Menzogna e verità

In una sua novella, Karen Blixen racconta la parabola inquietante della “strega della menzogna”. È una notte di tempesta: tuoni, grandine e pioggia flagellano un villaggio spaventato. Alla porta di una taverna bussa una donna infreddolita. Chiede riparo. Qualcuno la riconosce: è una strega. Il locandiere, temendo sciagure, le nega l’ingresso. È un errore fatale. Perché chi detiene un potere – reale o simbolico – non andrebbe mai umiliato con leggerezza.
Respinta, la strega lancia il suo maleficio: da quel momento, ogni menzogna pronunciata diventerà verità. Non una punizione spettacolare, ma una sottile e spietata torsione del linguaggio contro chi lo usa per convenienza.
Il vecchio avaro che, per non dividere i propri beni, si è sempre proclamato povero, si ritrova davvero senza nulla. La donna che, per interesse, dichiarava amore a un uomo ricco, scopre di esserne sinceramente innamorata proprio quando la ricchezza svanisce. Il ricco – che è anche l’avaro – perde ogni avere. Il giovane povero che millantava benessere per conquistare la ragazza amata diventa realmente benestante. E la madre che rassicurava il figlio malato dicendogli che stava guarendo, vede la propria bugia trasformarsi nel più dolce dei miracoli: il bambino guarisce.
Il sortilegio non distingue tra menzogna egoista e menzogna pietosa. Agisce con matematica coerenza, rivelando l’ambivalenza morale della parola. La lingua, che spesso pieghiamo per difenderci o per manipolare, diventa improvvisamente creatrice di realtà. E ciò che diciamo – per calcolo, per paura o per amore – si materializza.
Il racconto di Blixen non è soltanto una favola morale; è una riflessione sul potere performativo del linguaggio. Ogni società vive immersa in narrazioni: definizioni, slogan, etichette. Le parole non descrivono soltanto il mondo, lo modellano. Nel villaggio colpito dalla maledizione, le identità si ristrutturano in base alle dichiarazioni pronunciate. La maschera diventa volto.
Immaginare oggi il passaggio della strega della menzogna tra noi significa interrogarsi sulle conseguenze delle nostre affermazioni pubbliche. Viviamo in un tempo in cui le parole corrono veloci, amplificate dai media e dai social network. Si accusano governi di trasformare i centri di permanenza per il rimpatrio in “lager”; si parla di “genocidio” nei conflitti contemporanei; si evocano immagini estreme per rafforzare una posizione politica o morale.
Se la maledizione colpisse il nostro presente, ogni iperbole diverrebbe fatto compiuto. Ogni parola usata come arma si trasformerebbe in realtà. Chi parla con leggerezza di campi di concentramento vedrebbe sorgere davvero campi di concentramento. Chi denuncia uno sterminio senza le prove e la ponderazione che termini simili richiedono si troverebbe davanti allo scenario evocato. Sarebbe un mondo in cui l’enfasi si paga con la concretezza degli eventi.
La forza inquietante della novella sta proprio qui: nel suggerire che la responsabilità della parola è già, in fondo, una forma di magia. Non abbiamo bisogno di una strega per sapere che le parole possono distruggere reputazioni, accendere conflitti, generare odio o, al contrario, guarire ferite invisibili. La madre che mente al figlio per infondergli speranza incarna il lato luminoso del linguaggio; l’avaro che si finge povero, quello oscuro.
Blixen sembra ammonirci: prima di parlare, chiediamoci se saremmo pronti ad abitare il mondo che le nostre parole costruiscono. In un’epoca di polarizzazioni e slogan, questo interrogativo appare più urgente che mai. Perché se è vero che le nostre menzogne non si trasformano letteralmente in realtà, è altrettanto vero che, ripetute abbastanza a lungo, finiscono per plasmarla. E allora la strega della menzogna non sarebbe una creatura fantastica, ma l’ombra che accompagna ogni discorso irresponsabile.






