<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Silvana De Mari Community</title>
	<atom:link href="https://www.silvanademaricommunity.it/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.silvanademaricommunity.it/</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sun, 04 Oct 2026 20:01:12 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.0.16</generator>

<image>
	<url>https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2018/02/cropped-Favicon-32x32.jpg</url>
	<title>Silvana De Mari Community</title>
	<link>https://www.silvanademaricommunity.it/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>L’ Islamofobia è un diritto umano</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/10/04/6978/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 19:57:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Christopher Hitchens]]></category>
		<category><![CDATA[islamofobia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.silvanademaricommunity.it/?p=6978</guid>

					<description><![CDATA[<p>Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate. (Corano 2:191)“Quando incontrate gli infedeli, uccideteli con grande spargimento di sangue.” (Corano 47:4) “La ricompensa di coloro che fanno guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano corruzione sulla terra è che vengano uccisi o crocifissi, o che siano loro tagliate la mano e il piede da lati opposti, o che vengano esiliati.” (Corano 5:33). “Instillerò il mio terrore nel cuore degli infedeli; colpiteli sul collo.” (Corano 8:12-17) eccetera eccetera eccetera. Islamofobia: per dirla con il compianto Christopher Hitchens, “una parola creata dai fascisti e usata dai codardi per manipolare i cretini”. Temere [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/10/04/6978/">L’ Islamofobia è un diritto umano</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate. (Corano 2:191)“Quando incontrate gli infedeli,<br />
uccideteli con grande<br />
spargimento di sangue.” (Corano 47:4) “La ricompensa di coloro che fanno guerra ad Allah e al<br />
Suo Messaggero e che seminano corruzione sulla terra è che vengano uccisi o crocifissi, o che<br />
siano loro tagliate la mano e il piede da lati opposti, o che vengano esiliati.” (Corano 5:33).<br />
“Instillerò il mio terrore nel cuore degli infedeli; colpiteli sul collo.” (Corano 8:12-17) eccetera<br />
eccetera eccetera. Islamofobia: per dirla con il compianto Christopher Hitchens, “una parola creata<br />
dai fascisti e usata dai codardi per manipolare i cretini”. Temere una religione che vuole<br />
l’annientamento della tua libertà come unica alternativa alla tua morte è non solo un diritto, ma un<br />
dovere. E, come aveva riassunto il compianto, chi non teme l’islam ha deficit cognitivi In effetti<br />
l’islamofobia non è un diritto: è un dovere per chiunque ami l’umanità e la libertà dei popolo, a<br />
cominciare da quelli imprigionati nella religione di Maometto.<br />
Nell’Islam la filologia è vietata. Dove non c’è pensiero filologico non può esistere pensiero<br />
filosofico, dove non esiste pensiero filosofico non piò esistere pensiero scientifico, tecnologico,<br />
finanziario. Dove la bellezza non è contemplata nel libro sacro, non può esistere altrove.<br />
Dire quello che ho appena detto da decenni è pericoloso: espone all’aggressione del terrorista<br />
islamico strutturato o di quello semplice della porta accanto. Grazie alla corruzione o imbecillità<br />
(tertium non datur) della nostra classe politica, in molte nazioni occidentali è già reato. Il caso più<br />
emblematico è quello della Norvegia. La sezione 185 del Codice Penale norvegese, la cosiddetta<br />
rasismeparagrafen, punisce con multa o reclusione fino a tre anni chiunque, «con dolo o colpa<br />
grave, esprima pubblicamente una dichiarazione discriminatoria o d&amp;#39;odio» basata, fra le altre<br />
categorie, sulla «religione o convinzione». L&amp;#39;islamofobia è dunque, in Norvegia, un reato codificato,<br />
perseguibile d&amp;#39;ufficio, censito, contato, statistica di Stato. L&amp;#39;Italia non è lontana. In molte città sono<br />
già stati aperti, e finanziati con i soldi dei contribuenti, sportelli di ascolto e denuncia dedicati alla<br />
«discriminazione religiosa», che nella pratica burocratica significa una sola cosa: islamofobia. Il<br />
caso di scuola è Bologna. E questo vu dire che la libertà di pensiero declamata nella nostra<br />
costituzione, peraltro come in quella norvegese o britannica, è una burla.<br />
Ogni volta che avviene un attentato islamico, e nel nostro tempo avviene con frequenza<br />
settimanale, comincia il pigolio. «Facciamo attenzione a non cadere nell&amp;#39;islamofobia. «Il vero<br />
pericolo, adesso, sono le reazioni islamofobe». Il cadavere è ancora caldo e già sui giornali europei<br />
si parla di «backlash», del ritorno dell&amp;#39;«odio», della necessità di «non fare del male alla nostra<br />
cultura dell’accoglienza». Bat Ye&amp;#39;or, la grande storica nata al Cairo, autrice di «Eurabia», l&amp;#39;ha<br />
diagnosticata con precisione : abbiamo interiorizzato il falso teorema per cui la violenza dell&amp;#39;Islam<br />
sarebbe «reattiva». Ci uccidono perché noi siamo stati cattivi.<br />
Perché una civiltà protegge chi la vuole distruggere? Paolo Gambi, nel suo lucido «Il Morbo. E<br />
il declino dell&amp;#39;Occidente», ha spiegato che il Morbo è l&amp;#39;odio di sé. È il rifiuto sistematico, metodico,<br />
insegnato, premiato, promosso, della propria storia, della propria fede, della propria arte, della<br />
propria lingua, dei propri padri, dei propri morti. È la certezza che tutto quello che l&amp;#39;Occidente ha<br />
prodotto, dalla scoperta dell&amp;#39;America alla penicillina, dai diritti delle donne all&amp;#39;abolizione della<br />
schiavitù, dall&amp;#39;ospedale gratuito al voto universale, sia colpa. Colpa razziale, colpa coloniale, colpa</p>
<p>maschile, colpa bianca, colpa cristiana, colpa capitalista. Non conquista, non dono, non progresso,<br />
non merito: colpa. Un continente che insegna a odiare sè stesso non ha più gli anticorpi per<br />
riconoscere l&amp;#39;aggressore. Un uomo che si ama non si lascia sgozzare in silenzio. Un uomo che ama<br />
sua figlia non lascia infibulare le figlie degli altri. Un popolo che si riconosce non permette che i<br />
suoi giornali definiscano «squilibrato» chiunque uccida gridando «Allah Akbar». L’intolleranza è<br />
una virtù che nasce dall’amore. Chi tollera l’infibulazione altrui, la bambina sposa a otto anni,<br />
quello sgozzato purché sia qualcun altro è un incapace di etica. La tolleranza non è raccomandata in<br />
nessun punto del Vangelo. È la virtù dei deficienti, nel senso di deficere e degli ignavi. Ma un<br />
continente che si odia la considera un pregio. Ecco perché solo una società che odia sé stessa può<br />
proteggere l&amp;#39;aggressione islamica. È la formula base. Senza il Morbo, senza l&amp;#39;auto odio pedagogico<br />
che da cinquant&amp;#39;anni si insegna nelle scuole europee, la propaganda anti-islamofobica cadrebbe nel<br />
vuoto. Questo auto odio, così puntuale, così organizzato, così efficace, così ben distribuito nelle<br />
case editrici, nei programmi scolastici, nelle università, nei sindacati, nei giornali di riferimento,<br />
non nasce da sé, è figlio del marxismo. Nel 1989 crolla il muro di Berlino. Nel 1991 muore<br />
l&amp;#39;Unione Sovietica. L&amp;#39;utopia socialista, quella che aveva promesso il paradiso in terra e ha<br />
consegnato cento milioni di morti nei gulag, svanisce con l&amp;#39;ammaina-bandiera dal Cremlino. Il<br />
marxismo perde la sua patria. Contemporaneamente, e questo è il colpo più duro, il marxismo perde<br />
il suo soggetto rivoluzionario. L&amp;#39;operaio ormai possiede una casa, due automobili, un televisore a<br />
colori, un telefono cellulare, una lavatrice, un frigorifero, un forno a microonde, un conto in banca,<br />
settimane di ferie retribuite, l&amp;#39;assicurazione sanitaria, la pensione, la scuola gratuita per i figli. Il<br />
marxismo, senza patria e senza proletariato, è diventato quello che Hans Magnus Enzensberger, in<br />
un saggio memorabile del 2006, ha chiamato il «perdente radicale»: colui che ha perso in tutti i<br />
sensi possibili, e proprio per questo può solo desiderare la distruzione di ciò che ha visto vincere.<br />
Il perdente radicale marxista, cacciato dalla Storia, ha cercato un nuovo esercito: femminismo<br />
misandrico e scemo, che odia gli uomini e odia i bambini e considera l’assassinio dei bambini nel<br />
ventre delle madri come vittoria politica, la politicizzazione dell’omoerotismo eletto anche questo a<br />
vittoria politica, la teoria criminale che si possa nascere nel corpo sbagliato. Tutto questo ha<br />
preparato la strada alla perdita di intelligenza e la disprezzo dei propri valori, ma non bastava.<br />
L’islam già fraterno alleato di fascismo e nazismo è stata la geniale soluzione. Il marxismo culturale<br />
occidentale e l&amp;#39;islamismo politico si sono guardati negli occhi e si sono detti: abbiamo un nemico in<br />
comune. L&amp;#39;Occidente liberale, cristiano, borghese, capitalista, individualista, razionale, femminile.<br />
L&amp;#39;ha detta chiaramente Nick Cohen, giornalista britannico di sinistra, in «What&amp;#39;s Left?» del 2007: da<br />
quando la sinistra ha perso il proletariato, «piuttosto che accettare la realtà ha preferito allearsi con<br />
tutti i movimenti totalitari del mondo, purché condividessero l&amp;#39;odio per gli Stati Uniti e per Israele».<br />
È il patto Ribbentrop-Molotov del ventunesimo secolo. Nel 1939 il nazismo e il comunismo,<br />
apparentemente opposti , uno di destra e uno di sinistra, uno razzista e uno internazionalista,<br />
avevano firmato un&amp;#39;alleanza tattica contro la loro terza vittima designata, cioè l&amp;#39;Europa liberale. Nel<br />
2025 la sinistra progressista e l&amp;#39;islamismo politico, apparentemente opposti, uno atomizzante e<br />
libertario, uno totalitario e teocratico, uno arcobalenato e uno nero, uno che difende i gay e uno che<br />
li getta dai tetti , hanno firmato un&amp;#39;alleanza tattica contro la loro terza vittima designata, che è<br />
esattamente la stessa: l&amp;#39;Europa liberale, cristiana, razionalista, individualista. Ecco perché vediamo<br />
cortei di femministe con il velo, cortei di attivisti gay con la bandiera di Hamas, sindacati marxisti<br />
che difendono la sharia, giornalisti «anti-fascisti» che chiamano fascista chi cita il Corano ma<br />
progressista chi cita il Corano se è un imam. È il patto. Funziona esattamente come nel 1939: grigio,<br />
cinico, obliquo. Ognuno pensa di usare l&amp;#39;altro. Ognuno pensa che dopo la vittoria comune eliminerà</p>
<p>l&amp;#39;alleato. Il marxista pensa che, dopo aver distrutto insieme il capitalismo, i musulmani si<br />
convertiranno al materialismo dialettico. L&amp;#39;islamista sa perché sta già succedendo che, dopo aver<br />
distrutto insieme la borghesia, i marxisti si convertiranno all&amp;#39;Islam o verranno decapitati come<br />
apostati. Uno dei due ha ragione. Chi conosce le due ideologie sa esattamente quale.</p>
<p>comprate Islam senza veli: fidatevi, non potete vivere senza.</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Islam senza veli: Quello che ogni occidentale deve sapere e deve chiedere sull’Islam (Italian Edition)" type="text/html" width="1200" height="550" frameborder="0" allowfullscreen allow="clipboard-write" style="max-width:100%" src="https://read.amazon.co.uk/kp/card?asin=B0H1KDVJ8D"></iframe></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/10/04/6978/">L’ Islamofobia è un diritto umano</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title></title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/27/6974/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Sep 2026 13:02:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.silvanademaricommunity.it/?p=6974</guid>

					<description><![CDATA[<p>Lettera aperta agli insegnanti Lettera aperta ai signori insegnanti, ai signori dirigenti scolastici e a tutti gli adulti che fanno entrare il velo integrale nelle scuole italiane. Egregi signori, vi scrivo da medico. Ho studiato fisiologia, neurologia, psicologia e patologia medica, voi a quanto pare avete studiato l&#8217;arte di non vedere, e bisogna riconoscervi un talento eccezionale. In Iran le ragazzine si fanno ammazzare per non portare il velo. Mahsa Amini aveva ventidue anni quando la polizia morale la arrestò per qualche ciocca di capelli fuori posto; la restituirono alla famiglia morta. Nika Shakarami ne aveva sedici. Armita Geravand ne [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/27/6974/"></a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lettera aperta agli insegnanti</strong></p>
