Anguria e bambini con i capelli rossi.



Abitavamo a Trieste. I nonni vivevano in provincia di Caserta, per la precisione a Santa Maria Capua Vetere, l’antica Capua che aveva visto la rivolta di Spartaco e dove ancora oggi sorgono le rovine di uno dei più grandi anfiteatri romani. Per arrivare dai nonni impiegavamo due giorni. Due giorni per attraversare tutta l’Italia. Non c’erano le autostrade e quindi non c’erano nemmeno gli autogrill. L’Italia era una lunghissima distesa di paesi e città, separati da strade spesso alberate, chilometri di asfalto nella calura estiva, finestrini aperti, bocca secca, sudore, mosche. E poi, gloriosamente, comparivano loro: i baracchini delle angurie. Ho sempre adorato l’anguria. Quei baracchini interrompevano la monotonia della strada e la stanchezza del viaggio come piccole oasi. Erano capanni tirati su alla buona dal contadino che le angurie le aveva coltivate davvero, messi quasi sempre sotto un grande albero perché almeno lì ci fosse un poco d’ombra. Davanti c’erano le panche. Sopra o accanto, un pezzo di legno dipinto: un’anguria intera, oppure un’anguria spaccata a metà, oppure, questa era la migliore, una fetta. Rosso, nero, verde e una sottile striscia di bianco: quattro colori elementari che spezzavano la strada sempre uguale e annunciavano una tregua. Ci si fermava. Il coltello entrava nella scorza con quel piccolo schiocco inconfondibile e appariva la polpa rossa, fresca, grondante. L’anguria levava la fame e levava la sete. Sembrava levare persino il caldo. Qualche moneta finiva nelle mani del contadino, mentre sotto l’albero un filo di brezza asciugava il sudore e ci dava una mano nella nostra interminabile guerra contro le mosche. Poi si ripartiva. Per me l’anguria è rimasta per decenni questo: l’estate, l’infanzia, la strada per andare dai nonni, l’Italia prima delle autostrade, una sosta all’ombra di un albero e la felicità semplicissima di una fetta rossa tenuta con tutte e due le mani. Mi piace moltissimo l’immagine con quei quattro colori, nonostante le mei modestissime capacità avevo imparato a riprodurre la fetta dell’anguria all’uncinetto per metterla sulle magliette. Poi qualcuno ha trasformato anche quella immagine. Negli ultimi anni l’anguria è stata adottata nelle manifestazioni e nella comunicazione che fingono di essere filopalestinesi e sono invece odio per Israele, la nazione che secondo i buoni dovrebbe essere distrutta dal fiume al mare. , I suoi colori richiamano quelli della bandiera palestinese e aggirano il divieto in alcune manifestazioni a esporla. Non riesco più a separare quel simbolo dalle immagini del 7 ottobre, dagli israeliani assassinati e rapiti, dalle atrocità commesse da Hamas. Mi è stata sottratta persino l’anguria. Quella fetta rossa che per me significava soltanto estate e infanzia ora mi richiama qualcosa che detesto. Posso continuare a ricordare il sapore, il fresco sotto gli alberi, mio padre che fermava la macchina, il contadino che prendeva le monete, le mosche che finalmente ci lasciavano un poco in pace. Ma non riesco più a guardare allo stesso modo la sua immagine. È una cosa minuscola davanti ai morti, agli ostaggi, alle famiglie distrutte. Eppure è anche così che la violenza entra nella memoria: occupa le immagini innocenti, cambia il significato delle cose, sporca perfino i ricordi che credevamo intoccabili. Io adoravo l’anguria. Adesso odio ciò che la sua immagine è arrivata a rappresentare per me. E forse è proprio questo che trovo insopportabile: che persino un pezzo della mia infanzia sia stato trascinato dentro un atroce pogrom. Porto nel cuore ai bambini Bibas, porto nel cuore i loro capelli rossi, Parto nel cuore il viso bellissimo della loro mamma il giorno del suo matrimonio e il viso bellissimo della loro mamma mentre angosciata disperata viene trascinata via insieme ai suoi bambini dalle belve di Hamas. Avevano appena assassinato i suoi genitori sotto i suoi occhi. Porto nel cuore i bambini Bibas. Ariel, quattro anni, e Kfir, nove mesi quando fu rapito. I due fratellini israeliani dai capelli rossi diventati il simbolo di qualcosa che avremmo preferito non sapere possibile.Dovrebbe esistere un punto oltre il quale la propaganda tace, le bandiere si abbassano e rimane soltanto la pietà. Non è successo. Quando le bare dei bambini Bibas furono riconsegnate, la macabra cerimonia organizzata da Hamas trasformò persino la restituzione dei