Silvana De Mari Community

Main Menu

  • Home
  • Donazioni
  • Chi Sono
  • Articoli
  • Contatti

logo

  • Home
  • Donazioni
  • Chi Sono
  • Articoli
  • Contatti
  • 11 settembre: gli altri due aerei

  • La nazione più ferita, la nazione più innamorata

  • Lepanto, 7 ottobre

  • L’ Islamofobia è un diritto umano

Generale
Home›Generale›11 settembre: gli altri due aerei

11 settembre: gli altri due aerei

By Silvana De Mari
10 Ottobre 2026
2
0
Share:

Il complotto smemorato

Pentagono e Shanksville: istruzioni per un finto attentato con i pezzi mancanti

I geni del male, distratti

Immaginiamo la riunione. Una stanza senza finestre, uomini in grigio. Sono i più astuti del pianeta: controllano governi, servizi segreti, giornali, televisioni, vigili del fuoco, medici legali, compagnie aeree e, a quanto pare, anche i pali della luce della Virginia. Devono inscenare il più grande attentato della storia. Hanno a disposizione soldi illimitati e silenzio garantito per decenni. E dopo mesi di preparazione, alla fine, decidono di non mettere l’aereo.

Questa è, in sostanza, la teoria che dal 2002 gira per librerie, siti e salotti: sul Pentagono, l’11 settembre 2001, non sarebbe caduto alcun Boeing. Lo ha scritto per primo il francese Thierry Meyssan, che nel libro L’Effroyable Imposture sosteneva che non era stata trovata alcuna carcassa e che il foro era troppo piccolo per un aereo di linea; nel seguito, Le Pentagate, ha aggiunto il missile. Il libro ha venduto più di centosessantamila copie. In Italia la tesi ha avuto la sua stagione con il documentario Zero, scritto da Giulietto Chiesa.

Il ragionamento è affascinante. I congiurati sarebbero abbastanza geniali da far sparire un aereo con sessantaquattro persone a bordo, ma abbastanza sciocchi da dimenticarsi di lasciarne i pezzi sul prato. Onnipotenti nel tramare, distratti nel rifinire. È il complotto smemorato: un piano perfetto con un buco grande quanto un Boeing.

Il Pentagono senza aereo

Vediamo che cosa sarebbe successo, secondo i dati che i congiurati avrebbero dovuto falsificare. Alle 9.37 e 46 secondi il volo American Airlines 77 colpisce il lato ovest del Pentagono a circa 850 chilometri orari. A bordo ci sono sessantaquattro persone: cinquantotto passeggeri, compresi i cinque dirottatori, e sei membri dell’equipaggio. Nell’edificio muoiono centoventicinque persone.

Prima di entrare nel muro, le ali abbattono cinque pali della luce, e l’ala destra colpisce un generatore. Quindi i registi dell’inganno, oltre al missile, avrebbero dovuto segare di nascosto cinque pali su una strada a scorrimento veloce, alle nove e mezza di un martedì mattina, senza che nessuno dei pendolari bloccati in coda se ne accorgesse.

Poi c’è il famoso foro troppo piccolo. Il rapporto dell’American Society of Civil Engineers, l’associazione degli ingegneri civili americani, ha misurato il buco nella facciata esterna: circa ventitré metri, ricostruiti contando le colonne distrutte o danneggiate al primo piano. Il foro rotondo di poco più di tre metri, quello che compare in tutti i siti complottisti, è nel terzo anello, il Ring C, e lo ha aperto il carrello d’atterraggio. Un aereo non è un timbro: non lascia sul cemento armato la propria sagoma, come Willy il Coyote quando attraversa una parete. Un’ala ha colpito il terreno, l’altra è stata tranciata dalle colonne, e il resto, a quella velocità, è entrato nell’edificio comportandosi più come un liquido che come un oggetto solido. Ha attraversato i tre anelli esterni, novantaquattro metri, in otto decimi di secondo.