<p>Lettera aperta ai signori insegnanti, ai signori dirigenti scolastici e a tutti gli adulti che fanno entrare il velo integrale nelle scuole italiane. Egregi signori, vi scrivo da medico. Ho studiato fisiologia, neurologia, psicologia e patologia medica, voi a quanto pare avete studiato l&#8217;arte di non vedere, e bisogna riconoscervi un talento eccezionale. In Iran le ragazzine si fanno ammazzare per non portare il velo. Mahsa Amini aveva ventidue anni quando la polizia morale la arrestò per qualche ciocca di capelli fuori posto; la restituirono alla famiglia morta. Nika Shakarami ne aveva sedici. Armita Geravand ne aveva sedici quando crollò in una carrozza della metropolitana di Teheran, dopo un incontro con le guardiane del velo, e non si svegliò più. Narges Mohammadi ha ricevuto il Nobel per la pace chiusa nel carcere di Evin, e ha rifiutato di coprirsi perfino per farsi portare in ospedale. In Afghanistan i talebani hanno annunciato che le adultere torneranno a essere lapidate in pubblico, come sarebbero lapidate le donne che non portano il velo se ce ne fossero, alle bambine dopo i dodici anni hanno chiuso le scuole. In Italia voi fate entrare a scuola la divisa di chi ha cacciato le bambine da scuola. È un capolavoro di incoerenza che nemmeno Orwell avrebbe osato descrivere. Il velo è libertà. Il niqāb è autodeterminazione. Le quattro fregnacce che le ragazze ripetono sono sempre le stesse quattro, è la mia religione (falso, il Corano non lo prescrive, è la divisa dello Wahabismo e della Fratellanza Musulmana, cioè dell’islam più tragicamente aggressivo, se non vogliamo usare il termine criminale), è il frutto di una mia ricerca interiore (non vuol dire un fico, ma suona bene), è la mia libertà (della libertà fa anche parte mettere un giaccone con la svastica? La libertà non è fare quello che si vuole, ma assumersi la libertà di quello che si sta facendo. Il vestiario è comunicazione, fa parte del linguaggio non verbale, cioè è linguaggio. Il giaccone con la svastica vuol dire che è giusto che gli ebrei siano uccisi, la copertura integrale vuol dire che è corretto punire chi non la porta dove è legalmente possibile farlo, per esempio Afghanistan e Iran), è una forma di pudore (chi porta il velo integrale sta dicendo, anzi sta urlando con il suo vestiario, che è giusto stuprare ogni spudorata che non lo porti e che vesta all’occidentale. Lo spiega con chiarezza l’ex maomettano Sidek Anis per spiegare la violenza e il sadismo degli stupri contro ragazze cristiane nei garage e nelle cantine delle case popolari abitate da islamici e pagate dai contribuenti francesi, dove ha vissuto i suoi primi 20 anni). Perché di una divisa si tratta, l&#8217;uniforme di un potere criminale che lapida, frusta, incarcera e uccide le donne che non la indossano. Chi la porta in un&#8217;aula europea, per scelta o per obbedienza, indossa la divisa del regime che a Teheran spacca il cranio alle sue coetanee, è una collaborazionista, come collaborazionisti siete voi, i destinatari dei questa lettera. Le ragazze di Teheran si tolgono il velo in strada sapendo di poter morire. Le vostre allieve se lo mettono in un Paese dove nessuno le arresterebbe se lo togliessero. Le prime sono partigiane. Le seconde stanno dall&#8217;altra parte. E voi state con gli assassini. A Teheran voi siete importantissimi: il fatto che in Europa ci siano individui, anzi insegnanti, che permettono il lurido obbrobrio della copertura integrale, dimostra che pretendere questa copertura anche col sangue non è un crimine, ma una cosa giusta. Anzi in Iran dove la faccia può essere scoperta risultano essere liberali e le ragazze che ammazzano di botte sono donnacce che se la sono cercata. Voi siete complici per qualcosa di peggio del quieto vivere, ma per sentirvi buoni, inclusivi, antirazzisti. Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, scrive il profeta Isaia, il male si traveste da bene per trascinarlo nel baratro. Il Corano chiede alle donne di coprirsi il petto con il velo e di vestirsi con decenza. Il volto non lo nomina. Il niqāb non è raccomandato dal Corano. La casa reale di Giordania, la dinastia hashemita, discende in linea diretta dal Profeta. La regina Rania, che vi appartiene per matrimonio ed è madre dell&#8217;erede al trono, un discendente di Maometto, parla al mondo a capo scoperto. Fino agli anni Settanta il volto coperto era una faccenda dell&#8217;islam del deserto arabico e di qualche valle pashtun. In Indonesia, il più grande Paese musulmano del mondo, e alle Maldive le donne non lo conoscevano. In Nordafrica era praticamente scomparso. Poi arrivarono i petrodollari, il wahhabismo esportato con le moschee e le borse di studio, la Fratellanza musulmana, la rivoluzione di Khomeini. Il niqāb non è una tradizione: è una introduzione politica recente. Difendendolo non rispettate una cultura antica, vi mettete al servizio di un&#8217;operazione di propaganda di cinquant&#8217;anni fa. Il volto umano è lo strumento di comunicazione più raffinato che esista, un enorme quantitativo di corteccia cerebrale controlla la mimica. Decine di muscoli mimici trasmettono paura, dolore, vergogna, comprensione, menzogna. Il neonato impara a parlare guardando la bocca di chi gli parla: fra gli otto e i dodici mesi il suo sguardo si sposta dagli occhi alle labbra, perché è da lì che ruba il linguaggio. Il cervello umano ha circuiti dedicati al riconoscimento dei volti e sistemi che ci fanno riprodurre dentro di noi l&#8217;espressione dell&#8217;altro: è hcosì che nasce l&#8217;empatia, è così che si impara. Un&#8217;insegnante che non vede il volto della sua allieva non sa se ha capito, non sa se ha paura, non sa se piange, non sa se a casa qualcuno la picchia. Cancellare la mimica di una ragazza non è un dettaglio d&#8217;abbigliamento: è un&#8217;amputazione della sua funzione comunicativa, fatta nell&#8217;età in cui la personalità sociale si forma. Voi l&#8217;avete autorizzata. D’altra parte siete fisicamente gli stessi che hanno tollerato e imposto per anni un’inutile mascherina che serviva solo agli affari degli amichetti degli amichetti e di cui nessun lavoro scientifico ha mai dimostrato una qualche funzione anticovid. La pelle umana sintetizza la vitamina D sotto il sole. Senza sole si hanno il rachitismo nei bambini, l&#8217;osteomalacia negli adulti, l&#8217;osteoporosi precoce, la debolezza muscolare, e un&#8217;associazione documentata con la depressione. La carenza di vitamina D fra le donne completamente velate è descritta dalla letteratura medica da decenni, e lo stesso vale per il rachitismo nei figli delle madri velate. L&#8217;adolescenza è la finestra in cui si costruisce la massa ossea di tutta la vita: quello che una ragazza non deposita nelle ossa a quindici anni non lo recupererà a cinquanta. Quando quella ragazza avrà una frattura di femore a cinquanta anni, nessuno verrà a cercarvi, ma la responsabilità sarà anche vostra. Mi direte che allontanarla da scuola significa colpire chi ne ha più bisogno. La scuola ha regole, e la prima regola di qualunque relazione educativa è che ci si guarda in faccia. Una ragazza che si sente dire con fermezza «qui dentro il volto si mostra» riceve forse il primo messaggio di libertà della sua vita, e sceglie di togliere il velo, non di abbandonare la scuola. Una ragazza che si sente dire «va bene così» impara che anche la scuola italiana appartiene a suo padre, a suo fratello, al suo imam. Una ragazzina avvolta dalla testa ai piedi può star eseguendo l&#8217;ordine di un padre o di un fratello, ma c&#8217;è un&#8217;altra possibilità, che sia suo padre a subire un ricatto, che qualcuno della comunità, della moschea, della rete dei Fratelli Musulmani, gli abbia fatto capire che se sua figlia non si vela perderà l&#8217;aiuto, il lavoro, il rispetto, o qualcosa di peggio. In quel caso il velo non è nemmeno la scelta del padre: è il pizzo pagato con il volto di una bambina. E allora l&#8217;unica speranza di queste ragazze, e perfino di quei padri, è una scuola ferma, che rifiuti il ricatto e dica a tutti, con la forza della legge, che qui dentro il volto si mostra. Leggete «Giù i veli!» di Chahdortt Djavann, che il velo lo ha portato per dieci anni e lo chiama per quello che è, leggete «Leggere Lolita a Teheran» di Azar Nafisi, cacciata dall&#8217;università perché rifiutava il velo. Leggete «Infedele» di Ayaan Hirsi Ali, infibulata da bambina, che vi spiegherà come velo, mutilazione, lapidazione dell&#8217;adultera e culto dell&#8217;onore siano gli anelli di una stessa catena. Le donne iraniane muoiono per strapparselo di dosso.  Il velo integrale nelle scuole europee è una bandiera piantata in territorio conquistato, e ogni aula che lo accetta è un metro di terreno ceduto. E una volta ceduto dallo zuzzerellone di turno per ricnquistarlo ci vogliono lacrime e sangue.</p>
<p>comprate Islam senza veli, compratene due copie, una per voi e una per l&#8217;insegnante dei vostri figli</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Islam senza veli: Quello che ogni occidentale deve sapere e deve chiedere sull’Islam (Italian Edition)" type="text/html" width="1200" height="550" frameborder="0" allowfullscreen allow="clipboard-write" style="max-width:100%" src="https://read.amazon.co.uk/kp/card?asin=B0H1KDVJ8D"></iframe></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/27/6974/"></a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il diavolo aiuta i suoi.</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/22/il-diavolo-aiuta-i-suoi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 19:41:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Bonino]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.silvanademaricommunity.it/?p=6971</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il detto vuol dire che chi fa il male è sempre avvantaggiato. Su molti siti cattolici molte azioni di Emma Bonino sono definite addirittura sataniche La sua opera potrebbe definirsi satanica? Sicuramente può definirsi contro Dio. Il Catechismo di San Pio X elenca quattro peccati che «gridano vendetta al cospetto di Dio»: l&#8217;omicidio volontario, l&#8217;atto impuro contro natura, l&#8217;oppressione dei senza potere, la defraudazione della giusta mercede agli operai. È l&#8217;elenco delle vittime senza voce: il morto non testimonia, lo schiavo non ha tribunali, i contagiati da atti che moltiplicano le malattie sessualmente trasmissibili dannano la propria vita nel dolore [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/22/il-diavolo-aiuta-i-suoi/">Il diavolo aiuta i suoi.</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6972" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/bonino-300x214.x55482.webp" alt="" width="300" height="214" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/bonino-300x214.webp 300w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/bonino-768x548.webp 768w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/bonino-400x286.webp 400w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/bonino-840x600.webp 840w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/bonino.webp 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Il detto vuol dire che chi fa il male è sempre avvantaggiato. Su molti siti cattolici molte azioni di Emma Bonino sono definite addirittura sataniche La sua opera potrebbe definirsi satanica? Sicuramente può definirsi contro Dio. Il Catechismo di San Pio X elenca quattro peccati che «gridano vendetta al cospetto di Dio»: l&#8217;omicidio volontario, l&#8217;atto impuro contro natura, l&#8217;oppressione dei senza potere, la defraudazione della giusta mercede agli operai. È l&#8217;elenco delle vittime senza voce: il morto non testimonia, lo schiavo non ha tribunali, i contagiati da atti che moltiplicano le malattie sessualmente trasmissibili dannano la propria vita nel dolore inascoltato, il bambino nato con l’AIDS o danneggiato dall’eroina consumata dalla mamma scompare dentro le statistiche, il bambino picchiato a morte da un padre o da un patrigno sotto l’effetto della cocaina o della metanfetamina anche, e soprattutto il bambino abortito , il più piccolo, il più indifeso, non ha avvocati. Il clamore è il grido di chi non può fare causa: Dio raccoglie i ricorsi che nessun ufficio accetta. Emma Bonino, sempre in collaborazione con Soros, ha costruito mezzo secolo di vita politica esattamente su questi quattro capitoli. Il primo grido è quello del lavoratore pagato meno del pattuito: troppo povero per costruirsi una famiglia. Il partito che per cinquant&#8217;anni si è proclamato il partito dei diritti non ha mai messo il salario fra i diritti. Nel 1999 la lista Bonino depositò in Cassazione sedici milioni di firme per venti referendum cosiddetti «liberali e liberisti»: undici riguardavano il lavoro e il sindacato. Chiedevano l&#8217;abrogazione dell&#8217;articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, cioè del reintegro del licenziato senza giusta causa; la piena liberalizzazione del collocamento privato, abolendo vincoli e autorizzazioni; l&#8217;abolizione dell&#8217;assicurazione obbligatoria all&#8217;INAIL contro gli infortuni, in un paese con tre morti sul lavoro al giorno, per aprire alle compagnie private; l&#8217;innalzamento dell&#8217;età pensionabile, col quesito sulle pensioni di anzianità. Il diritto di abortire era un diritto; il diritto di non essere licenziato era un vincolo da abrogare. Il secondo grido è quello dell’oppresso. Bonino ha promosso per decenni iniziative per la liberalizzazione della pornografia, una delle peggiori gabbie che possa intrappolare il cervello umano, e di dipendenze chimiche: liberalizzazione delle droghe cosiddette “leggere”, che però possono scatenare scompensi psicotici irreversibili, e per la distribuzione controllata di eroina, e nel 2018 la legalizzazione della cannabis. La droga libera si sconta a rate, e le rate le paga il ragazzo che non ha una famiglia decente alle spalle. Avere un figlio drogato è una dannazione. L’uso abbassa comunque il quoziente intellettivo. Il figlio della borghesia entra in comunità e riesce a rifarsi una vita; il figlio della periferia entra nel tunnel e quasi mai ne esce. La signora con il passeggino uccisa sulle strisce da qualcuno che guida sotto l’effetto della cannabis fa compagnia al bimbo picchiato a morte dal patrigno sotto cocaina. La liberalità però crolla davanti ai vaccini o cosiddetti tali. La libertà di mandarsi il cervello in pappa con pornografia e/o droga, sostenere le peggiori mafie e aumentare la propria aggressività va bene. Il diritto a non inocularsi farmaci sperimentali con effetti sperimentali spaventosi non va bene. Nella stagione dell&#8217;obbligo al vaccino covid e del certificato verde, quando decine di migliaia di persone furono sospese dal lavoro senza stipendio, la più celebre antiproibizionista d&#8217;Italia non spese la sua autorità per la libertà di non farsi inoculare: libertà di bucarsi, libertà di abortire, nessuna libertà di dire no a un farmaco sperimentale. La libertà è concessa dove distrugge il povero, negata dove lo avrebbe protetto. La signora Bonino ha tolto ai poveri delle periferie anche la libertà di camminare sicuri nelle strade senza essere accoltellati dallo zuzzerellone di turno: 5 luglio 2017, all&#8217;assemblea di Confartigianato Brescia, intervistata dalla direttrice del Giornale di Brescia: «Siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia, anche violando Dublino». Il terzo grido, è il peccato dei sodomiti. Se la pornografia liberalizzata diventa educazione, l&#8217;atto contro natura diventa una innocua variante che deve essere insegnata nella scuole: questo può annientare una civiltà, non solo perché l’uso a scopo ricreativo della regione anorettale candida a terrificanti malattie proctologiche e infettive, ma perché equiparare, come viene fatto oggi normalmente nelle scuole, un gesto erotico da cui nasce la vita ad un gesto erotico da cui nascono solo malattie proctologiche, vuol dire affermare che la vita non ha valore: è questa l’affermazione alla base dell’aborto e l’aborto è la base della fine di una civiltà e non solo