«Scostati, ché mi sporchi!», disse lo spazzacamino


Un antico proverbio riportato nel Refranero del Cervantes, la raccolta di tutti i suoi proverbi. corrisponde al nostro bue che dà del cornuto all’asino.
Gentile signor Youssef Siher,
le scrivo sapendo che il suo fermo non è stato convalidato. La cosa non mi stupisce. La magistratura italiana ha stabilito che il suo inneggiare alla guerriglia e alla rivoluzione armata non sia un’istigazione a una serie di reati che vanno dall’associazione a delinquere, alla lesione personale, dal furto alla rapina, ma sia un innocente chiacchiericcio, tanto per parlare. Quindi facciamoci due chiacchiere. Le scrivo per le sue idee, quelle che lei ha pubblicato e firmato. Lei sostiene che il colonialismo occidentale è il padre di tutti i mali, ha definito il 7 ottobre 2023 – bambini assassinati, bambini rapiti, ragazze stuprate, mutilate e rapite eccetera eccetera – «un atto rivoluzionario di decolonizzazione» e ha spiegato che «la resistenza non deve nulla allo spettatore». Cominciamo a parlare del colonialismo più atroce e spietato e dell’eroica resistenza che lo ha fermato. Il più vasto, colonialismo della storia, spietato, genocidiario e schiavista, è partito dalla penisola arabica nel VII secolo e in pochi decenni ha raggiunto l’Atlantico e l’India. Guardate una cartina: dal Marocco all’Indonesia è tutto Islam e, ovunque l’Islam sia al di fuori dell’Arabia, è stato conquistato col ferro, col fuoco e col dolore, annientando completamente le civiltà precedenti per cui se ne è persa memoria. In questo mare di Islam, dal Marocco all’Indonesia, c’è la sola interruzione: Israele, dove gli ebrei sono riusciti a resistere, piccoli nuclei ridotti alla miseria più atroce, che hanno salvato la fede e le parole dei padri fino a che, con il ritorno dall’Europa di altri ebrei, la terra è stata ricomprata ed è nato questo piccolo stato di 19.000 chilometri quadrati senza una goccia di petrolio. Israele è il resistente, che resiste da solo contro tutto l’Islam. Tutto il Nord Africa era cristiano e civilissimo: Sant’Agostino veniva dalla Libia, Sant’Antonio Abate viveva nel Sinai. Il nord Africa era verde, la Libia era fertilissima, il granaio dell’impero. Il fatto è che dove passa l’Islam non cresce più l’erba. Terre civilissime e fertili sono diventate lande desolate di miseria e sterco di capra per due ragioni: il lavoro non è un valore nell’Islam e Maometto non lavorava. I valori dell’uomo islamico sono preghiera e jihad. Il lavoro è riservato a donne e schiavi: gente esausta, che lavora male, che tira a campare, completamente priva sia di denaro e ancora di più di energia per sterrare nuovi canali di irrigazione, nuovi pozzi, per creare nuove coltivazioni, anche solo per immaginarle. La Siria è la seconda culla della Cristianità: le 300 chiese più antiche sono in Siria. Lì non ci sono quasi più cristiani. Vent’anni fa erano circa due milioni, ora sono poche migliaia. L’Afghanistan è una culla del buddismo, da cui il buddhismo è stato completamente sradicato con il ferro, il fuoco e lo stupro sistematico. l’Indonesia è una culla dell’Induismo: resiste solamente a Bali, ma è sempre più accerchiato. Il Bangladesh, altra culla dell’Induismo, completamente sradicato nel 1971 con 10 milioni di profughi induisti da lì scacciati: la più grande migrazione umana, la più grande pulizia etnica di tutta la storia, seguita da 2 milioni di cristiani sbattuti fuori dalla Siria negli ultimi anni. Istambul si chiamava Costantinopoli, la terza città santa della Cristianità. Il genocidio degli armeni è uno dei tanti genocidi dimenticati. A combattere nella prima crociata, c’erano anche i sudanesi, i regni copti di Dongola e di Aksum, andati a combattere, come tutti, per liberare il Santo Sepolcro da chi lo aveva distrutto e crocifiggeva i pellegrini, andati a combattere anche, come tutti, per salvare la loro gente dall’immondo schifo dello schiavismo islamico. L’Italia è disseminata di torri. Non sono ornamentali: servivano per avvistare i pirati islamici. Sono milioni gli europei finiti schiavi sulle coste del Mediterraneo e sul confine meridionale della Russia e dell’Ucraina, e ora dobbiamo tollerare lei che ci parla di colonialismo europeo come causa di tutti i mali. In Nordafrica, la situazione dello schiavo era feroce: morivano nel giro di 6-7 anni al massimo. Lo schiavismo è finito grazie ai marines del presidente Thomas Jefferson e all’esercito francese che hanno