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Modena e dintorni. L’orgoglio, la paura e il coraggio dell’Occidente

By Silvana De Mari
22 Maggio 2026
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C’è una parola che l’Occidente ha smesso di pronunciare: realtà, la realtà di chi adora assassinarci. Noi europei, tanto accoglienti e inclusivi, abbiamo preferito raccontarci una fiaba, la fiaba del dialogo, una bella fiaba dove il drago è in fondo una brava persona, qualcuno con cui fare un affidabile compromesso, perché lo rispetterà. I vili amano appassionatamente la fiaba rassicurante secondo cui ogni estremismo, in fondo, può essere addomesticato con trattati, conferenze, e tanta accoglienza. In realtà è una fiaba idiota che pensa di addomesticare un sistema ideologico che ha alla sua base un libro su cui è scritto “Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate” (Corano, 2:191), e alla sua origine un uomo che ha imposto la fede con la spada e ha ordinato ai suoi seguaci di conquistare militarmente il mondo. Guardate una carta geografica: dal Marocco all’Indonesia è tutto Islam e ovunque sia arrivato, al di fuori dell’Arabia Saudita, ci è arrivato con il ferro, il fuoco e il dolore e distruggendo le civiltà precedenti con una tale ferocia che ne abbiamo perso memoria: chi ricorda che la Siria è la seconda culla della Cristianità, che il Nord Africa era cristiano, verde e civilissimo, che l’Anatolia era l’Impero Romano d’Oriente, Istambul era Costantinopoli? L’ultimo nucleo di cristiani, gli armeni, sono stati macellati durante la prima guerra mondiale nell’indifferenza del mondo, con un mondo che oggi tollera la tracotanza turca, l’intollerabile impudenza del governo turco che nega il genocidio e parla con orgoglio dell’invasione di Costantinopoli, fatta con le armi e la ferocia, che nel giro di quattro secoli ha ridotto a zero la popolazione cristiana. Il governo turco parla con orgoglio dell’invasione dell’Europa fatta con gli immigrati, mentre noi idioti non solo non abbiamo chiuso le frontiere a chi ricorda con orgoglio di aver massacrato gli armeni, ma ci rimproveriamo anche di non essere abbastanza inclusivi, abbastanza accoglienti. Chi ricorda che l’Afganistan è una culla del Buddismo, chi ricorda che il Bangladesh è una culla dell’Induismo, da cui 10 milioni di induisti sono stati cacciati nel 1971, la più numerosa pulizia etnica mai avventa al mondo, cacciati con violenze bestiali, uomini castrati perché non circoncisi, donne stuprate, bambini con il cranio fracassato. Il Libano era cristiano e civilissimo, la Svizzera del Medio Oriente, prima che le belve dell’OLP lo riducessero a una cloaca, la rampa di lancio dei missili di Hezbollah. Dal Marocco all’Indonesia è tutto Islam, meno i 19000 chilometri quadrati senza una goccia di petrolio del minuscolo Stato di Israele (più piccolo del Piemonte), fondato da uomini e donne con un coraggio da leoni, gli unici che dal Marocco all’Indonesia hanno osato riconquistare la terra dei padri, per questo considerati belve da tutti gli zuzzurelloni che beano la loro vigliaccheria con la bandiera di Hamas. Il pargolo di Modena, giovane laureato con il cuoricino spezzato per non essere stato accolto e coccolato da un quantitativo di coccole da lui considerato sufficiente, ci dicono non far parte di nessun movimento armato organizzato: l’Islam è un movimento armato organizzato, dove ogni vero islamico è una cellula dormiente. Ci spiegano sempre che il terrorista di turno è un pazzerello isolato, ma nessuno si domanda mai perché i pazzerelli non siano mai buddisti, induisti, scintoisti. Nessuno si chiede mai se ci sia un qualche rapporto tra l’essere terroristi e l’ordine del Corano di terrorizzare e uccidere gli infedeli. Molti mi diranno che la maggior parte degli islamici non uccide e non terrorizza nessuno. Certo, esattamente come la maggior parte dei cattolici non va in chiesa e spesso convive. Si tratta di persone che non eseguono gli ordini della propria religione. Aspettiamo con serenità, perché ormai il copione lo conosciamo. È un rito civile, una liturgia mediatica, una processione di indignazioni selettive e assoluzioni automatiche. Cambiano il luogo, i morti, il sangue sull’asfalto; restano identici i toni, le parole d’ordine, i professionisti della spiegazione morale. Così, dopo la strage di Modena, sono già partite le analisi che vengono sempre “da lontano”. Nulla nasce davvero oggi, ogni lama, ogni ruota, ogni colpo, ogni massacro è soltanto l’ultimo anello di una genealogia infinita che conduce inevitabilmente altrove: ai