per ovvi motivi di demografia. La normalizzazione del comportamento omoerotico sostiene l’aborto. L’aborto spaccia per necessaria una immigrazione in grandissima maggioranza islamica quindi aggressiva e incompatibile con qualsiasi libertà, inclusa quella ci camminare per le strade. Il quarto grido è il primo di tutti: il sangue di Abele. Dall’atto sessuale nasce la vita. Nel momento in cui una donna accetta il corpo di un uomo dentro di sé, deve mettere in conto che potrebbe diventare madre. È giusto combattere per la libertà da leggi o usanze ingiuste. Combattere per la libertà da leggi biologiche, dall’atto sessuale da cui può conseguire una gravidanza, si traduce nella beatificazione dell’irresponsabilità fino all’omicidio del bimbo nel ventre di sua madre, la persona che dovrebbe altresì essere il suo primo angelo difensore. Nel 1974 Bonino praticò essa stessa alcuni aborti con la tecnica della pompa da bicicletta, in una fotografia divenuta il simbolo di quegli anni. L’aborto è un omicidio volontario, e non esiste omicidio senza esecutore: per ogni donna che fa uccidere il suo bambino un medico diventa un assassino, e la comunità che paga quello scempio ne è corresponsabile. È qui che la gratuità pesa più di ogni articolo di legge: uccidere un bimbo è gratis come levare un cancro. Una donna potrebbe rimpiangere quel gesto, senza nessuno che le prospetti l’eventualità che il rimpianto di quell’azione potrebbe essere insopportabile. Lo stesso sillogismo torna sul fine vita. La medicina moderna ha gli strumenti per abolire il dolore, e se il malato soffre è perché la terapia del dolore non gli è stata data, non perché gli manchi una legge per morire. La nostra morte è un momento prezioso, l&#8217;ultimo in cui possiamo dare un senso alla nostra vita se ancora non lo abbiamo fatto, e a nessuno è lecito togliercelo. Di nuovo, un medico diventa un assassino. La Bonino non ha chiesto di morire prima; quello lo chiedono i poveracci ai quali vengono negate cure decenti Si chiama “libertà di scegliere”, ma in realtà funziona come risparmio. Ci sono due battaglie di Emma Bonino che sembrarono a favore della vita: quella contro la pena di morte e quella contro le mutilazioni genitali femminili. Quelle battaglie erano in realtà burle, e l’ha testimoniato lo strofinaccio che la Bonino metteva sulla testa quando andava a parlare in ambiente islamico. Molti intellettuali musulmani testimoniano che velo, infibulazione e condanna a morte di chi non porta il velo sono gradi dello stesso controllo della sessualità femminile. Chahdortt Djavann, che lo portò dieci anni in Iran, definisce il velo un maltrattamento e ne chiede il divieto per le minori. Ayaan Hirsi Ali, mutilata da bambina, lo descrive come la continuazione visibile di ciò che l&#8217;escissione incide nella carne. Souad Sbai denuncia che dove il velo torna obbligatorio ricompaiono infibulazione e sharia domestica. Cambia il grado, non la logica. Lo strofinaccio della signora Bonino come forma di “rispetto” afferma che non portare la testa coperta vuol dire non rispettare l’islam e che quindi la pena di morte alle donne scoperte in Iran e Afganistan è giustificata. La signora Bonino ci ha reso peggiori, ha insegnato il diritto all’irresponsabilità più criminale, ci ha rubato i bambini che sono il futuro di un popolo, la sua allegria, ciò che dà il senso alla vita. Ha favorito l’invasione islamica. Noi non lavoriamo per il Nemico, preghiamo che ogni anima sia pura e <em>in extremis</em> si sia salvata, ma riconosciamo che ogni atto pubblico della signora Bonino è stato contro Dio. L’affetto e la simpatia che molte gerarchie ecclesiastiche le hanno manifestano ci ricordano che, sia a Fatima sia soprattutto nelle apparizione alle Tre Fontane, nostra Signora ha parlato della corruzione della Chiesa, una corruzione gravissima e strutturale, ma le Porte degli Inferi non prevarranno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/22/il-diavolo-aiuta-i-suoi/">Il diavolo aiuta i suoi.</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Fulton John Sheen.</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/22/fulton-john-sheen/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 19:30:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Fulton Sheen]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.silvanademaricommunity.it/?p=6967</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il 24 settembre 2026, al Dome at America&#8217;s Center di St. Louis, il cardinale Luis Antonio G. Tagle proclamerà beato, in rappresentanza di papa Leone XIV, l&#8217;arcivescovo Fulton John Sheen. Di lui si ricorda la televisione: la lavagna, i trenta milioni di spettatori, l&#8217;Emmy. Si ricorda meno il lavoro per cui gli archivi sovietici, aperti dopo il 1990, gli hanno dato ragione. Sheen combatté il comunismo per quarant&#8217;anni, e lo fece con un metodo preciso. Sheen non attaccò il marxismo per sentito dire: lo studiò nei testi originali, fino a essere descritto come «l&#8217;oppositore del comunismo meglio documentato degli Stati [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/22/fulton-john-sheen/">Fulton John Sheen.</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6969" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/Fulton-sheen-212x300.x55482.webp" alt="" width="212" height="300" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/Fulton-sheen-212x300.webp 212w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/Fulton-sheen.webp 293w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" /></p>
<p>Il 24 settembre 2026, al Dome at America&#8217;s Center di St. Louis, il cardinale Luis Antonio G. Tagle proclamerà beato, in rappresentanza di papa Leone XIV, l&#8217;arcivescovo Fulton John Sheen. Di lui si ricorda la televisione: la lavagna, i trenta milioni di spettatori, l&#8217;Emmy. Si ricorda meno il lavoro per cui gli archivi sovietici, aperti dopo il 1990, gli hanno dato ragione. Sheen combatté il comunismo per quarant&#8217;anni, e lo fece con un metodo preciso. Sheen non attaccò il marxismo per sentito dire: lo studiò nei testi originali, fino a essere descritto come «l&#8217;oppositore del comunismo meglio documentato degli Stati Uniti». Le sue conferenze radiofoniche sono costruite su citazioni: Feuerbach e il suo «l&#8217;uomo è ciò che mangia», Marx e il suo «odio tutti gli dèi», Lenin e la negazione di «ogni morale tratta da concezioni sovrumane o non di classe», Molotov che nel 1939 liquida la differenza col nazismo come «una questione di gusti». Da quella lettura ricavò la tesi che gli avversari non si aspettavano: il comunismo non è una teoria economica, è «una filosofia completa della vita», una dottrina di salvezza che pretende l&#8217;uomo intero, «corpo e anima», e che vuole essere non solo uno Stato ma anche una Chiesa capace di giudicare le coscienze. La conseguenza fu il suo colpo di genio polemico. Se il comunismo è una religione, allora non nasce in Russia ma in Occidente: «la sua filosofia è tedesca, la sua sociologia francese, la sua economia inglese». È «un effetto e un giudizio» sul mondo borghese che aveva già smarrito l&#8217;uomo fatto a immagine di Dio, riducendolo ad animale economico. Di qui la frase più scomoda che abbia mai pronunciato davanti a un pubblico anticomunista: «Il comunismo non va temuto perché è contro Dio, ma perché noi siamo senza Dio; non perché è forte, ma perché noi siamo deboli». E poiché la simmetria era il suo mestiere, non risparmiò l&#8217;altra metà: il capitalismo monopolistico, scrisse, sbaglia allo stesso modo, perché toglie a Dio la sovranità sui beni e la consegna al proprietario assoluto, come il comunismo la consegna ai «burocrati del collettivismo». «Il nostro mondo borghese occidentale è non cristiano; il comunismo è anticristiano.» Dal 1930 al 1950 Sheen parlò ogni domenica sera alla radio, nella Catholic Hour della NBC: quattro milioni di ascoltatori al culmine. Il ciclo del 1947 dedicato al comunismo divenne il libro del 1948, Communism and the Conscience of the West. Dal 1952 arrivò la televisione. Ma il dato che conta è cronologico: Sheen attaccava il comunismo come «intrinsecamente malvagio» anche negli anni in cui l&#8217;Unione Sovietica era l&#8217;alleata di guerra dell&#8217;America e dirlo era impopolare. «No. Il comunismo russo è intrinsecamente malvagio e non ha nulla a che fare con la politica estera della Russia.» Nel 1949, a un raduno al Polo Grounds di New York, davanti a centodiciassettemila persone, offrì la sintesi che gli somiglia di più: «Il comunismo non è la promessa di un&#8217;era nuova. È l&#8217;ultimo rantolo di un&#8217;era vecchia.» Qui sta la differenza fra Sheen e i crociati del suo tempo. La sua arma più temuta non era il microfono, era il colloquio privato. Louis Budenz, direttore del Daily Worker, il quotidiano comunista americano, andò a cena con lui aspettandosi un duello ideologico; Sheen aprì dicendo: «Adesso parliamo della Beata Vergine». Gli parlò di Fatima, e Budenz scrisse poi di aver percepito «con una vividezza schiacciante l&#8217;insensatezza e la peccaminosità della mia vita». Lasciò il partito. Fu lui a presentare a Sheen Elizabeth Bentley, l&#8217;ex agente sovietica, che Sheen battezzò e a cui trovò un posto di insegnante. Bella Dodd, dirigente del Partito comunista, entrò in chiesa e disse di aver trovato lì «la vera fraternità fra gli uomini», quella che il partito prometteva e non dava. A Budenz, Sheen aveva scritto: «Credo che molti comunisti siano in buona fede». Il libro del 1948 è dedicato «a Maria, nella speranza orante della conversione della Russia»: per lui il nemico non era il comunista, ma l&#8217;errore che lo teneva prigioniero. Il corollario è la cosa più difficile da imitare. Sheen predicava che di Stalin bisognava ricordare tutti i morti innocenti, certo, i milioni di morti innocenti, una cosa: che anche lui aveva un&#8217;anima. E poiché era coerente e non partigiano, nel 1967 prese la posizione che sbalordì l&#8217;America: chiese il ritiro dal Vietnam, leggendo la guerra alla luce della <em>Pacem in terris</em>. Non abiurò nulla; semplicemente, non era mai stato un guerriero, era un apologeta. E ora cominciamo a parlare di quelle che sono chiamate “le ombre” e che invece sono un’altra perfetta forma di chiaroveggenza. Tutti concordano su un giudizio severo su Joseph McCarthy, che affermò che c’era un’infiltrazione comunista nel mondo culturale statunitense, e cercò di fermarla in maniera molto decisa. «Sbagliò su McCarthy, ma aveva ragione su Stalin», è la formula usata. Siamo tutti allenati a considerare il maccartismo quasi peggio del nazismo. Ci sono decine di film su quanto era cattivo McCarthy, i film ambientati in un gulag sono pochissimi. Che Mosca abbia lavorato dentro l&#8217;America non è opinione, è archivio. Il Comintern sussidiava il partito comunista americano già nel 1923 con settantacinquemila dollari, gli stipendi annui di settantacinque funzionari. Nel 1963 il Servizio A costruisce una campagna contro Martin Luther King, dipinto come «zio Tom» stipendiato dal governo, scatenando le rivolte razziali e soprattutto ha inserito aborto, divorzio facile, promiscuità sessuale, odio per la famiglia, tutte le conquiste di Alexandra Kollantai, adulterio simpatico, sodomia splendida, sono tutti temi che sono diventati caposaldi di Hollywood, mentre l’odio per gli Stati Uniti e l’Occidente sono diventati baluardi dei campus. Ops, vuoi vedere che McCarthy forse non aveva tutti i torti? Il metodo lo spiegò nel 1984 Jurij Bezmenov, agente del KGB disertato in Canada: lo spionaggio vero occupa solo il dieci-quindici percento delle risorse spese fuori dai confini sovietici, «il resto, l&#8217;ottantacinque percento, è sempre sovversione»; demoralizzare una nazione richiede quindici o vent&#8217;anni, il tempo di educare una generazione di studenti. E gli strumenti non sono le bombe: sono i professori, i giornalisti, gli attori. Hollywood ha distrutto il senso della morale sessuale e, come ricorda George Orwell, quando se ne distrugge la morale sessuale, una civiltà può essere abbattuta. È grazie a Hollywood che si è creata l’idea che “di sinistra è bello”, essere conservatori è brutto, la promiscuità sessuale è una bella festa, la famiglia fa schifo. Fulton John Sheen aveva ragione anche su questo.</p>
<p>È per questo che i suoi libri si continuano a leggere: in italiano li pubblicano le Edizioni Ares, da <em>I 7 sacramenti</em> all&#8217;autobiografia <em>La mia vita</em>, <em>Un tesoro in un vaso d&#8217;argilla</em>, fino a <em>Preti Uomini del Mistero</em>, uscito nell&#8217;anno della beatificazione. Fulton Sheen scriveva benissimo, passione e ironia, sia quando descriveva i nugoli di zanzare con cui è stato costretto a convivere, sia quando descriveva l’ideologia comunista, completamente priva di compassione e logica, che inghiotte il mondo. Chi cerca il polemista trova un filosofo; chi cerca il predicatore televisivo trova un uomo che passava le serate a convincere un comunista alla volta.  E aveva capito che il comunismo non era un movimento politico, ma un atroce movimento religioso messianico e salvifico, con un messia (Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot), una nuova liturgia ( le sfilate del partito), una nuova chiesa (il partito), un nuovo paradiso, (un ipotetico futuro senza ingiustizia, senza classi sociali e anche senza prigioni, che però per una serie di sfortunati eventi non arriva mai) e un nuovo tipo di sacrificio umano: controrivoluzionari, borghesi, dissidenti, minoranze etniche, cristiani, ebrei, oppure, come per Pol Pot, chi capita capita. E i morti si sono contati a cataste e non a unità. Eppure la parola comunista continua ad affascinare, continua a essere scambiata per un qualche tipo di giustizia, come se la giustizia senza Cristo, anzi contro di lui, fosse possibile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/22/fulton-john-sheen/">Fulton John Sheen.</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>IL CANTIERE INVISIBILE</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/22/il-cantiere-invisibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 19:18:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[torri gemmelle]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.silvanademaricommunity.it/?p=6962</guid>

