Se Maometto arrivasse oggi


Se arrivasse Maometto, dal passato, con una qualche macchina del tempo? Se arrivasse con la vita che gli attribuiscono le fonti islamiche stesse, il Corano, le raccolte di hadith di Bukhari e di Muslim, la biografia di Ibn Ishaq, finirebbe in galera immediatamente e ci precipiteremmo a buttare via la chiave. Possedeva schiavi, e li comprava e li vendeva. Possedeva schiave, e il Corano autorizza il credente a unirsi a «quelle che possiede la sua mano destra», cioè alle prigioniere di guerra: è la sura 4, versetto 24, ed è la sura 33, versetto 50, rivolta al Profeta stesso. Maria la Copta, schiava regalata dal governatore d’Egitto, gli diede un figlio. Safiyya, presa a Khaybar il giorno in cui le uccisero il marito, finì nel suo letto; Rayhana, catturata fra i Banu Qurayza, anche. Per il nostro codice penale questa è riduzione in schiavitù e violenza sessuale. Secondo il Sahih al-Bukhari, il più autorevole libro dopo il Corano, sposò Aisha quando lei aveva sei anni e consumò il matrimonio quando ne aveva nove. Da noi si chiama violenza su minore. Secondo il Sahih Muslim ordinò di uccidere a sassate la donna di Ghamid, rea confessa di adulterio, dopo averle lasciato partorire e svezzare il figlio. La chiamano lapidazione, con una parola elegante che serve a non vedere: è il linciaggio di una donna, un omicidio collettivo in cui ciascuno lancia la sua pietra, così nessuno si sente l’assassino. Secondo Ibn Ishaq, dopo la resa della tribù ebraica dei Banu Qurayza, gli uomini, fra seicento e novecento, furono decapitati sul bordo di fosse scavate a Medina; cioè furono uccisi prigionieri che si erano arresi. Donne e bambini furono spartiti come schiavi: schiavi voleva dire anche subire oltraggi sessuali. Il nostro diritto lo chiama crimine di guerra. Le parole schiavitù, stupro, pedofilia, omicidio, strage non sono un giudizio su un uomo del settimo secolo, ma il giudizio su chi oggi lo propone come «modello eccellente», come fa il Corano alla sura 33, versetto 21, e su chi ci chiede di rispettarlo in silenzio. Lo zuzzerellone di turno obietta che quelle erano le usanze del tempo, che è falso, la lapidazione l’ha introdotta lui, lo sterminio dei prigionieri che si sono arresi è stata un’istituzione sua, e in tutti i casi grazie a Maometto ora un miliardo e trecento milioni di maomettani sono inchiodati a quelle usanze del tempo che lui ha personalmente imbarbarito. E se qualcuno di loro cerca di scostarsi c’è la morte per apostasia. Lungo le coste italiane ci sono ancora centinaia di torri di avvistamento, quelle che chiamiamo torri saracene. Non erano decorazioni: servivano a vedere le vele dei corsari barbareschi in tempo per scappare sui monti e salvare almeno la vita. Lo storico americano Robert Davis stima che fra il 1530 e il 1780 da un milione a un milione e duecentocinquantamila europei siano stati catturati e venduti nei mercati di Algeri, Tunisi e Tripoli, in gran parte italiani. Numeri analoghi sono i polacchi e gli ucraini rapiti dai tartari della Crimea. Nel 1544 Khayr al-Din Barbarossa prese Lipari e ne deportò in schiavitù quasi l’intera popolazione, profanò la cattedrale, bruciò l’archivio. Nel 1534 fu distrutta Fondi: i corsari presero schiavo chi valeva, mentre chi non valeva il trasporto veniva ammazzato. Nel 1554 da Vieste furono portate via, si stima, settemila persone. Nel 1480, a Otranto, gli ottomani decapitarono ottocento uomini che rifiutavano di convertirsi. Le campane suonavano a martello per dare l’allarme, e le chiese erano le prime a essere spogliate. Solo alcuni nomi di un atroce rosario di distruzione e dolore. Noi non dimentichiamo. Nel nono secolo Capua, il mio paese Natale, fu distrutta due vote dai saraceni: non siamo neanche sul mare. Le campane erano distrutte, per odio al cristianesimo. Ci è rimasto il grido, «Mamma li turchi!». Un grido ragionevole, nel ventesimo secolo i turchi hanno macellato un milione e mezzo di cittadini armeni, la loro élite culturale. Ci sono rimasti ordini religiosi, come i Trinitari e i Mercedari, nati per riscattare i prigionieri, e confraternite che raccoglievano elemosine per ricomprare i figli venduti. Nel Marocco di Mulay Ismail gli schiavi cristiani costruivano a frustate le mura di Meknes. Non siamo rimasti in ginocchio. Abbiamo costruito navi più belle delle loro, e città straordinarie: Amalfi, Pisa, Genova, la piccola e fiera Noli, e lei, la Serenissima, Venezia, la città più bella del mondo, nata in mezzo all’acqua da profughi in