Moglie e buoi dei paesi tuoi


Nel 2019 sono stata invitata all’ambasciata brasiliana a Roma insieme ad altri due intellettuali cattolici italiani, Elisabetta Frezza e Matteo D’Amico. Jair Bolsonaro si era appena insediato alla presidenza e, ci spiegarono, il nuovo Brasile desiderava costruire un rapporto più stretto con quella parte del mondo cattolico italiano con cui avvertiva una particolare sintonia. Durante quell’incontro ci fu raccontato che il Brasile avrebbe voluto proporre all’Italia, Paese che dichiarava di avere bisogno di immigrazione, un flusso organizzato di cittadini brasiliani di origine italiana. Una disponibilità analoga, ci dissero, esisteva in Argentina. Soltanto in Brasile vivevano allora, secondo le stime diplomatiche italiane, circa trenta milioni di italo-discendenti, persone che spesso portano cognomi italiani, conservano ricordi familiari dell’Italia e talvolta possiedono già qualche conoscenza della nostra lingua e cultura, sicuramente di religione cattolica e il fatto che tutti abbiano la stessa religione rende la convivenza possibile. E anche quando l’italiano non lo parlano, partono dal portoghese o dallo spagnolo, lingue romanze relativamente vicine alla nostra. Sarebbe stato possibile organizzare corsi di italiano prima della partenza, preparando chi desiderava trasferirsi, così da avere un’immigrazione programmata anche sulla base della possibilità di integrazione linguistica e culturale. Eppure quella strada, secondo quanto ci fu riferito, non trovò interesse politico in Italia. La classe politica italiana voleva gli islamici.
Se un Paese decide di avere bisogno di immigrazione, perché non dovrebbe interrogarsi anche sulla facilità d’integrazione delle persone che accoglie? Perché si intestardisce sull’immigrazione più assolutamente non integrabile, quella islamica? Possiamo sospettare linee di corruzione? La questione diventa ancora più seria quando entrano in gioco i bambini. La Costituzione stabilisce che la scuola è aperta a tutti e che l’istruzione inferiore è obbligatoria e gratuita, ma perché questo diritto sia sostanziale, e non una formula scritta sulla carta, un bambino deve trovarsi nelle condizioni di comprendere l’insegnante, comunicare con i compagni e imparare. Non può essere caricato sulle spalle di un bambino di sei anni il compito di realizzare l’esperimento sociale folle del multiculturalismo disomogeneo. E qui la parola “straniero” serve a poco. Due bambini entrambi classificati come stranieri possono avere lingua, religione, cultura familiare e concezione dei rapporti tra uomo e donna completamente differenti. Fingere che queste differenze non esistano non significa combattere la discriminazione: significa rifiutarsi di affrontare il problema dell’integrazione. E tra queste differenze c’è anche la religione. Quando una parte consistente dell’immigrazione proviene da società a maggioranza islamica, è legittimo discutere apertamente di quali valori civili debbano essere inderogabili nella scuola italiana: libertà religiosa, uguaglianza tra uomo e donna, libertà di espressione, rispetto di chi crede e di chi non crede, primato della legge civile. Il multiculturalismo non consiste nel fingere che tutte le culture dicano la stessa cosa. Non la dicono. Una società può accogliere persone provenienti da culture differenti, ma per restare una società deve sapere che cosa chiede a chi arriva: una lingua comune, leggi comuni e un nucleo di principi civili comuni. E soprattutto deve ricordarsi che la prima elementare è il luogo dove un bambino deve imparare a leggere, scrivere e capire il mondo, non il laboratorio nel quale gli adulti verificano se la loro teoria del multiculturalismo funziona. Il passaporto italiano si fabbrica anche all’estero, e il primo sportello è stato il nostro.