					<description><![CDATA[<p>Perché le torri sono crollate davvero, quanto esplosivo servirebbe per fingere, e che fine hanno fatto gli altri due aerei Perché sono crollate davvero Partiamo dalla cosa che il complotto non racconta mai: la spiegazione vera. Non è misteriosa, è soltanto noiosa, e per questo non fa vendere libri. Alle 8:46 il volo American 11 entra nella torre nord. Alle 9:02 il volo United 175 entra nella torre sud. La torre sud crolla alle 9:58, cinquantasei minuti dopo. La torre nord alle 10:28, centodue minuti dopo. Ordine invertito rispetto agli impatti, e già questo dovrebbe suggerire che nessuno stava premendo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/22/il-cantiere-invisibile/">IL CANTIERE INVISIBILE</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-6964" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/11-settembre.x55482.jpg" alt="" width="201" height="251" /></p>
<p><em>Perché le torri sono crollate davvero, quanto esplosivo servirebbe per fingere, e che fine hanno fatto gli altri due aerei</em></p>
<p><strong>Perché sono crollate davvero</strong></p>
<p>Partiamo dalla cosa che il complotto non racconta mai: la spiegazione vera. Non è misteriosa, è soltanto noiosa, e per questo non fa vendere libri.</p>
<p>Alle 8:46 il volo American 11 entra nella torre nord. Alle 9:02 il volo United 175 entra nella torre sud. La torre sud crolla alle 9:58, cinquantasei minuti dopo. La torre nord alle 10:28, centodue minuti dopo. Ordine invertito rispetto agli impatti, e già questo dovrebbe suggerire che nessuno stava premendo un pulsante secondo una tabella: la torre sud fu colpita più in basso, quindi aveva più peso sopra la ferita e meno struttura sana per redistribuirlo, e cedette prima.ùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùù</p>
<p>Il meccanismo ricostruito dal NIST ha tre atti. Primo: l&#8217;urto recide e danneggia colonne portanti, stacca il rivestimento antincendio — quella specie di intonaco spruzzato che protegge l&#8217;acciaio — e sparge il carburante degli aerei su più piani. Attenzione al dettaglio che i complottisti saltano sempre: detriti e carburante viaggiavano a oltre ottocento chilometri l&#8217;ora, e a quella velocità l&#8217;antincendio spruzzato non resiste, si polverizza come intonaco vecchio sotto un getto di sabbia. L&#8217;acciaio, da quel momento, è nudo.</p>
<p>Secondo atto: gli incendi. Non un incendio, molti, su più piani insieme, alimentati da carburante e da tutto ciò che sta in un ufficio, cioè scrivanie, moquette, carta, plastica. Le temperature dell&#8217;aria arrivano a mille gradi. Qui casca l&#8217;asino della propaganda: nessuno ha mai sostenuto che l&#8217;acciaio si sia fuso. Il NIST scrive esplicitamente il contrario, l&#8217;acciaio fonde a circa millecinquecento gradi e nel relitto non è stata trovata traccia di acciaio fuso dagli incendi. Ma l&#8217;acciaio non deve fondere per cedere: a mille gradi conserva circa il dieci per cento della resistenza che ha in una giornata di primavera. Nove decimi della forza sono andati. Provi a immaginare una gamba di tavolo di burro tiepido: non è liquida, ma il tavolo non lo regge.</p>
<p>Terzo atto, il più elegante e il più ignorato. I solai riscaldati si inflettono verso il basso e, incurvandosi, tirano verso l&#8217;interno le colonne perimetrali a cui sono attaccati. Le colonne del perimetro, private dell&#8217;antincendio e tirate dentro, si incurvano — sulla facciata sud della torre nord, sulla facciata est della torre sud — e a un certo punto non reggono più il carico. È documentato in fotografia e in video nella mezz&#8217;ora precedente al crollo: l&#8217;incurvamento delle facciate si vede, si misura, è stato fotografato dagli elicotteri della polizia di New York.</p>
<p>E qui si arriva alla domanda che i sostenitori delle cariche ritengono decisiva: perché il crollo non si è fermato? Perché i piani sani sotto non hanno bloccato il blocco superiore? Risposta: perché nessuna struttura civile è progettata per fermare venti o trenta piani in caduta. Un edificio è progettato per sostenere un peso fermo, con un margine di sicurezza; non per assorbire l&#8217;energia di quello stesso peso che gli arriva addosso avendo già percorso qualche metro. Il conto è stato fatto da Zdeněk Bažant, uno dei massimi esperti mondiali di collasso strutturale: l&#8217;energia cinetica del blocco superiore della torre nord dopo la caduta di un piano superava di circa otto volte e mezzo tutto quello che la struttura sottostante poteva assorbire piegandosi. Otto volte e mezzo. Non serviva aiuto. Serviva un miracolo per fermarlo, non un esplosivo per continuarlo.</p>
<p><strong>Il preventivo</strong></p>
<p>Ora, per sport, proviamo a fare i cospiratori. Cominciamo dalla lista della spesa, perché i complotti, come i condomini, hanno un preventivo.</p>
<p>Ogni torre poggiava su 47 colonne d&#8217;acciaio a sezione cava, grandi come un frigorifero e spesse quanto un pugno (in gergo tecnico: colonne scatolari di nucleo), più 236 colonne perimetrali per piano, 22.892 in tutto. Non erano tubi da acquedotto.</p>
<p>Passiamo alla ricetta della termite, quella del film. Il NIST, che i complottisti citano quando gli conviene, ha fatto il conto: servono circa 0,13 libbre di termite per ogni libbra di acciaio da fondere, cioè, per una colonna che pesa mille libbre per piede, almeno cento libbre di termite. Quarantacinque chili. Per un taglio. Per una colonna sola.</p>
<p>Facciamo il conto della serva, e teniamolo generoso verso i nostri demolitori clandestini. Vogliamo tagliare soltanto le 47 colonne del nucleo, e soltanto su dieci piani: 470 tagli, 21 tonnellate di termite. Per torre. Se aggiungiamo il perimetro, come pretende la teoria della caduta libera dal tetto, si arriva a numeri che non stanno in una pagina. E non lo dico io: Niels Harrit, il chimico simbolo del movimento, interrogato sulla quantità di nanotermite necessaria, ha risposto «tra le 10 e le 100 tonnellate». Lo ha detto lui. Con la faccia serissima.</p>
<p>Cento tonnellate di termite occupano, compattate, una cinquantina di metri cubi: due container marittimi pieni fino all&#8217;orlo, da issare al novantesimo piano con l&#8217;ascensore di servizio. Resta poi il particolare che il NIST fa notare con crudeltà tecnica: la termite non taglia, fonde, e va tenuta a contatto con la superficie verticale d&#8217;acciaio mentre reagisce. Altrimenti cola per terra. Serve uno stampo attorno a ogni colonna, come per saldare le rotaie del tram. Quattrocentosettanta stampi.</p>
<p><strong>Il rumore</strong></p>
<p>Passiamo alle cariche cave, quelle che tagliano davvero l&#8217;acciaio. Qui il problema è che l&#8217;esplosivo ha un difetto costituzionale: fa rumore. Il NIST ha calcolato che la più piccola detonazione capace di far cedere una colonna critica avrebbe prodotto da 130 a 140 decibel a mezzo miglio. Non a mezzo metro: a ottocento metri. È il rumore di chi sta accanto al motore di un aereo a reazione, dieci volte un concerto rock ascoltato davanti alle casse.</p>
<p>Adesso moltiplichiamo. Per l&#8217;edificio più alto mai demolito con l&#8217;esplosivo, il Mina Plaza di Abu Dhabi, 165 metri, sono serviti oltre sedicimila detonatori a ritardo. Le torri gemelle erano alte 417 metri l&#8217;una. Parliamo dunque di decine di migliaia di detonazioni in sequenza, nel giorno più fotografato della storia umana, con la stampa mondiale puntata su quei due edifici per oltre un&#8217;ora. Risultato: in nessuna registrazione audio si sentono esplosioni compatibili con quei livelli, e nessun testimone ha riferito nulla di simile. I nostri demolitori avevano evidentemente inventato il tritolo silenzioso, e hanno deciso di non brevettarlo.</p>
<p><strong>Prima o dopo?</strong></p>
<p>Ed ecco la domanda che nessuno pone mai ai congressi del complotto: quando lo avete messo? Ci sono due sole possibilità, ed entrambe sono comiche.</p>
<p>Ipotesi A, durante la costruzione. Tra il 1968 e il 1973 si annegano le cariche nella struttura, con i cavi di innesco, e si aspetta. Ventotto anni. Sperando che l&#8217;umidità non degradi i detonatori, che nessuno degli operai delle ristrutturazioni successive apra la parete sbagliata, che il camion bomba del 1993 nei sotterranei non inneschi nulla per simpatia, e che il sistema di accensione, progettato quando si telefonava col disco, obbedisca puntuale nel settembre 2001, dopo tre decenni in cui nessuno lo ha collaudato.</p>
<p>Ipotesi B, dopo. Qui il divertimento è pieno. Le colonne non erano nude: l&#8217;acciaio era rivestito di materiale antincendio spruzzato e nel nucleo era racchiuso dentro pannelli di cartongesso da due pollici incastrati dal pavimento al soffitto, ricoperti da altro cartongesso. Per ogni taglio bisogna smontare la parete, raschiare l&#8217;antincendio, montare la carica, stendere il cavo, poi rispruzzare l&#8217;antincendio e rimontare tutto come nuovo. Per centinaia di colonne. In un edificio dove lavoravano cinquantamila persone, più le pulizie notturne, i manutentori degli ascensori — 99 impianti passeggeri e 7 merci — gli ispettori antincendio e i tecnici degli impianti, che nel nucleo entravano ogni settimana. Nessuno che noti la squadra sconosciuta al ventiseiesimo piano. Nessuno che fotografi. Nessuno che, in venticinque anni, venda la storia a un giornale per una cifra a sei zeri.</p>
<p>E una demolizione vera richiede fino a sei mesi di preparazione, muri interni da abbattere, colonne da fasciare, studi strutturali, simulazioni al computer per validare la sequenza. Tutto di nascosto, in due grattacieli in piena attività.</p>
<p><strong>L&#8217;edificio piccolo in mezzo</strong></p>
<p>E poi c&#8217;è il capolavoro della teoria: il World Trade Center 7, quarantasette piani, l&#8217;edificio di cui nessuno sapeva il nome e che oggi è il totem del movimento, perché nessun aereo lo colpì.</p>
<p>Ecco cosa c&#8217;era dentro, dati alla mano. Dal settimo al quarantasettesimo piano l&#8217;edificio era sostenuto da 24 colonne interne e 58 perimetrali. Sotto, tra il quinto e il settimo piano, c&#8217;era un sistema di tre travi di trasferimento e otto travi a mensola, perché il grattacielo era stato costruito a cavallo di una centrale elettrica della Con Edison e il carico dei piani alti andava scaricato altrove. Le colonne 79, 80 e 81 erano eccezionalmente grandi e reggevano campate lunghissime, una di circa duemila piedi quadrati. In parole comuni: quell&#8217;edificio aveva un punto unico di rottura, per progetto, scritto nei disegni dal 1987.</p>
<p>L&#8217;11 settembre alle 10:28:22 crolla la torre nord. I detriti squarciano la facciata sud del WTC 7 e accendono incendi su almeno dieci piani. Il crollo ha tranciato la conduttura idrica cittadina: gli sprinkler non funzionano, non c&#8217;è acqua, i pompieri si ritirano. Su sei piani il fuoco brucia libero per circa sette ore, in un edificio pieno di scrivanie, moquette e carta.</p>
<p>Il meccanismo è di una banalità offensiva per chi cerca il mistero: le travi dei solai si dilatano per il calore, restando anche sotto i 400 gradi — e le colonne, protette dall&#8217;antincendio, non superarono i 300, quindi nessun acciaio fuso, nessun raggio orbitale — la dilatazione spinge e strappa i collegamenti, il solaio del tredicesimo piano crolla, i solai sottostanti cedono a cascata, la colonna 79 perde il sostegno laterale per nove piani, si imbozza e cede. Da lì il crollo progressivo. Ore 17:20:52.</p>
<p>Ricapitoliamo la versione alternativa. I cospiratori avrebbero minato con cura il fabbricato meno simbolico del complesso, quello che nessuno al mondo avrebbe riconosciuto in fotografia. Lo avrebbero fatto crollare non insieme alle torri, quando c&#8217;era la polvere per nasconderlo, ma sette ore dopo, a edificio evacuato, con il quartiere pieno di vigili del fuoco e telecamere in diretta. Avrebbero scelto l&#8217;unico edificio che aveva già, nei progetti, un difetto strutturale capace di spiegare tutto da sé, e messo le cariche nell&#8217;unico punto che il fuoco stava già attaccando per conto proprio. Se questa è pianificazione militare, il generale va congedato.</p>
<p><strong>Il missile con sessantaquattro passeggeri</strong></p>
<p>Passiamo al Pentagono, dove secondo la leggenda non ci fu un aereo ma un missile, o un drone, o un caccia, o comunque qualcosa di più cinematografico.</p>
<p>I fatti. Alle 9:37:46 il volo American 77, un Boeing 757, colpisce il fianco occidentale dell&#8217;edificio all&#8217;altezza del primo piano, a 850 chilometri l&#8217;ora. In avvicinamento le ali abbattono cinque pali della luce e l&#8217;ala destra colpisce un generatore portatile. L&#8217;aereo attraversa 94 metri di edificio, tre anelli, in otto decimi di secondo. Il foro nella facciata è largo circa 75 piedi, ventidue metri, stimato dall&#8217;American Society of Civil Engineers contando le colonne del primo piano distrutte o compromesse, una cinquantina in tutto, e confermato dalle simulazioni. Nell&#8217;anello C si apre un buco di dodici piedi, prodotto dal carrello d&#8217;atterraggio, che è la parte più densa e compatta di un aereo di linea.</p>
<p>Prima obiezione classica: il foro è troppo piccolo per un&#8217;apertura alare di 125 piedi. Risposta: un aereo che entra in un edificio a 850 all&#8217;ora non si comporta come uno stampino per biscotti. Un&#8217;ala tocca terra, l&#8217;altra viene tranciata dalle colonne, e il resto penetra comportandosi più come un liquido che come un oggetto solido. Chi si aspetta la sagoma di Wile E. Coyote nel muro non ha mai visto un incidente aereo.</p>
<p>Seconda obiezione: mancano i rottami. Rispondono i rottami: recuperati un frammento del cono anteriore e il carrello anteriore sulla strada di servizio tra gli anelli B e C, un sedile intatto di cabina di pilotaggio, parti con i contrassegni della compagnia, e — dettaglio delizioso — entrambe le scatole nere, a novantuno metri dentro l&#8217;edificio. Il registratore vocale era fuso in un blocco di plastica carbonizzata e inutilizzabile; il registratore dei dati di volo, a stato solido, restituì tutti i dati. Un missile che porta con sé il registratore dei dati di volo di un Boeing 757 sarebbe l&#8217;arma più cortese della storia militare.</p>
<p>Terza obiezione, la più oscena: nessun aereo, quindi nessuno a bordo. Al Pentagono morirono 189 persone: 64 sull&#8217;aereo, compresi i cinque dirottatori, e 125 dentro l&#8217;edificio. Il medico legale delle Forze Armate identificò i resti di 179 vittime; in totale furono identificate 184 delle 189 persone. I resti dei dirottatori furono isolati per esclusione e consegnati all&#8217;FBI. Chi sostiene la tesi del missile deve quindi spiegare dove sono finite cinquantanove persone imbarcate quella mattina con nome, cognome, biglietto e famiglia, i cui pezzi sono stati trovati dentro il Pentagono.</p>
