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Una bambina sola in ospedale. E nessuno ha chiamato la mamma.

By Silvana De Mari
11 Maggio 2026
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C’è una bambina. La sua famiglia è la famiglia del bosco. .Due giorni fa, di notte è stata portata al pronto soccorso con una crisi respiratoria. Non riusciva a respirare. La mamma non è stata avvertita. Fermiamoci un momento su questo. Una bambina che non respira. Una bambina che guarda in faccia qualcosa che assomiglia alla morte. Il terrore che nasce da una crisi respiratoria è assoluto. E non è stata chiamata la persona che più di tutti nel mondo intero avrebbe potuto calmarla, restituirle il senso che esisteva ancora un posto sicuro per lei. La mamma non è stata avvertita. Non è stata ammessa. Questa bambina è una delle cosiddette “bambine del bosco”, affidata a una struttura, deportata dalla sua famiglia per colpe talmente impalpabili che non ci sono nelle pagine e pagine di relazione di “esperti”, insieme ad aggettivi completamente privi di un senso condivisibile, come inadeguato e rigido, . Vive in un orfanatrofio di stato, negazione di casa e negazione di famiglia chiamato con linguaggio orwelliano “casa famiglia”, uno scempio della verità paragonabile solamente a “Il lavoro fortifica l’anima e il corpo”. scritto per la prima volta sul portale della cellula madre dei luoghi di deportazione, il Gulag alle isole Solovki, il primo campo di concentramento creato da Lenin nel 1919, e imitato in seguito su altri luoghi di deportazione. La casa famiglia non è una famiglia e non è una casa. È una struttura profumatamente pagata con le tasse di esausti contribuenti con una sanità sempre più allo sfascio, gestita da persone che lo Stato non ha nemmeno scelto, tizi che non hanno mai fatto nessun concorso, con competenze che non si sa quali siano e che non hanno mai subito esami per verificarne la salute mentale, il che è bizzarro tenendo presente che a questi tizi si danno in mano dei bambini, bambini indifesi, visto che sono stati strappati alle famiglie. Nelle case famiglia si mangia cibo statale e ci sono tizi assunti da una qualche cooperativa, che secondo i servizi sociali e giudici sono perfettamente in grado di fare le veci di chi quella bambina l’amava davvero, anzi sono meglio. La bambina è stata dimessa dopo due ore. Questo dato, clinicamente, è importante. Non aveva una polmonite. Non aveva un’infezione in corso. Nulla di organico rilevabile che giustificasse quella difficoltà respiratoria acuta. Il che, per chiunque abbia una formazione medica, orienta immediatamente verso una diagnosi: crisi respiratoria psicogena. Vale a dire: il corpo di quella bambina ha smesso di respirare normalmente perché la sua mente era in uno stato di terrore o di trauma insostenibile, generato dall’averla deportata dalla sua famiglia “inadeguata e rigida” (inadeguata rispetto a cosa? A quale standard? Stabilito da chi, su che basi? Rigida su quali principi? Forse i principi religiosi e le istanze LGBT come già era successo a Bibbiano?)  Il corpo non mente. I bambini non simulano le crisi respiratorie. Il corpo accusa il colpo, quando il corpo parla al posto della voce, dato che la voce non può essere espressa, perché non c’è la mamma per ascoltate, la bambina è stata deportata tra estranei. Per quegli estranei quella bambina, nella migliore delle ipotesi, è lavoro. Una crisi psicogena non nasce dal nulla. Nasce da qualcosa che la psiche non riesce a contenere. Nei bambini allontanati dalla famiglia, la soglia del trauma è già strutturalmente abbassata: sono creature che hanno già vissuto la perdita improvvisa del loro mondo, che si svegliano ogni mattina in un letto che non è il loro, che guardano adulti che non li conoscono e che non li hanno scelti per amore. Per quegli adulti lo ripeto nella migliore delle ipotesi loro sono lavoro. Questa condizione di base li rende vulnerabili a qualunque ulteriore aggressione alla loro psiche, che sia un gesto, una parola, una scena, un abuso. Deportarla dalla sua famiglia in mezzo a estranei a mangiare cibo statale è sicuramente un abuso gravissima. Un crisi respiratoria può fare pensare anche ad abusi più specifici, per esempio un abuso sessuale. Un’ampia letteratura medica riporta questa possibilità. Sto dicendo quello che ogni medico responsabile è tenuto a dire: quando un bambino allontanato dalla famiglia presenta una crisi psicogena grave, tra le ipotesi da escludere c’è l’abuso sessuale. Non per alimentare il panico, ma