Ma mancano i pezzi, dicono. Non mancano. I testimoni accorsi hanno visto il muso, uno pneumatico, parti del carrello e della fusoliera, un sedile della cabina di pilotaggio, un pezzo di coda. Il giorno dopo il Washington Post raccontava di cinquanta agenti dell’FBI che camminavano in fila sul prato raccogliendo frammenti dell’aereo. Le due scatole nere sono state ritrovate dentro l’edificio, a circa novanta metri dalla facciata. Allyn Kilsheimer, il primo ingegnere strutturale arrivato sul posto, ha raccontato di aver raccolto pezzi con i marchi della compagnia, di aver tenuto in mano una sezione di coda e frammenti delle uniformi dell’equipaggio. E resti umani.

Qui il complotto diventa davvero impegnativo. Gli investigatori hanno identificato centottantaquattro delle centottantanove persone morte nell’attacco. Dunque i congiurati avrebbero dovuto procurarsi i corpi dei passeggeri, ucciderli altrove, trasportarli e mescolarli alle macerie, oppure corrompere i medici legali delle forze armate e tutte le famiglie. Avrebbero dovuto inventare anche le telefonate: Barbara Olson, commentatrice televisiva, chiamò due volte il marito, Ted Olson, avvocato generale dello Stato, per dirgli che l’aereo era stato dirottato da uomini armati di coltelli e taglierini. Nell’ipotesi del complotto, il marito o recita da venticinque anni, o è stato ingannato da un’imitatrice perfetta.

E i testimoni? Il Pentagono è circondato da autostrade, a quell’ora piene di automobilisti. Le testimonianze raccolte di persone che hanno visto l’aereo sono circa centocinquanta. I congiurati avrebbero dovuto pagarle tutte, o ipnotizzarle, o sperare che fossero tutte miopi nello stesso momento.

Resta l’ultimo argomento: il video. Perché non c’è un filmato nitido? Perché l’FBI ha sequestrato ottantacinque registrazioni di sicurezza della zona, ma quasi tutte le telecamere guardavano altrove, e solo una ha ripreso l’impatto, a pochi fotogrammi al secondo. Si vede una sagoma sfocata e poi la palla di fuoco. Una telecamera di un parcheggio non è progettata per filmare un oggetto che viaggia a duecentoquaranta metri al secondo. Ma per il complottista anche l’assenza di prove è una prova: se il video fosse nitido sarebbe un falso, poiché è sfocato è un insabbiamento.

Il quarto aereo, quello dei coraggiosi

Poi c’è il volo United 93, quello caduto in Pennsylvania. Anche lì, ci dicono, niente aereo: un buco nel terreno, quattro rottami, nessun corpo. Forse un missile, forse un abbattimento segreto, forse niente.

Alle 10.03 e 11 secondi l’aereo precipita in un campo vicino a Shanksville, a una ventina di minuti di volo da Washington. Va a circa novecento chilometri orari, con il muso inclinato di quaranta gradi verso il basso, capovolto. A bordo ci sono quarantaquattro persone, compresi i quattro dirottatori. Non c’è un aereo intero nel campo perché un aereo che entra nella terra molle di una vecchia miniera a quella velocità non atterra: si frantuma e sprofonda. Il cratere è profondo circa tre metri e largo fino a quindici. Un terzo dell’aereo, compresa la cabina di pilotaggio, finisce nei boschi e abbatte alberi su sessantasei ettari. Un motore viene ritrovato in uno stagno a seicento metri.

La scatola nera dei dati di volo viene ritrovata il 13 settembre; il registratore delle voci in cabina il giorno dopo, sepolto a otto metri sotto il cratere. I congiurati, dunque, dopo aver fatto sparire l’aereo, sono tornati di notte a seppellire una scatola nera falsa a otto metri di profondità, contando che qualcuno la trovasse.