<p>Ultima ironia, e non ce n&#8217;è una migliore. L&#8217;ala colpita era il Wedge 1, l&#8217;unico settore già ristrutturato: mura interne ed esterne rinforzate, una maglia di tubi d&#8217;acciaio intrecciati, finestre antiesplosione. I lavori erano finiti da pochi mesi e l&#8217;ultima porzione era a cinque giorni dal collaudo finale. Alcune di quelle finestre, vicinissime al punto d&#8217;impatto, restarono in piedi con le persiane ancora ordinate dietro il vetro. Quindi i nostri geni del complotto, potendo scegliere un punto qualsiasi di un edificio da un milione e mezzo di metri quadrati, hanno centrato il solo pezzo appena blindato, riducendo il numero dei propri morti. Complimenti al reparto marketing del terrore.</p>
<p><strong>Il campo in Pennsylvania</strong></p>
<p>Poi c&#8217;è il volo United 93, quello che secondo la leggenda fu abbattuto da un caccia.</p>
<p>Fatti. Alle 9:57 i passeggeri, informati per telefono dei tre impatti precedenti, votano e assaltano la cabina. Il registratore vocale della cabina ha inciso tutto: alle 9:57:55 il dirottatore Ziad Jarrah si accorge del movimento e chiede «Is there something? A fight?». Segue la lotta, l&#8217;aereo viene manovrato violentemente per disarcionare gli assalitori, la rotta su Washington viene abbandonata. Alle 10:03:11, capovolto e con il muso inclinato di quaranta gradi verso il basso, a 906 chilometri l&#8217;ora, il Boeing 757 entra in un campo sopra una vecchia miniera di carbone nella contea di Somerset, con dentro ancora ventimila litri di carburante.</p>
<p>Il cratere era profondo dai due metri e mezzo ai tre e largo dai nove ai quindici. Fusoliera e ali si frantumarono penetrando nel terreno di riporto della miniera. Un motore fu ritrovato a seicentodieci metri, in un bacino di raccolta. La cabina di pilotaggio finì nel bosco vicino abbattendo alberi su sessantasei ettari. Il registratore dei dati di volo fu individuato il 13 settembre, quello vocale il 14, sepolto a otto metri sotto il fondo del cratere. Il coroner della contea stabilì che chi era ancora vivo all&#8217;impatto morì istantaneamente per trauma.</p>
<p>L&#8217;argomento dell&#8217;abbattimento poggia su un solo elemento: detriti leggeri, carta e nylon, trovati fino a tredici chilometri di distanza, e frammenti piccoli a due chilometri e mezzo. Cioè esattamente ciò che il vento fa con la carta quando un aereo si disintegra al suolo con ventimila litri di combustibile addosso. Ma concediamo la tesi: un caccia colpisce il 757 in volo. Bene: allora nel registratore vocale, ritrovato integro sotto il cratere, dovrebbe esserci un&#8217;esplosione esterna, una decompressione, una perdita improvvisa di controllo. Invece c&#8217;è la voce di un dirottatore che si accorge della rivolta, ci sono i passeggeri che sfondano, c&#8217;è la cloche portata a picchiare. La prova materiale che gli abbattitori invocano è la stessa che li smentisce, e giaceva otto metri sotto terra, dove nessuno l&#8217;aveva messa a beneficio dei posteri.</p>
<p><strong>Il costo del silenzio</strong></p>
<p>Riassumiamo l&#8217;organigramma che la teoria richiede. Squadre di artificieri per due torri e un terzo edificio. Ingegneri strutturisti per calcolare la sequenza. Chi procura decine di tonnellate di materiale incendiario militare. Chi lo trasporta di notte per mesi. Chi rifà l&#8217;antincendio e il cartongesso. Chi mette un missile al Pentagono e poi ci semina intorno pezzi di 757 e le scatole nere. Chi carica cinquantanove cadaveri, o li produce altrove. Chi pilota il caccia sulla Pennsylvania. Chi manipola il registratore vocale interrandolo a otto metri. Chi zittisce il medico legale delle Forze Armate, il coroner di Somerset, l&#8217;FBI, il NIST, l&#8217;American Society of Civil Engineers, i vigili del fuoco di New York che quel giorno hanno perso 343 uomini.</p>
<p>Migliaia di persone. Per venticinque anni. Nessun pentito, nessun ricatto, nessuna confessione in punto di morte, nessun archivio venduto. In un paese dove non si è riusciti a tenere segreto uno scasso in un albergo di Washington.</p>
<p><strong>La spiegazione noiosa</strong></p>
<p>La verità è che l&#8217;11 settembre non fu una demolizione ma un&#8217;operazione di attrito. Diciannove uomini con dei taglierini hanno sfruttato l&#8217;unica vulnerabilità di una società aperta: la fiducia. Il resto lo ha fatto la fisica. L&#8217;urto ha spazzato via l&#8217;antincendio, il carburante ha alimentato incendi che l&#8217;acciaio nudo non ha retto, i solai si sono piegati tirando dentro le facciate, la gravità ha fatto il suo mestiere con la puntualità che le riconosciamo tutti quando ci cade il telefono.</p>
<p>Chi preferisce la nanotermite lo fa perché la spiegazione noiosa è insopportabile: significa che un mondo intero, con i suoi satelliti e le sue agenzie, può essere ferito da diciannove disperati addestrati in una fattoria afgana. Il complotto è più consolante, perché presuppone qualcuno al comando. Anche cattivo, purché al comando. Nessuno regge l&#8217;idea che quel giorno il timone non fosse in mano a nessuno.</p>
<p>E c&#8217;è un prezzo, che si paga ancora. Ogni volta che si insinua che i tremila morti siano una messinscena, si toglie a quei morti l&#8217;unica cosa che resta loro, cioè il modo in cui sono morti: nelle scale, portando fuori gli altri, telefonando a casa, votando in fondo a un aereo se assaltare la cabina. Il complotto non è solo falso. È ingrato.</p>
<p><strong>Fonti</strong></p>
<p>NIST, FAQ sull&#8217;indagine sulle torri (sequenza del crollo, antincendio staccato da detriti e carburante a oltre 500 miglia orarie, temperature dell&#8217;aria fino a 1.000 °C, acciaio nudo ridotto al 10% della resistenza, nessuna fusione dell&#8217;acciaio, inflessione dei solai e incurvamento delle colonne perimetrali, orari di impatto e crollo, 2.735 morti alle torri, 343 vigili del fuoco) — https://www.nist.gov/world-trade-center-investigation/study-faqs/wtc-towers-investigation</p>
<p>NIST, risposte sulle domande di ingegneria strutturale (energia gravitazionale più che sufficiente a impedire l&#8217;arresto del crollo) — https://www.nist.gov/pao/nist-federal-building-and-fire-safety-investigation-world-trade-center-disaster-answers-faqs</p>
<p>NIST NCSTAR 1, rapporto finale sul crollo delle torri — https://nvlpubs.nist.gov/nistpubs/Legacy/NCSTAR/ncstar1.pdf</p>
<ol>
<li>Bažant e collaboratori, meccanica del crollo progressivo (energia cinetica del blocco superiore pari a circa 8,4 volte la capacità di assorbimento della struttura sottostante) — http://www.civil.northwestern.edu/people/bazant/PDFs/Papers/00%20WTC%20Collapse%20-%20What%20Did%20&amp;%20Did%20Not%20Cause%20It.pdf</li>
</ol>
<p>NIST, FAQ sull&#8217;indagine sul WTC 7 (termite: 0,13 libbre per libbra d&#8217;acciaio, cento libbre per colonna, obbligo di contatto; 130-140 dB a mezzo miglio; nessuna prova di esplosioni; crollo alle 17:20:52 dopo quasi sette ore di incendio) — https://www.nist.gov/world-trade-center-investigation/study-faqs/wtc-7-investigation</p>
<p>NIST, briefing tecnico sul WTC 7 (24 colonne interne e 58 perimetrali, travi di trasferimento sulla centrale Con Edison, colonne 79-81, dilatazione termica, solaio 13, imbozzamento su nove piani) — https://www.nist.gov/system/files/documents/2017/05/09/WTC7RevisedTechnicalBriefing_111908.pdf</p>
<p>NIST NCSTAR 1-9 (incendi su almeno dieci piani del WTC 7, perdita dell&#8217;acqua cittadina per gli sprinkler) — https://nvlpubs.nist.gov/nistpubs/Legacy/NCSTAR/ncstar1-9.pdf</p>
<p>Fire Engineering, struttura del World Trade Center (47 colonne scatolari di nucleo spesse fino a cinque pollici, 236 colonne perimetrali per piano, 22.892 in totale, 99 ascensori passeggeri e 7 merci, cartongesso da due pollici) — https://www.fireengineering.com/features/the-world-trade-center-construction-and-collapse-part-2/</p>
<p>Demolition &amp; Recycling International, record mondiale del Mina Plaza (165 metri, oltre 16.000 detonatori) — https://www.demolitionandrecycling.media/news/a-new-world-record-for-safedem/8010368.article</p>
<p>Voce enciclopedica sulle implosioni controllate (fino a sei mesi di preparazione, rimozione dei muri interni, fasciatura delle colonne) — https://en.wikipedia.org/wiki/Building_implosion</p>
<p>Dichiarazione di Niels Harrit sulle «10-100 tonnellate» di nanotermite — https://crescent.icit-digital.org/articles/9-11-mysterious-collapse-of-third-building</p>
<p>Scheda documentata sul volo American 77 (ora 9:37:46, 850 km/h, cinque pali della luce, generatore, 94 metri in 0,8 secondi, cono anteriore e carrello, sedile di cabina, entrambe le scatole nere a 91 metri dentro l&#8217;edificio, registratore vocale fuso e dati di volo integralmente recuperati, 189 morti, 179 vittime identificate dal medico legale delle Forze Armate, 184 su 189 identificate) — https://en.wikipedia.org/wiki/American_Airlines_Flight_77</p>
<p>Popular Mechanics, verifica delle leggende sul Pentagono (foro di circa 75 piedi secondo il Pentagon Building Performance Report dell&#8217;ASCE, apertura di dodici piedi nell&#8217;anello C prodotta dal carrello, comportamento dell&#8217;aereo all&#8217;impatto, finestre antiesplosione rimaste in piedi, relitti raccolti con i contrassegni della compagnia) — https://www.popularmechanics.com/military/a66052053/pentagon-911-plane-crash-myths/</p>
<p>ASCE, sull&#8217;indagine al Pentagono (circa cinquanta colonne strutturali distrutte o gravemente compromesse) — https://www.asce.org/publications-and-news/civil-engineering-source/civil-engineering-magazine/issues/magazine-issue/article/2021/09/the-investigations-the-pentagon</p>
<p>Dipartimento della Difesa, rapporto al Congresso sulla ristrutturazione del Pentagono (Wedge 1 rinforzato e a cinque giorni dal completamento quando fu colpito) — https://www.esd.whs.mil/Portals/54/Documents/FOID/Reading%20Room/Other/renovation_1march2001.pdf</p>
<p>Scheda documentata sul volo United 93 (rivolta alle 9:57, frase di Ziad Jarrah alle 9:57:55, schianto alle 10:03:11 capovolto con muso a 40 gradi a 906 km/h, cratere profondo 2,4-3 metri e largo 9-15, motore a 610 metri, detriti leggeri fino a 13 chilometri, registratore di volo il 13 settembre e vocale il 14 a otto metri di profondità, perizia del coroner) — https://en.wikipedia.org/wiki/United_Airlines_Flight_93</p>
<p>Rapporto della Commissione nazionale sull&#8217;11 settembre — https://www.9-11commission.gov/report/911Report.pdf</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/22/il-cantiere-invisibile/">IL CANTIERE INVISIBILE</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La giustizia con l&#8217;interruttore</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/22/la-giustizia-con-linterruttore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 19:10:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[mario Adinolfi]]></category>
		<category><![CDATA[ranucci]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.silvanademaricommunity.it/?p=6960</guid>

					<description><![CDATA[<p>&#160; Interessante la storia del telefonino di Sigfrido Ranucci. Dalle informazioni pubbliche sull&#8217;inchiesta per l&#8217;attentato contro il giornalista non risulta che il suo cellulare sia stato sequestrato. Quello di Valter Lavitola sì, e non uno: nella perquisizione di luglio gli portano via tre telefonini, due pen drive, sette manoscritti. Tre a zero. Nessun obbligo impone di sequestrare il cellulare a chi subisce un attentato, e Ranucci è parte lesa, ma quando l’attentatore è l’amichetto del cuore sgusciatore di deliziosi molluschi e sostiene che il falso attentato sia stato un gesto di affetto, il cellulare della supposta vittima diventa fondamentale. Significa [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/22/la-giustizia-con-linterruttore/">La giustizia con l&#8217;interruttore</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Interessante la storia del telefonino di Sigfrido Ranucci. Dalle informazioni pubbliche sull&#8217;inchiesta per l&#8217;attentato contro il giornalista non risulta che il suo cellulare sia stato sequestrato. Quello di Valter Lavitola sì, e non uno: nella perquisizione di luglio gli portano via tre telefonini, due pen drive, sette manoscritti. Tre a zero. Nessun obbligo impone di sequestrare il cellulare a chi subisce un attentato, e Ranucci è parte lesa, ma quando l’attentatore è l’amichetto del cuore sgusciatore di deliziosi molluschi e sostiene che il falso attentato sia stato un gesto di affetto, il cellulare della supposta vittima diventa fondamentale. Significa che, se si tratta di ricostruire rapporti, messaggi, minacce e contatti precedenti al chilo di esplosivo piazzato davanti a casa sua la notte del 16 ottobre 2025, il telefono di chi ha ricevuto la bomba non sembrerebbe un soprammobile. Tanto più che il rapporto fra Ranucci e Lavitola è uno degli elementi esaminati nell&#8217;indagine. Poi il dettaglio che uno sceneggiatore non oserebbe. Secondo la cronaca giudiziaria, nelle chat fra Lavitola e Ranucci recuperate dai dispositivi dell&#8217;indagato ci sarebbero dei «buchi»: non un messaggio perso nel cloud, interi periodi mancanti. Sarà un guasto tecnico, resta la geometria: le settimane svanite andrebbero cercate nell&#8217;unico telefono che non è stato acquisito. Completa il quadro l&#8217;avvocato di Lavitola, indagato come mandante della tentata strage: il suo cliente è «sconvolto», perché «con Sigfrido sono amici fraterni». L&#8217;uomo accusato di aver fatto saltare le auto del giornalista e della figlia si dichiara suo fratello. Se questa è l&#8217;amicizia fraterna, preferiamo un conoscente. Oppure si trattava di un sistema brusco per spianare una carriera politica all’insaputa della vittima che di professione fa il giornalista di inchiesta e non ha sospettato nulla. Il 25 ottobre 2025, nove giorni dopo la bomba, Ranucci partecipa all&#8217;assemblea dell&#8217;Associazione Nazionale Magistrati, in Cassazione, accolto da una standing ovation di un minuto. Sessanta secondi di magistrati in piedi ad applaudire un giornalista, il quale osserva, con una battuta riuscita, che è l&#8217;applauso più lungo mai tributato a un «plurindagato», visto il carico di oltre duecentoventi querele. La spiegazione ufficiale, arrivata dal presidente dell&#8217;ANM Giuseppe Tango, è che era solidarietà spontanea verso chi aveva appena subito un attentato. Plausibile. Solo che, nelle stesse ore, il presidente dell&#8217;epoca Cesare Parodi si lamentava perché la giunta non era stata informata dell&#8217;invito: l&#8217;ovazione più discussa dell&#8217;anno a un ospite materializzatosi in Cassazione per generazione spontanea. Nulla di tecnicamente illecito, ma se l&#8217;obiettivo era mostrare una magistratura equidistante di cui tutti possiamo fidarci, esistevano coreografie migliori. E infatti un anno dopo, quando l&#8217;inchiesta si fa scomoda, la stessa associazione non trova più una sillaba: dagli osanna al silenzio. E arriviamo a Mario Adinolfi. Concediamo alla realtà quello che le spetta: se l&#8217;è cercata. Era ai domiciliari da luglio in un&#8217;inchiesta romana per truffa aggravata e abusivismo finanziario, e l&#8217;ordine era semplice: niente dispositivi telefonici, informatici e telematici. Secondo l&#8217;ordinanza avrebbe pubblicato quarantanove articoli su Substack e ventitré post su Facebook: non è il pensionato che ha premuto per errore l&#8217;icona di Facebook cercando il meteo, quarantanove articoli non si scrivono per distrazione. Ha violato una prescrizione e il giudice ne ha tratto le conseguenze. Certo! Però Adinolfi non è stato condannato per i reati che gli vengono contestati: è un indagato e la custodia cautelare per definizione non è una pena anticipata: serve a esigenze precise previste dalla legge.  