Una frontiera non si sfonda: si compra. Alla nostra ambasciata a Dhaka un visto italiano di lavoro costava dai settemila ai quindicimila euro, e nella maggior parte dei casi il lavoro che certificava non esisteva. Tre funzionari consolari sono stati arrestati; lo Sportello unico per l’immigrazione di Roma accettava documenti in pdf senza verifica sostanziale; per far correre una pratica alla Prefettura di Napoli bastavano cinquecento euro. Un deputato della Commissione Affari Esteri, Andrea Di Giuseppe, si è visto offrire due milioni di tangente più il venticinque per cento dei futuri guadagni dei bengalesi che avrebbe fatto entrare: ha registrato tutto, e da lì è partita l’inchiesta. Non è complottismo: è un verbale. L’ingresso è facilitato dalla corruzione? La risposta è documentata, e non riguarda un episodio. Piacenza: misure cautelari per il «mercimonio» dei nulla osta all’ingresso. Matera: undici arresti e trentasei indagati per una fabbrica di permessi con rapporti di lavoro fittizi. Bologna, indagine partita da Imola: otto misure cautelari e cinquecento domande irregolari fra Foggia, Bologna e Milano, con un finto Caf come sportello d’ingresso. Napoli: diciotto misure cautelari per false assunzioni con il decreto flussi, dentro un dipendente dell’Ispettorato del lavoro e imprenditori agricoli compiacenti; il direttore dell’Ispettorato territoriale è stato interdetto dai pubblici uffici per dodici mesi. Siena: arrestato il mediatore culturale dell’ufficio immigrazione della questura. Non è una rete di scafisti libici: è un pezzo di amministrazione italiana che ha messo un prezzo sulla cittadinanza. Chi paga quindicimila euro per entrare non arriva grato: arriva indebitato, e l’indebitato è materia prima per i caporali oppure per i capomafia. Poi ci sono quelli che arrivano sui barconi, dopo aver speso dai 5000 ai 12000 euro, arrivando anche da Nigeria e Pakistan che non sono esattamente nazioni mediterranee, raccolti come naufraghi da deliziose ONG per arricchire culturalmente le nostre strade e le nostre notti. L’islam ha il vizio del terrorismo, il problema è il piccolo terrorista della porta accanto. Nel 2025 l’Unione ha contato quarantacinque attentati in dieci Stati membri, ventidue dei quali portati a termine, e quattrocentottantasei arresti per terrorismo in ventuno Paesi. Ventiquattro di quegli attentati sono jihadisti, e trecentoquarantasette di quegli arresti: il settantuno per cento riguarda una sola matrice. Centotrenta dei fermati erano minorenni. Il più giovane aveva dodici anni. Il problema non è solo il terrorista, ma il bullismo criminale del maranza, le sistematiche aggressioni alle donne, l’impossibilità a girare con una catenina, la passione del vandalismo contro auto, chiese fontane, palazzi barocchi.
Lo Stato certifica il pericolo mentre lo smentisce. Dal 22 ottobre 2022 il Viminale ha rimpatriato duecentocinquantaquattro soggetti pericolosi per radicalizzazione ed estremismo. In parte è un successo; ma un’espulsione per sicurezza dello Stato confessa che quel soggetto era già dentro, e che qualcuno gli aveva dato un titolo di soggiorno. Duecentocinquantaquattro conferme in quattro anni. Magistrati e medici corrono in soccorso delle povere anime.
Qui il conto arriva ai bambini, e lo pagano tutti, italiani e non. Delle 52.392 scuole italiane, 4.664 superano il tetto del trenta per cento, scritto nero su bianco in una circolare ministeriale del gennaio 2010 mai applicato. In Italia la dispersione implicita degli alunni stranieri è al 22,5 contro l’11,6 degli italiani. Chiamiamolo con il suo nome: a metà di quei ragazzi la scuola non ha insegnato nulla, ai compagni italiani ha insegnato meno del dovuto. Un diritto costituzionale è stato sospeso per via amministrativa, senza che nessun Parlamento lo votasse. Il punto forte è lo Stato: canali d’ingresso venduti al dettaglio, soglie scolastiche scritte e ignorate, sicurezza gestita a espulsioni postume. La questione vera è linguistica, numerica e politica: nessun bambino impara dove venti su venticinque non capiscono la maestra, e nessuna nazione resta tale se la cittadinanza ha un listino prezzi. Il resto, la teologia, l’aggressività dottrinale, il velo in aula, si discute meglio dopo, quando lo Stato ha ripreso il controllo delle due cose che ha venduto: la porta e la lingua.







