Terra, lavoro, fede, speranza

Domenica 25 ottobre il Brasile ha votato il ballottaggio per la presidenza. Al primo turno Flávio Bolsonaro era in testa, con il 47 per cento contro il 45 di Lula. Alle 17, l’ora prevista per la chiusura dei seggi, molte urne erano già state spente e lo spoglio era cominciato. Alle 17 e 3 minuti un giudice della Corte Suprema, Cristiano Zanin, accogliendo una richiesta della campagna di Lula, ha ordinato di prolungare il voto di due ore in tutto il Paese, per presunti problemi ai trasporti. Lo spoglio è stato sospeso. Nei seggi è stato il caos. Alla fine Lula ha vinto con il 51,8 per cento ed è presidente per la quarta volta.
Chi è Cristiano Zanin? È stato l’avvocato personale di Lula, quello che lo ha difeso nei processi per corruzione. Nel 2023 Lula lo ha nominato alla Corte Suprema. Ed è lui che domenica, a urne chiuse, ha cambiato l’orario della partita mentre la partita era in corso. È la prima volta nella storia del voto elettronico brasiliano. Il presidente del Tribunale elettorale assicura che le due ore in più non hanno cambiato il risultato, e lo scarto finale, oltre quattro milioni di voti, è ampio. Ma il punto non è quanti voti siano arrivati dopo le 17. Il punto è che in una democrazia le regole si fissano prima e non si toccano durante. E che un giudice nominato dal candidato, e già suo avvocato, non dovrebbe decidere nulla che riguardi l’elezione di quel candidato. Anche Bolsonaro aveva chiesto proroghe in alcuni Stati: ma un conto è chiedere, un altro è avere in Corte il proprio ex difensore che decide per tutto il Paese. Se lo avesse fatto un giudice di destra a favore di un candidato di destra, oggi tutta la stampa europea parlerebbe di golpe.
Eppure il Brasile, per noi, non è un Paese lontano. È un pezzo d’Italia. Lo racconta il professor Alberto Zago, che questa estate ha attraversato Argentina, Uruguay e Brasile con il collega Emanuele Danese per incontrare le comunità nate dalla Grande emigrazione tra Ottocento e Novecento. I numeri sono impressionanti: circa venti milioni di persone di origine italiana in Argentina, trentadue milioni in Brasile, oltre un milione in Uruguay.
Questa Italia si riconosce già dai nomi. A Buenos Aires ci sono Plaza Italia e calle Garibaldi, a Montevideo Avenida Italia e calle Dante Alighieri. Ma è nel Rio Grande do Sul, lo Stato più meridionale del Brasile, che si resta a bocca aperta: Nova Pádua, Nova Vicenza, Nova Bassano, Vale Vêneto, Nova Milano. A Serafina Corrêa hanno ricostruito la Casa di Giulietta, il castello di Marostica, la Rotonda del Palladio e perfino il Colosseo. A Vale Vêneto c’è un monumento alla polenta e uno ai nonni, i pionieri che disboscarono la foresta. Altrove ci sono le gondole e i leoni di San Marco in cima alle colonne, come nelle piazze venete.
E c’è la fede. Prima ancora delle chiese c’erano i capitelli, attorno ai quali la gente si riuniva. Le congregazioni religiose costruirono scuole e ospedali. A Farroupilha il santuario della Madonna di Caravaggio, copia di quello bergamasco, accoglie due milioni di pellegrini l’anno. «I migranti partivano per altre terre e portavano con sé anche la devozione», ha detto il vescovo emerito Alessandro Ruffinoni.
Non fu una storia di rose e fiori. Dal 1875 le famiglie arrivavano in territori senza strade: c’era il mato, la foresta, baracche provvisorie, lotti da rendere coltivabili. Bisognava abbattere alberi, costruire la casa, seminare, sopravvivere. Chi resistette, alla seconda generazione aveva raggiunto il benessere. Oggi il Rio Grande do Sul è uno degli Stati più prosperi del Brasile. Ad Antônio Prado un gruppo di statue rappresenta una famiglia di emigranti all’arrivo, gemello di quello di Asiago che la mostra alla partenza. Sotto ci sono quattro parole: terra, lavoro, fede, speranza.
Ancora oggi centinaia di migliaia di persone parlano il talian, una lingua nata dal veneto con innesti di altri dialetti e del portoghese, riconosciuta nel 2014 come patrimonio culturale del Brasile. All’Università federale di Santa Maria il veneto è materia di studio. «Bisognemo esser più insieme», ha detto in veneto il professor Marcos Zancan. «La immigrazion ne ga diviso, ma adeso se pol deventar un pocheto più visini e èsar una fameja».
Questi discendenti per legge potevano chiedere la cittadinanza italiana e stabilirsi da noi come cittadini, non come stranieri. Nel 2025 il decreto Tajani ha fortemente limitato questo diritto. Zago ricorda Giovanni Sartori, che nel 2000 distingueva quattro forme di estraneità, lingua, costumi, religione, etnia, e avvertiva che non tutte le diversità sono uguali. Chi parla veneto, festeggia la Madonna di Caravaggio e mette i leoni di San Marco sulle colonne non è uno straniero da integrare. È un parente che torna a casa.
E c’è una cosa che va detta con forza. I nostri emigrati non spaccavano vetrine. Non incendiavano automobili, non accoltellavano nessuno, non pretendevano che il Paese che li accoglieva cambiasse le sue leggi per loro. Abbattevano alberi, dissodavano la terra, costruivano chiese e scuole. Chiedevano soltanto terra e lavoro, e la fede e la speranza le avevano portate da casa. È assurdo chiudere la porta ai loro nipoti, che vorrebbero tornare, e spalancarla a chi arriva disprezzando tutto quello che siamo.






