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A estremi mali, estremi rimedi

By Silvana De Mari
27 Ottobre 2026
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se volete il libro con la dedica scrivete a silvana.demari53@libero.it

«Eccola, la Resa. Adesso la vedono tutti». Così comincia
l’articolo che Max Del Papa ha pubblicato il 19 ottobre,
all’indomani del fine settimana in cui il centro di Milano è stato
messo a sacco. Il titolo è lo stesso del suo libro, La resa. L’Italia
islamizzata nella rassegnazione comune, uscito il 3 settembre:
centodue pagine in edizione digitale che descrivevano, prima che
accadesse, quello che sabato e domenica hanno visto tutti. Sabato
17 ottobre una manifestazione contro il carovita è stata travolta da
centinaia di giovanissimi vestiti di nero, arrivati dalle periferie,
dall’hinterland e da altre province. Hanno assediato piazza del
Duomo, costretto la polizia ad arretrare, devastato un’auto dei
carabinieri, sfondato vetrine, saccheggiato il negozio Foot
Locker. Il Viminale ha contato centoquattro feriti fra le forze
dell’ordine. Domenica sono tornati senza nemmeno il pretesto del
carovita: Levi’s, Champion, Decathlon, il Carrefour di via Torino
svuotato. Qualcuno sventolava bandiere palestinesi, qualcuno
gridava «Allah akbar», qualcuno davanti alla cattedrale urlava
insulti contro la Chiesa. Duecento fermati, otto su dieci
minorenni. Oltre mezzo milione di euro di danni nel solo primo
giorno, secondo Confcommercio. Del Papa non usa giri di parole.
Le scuole, il carovita, il «leggendario carrello della spesa» sono
pretesti: Milano è stata «presa letteralmente d’assalto, devastata,
conquistata al grido Allah akbar». I giornali titolano «il sacco di
Milano» A Milano, scrive, la sinistra radicale realizza «la
saldatura dei terrorismi»: quello interno dei centri sociali e quello
islamista, che si fa usare ma non risponde a nessuno,
l’islamocomunismo. Gli esponenti della sinistra e i candidati
sindaci distinguono, giustificano, fingono di non capire che quelli
non sono «studenti». I poliziotti finiscono in ospedale e non

nascondono più la rabbia verso uno Stato che li usa «come carne
da macello» e impedisce loro qualsiasi reazione adeguata. «Siamo
in guerra e nessuno vuole prenderne atto. Siamo in guerra ma da
una parte sola». Gli invasori la combattono con saccheggi, stupri,
omicidi, imposizioni; gli invasi subiscono tutto senza nemmeno
provare a difendersi. Nelle chiese i preti predicano l’accoglienza
e nessuno ricorda che difendersi è un dovere, anche cristiano.
Milano è il laboratorio: se cade Milano, cade il Paese. E dopo un
sabato di conquista e una domenica di assalti, osserva, il
sindacato rosso non trova di meglio che invocare lo sciopero
generale: la paralisi nel segno dell’islamocomunismo. Dopo la
caduta del Muro di Berlino, nel 1989, la sinistra ha perso la sua
guerra: il proletariato non voleva la rivoluzione, voleva il
frigorifero. Rimasta senza popolo, ne ha cercato uno nuovo. Nel
1994 un dirigente trotzkista inglese, Chris Harman, scrisse un
saggio, Il Profeta e il proletariato, in cui teorizzava che i
rivoluzionari potessero marciare, in certe occasioni, insieme agli
islamisti. Da allora il nuovo proletariato è l’immigrato, e la nuova
religione dei centri sociali è l’odio per l’Occidente, la stessa
dell’islam più violento. E veniamo alle parole. Li chiamiamo
maranza. È una parola simpatica, quasi affettuosa, che evoca il
ragazzino di periferia con la tuta, il borsello e la musica a tutto
volume. Una macchietta. Ma quello che abbiamo visto a Milano
non è una macchietta. Gruppi di cinque o sei, tutti in nero, che
arrivano col treno da fuori, colpiscono in più punti
contemporaneamente, sfondano, arraffano e spariscono. Questo
ha un nome antico: razzi. Per tre secoli i corsari barbareschi
sbarcavano sulle coste italiane, saccheggiavano, portavano via
merci e persone e tornavano al largo prima che arrivassero i
soldati. Le torri di avvistamento che ancora punteggiano le nostre