Serve solo per evitare tre cose: pericolo di fuga, pericolo di reiterazione del reato e pericolo di inquinamento prove. Le prove sono nella pancia delle Iene, ore e ore e ore di trasmissioni e non possono essere inquinate, il reato non può essere ripetuto perché nessuno darebbe più un centesimo a Maio Adinolfi e che lui possa darsi alla latitanza come un Messina Denaro qualsiasi che la nostra spettacolare antimafia cercava ovunque mentre era a casa sua, è da escludersi perché non esiste nessuno che non sia in grado di riconoscere Mario Adinolfi. Il paradosso è perfetto: uno scrive quarantanove articoli e finisce in cella; l&#8217;altro ha un telefono pieno di chat e nessuno glielo chiede. L&#8217;inchiesta su Adinolfi è arrivata all&#8217;attenzione nazionale anche attraverso i servizi delle Iene, che non sono una procura, ma la televisione ha quello che il fascicolo numero 7482 dimenticato in uno scaffale non ha: milioni di spettatori. Telecamere, montaggio, musica, inseguimento, indignazione e pubblicità. Prima che cominci il processo il pubblico conosce già protagonisti, vittime, accusatori e colonna sonora. È nato così il più efficiente grado di giudizio italiano: quello televisivo, con un vantaggio inarrivabile per tribunale, appello e Cassazione, perché può precedere il primo grado. Una giustizia rassicurante dovrebbe essere terribilmente noiosa: non dovrebbe sapere chi conduce Report, chi compare alle Iene, chi porta il fazzoletto dell&#8217;ANPI, quanti follower abbia un indagato, quanto fragoroso sarebbe l&#8217;applauso se entrasse in una sala. Dovrebbe guardare fatti, prove e codice: bendata davvero. Mario Adinolfi ha fatto una provocazione: ha pubblicato decine di articoli quando non poteva, per inciso ottimi articoli. Anche a costo di finire fisicamente in prigione vuol dimostrare come la giustizia cambi a seconda di chi sono i tuoi amici che ti applaudono per più di un minuto dopo che il tuo amichetto del cuore ti ha messo una bomba per favorirti la carriera ma tu non ne sapevi niente, e soprattutto di chi sono i tuoi nemici. C’è riuscito. C’è riuscito in pieno. Non possono più esserci dubbi. La Dea non ha la benda e il suo sguardo è strabico.</p>
<p>Il più grande colpo giornalistico del secolo.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/22/la-giustizia-con-linterruttore/">La giustizia con l&#8217;interruttore</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>il martitio dei cristiani massacrati</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/18/il-martitio-dei-cristiani-massacrati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 10:08:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.silvanademaricommunity.it/?p=6957</guid>

					<description><![CDATA[<p>Vediamo se ho capito il tariffario. Un contadino cristiano del Benue viene fatto a pezzi nel sonno insieme a quarantasei vicini di casa: zero secondi di telegiornale, zero fiaccolate, zero minuti di silenzio negli stadi, zero cattedrali illuminate. Un signore che ha pagato ottomila euro a un’agenzia di viaggi criminale per farsi imbarcare volontariamente su un gommone, e che a quel gommone si è consegnato sapendo esattamente cosa faceva, produce editoriali, dirette, appelli, sindaci commossi e vescovi in lacrime. Il morto ha un prezzo, e non è quello della vita: è quello del racconto. Il cristiano ammazzato non paga la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/18/il-martitio-dei-cristiani-massacrati/">il martitio dei cristiani massacrati</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p>Vediamo se ho capito il tariffario. Un contadino cristiano del Benue viene fatto a pezzi nel sonno insieme a quarantasei vicini di casa: zero secondi di telegiornale, zero fiaccolate, zero minuti di silenzio negli stadi, zero cattedrali illuminate. Un signore che ha pagato ottomila euro a un’agenzia di viaggi criminale per farsi imbarcare volontariamente su un gommone, e che a quel gommone si è consegnato sapendo esattamente cosa faceva, produce editoriali, dirette, appelli, sindaci commossi e vescovi in lacrime. Il morto ha un prezzo, e non è quello della vita: è quello del racconto. Il cristiano ammazzato non paga la quota associativa, quindi non esiste. Facciamo l’elenco. Niger, Tillabéri, 15 settembre 2025: ventidue persone ammazzate durante un battesimo. Nigeria, Eruku, 18 novembre: la polizia dice due morti, i locali cinque e trenta rapiti. Papiri, 21 novembre, scuola cattolica di Santa Maria: prima cifra duecentoquindici bambini rapiti, poi corretta in trecentotré studenti e dodici insegnanti, perché quando si conta con calma i bambini aumentano sempre. Natale, Sudan, Julud: un drone sulla processione, undici morti. Kaduna, 18 gennaio: centosettantacinque fedeli portati via da tre chiese durante la messa, la polizia nega per due giorni e i militari respingono gli osservatori che vogliono verificare. Domenica delle Palme, Jos: uomini in motocicletta, e le cifre ballano fra venti e quaranta perché nessuno è andato a contarli. Pasqua, Ariko: cinque morti per l’esercito, sette per i cristiani. Naridon, 26 luglio: trenta ammazzati, e il vescovo Kundi deve pure smentire la versione ufficiale del pittoresco «conflitto per i confini dei pascoli». Diocesi di Wukari: cento morti, novantottomila sfollati, duecentodiciassette chiese distrutte. Congo, Bafwakoa, primo aprile: quarantatré. Ituri, da gennaio: almeno ottocentosettantanove civili. Nord Kivu, febbraio: settanta decapitati in un villaggio cristiano di cui nessuno è riuscito a stabilire il nome, perché settanta teste tagliate valgono meno di una nota a piè di pagina. Burkina Faso, Kokoana: ventuno con il loro pastore. Etiopia: trenta ortodossi a febbraio, trentasette a giugno. Birmania: trecentosettantanove luoghi di culto distrutti in un anno, con più di duecentocinquanta persone dentro. Pakistan, Mastung: Ayush Michael, ventun anni, e Dominic Laazar, ventiquattro, uccisi mentre giocavano a cricket. Totale ufficiale: quattromilaottocentoquarantanove cristiani uccisi in un anno di rilevazione, il novantatré per cento nell’Africa subsahariana, tremilaquattrocentonovanta soltanto in Nigeria. E la nota metodologica, che nessuno legge, dice che quel numero va inteso come «cifra minima», perché la maggior parte degli episodi, soprattutto quelli dove c’è una vittima sola, oa anche più di una ma nessun pubblico, non viene nemmeno segnalata. Cifra minima, dice. Cioè: non lo sappiamo, e non lo sapremo, perché non ci sono le troupe.  La troupe è altrove, e sappiamo dove. Nel 2025 i telegiornali italiani hanno prodotto duemiladuecentotrentanove notizie sull’immigrazione, il ventiquattro per cento in più dell’anno prima; il diciotto per cento della categoria era dedicato ai centri in Albania; e il sette per cento dei servizi dà la parola a un migrante, il che dice quanto quel dolore interessi davvero e quanto serva come fondale. Provate a cercare, nello stesso anno, quante notizie sui duecentodiciassette luoghi di culto rasi al suolo nella sola diocesi di Wukari. Ma non fatelo, che poi vi passa la voglia. E adesso il capitolo che manda in bestia il ceto compassionevole: i prezzi. Perché la traversata è un servizio a pagamento, con un listino. Libia-Italia, 2025: da mille a quattromila euro secondo la qualità del mezzo. Tunisia: novecento. Turchia in nave: fino a seimila. Pakistan: ottomila. Bangladesh-Italia: circa undicimila euro, con la prima tranche di seimila consegnata in contanti a Dacca. Rotta balcanica, famiglia di quattro dalla Turchia: fra quindici e ventimila euro. Esiste anche il rincaro di classe, e questo dovrebbe far riflettere chi parla di disperati: mille dollari il posto in stiva, duemilacinquecento e oltre il posto in coperta, cioè il posto in cui non muori. Chi ha ottomila euro non è l’ultimo del suo villaggio: è quello che può comprarsi il biglietto e lasciare indietro gli altri. Un contadino nigeriano bruciato in casa non ha ottomila euro. Non ha nemmeno i soldi per la barca. Per questo di lui non parla nessuno: non è mai arrivato. Se è cristiano ha fatto il tentativo di arrivare, ma è stato assassinato sulla barca, nell’indifferenza generale mentre la signora Boldrini cinguettava che di certo non di fanno discussioni teologiche sui barconi (2015). Poi c’è il ciclo del denaro, che è la parte che nessuno vuole vedere scritta in fila. Da un lato il fatturato dei trafficanti, e qui le stime litigano di un ordine di grandezza: fra tre e sei miliardi di euro secondo Europol, fra duecentonovanta e trecentosettanta milioni di dollari per tutto il Mediterraneo centrale nel 2023 secondo l’Unodc. Non è la stessa cosa. Dall’altro lato il denaro pubblico. La missione di bilancio italiana sull’immigrazione vale tremilacentottantadue milioni di euro nel 2026. A metà ottobre 2025 erano in accoglienza centoquarantaduemilanovecentosettanta persone. I famosi trentacinque euro al giorno non li prende il migrante: sono la base d’asta di una gara al massimo ribasso che finisce agli enti gestori; al migrante arrivano due euro e cinquanta al giorno, cifra ferma dal 2018; il costo reale di un posto, secondo le tabelle ministeriali del 2025, è venticinque euro e sessanta. Per un minore non accompagnato si arriva a cento euro al giorno. Il parastato non può rinunciare a tutta questa torta.  E poi il monumento: l’Albania. Costo complessivo stimato fra seicentocinquantatré e seicentottanta milioni di euro, su cui le fonti non si accordano. Risultato al 2026: seicentottantacinque persone trasferite, centouno rimpatriate, trecentosettantanove liberate perché il trattenimento non è stato convalidato. Fanno circa quattrocentonovantacinquemila euro per rimpatriato, oltre un milione contando le costruzioni. La gestione dei centri vale trenta milioni, le navi novantacinque, e le trasferte dei funzionari duecentocinquantadue milioni in cinque anni, cioè centotrentottomila euro al giorno. Allestire un posto in Albania è costato oltre centocinquantatremila euro; a Porto Empedocle ventunomila. Aggiungiamoci il fondo europeo Fami, che porta all’Italia settecentosettanta milioni comunitari più settecentocinquantadue nazionali, e i settecentottantacinque milioni spesi in Libia fra il 2017 e il 2020 per riportare indietro cinquantamila persone, e i trecento milioni versati alla Tunisia nel solo 2023. Nessuno di questi euro è arrivato in Benue. Nessuno. Adesso la parte onesta, che serve a non farsi smontare in un paragrafo, e che scrivo malvolentieri perché mi tocca essere precisa mentre sono furiosa. Primo: gli immigrati regolari, quelli che nessuno bombarda di telecamere perché lavorano, portano un saldo positivo ai conti pubblici, più uno virgola due miliardi secondo la Fondazione Leone Moressa e più quattro virgola sei secondo l’Idos, sugli stessi dati del 2023: stesso segno, grandezza quattro volte diversa, il che dice quanto siano solidi entrambi. L’Inps conta quasi quattro milioni di lavoratori stranieri contro trecentosettantottomila pensionati, cioè dieci a uno, ma è un vantaggio demografico a scadenza, non un miracolo. Secondo: nel Mediterraneo si muore davvero, settemilanovecentoquattro persone nel 2025, oltre ottantamila dal 2014, e nel 2026 gli arrivi calano del quarantasei per cento mentre i morti aumentano del centoundici. Terzo, e questo lo dico contro la mia parte: la cifra dei settemila cristiani uccisi diffusa da un’associazione nigeriana, ricontata sui suoi stessi resoconti, si è ridotta a circa tremila, e in metà dei casi la notizia originale non diceva nemmeno la religione delle vittime; i «trecentocinquanta bruciati vivi» di Tegina sono falsi, i morti accertati sono diciotto. I nostri morti non hanno bisogno di essere moltiplicati. Hanno bisogno di essere contati. Ed è qui che il conto torna, in tutta la sua eleganza contabile. Miliardi per un dolore fotografabile, che si svolge a nove miglia dalla costa e davanti a un obiettivo. Zero per un dolore che si svolge a mille chilometri dall’ultima strada asfaltata e riguarda gente che non ha pagato il biglietto per essere compianta. E allora non chiamatela solidarietà. È un mercato, e come tutti i mercati ha un listino: la vita di chi arriva vale una diretta, la vita di chi resta non vale nemmeno una riga. Il segreto dei cristiani massacrati non è custodito in Nigeria, ma nelle nostre redazioni, nei palazi del potere e anche in quelli ecclesiastici.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6831" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/islam-senza-veli-200x300.x55482.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/islam-senza-veli-200x300.jpg 200w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/07/islam-senza-veli.jpg 348w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/18/il-martitio-dei-cristiani-massacrati/">il martitio dei cristiani massacrati</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lo scolaro non è un ambasciatore</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/14/lo-scolaro-non-e-un-ambasciatore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 11:01:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.silvanademaricommunity.it/?p=6955</guid>