per il motivo opposto: per escluderlo con certezza, bisogna cercarlo. È un obbligo clinico e deontologico. È la medicina che si fa, non quella che si racconta ai convegni. La sintomatologia respiratoria acuta psicogena nei bambini vittime di abuso sessuale è documentata nella letteratura medica internazionale. Non è una suggestione. Non è una caccia alle streghe. È una voce tra le altre da ascoltare, da verificare, e, si spera con tutto il cuore, da mettere a tacere con una diagnosi negativa. Ma quella diagnosi, per esistere, deve essere cercata. L’Italia ha un sistema di protezione dei minori che nella sua architettura formale è priva della logica del controllo: nessuno controlla, tutti danno per scontato la strampalata teoria che per il solo fatto di essere giudice assistente sociale, psicologo o educatore, una persona sia retta, equilibrata e adatta a occuparsi di bambini, che ogni verifica sia inutile, anzi offensiva . Assistenti sociali, giudici tutelari, case famiglia, educatori: una rete che in teoria dovrebbe avvolgere e custodire i bambini più fragili o spesso bambini normalissimi resi fragili dalla deportazione. In pratica, questa rete ha maglie larghe. A volte larghissime.  I dati esistono, e non vengono da blog complottisti. Vengono dai tribunali, dalle procure, dagli articoli di cronaca che ogni tanto, troppo raramente, perché un unico caso sarebbe già intollerabile, bucano l’indifferenza dell’opinione pubblica. Educatori denunciati per violenza sessuale su minori ospiti delle loro strutture. Operatori indagati. Procedimenti aperti in più regioni. Dati sicuramente approssimati per difetto, perché il bambino deportato non può confidarsi con nessuno, è la vittima ideale. Non si tratta di eccezioni così rare da poter essere liquidate come anomalie statistiche. Si tratta di un pattern che dovrebbe imporre una riflessione seria, strutturale, urgente. Chi lavora a contatto quotidiano e notturno con bambini sottratti alle loro famiglie, bambini già traumatizzati, già spaventati, già silenziosi di un silenzio che spaventa, deve essere selezionato con criteri rigorosi. Deve essere monitorato continuamente. Deve essere sottoposto a verifiche psicologiche periodiche, a verifiche continue sul materiale che ha su computer e cellulare. I computer e i cellulari dei cosiddetti educatori che sono stati a contatto con la piccola del bosco, devono essere esaminati immediatamente, come le loro case. Tutti loro devono essere sottoposti subito a visita neuropsichiatrica che ne dimostri l’idoneità a stare con i bambini. Dovrebbero anche essere licenziati immediatamente, visto che sono stati talmente poco capaci nella loro opera di accudimento, che una bambina è finita in pronto soccorso con una crisi di dispnea psicogena. Tutti gli educatori devono essere monitorati con visite psichiatriche periodiche e attenzione mirata su computer, cellulari e beni personali che devono essere periodicamente indagati alla ricerca di eventuali tracce di pedopornografia. Non perché tutti siano colpevoli di qualcosa. Ma perché il bambino affidato a quella struttura è completamente disarmato, e la sua impotenza è totale e imposta dallo stato. Un bambino deportato,  uso questa parola volutamente, perché descrive con esattezza la brutalità del processo, è un bambino che ha già imparato che gli adulti fanno quello che vogliono. È un bambino che ha già smesso di credere di poter dire no. La sua psiche è stata attraversata da una violenza istituzionale, per quanto forse ben intenzionata nelle intenzioni di alcuni singoli, spesso intontito da psicofarmaci, e tutto questo lo lascia più esposto, a ulteriori violazioni. E poi non meno urgente, occorrono leggi che tutelino i bambini e le loro famiglie. Leggi da fare subito.

 

ps: nessuno dei medici “pediatri” dell’ospedale ha pensato di pretendere la presenza della madre, per il bene della ambina? Complimenti colleghi! La pediaria italiana che si fa dettare i programmi vaccinali da giganti del pensiero scientifico come Obama, Renzi e Lorenzin, che con entusiasmo ha iniettato in bambini i vaccini covid benchè sconsigliato nelle stesse schede tecniche,  non perde occasione per coprirsi di gloria.

 

Per avere una copia de Il dizionario per la difesa dell’ovvio con dedica e copia omaggio de La ballata dei bambini senza nome scrivere a silvana.demari53@libero.it

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Nell’ora dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario. (G. Orwell)

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