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Per chi suona la campana.

By Silvana De Mari
22 Gennaio 2026
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È il verso di una poesia di John Donne, reso celeberrimo da Ernest Hemingway che l’ha scelto come titolo di un suo romanzo. È diventato anche una maniera di dire, non molto diffusa, è una citazione colta, rara. Nella poesia quella che suona è una campana a morto. Non domandare per chi suona, suona anche per te, perché nessun uomo è un’isola, e la morte di qualcuno ci diminuisce tutti. Una campana suona a Sanremo. L’ha voluta un vescovo, un vero vescovo. Tutte le sere i suoi rintocchi ricordano i milioni di bambini distrutti nel ventre delle loro madri per volontà stessa di quelle madri che sarebbero dovute essere il primo difensore. Madre forse è un termine forse un po’ ampolloso, forse sarebbe meglio limitarci a “proprietarie dell’utero”. È invece no. Loro sono madri, madri che ubriache di una propaganda idiota hanno preferito diventare la madre di un bambino morto. L’aborto è il sacramento degli orchi. Lo dichiarano diritto, lo vogliono fino al nono mese. Vogliono cacciare dagli ospedali i medici, quelli veri, quelli che si rifiutano di assassinare un bimbetto. Negli autogrill dell’autostrada poster raccomandano  di non abbandonare i cani. Spiegano che le motivazioni per cui si abbandonano i cani, “non posso permettermelo”, “non ho tempo per lui”, sono se non pretestuose, sicuramente risolvibili. Un cane abbandonato resta comunque vivo. Coloro che distribuiscono volantini per salvare la vita del piccolo naufrago che sua madre può far smembrare da vivo e senza anestesia a spese dello stato, sono aggrediti e minacciati, soprattutto se hanno la valorosa idea di distribuire volantini antiaborto davanti a licei ed università.  I loro volantini, pagati di tasca loro, come quelli di Giorgio Celsi di “Ora et labora”, sono buttati a terra e strappati. Qualche volta è dovuta intervenire la forza pubblica per salvare Gianluca Martone, giornalista e attivista per la vita in Campania. Una persona che abbandona un cane, che comunque resta vivo, in una campagna di pubblicità progresso di qualche anno fa è definita un bastardo. Le campagne a favore della vita di “Pro vita e famiglia”, sono vietate da sindaci, che fanno togliere i loro cartelloni, perché potrebbero ferire l’anima della donna che ha abortito o potrebbero fermarne una che sta per abortire. Le sedi di “Pro vita e famiglia” sono vandalizzate. A Torino persino la “stanza dell’ascolto” e piccoli aiuti alla maternità voluti dall’assessore Marrone, sono stati attaccati come un crimine di leso aborto. Se qualcuno chiede a una donna di pensarci un attimo prima di far uccidere il bimbetto che porta, è aggredito come un maledetto. In alcune nazioni può essere arrestato per intralcio all’aborto. Negli Stati Uniti di Biden pregare davanti alle cliniche abortiste portava in galera. Nel Regno Unito che consegna la vittoria all’islam incarcerando chi critica l’invasione, chi prega davanti alle cliniche abortiste viene arrestato. Chi prega davanti alle cliniche dove si fanno aborti diminuisce il numero dei bimbetti assassinati del 70/80%, per questo è così importante che suoni la campana. L’aborto è una scelta talmente violentemente antifisiologica che è sufficiente che qualcuno preghi per fermarla la maggioranza delle volte. L’aborto è un’operazione talmente violentemente antifisiologica, che è necessario che tutta la società sia complice dell’uccisione del piccolo fornendo ospedali, esami del sangue, medici che siano disposti a uccidere il piccolo, per questo è così importante che quella campana suoni. Tutta la società è sporcata dall’aver violato la legge di Dio, non uccidere, dall’aver respinto come spazzatura in mezzo alle garze sporche il più grande dei suoi doni, una nuova piccola vita. L’umanità esiste perché le donne catastrofe dopo catastrofe, nell’abbondanza e nella miseria, nella pace e nella guerra hanno portato nel ventre i loro bambini. Mentre ancora gli uomini imparavano a contare gli anni, prima che incidessero segni sulla pietra c’era un corpo che accoglie, che nutre, che non distrugge ma permette alla vita di esistere, custodendola nel silenzio del proprio ventre, che è attesa e promessa. La maternità è una lunga raccolta di gesti, gesti ripetuti milioni di volte, in caverne oscure e tende battute dal vento, sotto cieli che non avevano nome. Una donna si piegava su sé stessa per proteggere ciò che cresceva dentro di lei: questo è stato il primo tempio: non fatto di pietra, ma di carne viva. Il ventre della madre è stato il primo