Chi più ha più vorrebbe, ovvero la rivoluzione dei sazi


Nel 1840 Alexis de Tocqueville, un aristocratico francese che era andato in America per capire la democrazia, scrisse una frase che dovrebbe stare appesa in ogni aula universitaria, sopra la cattedra, al posto del poster di Che Guevara e della bandiera di Hamas. «Quando la disuguaglianza è la legge comune di una società, le disuguaglianze più forti non colpiscono l’occhio; quando tutto è più o meno allo stesso livello, le minime lo feriscono. Per questo il desiderio di uguaglianza diventa sempre più insaziabile quanto più l’uguaglianza è grande». Sedici anni dopo, studiando la Rivoluzione francese, scoprì una cosa ancora più sconcertante: la rivoluzione non era scoppiata dove la feudalità schiacciava di più, ma dove schiacciava di meno. «Il male che si sopportava con pazienza perché inevitabile sembra insopportabile appena si concepisce l’idea di sottrarvisi. Il male è diventato minore, è vero, ma la sensibilità è più viva». È il paradosso di Tocqueville. Il servo della gleba non fa la rivoluzione: è troppo occupato a sopravvivere. La fa il borghese che ha già quasi tutto e non sopporta il quasi. Basta guardare gli ultimi sessant’anni di storia occidentale per capire che quel francese con la parrucca era un profeta. Primo atto: il Sessantotto. Dove scoppia la grande rivolta contro l’oppressione? A Parigi, a Berkeley, a Roma, a Milano. Cioè nei Paesi più liberi, più ricchi e più pacifici che l’umanità abbia mai conosciuto, nel pieno del boom economico, con le università aperte per la prima volta ai figli di tutti. A ribellarsi non sono i braccianti del Sud né gli operai di Mirafiori, ma i loro coetanei borghesi, con il motorino e la paghetta. Sui muri della Sorbona si scrive «Vietato vietare» e «Siate realisti, chiedete l’impossibile». Nello stesso anno a Praga c’era chi chiedeva il possibile, cioè un po’ di libertà di stampa, e il 21 agosto si è visto arrivare i carri armati del Patto di Varsavia. Gli studenti di Parigi non se ne accorsero granché: erano occupati a liberarsi dall’oppressione del professore di latino. sono figli di poveri I rivoluzionari erano figli di papà che giocavano alla guerra di classe contro i figli dei contadini in divisa. Secondo atto: il femminismo. Nessun regno sopravvive se diviso in sé stesso, recita il Vangelo. Il movimento di emancipazione femminile aveva già ottenuto voto, accesso alle professioni e agli atenei, e li aveva ottenuti con facilità semplicemente perché l’acqua corrente, l’elettricità e il crollo della mortalità infantile avevano reso possibile per una donna allontanarsi dai lavori casalinghi senza compromettere la sopravvivenza fisica della sua famiglia. Per fare il bucato a mano con detersivo non industriale ci vogliono due giorni, per preparare da mangiare partendo dalle materie prima ci vogliono ore, per vestire adulti e soprattutto bambini che cambiano taglia in fretta partendo da stoffa e gomitoli di lana ci vogliono settimane. Oggi una donna occidentale può votare, studiare, purtroppo può divorziare, purtroppo può abortire a spese dello stato, fare il medico, il magistrato, il carabiniere, il presidente del Consiglio. Le ragazze sono già la maggioranza dei laureati. Ed è esattamente qui che scatta Tocqueville. Ora che la disuguaglianza legale non c’è più, ogni minima differenza diventa una ferita intollerabile. Il patriarcato non lo si trova più nel codice civile, e allora lo si cerca altrove: nella grammatica, che va corretta con l’asterisco e lo schwa; nei maschi seduti in metropolitana con le gambe troppo larghe; nelle fiabe, nei complimenti, nei condizionatori regolati, pare, su una temperatura maschilista. Più la donna occidentale è libera, più si racconta schiava. È la libertà dei sazi, che si lamentano della forma del piatto. Nessuno ricorda tutti gli uomini che hanno dato la vita per salvare quella di una donna. Sul Titanic la maggioranza delle vittime erano uomini. Nessuno ricorda i morti sul lavoro, al 99% maschi, le malattie professionali gravi e invalidanti, al 75% maschi, nessuno ricorda che i suicidi degli uomini sono il triplo dei quelli delle donne: il patriarcato cristiano protegge le donne e continua a proteggerle. Intanto, a qualche ora di volo, il patriarcato vero non usa le desinenze, usa il cappio. Il 16 settembre 2022 Mahsa Amini, ventidue anni, è