					<description><![CDATA[<p>In Sassonia-Anhalt, il 6 settembre, l’AfD ha vinto le elezioni regionali con il 43,8 per cento e 39 seggi su 83: la maggioranza assoluta le è mancata per tre seggi. La CDU è crollata dal 37,1 al 17,2. L’affluenza è salita di 17,5 punti, al 77,8: non una vittoria regalata dall’astensione, ma gente che si è alzata e ha votato. Fra i capi d’accusa al partito dichiarato nazista, fascista, partito di serial killer, ci sono due proposte sulla scuola, una sui bambini stranieri che non conoscono bene la lingua e una sui bambini disabili. Conviene leggerle: la prima, come viene [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/14/lo-scolaro-non-e-un-ambasciatore/">Lo scolaro non è un ambasciatore</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p>In Sassonia-Anhalt, il 6 settembre, l’AfD ha vinto le elezioni regionali con il 43,8 per cento e 39 seggi su 83: la maggioranza assoluta le è mancata per tre seggi. La CDU è crollata dal 37,1 al 17,2. L’affluenza è salita di 17,5 punti, al 77,8: non una vittoria regalata dall’astensione, ma gente che si è alzata e ha votato. Fra i capi d’accusa al partito dichiarato nazista, fascista, partito di serial killer, ci sono due proposte sulla scuola, una sui bambini stranieri che non conoscono bene la lingua e una sui bambini disabili. Conviene leggerle: la prima, come viene raccontata in Italia, è civilissima; la seconda, può permettere riforme che portino alla civiltà. Prima proposta: i bambini che non conoscono la lingua non vanno messi nelle classi ordinarie. È giusto e sacrosanto, e non è un’invenzione dell’estrema destra: è il modello svizzero. Mio figlio ha cominciato le elementari nella Svizzera francese senza sapere bene il francese, ed è stato iscritto alla prima un anno dopo, quando la lingua la sapeva. Giustissimo. Non ha rallentato gli altri e, soprattutto, non si è sentito inadeguato. Quel ritardo è una delle ragioni della sua brillantissima carriera scolastica. Nel Canton Vaud la <em>classe d’accueil</em> è prevista dall’articolo 61 del regolamento scolastico: un anno, eccezionalmente due, con progetto pedagogico individuale, bilancio finale, uno stage di prova e poi l’ingresso nella classe regolare. È costruita per portarlo dentro, non per tenerlo fuori. Per inciso: in Svizzera ci siamo andati perché mio marito dirigeva una società italiana che al cantone portò sedici posti di lavoro, e casa e sanità ce le pagava l’Italia. Il programma dell’AfD della Sassonia-Anhalt propone anche un’altra cosa: favorire il rientro del bambino nella sua terra di origine, perché a quella terra appartiene. Il multiculturalismo è un incubo, che può prosperare solo dove le culture di origine, tedesca, italiana, francese, siano annullate a favore di immigrati privati della loro terra e della loro identità. I bambini di origine tunisina in Tunisia vivono meglio, ed è giusto prepararli. . Chiede «<em>Sonderklassen für Flüchtlingskinder</em>», classi speciali per i figli dei profughi, con tre motivazioni scritte: far capire al bambino che la sua permanenza in Germania è temporanea, giusto, un profugo deve tornare a casa sua, alla terra a cui è legato; insegnargli i programmi del suo paese, per facilitargli il rientro, ottimo; e «tenere i nostri bambini liberi dai molteplici carichi che derivano dall’insegnamento comune con bambini provenienti da culture completamente estranee», anche questo giusto. E le <em>Willkommensklassen</em> per gli ucraini sono criticate proprio perché «funzionavano solo come passaggio verso le classi regolari». Ecco la differenza, e non è una sfumatura: la <em>classe d’accueil</em> è una porta, la <em>Sonderklasse</em> è un muro, un muro che è necessario costruire perché la presenza islamica nella scuole non è compatibile con i valori democratici, a cominciare dal diritto a criticare Maometto, e perché non ha senso che le persone di origine islamica vivano fuori dai paesi islamici. Il bambino ha diritto all’istruzione, non al ruolo di ambasciatore di un futuro multiculturale che per alcuni è un paradiso e per altri un incubo in cui le ragazzine senza velo verranno insultate, come già succede, chi mangia durante il Ramadan verrà picchiato, come già succede,  e i professori che non amano Maometto decapitati, come già succede. Possiamo dire che noi europei siamo razzisti, brutti, sporchi e cattivi, e che quindi non siamo in grado di integrare nessuno, per esempio un brillante laureato in economia che schiaccia i cristiani infedeli come scarafaggi a Modena, per esempio gli studenti universitari islamici che al Bataclan hanno cavato gli occhi e tagliato i genitali ai ragazzi francesi cristiani prima di ammazzarli? In Italia la discussione la evitiamo da sedici anni. La circolare Gelmini del gennaio 2010 fissava un tetto: di norma non più del 30 per cento di alunni non italiani per classe. Poi vennero le deroghe, e il tetto non ha mai vissuto. Oggi gli alunni con cittadinanza non italiana sono oltre 930 mila, l’11,6 per cento: abbiamo lasciato decidere la demografia. Seconda proposta, e qui divido. È vero che il bambino con disabilità ha come primo scopo l’autosufficienza, mentre in una classe lo scopo è l’apprendimento. È vero che il compagno di banco è uno scolaro, non un assistente socio-sanitario: non lo ha scelto, non si è offerto volontario, non è il suo compito. È vero che possono essere bersaglio di disprezzo, e che esistono video in cui vengono maltrattati dal personale. E i numeri dicono che l’inclusione, da noi, è un’etichetta più che una pratica: 377 mila alunni con disabilità, il 4,8 per cento degli iscritti; 261 mila insegnanti di sostegno, di cui 57 mila senza specializzazione, che al Nord sono il 32 per cento; il 59,7 per cento degli alunni che cambia insegnante. Quindici ore e otto decimi a settimana, e ogni anno una faccia nuova. Non è inclusione: è un modo elegante di non fare niente. Servirebbero classi piccolissime e omogenee, con laboratori di cucina e pet therapy, e i soldi ci sarebbero se smettessimo di mantenere nullafacenti che non scappano da nessuna guerra. Il programma dell’AfD definisce l’inclusione «un esperimento fallito che va chiuso». Purtroppo è vero. E dire la verità è il primo passo per chiedere classi dedicate e finanziate e domandare risorse. Resta il punto, che vale in Germania e in Italia. Il bambino ha soltanto diritti: diritto a un’istruzione giusta per lui. Non deve fare il mediatore culturale, non deve fare l’assistente socio-sanitario. Non deve fare nulla. Deve fare il bambino. Deve imparare.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/14/lo-scolaro-non-e-un-ambasciatore/">Lo scolaro non è un ambasciatore</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sporchi brutti e cattivi a Bologna</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/10/sporchi-brutti-e-cattivi-a-bologna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 05:59:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[C’è del marcio a Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Giraudo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.silvanademaricommunity.it/?p=6946</guid>

					<description><![CDATA[<p>&#160; “Brutti, sporchi e cattivi” è un film di Ettore Scola in cui il suo disprezzo di comunista doc per i poveri, gli italiani e i cristiani: riduce i protagonisti, tutti, a subumani. Il film descrive una baraccopoli romana dove Nino Manfredi incarna un patriarca mostruoso. Immaginate se qualcuno facesse un film ambientato tra africani o asiatici. con tutti i protagonisti tutti descritti come ignobili: il livello del razzismo sarebbe evidente. Scola come Togliatti odia e disprezza il popolo italiano. La missione del regista comunista è mostrare il peggio, gonfiarlo, enfatizzarlo, così che la gente creda che la sua terra [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/10/sporchi-brutti-e-cattivi-a-bologna/">Sporchi brutti e cattivi a Bologna</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>“Brutti, sporchi e cattivi” è un film di Ettore Scola in cui il suo disprezzo di comunista doc per i poveri, gli italiani e i cristiani: riduce i protagonisti, tutti, a subumani. Il film descrive una baraccopoli romana dove Nino Manfredi incarna un patriarca mostruoso. Immaginate se qualcuno facesse un film ambientato tra africani o asiatici. con tutti i protagonisti tutti descritti come ignobili: il livello del razzismo sarebbe evidente. Scola come Togliatti odia e disprezza il popolo italiano. La missione del regista comunista è mostrare il peggio, gonfiarlo, enfatizzarlo, così che la gente creda che la sua terra sia solo corruzione e accetti di diventare una dittatura comunista come unica speranza di salvezza. I baraccati di Scola sono gentiluomini rispetto ai nostri maranza, non si filmano mentre stuprano in gruppo, non occupano le città di notte, non vandalizzano bar, ristoranti, stabilimenti balneari, piscine. Vogliono uccidere Manfredi, che è uno di loro, non rompono l’anima a noi. Ora purtroppo i baraccati sono stati sostituiti da gente che ci accoltella per strada urlando che Allah è grande, ci schiaccia con l’auto come scarafaggi, defeca nelle nostre chiese e si pulisce con i teli dell’altare, stupra le tredicenni, ma poi spiega che prova dispiacere e nessun regista, sono tutti figli di Scola e orfani di Stalin, avrà gli attributi per fare un film su questi nuovi abitanti, un vero film di denuncia, non il solito ammasso di edulcorate scemenze. “Sporchi, brutti e cattivi” è diventata una maniera di dire: indica qualcuno di totalmente spregevole, senza speranza di redenzione, e quindi uno contro cui ogni azione è lecita. La Repubblica Italiana nata dalla sconfitta inflitta ai fascisti dagli angloamericani, è un luogo dove innocenti finiscono in prigione e ci restano, dove genitori innocenti si vedono sottrarre i figli, deportati negli orfanatrofi di stato, luoghi di arbitrio totale vezzosamente chiamati case famiglia. La Repubblica Italiana ha permesso durante la cosiddetta pandemia la sospensione delle libertà più elementari incluse quella di camminare per strada, e ha imposto con la violenza l’inoculazione di farmaci sperimentai pericolosi e inutili.  Il fascismo è stato un movimento totalitario e fondamentalmente stupido che ci ha trascinato in una guerra folle. L’antifascismo permanente è un movimento criminale, che nasce dall’assassinio di innocenti, come Claretta Petacci, innamorato del comunismo quindi fondamentalmente stupido e fondamentalmente totalitario. Che la Repubblica Italiana nata dall’antifascismo sia una democrazia degna di questo nome è una scemenza che lasciamo ai film della Cortellesi. L’antifascismo è totalitario: i fascisti, i post fascisti, gli ex fascisti, ma anche chi con il fascismo non c’entra un fico, persone di destra, conservatori, chiunque non apprezzi una immigrazione che è un’invasione violenta, chiunque non condivida le poche idee della sinistra: sono tutti brutti, sporchi e cattivi, vale a dire che non hanno diritto al rispetto: si può invocare la forca a testa in giù. o un colpo di arma da fuoco. Tra gli sporchi, brutti e cattivi i redattori del Candido: questo ha permesso anche l’arresto di giornalisti che stavano dicendo la verità e quindi ha favorito il fatto che la verità sia stata nascosta. <em>C’è del marcio a Bologna</em> di Guido Giraudo è un libro sulla strage del 2 agosto 1980, quando una bomba esplose nella sala d’aspetto della stazione di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone oltre duecento. Il libro non si rivolge soltanto a chi già conosce quella stagione. Può essere letto anche da chi non sa nulla della strage, perché alterna la ricostruzione dei fatti al racconto personale dell’autore, che visse direttamente una parte di quegli avvenimenti. L’autore contesta la ricostruzione giudiziaria che ha attribuito la strage a militanti dell’area neofascista, in particolare ai NAR, i Nuclei Armati Rivoluzionari. Le sentenze definitive hanno condannato Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini e Paolo Bellini; il libro non può naturalmente cancellare quella verità processuale. Una sentenza definitiva non coincide sempre, necessariamente, con la verità dei fatti. Chiunque abbia visto una foto dopo l’esplosione si è reso contro che si è trattato dell’esplosione di un tipo di esplosivo e di un quantitativo di esplosivo di cui solo il terrorismo internazionale poteva disporre. Il libro ricostruisce le controinchieste pubblicate fra il 1980 e il 1981 dal settimanale <em>Candido</em>, diretto da Giorgio Pisan, giornalista e uomo politico della destra italiana. Quegli articoli mettevano in discussione fin dall’inizio la pista neofascista e segnalavano le anomalie relative all’esplosivo; le presenze sospette a Bologna nei giorni della strage, che indicavano la pista palestinese.  Il libro procede attraverso articoli dell’epoca, verbali, testimonianze, nomi e cronologie. Il punto fondamentale è la cosiddetta pista palestinese. L’autore ricostruisce il contesto internazionale degli anni Settanta: i rapporti fra l’Italia e le organizzazioni palestinesi, il cosiddetto Lodo Moro, i traffici di armi, la presenza del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, guidato da George Habbash, e il caso dei missili sequestrati a Ortona. In questo quadro compare Abu Anzeh Saleh, rappresentante in Italia del FPLP, arrestato nel 1979 insieme ad alcuni militanti italiani per un traffico di armi. Il volume suggerisce che la strage possa essere maturata dentro quel sistema di relazioni, ricatti, vendette e traffici internazionali. L’ipotesi che l’attentato non sia stato una strage fascista compiuta dai NAR, ma un episodio connesso al terrorismo palestinese, ai suoi rapporti con apparati italiani o a un’operazione sfuggita di mano, è una pista che il libro ritiene non solo plausibile, ma colpevolmente trascurata: chi l’ha segnalata è fisicamente finito in galera. L’autore collega questa ipotesi anche alla presenza a Bologna di soggetti internazionali legati al mondo del terrorismo eversivo, a documenti e testimonianze emersi negli anni, e alle questioni rimaste aperte sulla natura dell’esplosivo e sull’identificazione di alcuni resti umani. Non afferma che ogni dettaglio sia risolto; sostiene, piuttosto, che le domande irrisolte sono troppe per accettare senza discussione una narrazione lineare. Accanto alla ricostruzione della strage, il libro racconta la vicenda personale dell’autore, coinvolto nella pubblicazione degli articoli del <em>Candido</em>. Per avere difeso il segreto professionale e rifiutato di rivelare l’identità di una fonte giornalistica, egli fu arrestato e detenuto nel carcere di San Giovanni in Monte. Il Candido era un giornale monarchico e conservatore, non aveva niente a che fare col fascismo, ma essendo destra: faceva parte del gruppo di quelli sporchi, brutti e cattivi. Sarebbe stato possibile con un giornalista di un giornale non di destra? Immaginiamo lo stesso schema applicato a, per esempio, Ranucci Sigfrido, accolto con applauso degli di una rock star dai magistrati italiani? Queste pagine sono fra le più efficaci dell’opera: descrivono il carcere non come categoria astratta, ma come umiliazione quotidiana, sporcizia, fame, attesa, paura, perdita del tempo e nostalgia della famiglia. Il racconto personale dà carne alla materia storica. Ci ricorda che dietro le parole “inchiesta”, “imputato”, “custodia cautelare” e “segreto istruttorio” vi sono esseri umani. Vi sono padri lontani dai figli, mogli lasciate nell’angoscia, persone che possono essere schiacciate da un’accusa anche prima di una condanna. Il libro è, perciò, anche un atto d’accusa contro una giustizia più interessata a trovare un colpevole che a trovare la verità. <em>C’è del marcio a Bologna</em> non è un libro neutrale, ha una posizione politica, una voce precisa e una memoria militante, e il fatto che un libro sia schierato non significa che non sia fondamentale; spesso è proprio la voce di chi è stato escluso dalla narrazione dominante a conservare documenti, domande e prospettive che altri preferirebbero non ascoltare. La strage di Bologna rimane una ferita immensa, anzitutto per le vittime e per i loro familiari. Attribuirla ai fascisti, sporchi brutti e cattivi per antonomasia, è stata un narrazione affascinante per moltissimi, ma con troppe falle. Proprio per questo non dovrebbe essere trasformata in un monumento intoccabile, dove ogni dubbio sia considerato un’offesa. I morti hanno diritto alla verità. E proprio per questo bisognerebbe piantarla di escludere la voce di quelli sporchi, brutti e cattivi. Una democrazia decente non zittisce nessuno. E se finalmente diventassimo una democrazia decente dove tutti hanno lo stesso diritto di parola?</p>