altare, il suo sangue versato nel parto è stato il primo sacrificio. La maternità è l’epopea che racchiude tutte le altre. Una donna incinta è una fortezza che sfida il vento e il ghiaccio, il freddo e la paura, un guerriero che non porta armi, ma porta il futuro, in guerra contro quello che può spezzare quella vita fragile e magnifica. La maternità non conquista territori: li rende abitabili. Portare una vita significa imparare l’arte dell’attesa, in cui si veglia su qualcosa che non può ancora difendersi. È l’attesa di quelli che come sentinelle aspettano l’aurora, che come guardiani sanno a che punto è la notte, perché è nel loro cuore la certezza che la notte è destinata a finire e l’alba sta per mettere in fuga l’oscurità. La maternità è dolcezza e paura, paura di non farcela, paura del mondo che non fa sconti. Le donne che abortiscono spesso sono donne sole. Per millenni il sesso è stato blindato, ci si poteva accedere solo attraverso il matrimonio, termine costruito sulla parola madre, perché serviva a garantire che mai la donna che portava la vita dovesse trovarsi ad affrontare il mondo da sola. Ora tutte le leggi e le convenzioni sociali sono saltate, ritenute da gnomi del pensiero retaggi inutili e bigotti, e le donne spezzate dalla solitudine uccidono i loro bambini con la solerte collaborazione dello stato. La maternità crea i corpi e plasma le coscienze. L’aborto distrugge i corpi e annienta le coscienze. Il parto è un atto di coraggio primordiale, una resa e una vittoria insieme. È una battaglia che non prevede la sconfitta dell’altro. Ogni nascita insegna questa legge: ciò che non si apre, muore. La madre vince quando il figlio esiste. La madre che ha ucciso il suo bambino, ha ucciso una parte di sé stessa ha ucciso una parte di tutti noi. È per noi che la campana suona. La campana deve suonare per fermare la donna che vuole uccidere il suo bimbo. O per consolarla se la perdita è già successa. La maternità non finisce con la nascita. Anzi, è lì che comincia la parte più lunga dell’epopea. Comincia con notti senza sonno, con il corpo che non appartiene più solo a sé stesso, con il tempo che si frammenta in richieste continue. La madre diventa interprete di pianti, indovina di bisogni, architetta di equilibri precari. Impara a riconoscere la fame dal dolore, il dolore dalla paura. Diventa una studiosa del dettaglio minimo, perché sa che la vita si perde nelle piccole distrazioni. Il mondo moderno chiama tutto questo “fatica insopportabile”, “perdita di libertà”. Un cagnolino o un paio di mici possono riempire lo spazio dell’accudimento per il bimbo che non c’è. E poi ci sono loro, le mamme che hanno perso i loro bambini contro la propria volontà, che sono continuamente ferite dai latrati di tutte le donnette che con orgoglio urlano il loro aborto a un mondo che vorrebbe anche non saperlo. Gli aborti sono ripugnanti. Il corpicino smembrato è una delle visione più nauseanti che un medico possa avere sotto gli occhi, anche se ha già visto ustionati e lebbrosi. Infatti non si può mostrare queto schifo perché altrimenti si urta la preziosa sensibilità delle donne che hanno fatto uccidere i loro bambini e che dichiarano la fierezza delle loro azioni. “L’utero è mio e me lo gestisco io” è la promessa non mantenuta. La campana suona perché la vostra libertà di fare ammazzare i vostri bambini non sia più finanziata da denaro pubblico, eseguita in ospedali pubblici. Ci sono madri che perdono i figli. Donne che custodiscono il dolore di non poterne avere. Anche a loro è imposta la sofferenza di finanziare i vostri aborti. Le madri che hanno perso il loro bimbo sono a tutti gli effetti madri, madri che sono state colpite da una conoscenza che nessun libro insegna: la consapevolezza che la vita è fragile, e proprio per questo sacra. In nome del loro dolore, non vogliamo più finanziare la mattanza. Una civiltà che a spese dello stato uccide i bimbi nel ventre delle madri è una civiltà crudele che merita di essere cancellata dalla faccia della terra. La campana suona per tutti noi. Noi credenti sappiamo che l’anima viene data alla nuova vita quando è concepita, l’angelo custode è dato alla sua nascita. Fino a che è nel ventre della madre, il bambino ha in comune con lei l’angelo custode. Schiere di angeli custodi sanguinanti, mutilati, amputati, feriti ascoltano la campana di Sanremo, unica voce che piange sull’orrore, voce potente che riuscirà a fermarlo.

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Silvana De Mari

Nell’ora dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario. (G. Orwell)

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