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Il convitato di pietra

By Silvana De Mari
17 Giugno 2026
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L’espressione “convitato di pietra” designa, nel linguaggio comune e nel discorso pubblico, una presenza ingombrante e determinante che, pur essendo percepita da tutti, rimane inespressa o deliberatamente taciuta. L’origine della locuzione risale al mito di Don Giovanni, reso celebre soprattutto dall’opera Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart, libretto scritto dal leggendario Lorenzo Da Ponte. Per questo motivo, il convitato di pietra continua ad essere una delle metafore più efficaci per descrivere il rapporto tra ciò che viene detto e ciò che, pur determinando gli eventi, resta ostinatamente nel silenzio. Nella festa del 2 Giugno c’è stato un ciclopico convitato di pietra. Il 2 Giugno è una di quelle rare occasioni nelle quali l’Italia, per qualche ora, sospende il proprio esercizio preferito – la divisione – e si concede il lusso dell’unità. Le bandiere sventolano senza polemica. Persino i partiti, almeno in apparenza, accettano una tregua. Così è stato anche nell’ottantesimo anniversario: una celebrazione accurata, solenne, ovviamente retorica, inevitabilmente pedagogica nel suo richiamo ai fondamenti della comunità nazionale. Sul Colle, sembrava prevalere quel sentimento raro che gli italiani provano soltanto in certe occasioni: il desiderio di riconoscersi in qualcosa di comune. Purtroppo il desiderio di riconoscersi in qualcosa di comune non può appartenere ai moralmente superiori, che per nessun motivo possono avere qualcosa in comune con i “ moralmente inferiori”, per non dire direttamente feccia. Fino a un certo punto siamo andati apparentemente benino, per mezza giornata abbiamo dato l’impressione di un Paese normale, di un Paese dove a un certo punto finiscono anche le guerre e le guerre civili e si può parlare di altro, un Paese che ricordi tutti i suoi figli e pianga tutti i suoi morti. E invece no, i moralmente superiori non potevano permetterlo. Nessuna polemica chiara, ma un qualcosa di più sottile e, per questo, più rivelatore: un’omissione nel discorso della signora Paola Cortellesi. In ottant’ anni di storia repubblicana, abbiamo prodotto così poca cultura e così poche idee, che il massimo che siamo riusciti a mettere insieme è la signora Paola Cortellesi, che ha raccontato questi otto decenni come una battaglia delle donne. In otto decenni non abbiamo avuto altro? In effetti di omissioni nel discorso della signora Cortellesi ce ne sono state moltissime. Paola Cortellesi sale sul palco del 2 giugno e ricorda ad un Paese, nato dopo guerra, dittatura, fame e resistenza: come dimenticarselo. Ha ricordato le donne seviziate e trucidate dai nazifascisti, ma elegantemente dimenticato quelle seviziate e uccise dai partigiani rossi in quanto si trattava di donne che avevano avuto solo la sventura di essere mogli o figlie o madri di persone coinvolte in un regime che, essendo durato venti anni, aveva coinvolto molte persone. A volte erano anche personalità del mondo antifascista e anticomunista, che i partigiani comunisti eliminavano perché, come avevano combattuto il fascismo, avrebbero combattuto anche il comunismo. I partigiani comunisti sono stati massacratori della divisione Osoppo e gli artefici del cosiddetto “triangolo della morte”, un luogo tra Modena e Reggio Emilia in cui la gente è stata uccisa e data in pasto ai maiali, e tra loro le donne non sono state poche. Non ricordando quelle donne da loro seviziate e uccise, a volte ragazzine quattordicenni, la signora Cortellesi ha compiuto il gesto ignobile di calpestare la loro morte e il loro dolore. Non ha ricordato le cosiddette “marocchinate”. Non ha nominato il fatto che l’antifascismo nasce con il cadavere impiccato per i piedi di Claretta Petacci, il cui assassinio non è mai stato perseguito penalmente, come prova tangibile dello sfregio per le donne e per il loro corpo. I gerarchi nazisti sono stati ben più colpevoli di Mussolini, ma hanno avuto diritto a un processo, perché la Storia ha diritto a un processo, e le loro donne sono state lasciate in pace. La signora Cortellesi, non ricordandola, ha calpestato le sevizie e la morte di una giovane donna uccisa barbaramente senza processo. Il cadavere di Claretta Petacci, impiccata per i piedi, ci ricorda che il fascismo, che ha ucciso, stuprato e storpiato mentre era al potere,  ha fatto schifo e che altrettanto ha fatto l’antifascismo nella sua parte stalinista, che ha ucciso, stuprato e storpiato quando non era neanche al potere. Il fascismo è morto da 80 anni, ma l’antifascismo stalinista è purtroppo vivo e continua a bearsi del linciaggio di Mussolini, che ha privato la Storia del suo processo, e del linciaggio di una giovane donna che non aveva commesso crimini e continua a minacciare la stessa sorte ghignando a persone elette dal popolo che loro disprezzano.  