Il coroner della contea, Wally Miller, ha recuperato e identificato circa millecinquecento frammenti di resti umani. Entro il 21 dicembre tutte le persone a bordo erano state identificate. Uno dei dirottatori, Ziad Jarrah, è stato riconosciuto confrontando il suo DNA con campioni forniti dalla sua fidanzata.

E poi ci sono le telefonate. Dal volo 93 partono trentasette chiamate. Dieci passeggeri e due assistenti di volo riescono a parlare con qualcuno a terra. Tom Burnett chiama la moglie Deena, le racconta del dirottamento e di un passeggero accoltellato; lei gli dice delle Torri Gemelle, e lui capisce che l’aereo è un’arma. Così i passeggeri decidono di ribellarsi. Il registratore di cabina ha conservato gli ultimi trenta minuti: i colpi alla porta, le grida, i dirottatori che fanno ondeggiare l’aereo per far cadere gli assalitori, e infine la decisione di schiantarlo. Quella registrazione è stata ascoltata nell’aula del processo a Zacarias Moussaoui, nel 2006. Non c’è alcuna prova che l’aereo sia stato abbattuto da caccia americani.

Per credere al complotto bisogna quindi pensare che quaranta persone, con mogli, mariti, figli, colleghi, non siano mai esistite o siano state fatte sparire, che i loro familiari stiano recitando da un quarto di secolo, che le loro voci siano state falsificate, e che l’unico atto di coraggio di quella giornata, uomini e donne disarmati che si lanciano contro i loro assassini, sia una sceneggiatura scritta da qualche funzionario della CIA.

Perché piace tanto il complotto

Perché tante persone intelligenti credono a una storia così stupida? Per tre ragioni.

La prima è l’orgoglio. Chi crede al complotto si sente più sveglio degli altri. Gli altri dormono, lui ha capito. Non ha mai visto un rapporto tecnico, non sa che cosa sia il cemento armato né quanto pesi il carrello di un Boeing, ma ha guardato un video su Internet e sa la verità. È la presunzione di chi non ha studiato e crede di aver smascherato chi ha studiato.

La seconda è la paura. Un mondo dove diciannove uomini armati di taglierini possono uccidere quasi tremila persone è insopportabile, perché significa che il male esiste e non sempre si può fermare. Molto meglio un mondo dove tutto è controllato da qualcuno, anche se cattivo. Il complotto è una favola consolatoria: c’è sempre un regista, e quindi c’è sempre un senso.

La terza ragione è la più grave. Il complotto assolve i colpevoli. Se l’11 settembre lo hanno fatto gli americani, allora al-Qaeda non c’entra, i dirottatori sono vittime o comparse, e l’odio islamista che ha armato quelle mani è solo propaganda occidentale. Non è un caso che la tesi del Pentagono senza aereo sia stata accolta con entusiasmo proprio da chi vede nell’Occidente il colpevole di ogni male. Il complottista, che si crede ribelle, finisce per fare il lavoro dell’ufficio stampa dei terroristi.

E c’è anche un oltraggio ai morti. Le centottantaquattro vittime del Pentagono e le quaranta del volo 93 avevano nomi, facce, case. Dire che non sono morte così, o che non sono morte affatto, significa ucciderle una seconda volta, e insultare chi le piange. Significa togliere a Todd Beamer, a Tom Burnett, a Mark Bingham, a Jeremy Glick, l’unica cosa che resta: aver combattuto.

Il complotto smemorato è perfetto in tutto, tranne che nei dettagli. Ma la verità sta proprio nei dettagli: nei pali della luce piegati, nella scatola nera sepolta a otto metri, nella telefonata di una donna che chiede al marito che cosa dire al pilota. I geni del male, quelli veri, quel giorno c’erano. Erano diciannove, avevano dei taglierini, e non hanno dimenticato niente.