morta a Teheran dopo essere stata arrestata dalla polizia morale per una ciocca di capelli fuori dal velo. In Afghanistan i talebani hanno chiuso le scuole alle bambine dopo i dodici anni. Le femministe occidentali hanno organizzato qualche flash mob, si sono tagliate una ciocca davanti alle telecamere, poi sono tornate al tema serio: la desinenza di «sindaca». Terzo atto: il movimento Lgbt. Anche qui, in Occidente, le battaglie sono state vinte. Nessuno va in carcere per la propria vita sessuale, in Italia esistono dal 2016 le unioni civili, gli osceni (definizione di Gay.it) Pride sono sponsorizzati dalle banche, dalle multinazionali della bibita gassata e perfino dalle ambasciate. Un orientamento che moltiplica le malattie sessualmente trasmissibili è presentato nelle scuole come geneticamente determinato e sano, (due inenarrabili balle, ma in molto nazioni se lo dici c’è la galera) è diventato un segmento di mercato, con la sua bandiera, il suo mese dedicato e il suo merchandising. Esiste un posto nel mondo in cui l’omosessualità si paga davvero con la vita. Il codice penale islamico iraniano del 2013 prevede la pena di morte per i rapporti fra uomini. E in Iran le impiccagioni si fanno spesso in pubblico, con il condannato appeso al braccio di una gru, perché la folla impari. A gennaio di quest’anno Ariana Arjomandi, ventitré anni, che si dichiarava gay, è stato ucciso dalle forze di sicurezza durante le proteste, secondo l’organizzazione per i diritti umani Hengaw. A Gaza, nel 2016, Hamas ha giustiziato uno dei suoi comandanti, Mahmoud Ishtiwi, accusato di relazioni omosessuali, come Vittorio Arrigoni, assassinato anche lui a Gaza. Gli attivisti sfilano per Gaza. Gay per la Palestina è come tacchini per il Natale, o come ebrei per il Gran Mufti. Nessuna contraddizione: del benessere delle persone a comportamento omoerotico al movimento LGBT gliene frega meno che del fango che hanno sotto le scarpe. Sono il braccio armato del partito democratico statunitense, quello che vogliono è la distruzione dell’oriente cristiano. Dei gay ammazzati a Gaza e la Theran parliamo noi cattolici, Magdi Cristiano Allam, Alexander del Valle e io. Nessuno di loro, nella Gaza di Hamas, sopravvivrebbe a una settimana. Ma l’Iran non interessa, perché il carnefice è islamico, e il colpevole deve essere sempre l’Occidente. Il gay iraniano appeso a una gru non serve alla causa. Serve il cristiano occidentale che afferma che la cavità anorettale non è programmata per un uso ricreativo. Dove la libertà c’è già tutta, resta da pretendere il diritto di togliere la parola agli altri. Il movimento non chiede più di essere lasciato in pace: chiede che nessuno possa dissentire. In Italia il ddl Zan, quello che avrebbe introdotto il reato di discriminazione per orientamento e identità di genere, è stato fermato al Senato il 27 ottobre 2021. Ma il modello è chiaro, e altrove funziona. In Scozia dal primo aprile 2024 è in vigore una legge sui crimini d’odio che punisce le parole «minacciose o offensive». In Finlandia il 26 marzo 2026 la Corte suprema, con tre voti contro due, ha condannato la deputata Päivi Räsänen per un opuscolo sul matrimonio e sull’etica sessuale che aveva scritto nel 2004. La libertà che, diventata totale, si trasforma nel suo contrario, vietare a chiunque di dire qualcosa che possa offendere. Il «vietato vietare» del Sessantotto è diventato, cinquantott’anni dopo, «vietato dissentire». Una società in cui il desiderio di uguaglianza diventa insaziabile non si ferma mai: c’è sempre una differenza in più da cancellare, un dissenso in più da punire, un oppressore in più da inventare. E più il male reale diminuisce, più si moltiplica il male immaginario, perché la sensibilità è più viva. È la nevrosi di un mondo che ha ottenuto tutto e non sa più che cosa farsene, e allora si inventa le catene per avere insieme sia il potere che il fascino della vittima ribelle, mentre è il carnefice imbevuto del conformismo più indecente. Le vere catene sono altrove: sul collo delle ragazze di Teheran, nelle scuole chiuse di Kabul, sulle gru dove vengono impiccati i ragazzi iraniani. Per vederle bisognerebbe guardare fuori dalla finestra, distraendo lo sguardo dal proprio ombelico, e questa è una cosa che i rivoluzionari sazi non hanno mai saputo fare.
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