coste servivano a vederli arrivare. Lo storico americano Robert
Davis stima che fra il 1530 e il 1780 oltre un milione di europei,
in gran parte italiani, siano stati catturati e venduti nei mercati di
Algeri, Tunisi e Tripoli. Sbarcavano di notte, spesso guidati da
rinnegati che conoscevano le strade e i paesi, colpivano dove non
c’erano difese e fuggivano. Ci resta quel grido, «Mamma li
turchi!». La parola barbaresco non indica una razza. Indica un
metodo: vivere di predazione, considerare i beni degli altri un
bottino legittimo e chi li possiede una preda. Molti di quelli che
hanno saccheggiato Milano sono nati in Italia e hanno la
cittadinanza italiana, ma un islamico è un islamico cui hanno
regalato la cittadinanza, non un italiano. Come i barbareschi, non
vogliono appartenere alla città che saccheggiano: la disprezzano,
e davanti al Duomo insultano la Chiesa. Non sono maranza: sono
barbareschi. Il nome giusto è una diagnosi. Finché useremo una
parola da cartone animato, tratteremo la razzia come una
ragazzata, il saccheggiatore come un disagiato, il negozio come
un danno. I versetti di guerra del Corano esistono, non sono stati
abrogati, e devono essere letti come ordini: soprattutto il più
definitivo: Uccidente gli infedeli ovunque si trovino. Sura 8,
versetto 12: «Getterò il terrore nei cuori dei miscredenti: colpiteli
sul collo…». Sura 47, versetto 4: «Quando incontrate i
miscredenti, colpiteli al collo». Sura 9, versetto 5: «Uccidete gli
associatori ovunque li troviate, catturateli, assediateli, tendete
loro agguati». Sura 9, versetto 29: combattete chi non crede
finché non paghi il tributo «umiliato». Il bottino è dichiarato
lecito: «Mangiate di ciò che avete preso come bottino, lecito e
buono», sura 8, versetto 69. La sura 8, versetto 41, stabilisce
perfino la quota: un quinto ad Allah e al suo Messaggero. Le
prigioniere di guerra diventano lecite al padrone, sura 4, versetto

24. E il bottino è un diritto, non un furto: la sura 8 si intitola
proprio Il bottino, al-Anfal. Nella raccolta di Bukhari il Profeta
dice: «Sono stato reso vittorioso con il terrore». E alla sura 9,
versetto 111, Allah ha comprato dai credenti le loro persone e i
loro beni in cambio del Paradiso: combattono sulla via di Allah,
uccidono e sono uccisi. Per il maomettano, terrorizzare,
depredare, uccidere l’infedele non è un crimine: è un atto di fede,
un’opera meritoria che apre il Paradiso. Lo dice il Corano. Chi
grida «Allah akbar» mentre sfonda una vetrina forse non ha mai
letto una riga del Corano, ma ha respirato la cultura che ne deriva:
la convinzione che quello che appartiene all’infedele sia preda. A
estremi mali, estremi rimedi. Il codice penale punisce la
devastazione e il saccheggio con la reclusione da otto a quindici
anni, aumentata se avviene durante una manifestazione: si
potrebbe applicare. Si potrebbero espellere gli stranieri
condannati, si potrebbero chiudere le moschee in cui si predica
l’odio, si potrebbe restituire alla polizia il diritto di difendersi e di
difenderci. Si potrebbe a patto di non avere la magistratura e il
Capo dello Stato che contrastano il governo, ma in teoria si
potrebbe. E queste sono parole normali per fingere che ancora si
sia all’interno di una normale democrazia che deve contrastare la
criminalità. Noi non siamo all’interno di una normale
democrazia, non siamo all’interno di atti di criminalità: siamo
all’interno di una guerra e il nemico è dentro le porte. Tutti siamo
in guerra. Prendiamo atto di questa realtà. Sto scrivendo questo
articolo prima di sapere se venerdì 23 e sabato 24 lo scempio si
ripeterà, ma so che ci è stata dichiarata guerra, tutti i venerdì e
tutti i sabato saranno a rischio distruzione. Tutti dobbiamo
batterci di fianco alle nostre forze dell’ordine imbrigliate,
imbavagliate, terrorizzate dal rischio di denunce e condanne,

disarmate. Questa terra è di tutti. I sindacato si scatenano il
venerdì, i barbareschi il sabato e si sono dati appuntamento per
tutti i sabati alle 15 in centro. Devono trovare tutti i noi. Se posso
dare un consiglio procuratevi una copia di Islam senza veli, il
libro dove spiego che un nordafricano che saccheggia e terrorizza
non è un delinquente ma il soldato di un esercito venuto a
sottometterci e poi passate in ferramenta. È un bel negozio la
bottega del ferramenta, pieno di cose interessanti: le attività
manuali rilassano il cervello e riequilibrano l’umore. . Dobbiamo
imparare il fai da te, dobbiamo imparare a fare da soli. Dovete
appendere la foto del matrimonio di zia Clelia? In ferramenta
vendono i martelli. Avete bisogno di legna per il caminetto? Di
sfrondare il ciliegio? In ferramenta vendono un mucchio di
oggettini carini. Non è troppo tardi per imparare a difendere

se volete il libro con la dedica scrivete a silvana.demari53@libero.it

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