<p>leggete <em>C’è del marcio a Bologna</em> di Guido Giraudo, e anche in Dizionario minimo per la difesa dell&#8217;ovvio, sparpagliate in giro ci sono un mucchio di notizie interessanti</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6686" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--230x300.x55482.jpeg" alt="" width="230" height="300" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--230x300.jpeg 230w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--787x1024.jpeg 787w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--768x1000.jpeg 768w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--400x521.jpeg 400w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto--461x600.jpeg 461w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/03/foto-.jpeg 1080w" sizes="(max-width: 230px) 100vw, 230px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/10/sporchi-brutti-e-cattivi-a-bologna/">Sporchi brutti e cattivi a Bologna</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Anguria e bambini con i capelli rossi.</title>
		<link>https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/10/anguria-e-bambini-con-i-capelli-rossi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvana De Mari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 05:57:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.silvanademaricommunity.it/?p=6944</guid>

					<description><![CDATA[<p>Abitavamo a Trieste. I nonni vivevano in provincia di Caserta, per la precisione a Santa Maria Capua Vetere, l’antica Capua che aveva visto la rivolta di Spartaco e dove ancora oggi sorgono le rovine di uno dei più grandi anfiteatri romani. Per arrivare dai nonni impiegavamo due giorni. Due giorni per attraversare tutta l’Italia. Non c’erano le autostrade e quindi non c’erano nemmeno gli autogrill. L’Italia era una lunghissima distesa di paesi e città, separati da strade spesso alberate, chilometri di asfalto nella calura estiva, finestrini aperti, bocca secca, sudore, mosche. E poi, gloriosamente, comparivano loro: i baracchini delle angurie. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/10/anguria-e-bambini-con-i-capelli-rossi/">Anguria e bambini con i capelli rossi.</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6950" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/bruciati-257x300.x55482.png" alt="" width="257" height="300" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/bruciati-257x300.png 257w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/bruciati-400x467.png 400w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/bruciati-514x600.png 514w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/bruciati.png 540w" sizes="(max-width: 257px) 100vw, 257px" /><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6952" src="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/bibas-300x168.x55482.jpg" alt="" width="300" height="168" srcset="https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/bibas-300x168.jpg 300w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/bibas-400x224.jpg 400w, https://www.silvanademaricommunity.it/wp-content/uploads/2026/09/bibas.jpg 738w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Abitavamo a Trieste. I nonni vivevano in provincia di Caserta, per la precisione a Santa Maria Capua Vetere, l’antica Capua che aveva visto la rivolta di Spartaco e dove ancora oggi sorgono le rovine di uno dei più grandi anfiteatri romani. Per arrivare dai nonni impiegavamo due giorni. Due giorni per attraversare tutta l’Italia. Non c’erano le autostrade e quindi non c’erano nemmeno gli autogrill. L’Italia era una lunghissima distesa di paesi e città, separati da strade spesso alberate, chilometri di asfalto nella calura estiva, finestrini aperti, bocca secca, sudore, mosche. E poi, gloriosamente, comparivano loro: i baracchini delle angurie. Ho sempre adorato l’anguria. Quei baracchini interrompevano la monotonia della strada e la stanchezza del viaggio come piccole oasi. Erano capanni tirati su alla buona dal contadino che le angurie le aveva coltivate davvero, messi quasi sempre sotto un grande albero perché almeno lì ci fosse un poco d’ombra. Davanti c’erano le panche. Sopra o accanto, un pezzo di legno dipinto: un’anguria intera, oppure un’anguria spaccata a metà, oppure, questa era la migliore, una fetta. Rosso, nero, verde e una sottile striscia di bianco: quattro colori elementari che spezzavano la strada sempre uguale e annunciavano una tregua. Ci si fermava. Il coltello entrava nella scorza con quel piccolo schiocco inconfondibile e appariva la polpa rossa, fresca, grondante. L’anguria levava la fame e levava la sete. Sembrava levare persino il caldo. Qualche moneta finiva nelle mani del contadino, mentre sotto l’albero un filo di brezza asciugava il sudore e ci dava una mano nella nostra interminabile guerra contro le mosche. Poi si ripartiva. Per me l’anguria è rimasta per decenni questo: l’estate, l’infanzia, la strada per andare dai nonni, l’Italia prima delle autostrade, una sosta all’ombra di un albero e la felicità semplicissima di una fetta rossa tenuta con tutte e due le mani. Mi piace moltissimo l’immagine con quei quattro colori, nonostante le mei modestissime capacità avevo imparato a riprodurre la fetta dell’anguria all’uncinetto per metterla sulle magliette. Poi qualcuno ha trasformato anche quella immagine. Negli ultimi anni l’anguria è stata adottata nelle manifestazioni e nella comunicazione che fingono di essere filopalestinesi e sono invece odio per Israele, la nazione che secondo i buoni dovrebbe essere distrutta dal fiume al mare. , I suoi colori richiamano quelli della bandiera palestinese e aggirano il divieto in alcune manifestazioni a esporla. Non riesco più a separare quel simbolo dalle immagini del 7 ottobre, dagli israeliani assassinati e rapiti, dalle atrocità commesse da Hamas. Mi è stata sottratta persino l’anguria. Quella fetta rossa che per me significava soltanto estate e infanzia ora mi richiama qualcosa che detesto. Posso continuare a ricordare il sapore, il fresco sotto gli alberi, mio padre che fermava la macchina, il contadino che prendeva le monete, le mosche che finalmente ci lasciavano un poco in pace. Ma non riesco più a guardare allo stesso modo la sua immagine. È una cosa minuscola davanti ai morti, agli ostaggi, alle famiglie distrutte. Eppure è anche così che la violenza entra nella memoria: occupa le immagini innocenti, cambia il significato delle cose, sporca perfino i ricordi che credevamo intoccabili. Io adoravo l’anguria. Adesso odio ciò che la sua immagine è arrivata a rappresentare per me. E forse è proprio questo che trovo insopportabile: che persino un pezzo della mia infanzia sia stato trascinato dentro un atroce pogrom. Porto nel cuore ai bambini Bibas, porto nel cuore i loro capelli rossi, Parto nel cuore il viso bellissimo della loro mamma il giorno del suo matrimonio e il viso bellissimo della loro mamma mentre angosciata disperata viene trascinata via insieme ai suoi bambini dalle belve di Hamas. Avevano appena assassinato i suoi genitori sotto i suoi occhi. Porto nel cuore i bambini Bibas. Ariel, quattro anni, e Kfir, nove mesi quando fu rapito. I due fratellini israeliani dai capelli rossi diventati il simbolo di qualcosa che avremmo preferito non sapere possibile.Dovrebbe esistere un punto oltre il quale la propaganda tace, le bandiere si abbassano e rimane soltanto la pietà. Non è successo. Quando le bare dei bambini Bibas furono riconsegnate, la macabra cerimonia organizzata da Hamas trasformò persino la restituzione dei morti in propaganda. I bambini palestinesi con i loro vestitini migliori ballavano e cantavano felici sulle bare dei due bimbetti ebrei. Ed è qui che penso agli altri bambini che porto nel cuore: i bambini palestinesi. Perché un bambino non nasce odiando. Non nasce desiderando la morte di un altro bambino. Non nasce sapendo che cosa sia un ebreo, un arabo, un confine, una rivendicazione territoriale, una guerra santa. Qualcuno deve insegnarglielo. Qualcuno deve prendere quella materia meravigliosamente informe che è la mente di un bambino e versarci dentro l’odio. È questo il crimine che mi ossessiona. Non soltanto mettere i bambini in pericolo facendone gli scudi umani di una guerra ignobile. Non esistono foto dei bambini palestinesi nei rifugi antiaerei: a loro sono vietati. È stato verbalizzato dai capi di Hamas che la loro morte, enfatizzata da Hamas in numeri assurdi e ulteriormente aumentata dagli odiatori , è necessaria alla causa della distruzione dello stato di Israele. Hamas non fermerà fino a quando non la avrà realizzata. Ai bambini palestinesi rubano l’anima. Hamas ha costruito la propria propaganda sulla loro morte e sulla militarizzazione dell’infanzia, sull’esaltazione del martirio e sulla trasformazione dell’odio per Israele in educazione. Quando un bambino viene abituato a considerare gloriosa la morte dell’altro, la prima vittima è lui. Gli hanno rubato qualcosa che forse non gli restituirà più nessuno. Per questo provo pietà per i bambini palestinesi. Pietà autentica, non quella fotografica e intermittente di chi li adopera come argomento politico. Hanno diritto a vivere da persone, senza cantare canzoncine dove fanno il gesto di sgozzare l’ebreo. Hanno diritto a giocare, non a imparare a sparare, devono avere sogni che non siano “ poter uccidere almeno un ebreo, molto meglio tanti ebrei”, come rispondono quando qualcuno domanda i loro sogni. Hanno diritto a non essere educati pensando che la massima realizzazione della loro esistenza sia morire ammazzando qualcun altro. E considero terribile ogni adulto, palestinese o occidentale, che romanticizzi questa cultura del martirio. Una madre dovrebbe desiderare che suo figlio le sopravviva. Dovrebbe desiderare che diventi medico, falegname, musicista, ingegnere, padre. Le madri palestinesi rilasciano interviste in cui dichiarano che sognano che i loro figli muoiano assassinando ebrei. Quando una società arriva invece a celebrare il bambino destinato al sacrificio, qualcosa di profondissimo è stato rovesciato. Il bambino soldato è già un abominio. Il bambino educato a diventare terrorista suicida è l’abominio portato alla perfezione. Non riesco a chiamare “pro-palestinese” chi giustifica, minimizza o trasforma in folklore questa educazione all’odio. Essere dalla parte dei bambini palestinesi dovrebbe significare pretendere per loro scuole senza antisemitismo, libri senza glorificazione degli assassini, televisioni senza martiri offerti come modelli, governanti che investano nel loro futuro invece che nella guerra perpetua. Significa volere che un bambino palestinese guardi un bambino israeliano e veda semplicemente un altro bambino, non un bersaglio, l’usurpatore, il nemico ereditario. Provo per i bambini palestinesi una pietà immensa. Hanno diritto a essere liberati da Hamas, dall’antisemitismo e da tutti gli adulti che hanno bisogno che quella guerra non finisca mai. Ci sono molti modi di uccidere un bambino. Si può uccidere il suo corpo. Si può distruggere la sua casa. Ma si può anche insegnargli, giorno dopo giorno, che il suo valore dipende dalla quantità di odio che riuscirà a portare dentro di sé. Gli si può rubare l’infanzia e chiamarla resistenza. Gli si può rubare il futuro e chiamarlo martirio. Gli si può insegnare a festeggiare la morte di un altro bambino e chiamarlo liberazione. Dio accolga Ariel e Kfir Bibas. Gli idioti, gli antisemiti che giustificano il loro odio come compassione selettiva,  strappavano le loro foto come lo foto degli altri ostaggi. Dio accolga tutti i bambini assassinati il 7 ottobre, i tre bellissimi bambini bruiati viv i davanti agli occhi dei genitori. Ci resta la loro foto. Dio protegga i bambini palestinesi morti in questa guerra: grazie agli sforzi dell&#8217;esercito israeliano sono pochi, meno che in qualsiasi altra guerra, ma ci sono. E Dio protegga quelli ancora vivi soprattutto da chi pretende di amarli mentre insegna loro a odiare.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it/2026/09/10/anguria-e-bambini-con-i-capelli-rossi/">Anguria e bambini con i capelli rossi.</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.silvanademaricommunity.it">Silvana De Mari Community</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using disk: enhanced 

Served from: www.silvanademaricommunity.it @ 2026-10-05 15:32:42 by W3 Total Cache
-->