Quando è che maturiamo il diritto a qualcosa che non faccia schifo? Quando è che i morti seppelliranno i morti e potremo cominciare a non essere sempre impaludati in una storia sporca di ottant’anni fa? La signora Cortellesi parla di voto alle donne, ma sarebbe forse stato carino ricordare che negli anni venti la proposta di voto alle donne fu bocciata da socialisti e liberali nel timore che avrebbe avvantaggiato i partiti cattolici. Poi la signora Cortellesi fa un rapido ripasso di come il fascismo considerasse la donna: moglie, madre e arredamento del focolare mentre i maschi potevano divertirsi tanto, scaraventati in una guerra assurda, mentre si trascinavano sulle piste del deserto o le nevi sovietiche con armi obsolete. Il fascismo non fu un movimento conservatore, certamente non un movimento di destra (Churchill e De Gaulle erano conservatori e di destra, e lasciavano le donne in pace a casa loro, ai loro focolari), ma un movimento rivoluzionario di derivazione marxista, cioè iperstatalista, e con il fanatismo dello sport e delle armi: le ragazze erano costrette a fare le Giovani Italiane, dai 14 ai 17 anni, con una preparazione sportiva e paramilitare. Comunque nelle università dell’Italietta fascista si sono laureate Rita Levi Montalicini e Margherita Hack. La signora Cortellesi non ha citato il fatto che oggi su 4.000 suicidi l’anno in Italia, 3.200 siano di maschi, che abbiamo 1.000 morti sul lavoro l’anno che al 99% sono maschi, i maschi guadagnano più delle donne, ma le donne spendono moto di più, basta guardare le vetrine, al 70% sono indirizzate a noi, ci sono borsette che costano quanto un trattore. La signora Cortellesi non ha parlato della più immonda e atroce delle violenze contro le donne: i figli strappati a madri incolpevoli. La Repubblica ha equiparato marito e moglie: detto così suona benissimo, ma in realtà è stata una trappola mortale. Il potere tolto al pater familias è stato dato allo Stato: un potere enorme e spietato. Lo Stato decide le vaccinazioni e, soprattutto, manda le assistenti sociali, le psicologhe ed i giudici a distruggere senza motivo il legame più ancestrale e sacro, avendo come risultato madri incolpevoli che per anni non sanno dove siano finiti i propri figli. Sanno solo che sono stati deportati in case famiglia ossia orfanatrofi di Stato, dove sicuramente subiscono abusi, primo fra tutti la predita della madre. Ma il convitato di pietra più platealmente grosso, più indecentemente imperdonabile è stato non aver nominato la signora Meloni, primo presidente donna del nostro Paese. Non si tratta qui di discutere la figura politica di Giorgia Meloni, né di condividerne o respingerne le scelte. Che piaccia o no, che susciti consenso o opposizione, il fatto rimane. La prima presidente del Consiglio donna rappresenta una novità destinata ad entrare nei manuali e nelle cronologie istituzionali. È una circostanza che supera la persona e persino la sua parte politica. Appartiene alla storia della Repubblica molto più che alla cronaca del governo. Una ricorrenza come il 2 giugno vive di simboli condivisi e di riconoscimenti che trascendono le appartenenze. È qui che la questione smette di riguardare la protagonista dell’omissione e comincia a riguardare il clima culturale del Paese. Le democrazie vivono di conflitto regolato. Ma esistono momenti nei quali il conflitto dovrebbe riconoscere un limite. Il 2 giugno è uno di questi. Quando ciò non accade, si produce una frattura visibile e abbastanza grossa. Quindi vorrei prendere io la parola e dire quello che la signora Cortellesi avrebbe dovuto dire, e cioè che io sono profondamente fiera del presidente del Consiglio del mio Paese, la signora Giorgia Meloni, che è arrivata ad essere presidente del Consiglio partendo dalle borgate, cosa che gli imbecilli le rimproverano senza capire che invece è un merito enorme. Come un merito enorme è l’essere diventata presidente del Consiglio senza essere la “figlia di” o “la moglie di”. Quindi faccio volentieri io i complimenti e gli auguri alla signora Meloni: sono molto fiera di Lei, del suo non essersi mai inginocchiata davanti a nessuno e sono contenta che in questo momento a capo del mio Paese ci sia Lei. Agli organizzatori della manifestazione, una sola domanda: ma veramente in rappresentanza delle donne e degli uomini dell’Italia, della loro cultura, della loro storia non avevamo niente di meglio da offrire di Paola Cortellesi?

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Silvana De Mari

Nell’ora dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario. (G. Orwell)

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