la bussola rotta di Oslo

L’Italia è la nazione europea più ferita dal terrorismo palestinese:
Trieste nel 1972, Fiumicino nel 1973 con trentadue morti, la sinagoga
di Roma nel 1982, dove una scheggia uccise Stefano Gaj Taché, due
anni, e il Café de Paris, l’Achille Lauro, di nuovo Fiumicino nel 1985.
Sullo sfondo restano Ustica e Bologna, dove la pista palestinese non è
mai stata del tutto chiusa, anche se per Bologna le sentenze hanno
condannato i Nar. Eppure l’Italia è anche il Paese che ama di più la
causa palestinese: devasta la Stazione Centrale di Milano in suo nome,
appende la bandiera sui municipi e nelle chiese, e ha visto un parroco
celebrare messa con una casula nei suoi colori. Abbiamo ricordato la
bara deposta dal corteo sindacale davanti al Tempio Maggiore nel
giugno 1982, tre mesi e mezzo prima delle bombe, e le ragazze della
flottiglia che si avvolgono nella kefiah: un’ibristofilia collettiva,
l’attrazione per chi esercita la violenza. Il diritto islamico classico divide
il mondo in casa dell’Islam e casa della guerra, con in mezzo la casa
della tregua, e che Bat Ye’or, in Eurabia, ha descritto un’Europa che si
comporta da casa della tregua: paga, tace, si scusa. Sono categorie
elaborate dai giuristi musulmani già nell’VIII secolo, non invenzioni di
qualche polemista. Temere chi ti ha classificato come terra da
conquistare non è una fobia, è buonsenso. Insensato è non temerlo, e
chiamare razzista chi legge ad alta voce ciò che i loro testi affermano.
L’Islam a casa sua produce spesso persone perbene, ma in Europa si
radicalizza, come ha spiegato Magdi Allam in Kamikaze made in Europe.
Dal patto tra il Gran Mufti e Hitler alle grooming gang inglesi,
l’Europa è diventata l’incubatrice del serpente. Il Mufti chiese ai nazisti
di bloccare l’emigrazione di migliaia di bambini ebrei verso la Palestina;
a Rotherham oltre 1.400 ragazzine sono state stuprate da branchi di
uomini che non avevano vinto nessuna battaglia. Il sadismo si impara,
e qui lo si insegna con il buonismo e la deresponsabilizzazione.
Possiamo considerare una caricatura della misericordia: un
masochismo travestito da virtù, questo occidente idiota che mantiene e
coccola chi lo disprezza, chi accoltella e stupra, chi investe con la
macchina e con l’odio, chi impone la Shaia. Troppi uomini di Chiesa
scambiano il masochismo per santità. Gesù schiaffeggiato non porse
l’altra guancia ma chiese ragione dell’ingiustizia, e il Catechismo
definisce la legittima difesa un grave dovere per chi è responsabile di
altri. Lo abbiamo visto nella Camera Arbitrale Islamica di Padova, che
applica i precetti della sharia, nel vescovo di Rovigo che rimprovera dal
pulpito il sindaco, una ottima amministratrice che si rifiuta di integrare
quello che non è integrabile, , nel documento di Caritas e Migrantes del
Triveneto che chiede di disarmare il nostro linguaggio e non dice una
parola sui doveri di chi arriva. San Tommaso specifica che lo straniero
pacifico va accolto, ma ammesso alla vita del popolo solo quando ne
ama il bene comune; lo straniero ostile resta fuori, perché lo
metterebbe in pericolo. La Bibbia ebraica distingueva il ger, il forestiero
che accetta la Legge, dallo zar, l’estraneo che divora la terra. Noi questa
distinzione l’abbiamo dimenticata, e chiamiamo carità ciò che
Tommaso chiamerebbe imprudenza. Il filo che lega tutti questi articoli
è uno solo: un Occidente che ha smesso di distinguere l’amico dal
nemico, la vittima dal carnefice. In questo contesto, in questo mondo
tragicamente malato di islamofilia, arriva la tragica notizia del Premio
Nobel pe la Pace. Il Sudafrica è un Paese dove la violenza contro una
minoranza bianca e indifesa è accolta da tutti con un’alzata di spalle.
Secondo AfriForum, organizzazione dei sudafricani di lingua afrikaans,
nel 2025 ci sono stati 184 attacchi nelle fattorie e 29 omicidi. In quasi
quattro attacchi su dieci c’è stata violenza grave, con rischio concreto
di morte, stupri e torture. Più di metà delle vittime di cui si conosce
l’età aveva oltre sessantun anni: anziani soli, isolati, torturati per ore
nelle loro case. Tra le vittime ci sono anche lavoratori neri delle
fattorie, colpiti con la stessa ferocia. Il governo nega che sia un’azione
di tipo genocidiario, e un tribunale ha definito questa tesi immaginaria.