confini, alle occupazioni, alle colpe occidentali sedimentate nella storia, in discriminazioni, marginalità, radicalizzazioni indirette, razzismi sistemici, colonialismi di ritorno e periferie esistenziali, che però fanno la bua solo al cuoricino degli islamici. Il vero pericolo, adesso, è la nostra reazione, ci spiegano: è importante comprendere, contestualizzare, restituire alla complessità, “non cedere all’odio”, gli appelli a “restare umani”, le tavole rotonde sulla convivenza, le veglie con le candele ecologiche e gli slogan prefabbricati. Già spiegano il collegamento simbolico con Gaza, lo spiegano quelli per cui il colpevole non è mai chi colpisce, ma chi ha creato le “condizioni culturali” affinché qualcuno colpisse. Il qualcuno che colpisce il libero arbitrio quindi non ce l’ha? “Non strumentalizzare”, “non generalizzare”, “non alimentare tensioni” sono frasi che non suonano nemmeno nobili, che sono solo tende tirate troppo in fretta dai vigliacchi che credono che la realtà, se non la guardi in faccia, scomparirà. Perché in fondo il punto non è Modena, non è nemmeno la strage. Il punto è chi ha il diritto di essere vittima senza condizioni e chi invece deve prima superare un esame ideologico per meritare pietà. E allora resta soltanto una domanda, la più semplice e forse la più scandalosa: siamo ancora capaci di chiamare il male col suo nome? Gli insegnanti che hanno costretto i loro studenti a stare con i piedi bagnati e nudi – perché nella loro testolina politicamente corretta questa è la condizione degli energumeni che spendono dai 5000 agli 8000 dollari a testa per venire a schiavizzare l’Italia – tengono anche corsi sull’uso del machete, del coltello, dell’auto sui passanti? A meno che, in un Occidente senza più orgoglio, non si risvegli la collera. Il punto siamo noi. La nostra stanchezza morale. La nostra incapacità di chiamare le cose con il loro nome. E quando una civiltà perde il coraggio delle parole, prima o poi perde anche quello della libertà. I buoni ci spiegano che la collera è una cosa cattiva, da gente sporca, brutta e cattiva. E qui hanno ragione, noi eravamo sporchi, brutti e cattivi. Questa è la terra che ha visto la vittoria di Poitiers. Questa è la terra da cui sono partite le navi per Lepanto. Questa è la terra che ha visto gli Ussari Alati di Polonia con una cavalcata leggendaria dal monte Kalemberg spezzare l’assedio ottomano di Vienna. Questo è il continente dove sono state scritte le leggi che hanno vietato lo schiavismo. Questa è la terra schiavizzata da otto secoli di pirateria saracena, che il nome di Cristo e al suono delle campane ha combattuto per la libertà e l’ha salvata. L’Islam ha spazzato via il Cristianesimo dal Nord Africa, dall’Anatolia che era l’Impero romano d’Oriente, da Istanbul che si chiamava Costantinopoli, dalla Siria dove ci sono le 300 chiese più antiche. Il Cristianesimo ha resistito solo qui in Europa, e ha resistito perché ci siamo noi che siamo, anzi eravamo, sporchi brutti e cattivi. Nella costituzione dell’identità europea ci sono quattro elementi: la spiritualità biblico-evangelica (l’aria), la filosofia greca (l’acqua), il diritto romano (la terra). Certo, ma questi tre pilastri c’erano anche in Nord Africa e in Siria, che non hanno resistito. Noi abbiamo un quarto elemento: il fuoco, ossia la violenza e la ferocia dei barbari. Noi siamo una civiltà spirituale, duttile, pragmatica e anche violenta. I barbari sono stati una componente essenziale della civiltà europea: una chiesa romanica non somiglia per nulla a un tempio greco o romano. E come giustamente hanno sottolineato Benedetto Croce e Claude Lévi-Strauss, è stato grazie al fatto che siamo sporchi, brutti cattivi che noi, con la violenza e la ferocia dei barbari, abbiamo retto lo scontro con l’Islam e abbiamo contrattaccato. Quindi potrebbe essere venuto il momento di mandare all’inferno tutti i nostri critici, tutte le anime candide e tanto buone, e ritornare sporchi brutti e cattivi: gente che è in grado di impugnare l’ascia, o il suo corrispettivo attuale, per difendere le croci e le chiese, per difendere la libertà propria e dei propri figli. A cominciare dalla libertà elementare di camminare per strada senza avere il terrore di essere schiacciati come scarafaggi.

 

nel Dizionario per la difesa dell’ovvio c’è anche la voce Islma

chi ne desidera una copia con dedica sciva a silvana.demari53@libero.it

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Nell’ora dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario. (G. Orwell)

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