morti in propaganda. I bambini palestinesi con i loro vestitini migliori ballavano e cantavano felici sulle bare dei due bimbetti ebrei. Ed è qui che penso agli altri bambini che porto nel cuore: i bambini palestinesi. Perché un bambino non nasce odiando. Non nasce desiderando la morte di un altro bambino. Non nasce sapendo che cosa sia un ebreo, un arabo, un confine, una rivendicazione territoriale, una guerra santa. Qualcuno deve insegnarglielo. Qualcuno deve prendere quella materia meravigliosamente informe che è la mente di un bambino e versarci dentro l’odio. È questo il crimine che mi ossessiona. Non soltanto mettere i bambini in pericolo facendone gli scudi umani di una guerra ignobile. Non esistono foto dei bambini palestinesi nei rifugi antiaerei: a loro sono vietati. È stato verbalizzato dai capi di Hamas che la loro morte, enfatizzata da Hamas in numeri assurdi e ulteriormente aumentata dagli odiatori , è necessaria alla causa della distruzione dello stato di Israele. Hamas non fermerà fino a quando non la avrà realizzata. Ai bambini palestinesi rubano l’anima. Hamas ha costruito la propria propaganda sulla loro morte e sulla militarizzazione dell’infanzia, sull’esaltazione del martirio e sulla trasformazione dell’odio per Israele in educazione. Quando un bambino viene abituato a considerare gloriosa la morte dell’altro, la prima vittima è lui. Gli hanno rubato qualcosa che forse non gli restituirà più nessuno. Per questo provo pietà per i bambini palestinesi. Pietà autentica, non quella fotografica e intermittente di chi li adopera come argomento politico. Hanno diritto a vivere da persone, senza cantare canzoncine dove fanno il gesto di sgozzare l’ebreo. Hanno diritto a giocare, non a imparare a sparare, devono avere sogni che non siano “ poter uccidere almeno un ebreo, molto meglio tanti ebrei”, come rispondono quando qualcuno domanda i loro sogni. Hanno diritto a non essere educati pensando che la massima realizzazione della loro esistenza sia morire ammazzando qualcun altro. E considero terribile ogni adulto, palestinese o occidentale, che romanticizzi questa cultura del martirio. Una madre dovrebbe desiderare che suo figlio le sopravviva. Dovrebbe desiderare che diventi medico, falegname, musicista, ingegnere, padre. Le madri palestinesi rilasciano interviste in cui dichiarano che sognano che i loro figli muoiano assassinando ebrei. Quando una società arriva invece a celebrare il bambino destinato al sacrificio, qualcosa di profondissimo è stato rovesciato. Il bambino soldato è già un abominio. Il bambino educato a diventare terrorista suicida è l’abominio portato alla perfezione. Non riesco a chiamare “pro-palestinese” chi giustifica, minimizza o trasforma in folklore questa educazione all’odio. Essere dalla parte dei bambini palestinesi dovrebbe significare pretendere per loro scuole senza antisemitismo, libri senza glorificazione degli assassini, televisioni senza martiri offerti come modelli, governanti che investano nel loro futuro invece che nella guerra perpetua. Significa volere che un bambino palestinese guardi un bambino israeliano e veda semplicemente un altro bambino, non un bersaglio, l’usurpatore, il nemico ereditario. Provo per i bambini palestinesi una pietà immensa. Hanno diritto a essere liberati da Hamas, dall’antisemitismo e da tutti gli adulti che hanno bisogno che quella guerra non finisca mai. Ci sono molti modi di uccidere un bambino. Si può uccidere il suo corpo. Si può distruggere la sua casa. Ma si può anche insegnargli, giorno dopo giorno, che il suo valore dipende dalla quantità di odio che riuscirà a portare dentro di sé. Gli si può rubare l’infanzia e chiamarla resistenza. Gli si può rubare il futuro e chiamarlo martirio. Gli si può insegnare a festeggiare la morte di un altro bambino e chiamarlo liberazione. Dio accolga Ariel e Kfir Bibas. Gli idioti, gli antisemiti che giustificano il loro odio come compassione selettiva, strappavano le loro foto come lo foto degli altri ostaggi. Dio accolga tutti i bambini assassinati il 7 ottobre, i tre bellissimi bambini bruiati viv i davanti agli occhi dei genitori. Ci resta la loro foto. Dio protegga i bambini palestinesi morti in questa guerra: grazie agli sforzi dell’esercito israeliano sono pochi, meno che in qualsiasi altra guerra, ma ci sono. E Dio protegga quelli ancora vivi soprattutto da chi pretende di amarli mentre insegna loro a odiare.