liberato gli schiavi. Dove i colonialisti non sono arrivati, per esempio l’Arabia, l’osceno e immondo schiavismo arabo è rimasto. Abolito, in teoria, pochi decenni fa. Cominciamo dalla sua terra d’origine. Il Maghreb non è nato arabo. Era la terra degli Imazighen, i Berberi, il cui nome significa «uomini liberi» ed era cristiano, la terra di Sant’Agostino. Quando gli eserciti omayyadi arrivarono, i Berberi resistettero. Prima Kusaila, il re che fermò e uccise il conquistatore Uqba ibn Nafi. Poi una donna, Dihya, che gli arabi chiamarono al-Kahina, «la sacerdotessa». Era la regina dell’Aurès, i monti dell’attuale Algeria. Fu sconfitta e uccisa vicino a un pozzo che porta ancora il suo nome, Bir al-Kahina. Le cronache riportano che fra trenta e sessantamila berberi furono venduti come schiavi e portati via dalla loro terra. Kahina è un simbolo di resistenza al colonialismo arabo. Poi la Spagna, invasa nel 711, ma poi cominciò la Reconquista, una guerra di decolonizzazione. Il 29 maggio 1453 Costantinopoli cadde dopo cinquantatré giorni di assedio. Un testimone, il chirurgo veneziano Nicolò Barbaro, scrisse che il sangue correva nelle strade «come acque delle grondaie durante un grande temporale». Ventisette anni dopo i turchi sbarcarono in Italia, a Otranto, città martire, il 14 agosto 1480, sul colle della Minerva, ottocentotredici uomini della città dai quindici anni in su furono decapitati perché avevano rifiutato di convertirsi all’Islam. Le loro donne e i loro bambini furono ridotti in schiavitù. Per secoli i cristiani e gli ebrei rimasti sotto il dominio islamico vissero da dhimmi, cioè «protetti»: una parola gentile per dire sudditi di seconda classe, che pagavano una tassa speciale, la jizya, in cambio del permesso di esistere. Quella tassa, pagata anno dopo anno, era una forma di servitù: il tempo di lavoro portato via è vita portata via. Nel frattempo i pirati barbareschi di Algeri, Tunisi e Tripoli razziavano le coste italiane, spagnole e francesi. Le torri saracene che vede lungo le nostre coste – glielo ripeto così sono sicura che capisce – non sono decorazioni. Sono le cicatrici di quel colonialismo. Nel 1571 Marcantonio Bragadin difese Famagosta, a Cipro, per quasi un anno contro l’esercito ottomano. Si arrese con la promessa che i superstiti avrebbero avuto salva la vita. Lala Mustafa Pascià tradì il patto: mutilato ed imprigionato, gli fu offerta la libertà se si fosse convertito all’Islam. Rifiutò. Il 17 agosto fu scorticato vivo in piazza, recitando il Miserere. Porto nel cuore la morte del comandante Bragadin come simbolo della misericordia islamica. In suo nome abbiamo guidato la flotta a Lepanto dove vi abbiamo sconfitto, come vi abbiamo sconfitto sotto le mura di Vienna nel 1683, salvando Vienna e la Cristianità: questa è vera resistenza al colonialismo. Poi il Novecento. La notte del 24 aprile 1915 a Costantinopoli comincia il martirio degli Armeni. Morirono, secondo le stime più condivise, circa un milione e mezzo di persone. Con loro furono massacrati almeno 275.000 assiri, caldei e siriaci e circa 350.000 greci del Ponto. I francesi se ne sono andati dall’Algeria, gli inglesi dall’India, gli italiani dalla Libia. Nessuno, invece, ha restituito il Nordafrica ai Berberi e ai cristiani, l’Anatolia agli armeni e ai greci, Costantinopoli ai bizantini. Vi siete alleati con Hitler: la tredicesima divisione SS era tutta islamica. Hitler garantì non solo lo sterminio degli ebrei in Europa, ma anche di quelli in Palestina, ma di nuovo siete stati sconfitti. Il colonialismo islamico non si è mai ritirato e non ha mai chiesto scusa. Si chiama ancora conquista, e si celebra. Ogni anno, il 29 maggio, in Turchia si festeggia la presa di Costantinopoli. In Italia il terrorismo palestinese ha colpito atrocemente nonostante noi non avessimo mai torto un capello ai palestinesi – non siamo nemmeno confinanti. Lei è nato in Italia, è cittadino italiano, ha studiato nelle nostre università, pagate in buona parte dalle tasse degli italiani, ha scritto sui nostri giornali. Nessuno le ha chiesto di convertirsi o di pagare la jizya. Lo Stato che lei combatte le garantisce oggi un avvocato, un giudice che l’ha scarcerata e la facoltà di non rispondere, che lei ha usato. Questo è l’Occidente che lei chiama oppressore. Il colonialista è lei. I colonialisti sono i pirati barbareschi che ora si chiamano maranza. Il resistente sono io che rischio una fatwa ogni giorno.
Silvana De Mari




