La mia solidarietà

Marco Fasulo 20 maggio 2026

La mia solidarietà alle gambe rimaste sul marciapiede.
La mia solidarietà ai monconi rimasti attaccati.
La mia solidarietà alla signora che è rimasta stesa a terra, anche perché non aveva più dove appoggiare il suo corpo.
La mia solidarietà alla sedia a rotelle, che se dovesse salvarsi la signora, dovrà accompagnarla per il resto dei suoi giorni.
La mia solidarietà al ragazzo accoltellato, che ha fermato l’autore della strage che provava a scappare.
La mia solidarietà a chi ancora combatte tra la morte e la vita in ospedale.
La mia solidarietà a quanti erano lì e si porteranno il terrore nell’animo per sempre.
La mia solidarietà a tutti i parenti delle vittime che dovranno assisterli giorno e notte per il resto delle loro esistenze.
Nella vicenda di Modena, no, meglio, nella vita di chi ha vissuto quel dramma, sì perché la vicenda è quella che si racconta, la vita è quella che è dentro ciascuno, ci sono almeno tre livelli di possibile lettura.
Il primo, quello di pancia: hai fatto tutto questo, meriti la vendetta;
all’opposto, siccome devo dimostrare che il vendicatore è un barbaro, manifesto in piazza implicitamente, manco troppo, a favore di chi ha commesso la strage. Da un lato una politica contro l’immigrazione incontrollata, dall’altro l’obiettivo integrazione.
Il secondo livello è quello normativo: hai commesso un reato devi rispondere alla giustizia; all’opposto, siccome il sistema ti ha portato a commettere il reato, incluso la tua presunta incapacità di intendere e volere, a processo deve andare il sistema.
Il terzo livello è quello politico: sei il risultato di un fallimento sociale, amministrativo, culturale, devi tornare da dove sei venuto e non deve arrivare altra gente capace di fare lo stesso; all’opposto, sei la reazione a una impostazione che ti ha abbandonato, a un pensiero che va eradicato, a un idea che va combattuta.
Poi c’è la foto.
No, non quella che ci presentano i media, che cambiano angolazione, luce, soggetto a seconda che facciano parte di una delle due posizioni dei tre livelli.
No.
Quella che ho scattato all’inizio.
Quella che si ferma a riportare i fatti, quella che si limita a descrivere la scena, quella che prende atto del presente e del futuro di chi è stato coinvolto.
Le interviste ai migranti che bloccano l’autore a terra, le bandiere e i sindaci in piazza per trasformare il tutto in una questione partitica, gli editoriali, i talk televisivi, i titoloni e tutto il resto che viene piegato di qua e di là a seconda della parte che si è scelta, le lascio a chi ancora non ha capito che l’informazione è altro.
La verità ha una forza propria, insopprimibile, e delineare qualcosa di diverso, caricaturale, non modifica l’accaduto, fa solo perdere quella residua credibilità, a chi pensa di averla ancora conservata, per un like sui social, un decimale di share, una clacque interessata.
Da anni ormai siamo caduti nell’equivoco che nascondere, modificare, plasmare la verità ci consenta di essere felici.
Sbagliamo.
La verità esiste per farci vivere meglio, per rispondere al massimo delle possibilità a chi ha voluto tutto, per avere piena consapevolezza di un progetto che ci vede protagonisti e nel quale gli altri non possono relegarci a un ruolo di comparsa o, peggio, di utile idiota.
Nascondere una condizione, spostare il focus, negare l’evidenza, non modifica la situazione, la incancrenisce.
Se ho una bronchite e mi dicono di non preoccuparmi perché non è neppure un raffreddore, è molto probabile che diventi polmonite e io muoia.
Se sono uomo e mi sento donna, continuo a essere uomo, e il problema non è la società che non mi riconosce donna, sono io che non mi riconosco uomo. Assecondarmi non mi aiuta, mi nasconde un problema che continuerò ad avere in un corpo modificato, in una psiche addomesticata, in una realtà inventata.
Se comprendo la ricchezza della complementarietà tra uomo e donna, se metto al primo posto la vita dal suo concepimento alla sua fine naturale, se vedo nei figli un dono e nelle persone sofferenti delle persone, in alcun modo potrò chiamare diritto la soppressione di qualcuno, l’affidamento di una vita a unioni nelle quali manchi una donna e un uomo, appellare come retaggio patriarcale la cura per il coniuge, l’educazione per i figli, l’amore per la famiglia.
Se rispetto l’umanità non ho bisogno di scarpette e panchine rosse, quote rosa, pene apposite per reati appositi, giornate mondiali, campagne pubblicitarie, associazioni, manifestazioni, esperti.
Se sono straniero in un territorio, non mi renderà meno straniero una legge, un passaporto, la dichiarazione di un politico.
Non sarò più straniero, innanzitutto, se lo deciderò io, se quella terra la amerò, se seguirò le sue regole per entrarci, per viverci, se rispetterò le persone che la abitano, se la cultura di quel popolo la condividerò.
Origini straniere, seconde generazioni, prescrizioni deontologiche, non cambiano la realtà dei fatti, se non mi riconosco in un tipo di vita, nessuno potrà modificare il mio dna.
Tra una settimana nessuno parlerà più di quelle gambe, di quei monconi, di quella sedia a rotelle. Per chi vive nella verità e per chi sarà costretto a vivere quella verità invece continueranno a essere un monito per lasciare che le chiacchiere le facciano gli altri.