fuga e diventata padrona del mare, con un Arsenale capace di armare galee a una velocità che nessuno al mondo eguagliava. Mentre sull’altra sponda si viveva di razzia, noi vivevamo di commercio, di cantieri, di banche, di pittura. A Lepanto, nel 1571, quelle navi fermarono la flotta ottomana. La schiavitù barbaresca non finì per un risveglio morale ad Algeri. Finì con i cannoni. Dio benedica quei cannoni e chi li ha armati. Nel 1786 Thomas Jefferson e John Adams chiesero all’ambasciatore di Tripoli a Londra con quale diritto si attaccassero navi di una nazione che non aveva fatto loro alcun torto. Lui rispose che era scritto nel Corano: le nazioni che non riconoscevano la loro autorità erano peccatrici, ed era loro diritto e dovere fare loro guerra e rendere schiavi tutti i prigionieri. Diventato presidente, Jefferson smise di pagare il tributo e mandò la marina: fu la prima guerra barbaresca, dal 1801 al 1805, e i marines cantano ancora «le spiagge di Tripoli». Nel 1815, sotto il presidente Madison, Stephen Decatur costrinse Algeri alla resa e alla restituzione degli americani prigionieri. Una giovane repubblica che aveva appena vinto la sua guerra d’indipendenza decise che la libertà dei suoi marinai non si comprava: si difendeva. Nel 1816 la flotta anglo-olandese di Lord Exmouth bombardò Algeri e ottenne la liberazione di migliaia di schiavi cristiani, in gran parte italiani. Nel 1830 la Francia prese Algeri, e la pirateria finì. Per la prima volta dopo tre secoli i pescatori di Sicilia, di Calabria, di Sardegna e di Liguria poterono uscire in mare senza più temere catene, e i paesi della costa poterono finalmente ritornare a vivere vicino al mare. Il colonialismo europeo ebbe le sue colpe? Certamente, tutti hanno colpe, che qualcuno possa essere perfetto e incolpevole è un’idea idiota di mocciosi isterici, ma ha portato acqua corrente, fogne elettricità, il crollo della mortalità infantile, scuole, ospedali e soprattutto la fine dello schiavismo. L’Istituto Pasteur di Tunisi, l’università di Algeri e innumerevoli altre scuole infransero secoli di sottosviluppo culturale. E soprattutto il colonialismo dei bianchi “brutti sporchi e cattivi” abolì la schiavitù: quella in cui gli schiavi erano europei e quella, più antica e più lunga, in cui gli schiavi erano africani neri trascinati attraverso il Sahara. La Francia la abolì in Algeria nel 1848; in Tunisia l’aveva vietata il bey nel 1846, sotto la pressione degli inglesi, e i francesi dovettero vietarla una seconda volta nel 1890 perché nessuno rispettava il decreto. Dove l’Europa non arrivò, la schiavitù durò: l’Arabia Saudita l’ha abolita per legge nel 1962, la Mauritania nel 1981. Chi oggi ci chiede di inginocchiarci per il colonialismo dimentica il milione di europei venduti ad Algeri, dimentica Lipari, Otranto e Vieste, e dimentica che furono navi europee e americane a chiudere i mercati degli schiavi. Noi non abbiamo bisogno di dimenticare niente. Senza l’occupazione del nord Africa lo schiavismo non sarebbe mai finito. Non dobbiamo niente a nessuno. Non dobbiamo scuse a nessuno. Ora i pirati arrivano su fatiscenti barconi, dopo che il denaro del petrolio ha corrotto politica, giornalismo, mondo accademico, gerarchie religiose e magistratura, così che subire un’invasione di maschi islamici in età militare, che vengono a distruggere, stuprare, terrorizzare e uccidere, sia nella prima generazione che nelle successive, come prescritto da Maometto, sia presentato come una doverosa forma di fratellanza umana. Ripeto che secondo le nostra leggi Maometto dovrebbe stare in galera, perché i suoi emuli dobbiamo fraternamente accoglierli? Maranza è un nome idiota: il nome corretto è Barbareschi. Grazie all’idiozia suicida del non discriminare e accogliere i barbareschi sono dentro le porte, pur non avendo mai riportato una vittoria militare, incendiano municipi, chiese, sinagoghe, distruggono le botteghe degli ebrei, saccheggiano le botteghe dei cristiani, demoliscono i centri delle città, mentre una polizia incatenata da un potere con infiltrazioni di vigliacchi e collaborazionisti non può ancora fermarli. Ma le cose potrebbero cambiare, in questo caso i barbareschi potrebbero essere cacciati nel giro di poche settimane. Mi chiamo Silvana De Mari, porto il cognome della famiglia De Mari, capitani di mare, originari della Corsica, prima di spostarsi in Liguria, nell’arcipelago toscano e in meridione. Sono otto secoli che combattiamo i barbareschi. È una tradizione di famiglia.