Bibliografia

National Commission on Terrorist Attacks upon the United States, The 9/11 Commission Report, W. W. Norton, New York 2004 – https://www.9-11commission.gov/report/

  1. F. Mlakar, D. O. Dusenberry, J. R. Harris, G. Haynes, L. T. Phan, M. A. Sozen, The Pentagon Building Performance Report, American Society of Civil Engineers, gennaio 2003.
  2. Dunbar, B. Reagan (a cura di), Debunking 9/11 Myths: Why Conspiracy Theories Can’t Stand Up to the Facts, Hearst Books / Popular Mechanics, New York 2006.

Popular Mechanics, Myths About the 9/11 Pentagon Plane Crash: Debunked – https://www.popularmechanics.com/military/a66052053/pentagon-911-plane-crash-myths/

Der Spiegel, What Really Happened: The 9/11 Fact File – https://www.spiegel.de/international/spiegel/what-really-happened-the-9-11-fact-file-a-451741.html

  1. Meyssan, L’Effroyable Imposture, Carnot, Chatou 2002; Le Pentagate, Carnot, 2002 – scheda: https://fr.wikipedia.org/wiki/L’Effroyable_Imposture
  2. Dasquié, J. Guisnel, L’effroyable mensonge. Thèse et foutaises sur les attentats du 11 septembre, La Découverte, Parigi 2002.

American Airlines Flight 77, dati su impatto, vittime, rottami e telefonate – https://en.wikipedia.org/wiki/American_Airlines_Flight_77

United Airlines Flight 93, dati su impatto, resti, registratori e telefonate – https://en.wikipedia.org/wiki/United_Airlines_Flight_93

  1. Fracassi, F. Trento, G. Chiesa, Zero. Inchiesta sull’11 settembre, documentario, Italia 2007 – https://www.cinematografo.it/film/zero-inchiesta-sull11-settembre-xeh093e0
Previous Article

La nazione più ferita, la nazione più ...

0
Shares
  • 0
  • +
  • 0
  • 0
  • 0
  • 0

Silvana De Mari

Nell’ora dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario. (G. Orwell)

Related articles More from author

  • Generale

    Mors tua vita mea

    28 Giugno 2021
    By Silvana De Mari
  • Generale

    Cosa fare dopo l’inoculazione?

    17 Aprile 2023
    By Silvana De Mari
  • Bologna 22 maggio 2019 silvana de mari community
    Generale

    Bologna 22 maggio 2019

    21 Maggio 2019
    By Silvana De Mari
  • Generale

    Ogni promessa è debito

    28 Febbraio 2023
    By Silvana De Mari
  • Generale

    Vendere.

    1 Settembre 2021
    By Silvana De Mari
  • Oggi conferenza a Vicomoscano Silvana De Mari Community
    Generale

    Oggi conferenza a Vicomoscano.

    10 Novembre 2018
    By Silvana De Mari

Ti potrebbe interessare...

  • Generale

    Chi si contenta, gode

  • Generale

    Parigi nel disastro.

  • Generale

    Un articolo di Elisabetta Frezza

  • Latest Posts

  • 11 settembre: gli altri due aerei

    By Silvana De Mari
    10 Ottobre 2026
  • La nazione più ferita, la nazione più innamorata

    By Silvana De Mari
    10 Ottobre 2026
  • Lepanto, 7 ottobre

    By Silvana De Mari
    8 Ottobre 2026
  • L’ Islamofobia è un diritto umano

    By Silvana De Mari
    4 Ottobre 2026
  • Popular Posts

  • 11 settembre: gli altri due aerei

    By Silvana De Mari
    10 Ottobre 2026
  • arte postmoderna silvana de mari community

    Arte postmoderna ai minimi termini

    By Silvana De Mari
    5 Febbraio 2018
  • Peter Pan e Pauline silvanademaricommunity

    Peter Pan e Pauline

    By Silvana De Mari
    6 Febbraio 2018
  • madre natura silvana de mari community

    Madre natura è un’ arcigna megera e non perdona nulla

    By Silvana De Mari
    7 Febbraio 2018
  • Latest Comments

  • Privacy e cookies
Silvana De Mari Community © Copyright 2020 - Powered by EmmeHost