Ma la crudeltà è reale, e nelle piazze si canta ancora Kill the Boer, uccidi
il boero: le corti sudafricane hanno stabilito che non è incitamento
all’odio. Su questa strage silenziosa, che colpisce soprattutto chi è
vecchio, solo e lontano da ogni aiuto, nessun comitato di Oslo ha mai
acceso i riflettori. Oggi il Comitato norvegese ha assegnato il Nobel per
la pace 2026 proprio a una sudafricana: la giurista Navanethem Navi
Pillay, 85 anni. La motivazione parla del suo impegno per la pace e il
diritto internazionale, e della sua ferma bussola morale. Da giovane
avvocato difese i prigionieri politici di Robben Island, fra cui Nelson
Mandela. Fu la prima donna non bianca giudice dell’Alta Corte
sudafricana. Da giudice e poi presidente del Tribunale penale
internazionale per il Ruanda contribuì a stabilire che lo stupro può
essere atto di genocidio. Fu Alta Commissaria ONU per i diritti umani
dal 2008 al 2014. Il passato è bello, ma il premio arriva adesso, e non
per caso. Pillay ha presieduto la commissione d’inchiesta dell’ONU che
nel 2025 ha accusato Israele di genocidio a Gaza. Lei stessa, appena
premiata, ha ricordato che l’ultima cosa che ha fatto è stato quel
rapporto. È lo stesso Paese, il Sudafrica, che ha portato Israele davanti
alla Corte internazionale di giustizia con la stessa accusa. Le ombre ci
sono. Nel 2022 un membro della sua commissione, Miloon Kothari,
disse che i social media erano controllati in gran parte dalla lobby
ebraica e si chiese perché Israele fosse membro dell’ONU. Pillay
scrisse che le sue parole erano state estrapolate dal contesto. Gli Stati
Uniti, la Germania, il Regno Unito, l’Italia criticarono il mandato della
commissione, giudicato sbilanciato. È vero che la commissione ha
accusato anche Hamas di crimini di guerra per il 7 ottobre. Ma la
parola che resta, quella che il mondo ricorderà, è una sola: genocidio. E
l’ha pronunciata contro l’unico Stato ebraico. Grazie ai palestinesi e al
loro costante sacrificio, l’occidente può riscoprire la gioia dell’odio
antiebraico senza sentirsi in colpa.
Il presidente del Comitato si è affrettato a dire che Oslo non è un
tribunale e non prende posizione sul genocidio. Ma premiare la donna
che ha emesso quella sentenza politica, a tre anni dal 7 ottobre, che è
ancora una ferita aperta, significa prendere posizione. Il ministro degli
Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha detto che il Nobel ha premiato la più
grande menzogna del secolo, e che Goebbels applaude dall’inferno.
Netanyahu ha detto che il Comitato ha perso la bussola morale. Si può
e si deve discutere della guerra di Gaza, dei suoi morti, delle sue
responsabilità. In realtà Israele, che sarebbe tecnicamente in grado di
sterminare la popolazione di Gaza ha fatto tutto il possibile per limitare
i danni sui civili. Il desiderio di genocidio è indubbio e dichiarato nei
palestinesi, si è manifestato in tutta la sua ferocia il 7 ottobre. La parola
genocidio indica la volontà di sterminare un popolo, la gioia di
ucciderne i bambini. Chi la voleva davvero, il 7 ottobre, entrò nei
kibbutz e uccise bambini nelle culle. Chi si è difeso non è diventato un
genocida perché la guerra è terribile e la responsabilità cade
completamente su chi l’ha scatenata e usa scudi umani. Noi li
sgozzeremo tutti e sgozzeremo i feti nelle madri ha detta ad Algeri
Arafat nel 1985. Il 7 ottobre è stato fatto. Il Nobel per la pace era già
stato dato nel 1994 a Yasser Arafat, capo di quella Fatah da cui era
nato Settembre Nero, lo stesso gruppo che nel 1972 fece saltare i
serbatoi di Trieste e massacrò gli atleti israeliani a Monaco. Oggi va a
chi ha trasformato la vittima del 7 ottobre in carnefice. Un premio per
la pace che non distingue l’aggressore da chi si difende non serve la
pace: serve la propaganda. La bussola di Oslo è rotta da tempo. Indica
sempre la stessa direzione: contro Israele. Se Israele con la sua
aviazione volesse sterminare Gaza potrebbe farlo in un tempo inferiore
a una settimana. Tutte le mattine gli israeliani si svegliano perché i
palestinesi non hanno potuto ucciderli. Tutte le mattine i palestinesi si
svegliano perché gli israeliani non hanno voluto ucciderli. Date il
Nobel per la pace a Israele. Oppure datelo ai cristiani macellati in
Nigeria così ne salvate qualcuno.

per avere il libro con la decia scrivere a silvana.demari53@libero.it








