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--461x600.jpeg 461w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto-.jpeg 1080w" sizes="(max-width: 230px) 100vw, 230px" /></p>
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		<title>La statistica è una scienza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 09:35:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
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<p>Generalizzare è sbagliato. Avere pregiudizi è sbagliato. Confondere il comportamento di alcuni individui con l’identità di un intero gruppo è un errore sia morale sia logico. Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà. Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso. Le minoranze cristiane nei paesi islamici non sono solo “discriminate ed emarginate”, sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma “i violenti sono violenti in quanto emarginati”, è falso, mentre è vero il contrario . “I violenti sono emarginati in quanto violenti”. E soprattutto persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione. Altro elemento inquietante: i media hanno nascosto le sevizie cui sono state sottoposte molte vittime del Bataclan, cui sono stati cavati gli occhi e amputati i genitali prima del colpo finale. Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France. Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini? Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. . Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.  A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.</p>
<p>Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, <em>kafir</em>, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i <em>kafir</em> esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I <em>kafir</em> hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè <em>dhimmi</em>. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benchè <em>kafir</em> esseri inferiori si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un <em>kafir</em> essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.</p>
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