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25 aprile

By Silvana De Mari
24 Aprile 2026
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Gentilissima Giorg

vi è un giorno tra le pieghe della nostra storia che non può essere trattato come una ricorrenza qualsiasi, né consumato nella ritualità svuotata di senso: il 25 aprile. Non un semplice anniversario, ma un crocevia della coscienza nazionale. Eppure, proprio per questo, esso chiede di essere ricordato davvero, non evocato distrattamente, non celebrato meccanicamente, ma attraversato con il coraggio severo della verità. Ricordarlo veramente significa strapparlo alla comoda narrazione univoca e restituirlo alla sua complessità, anche laddove essa brucia. Significa osare guardare negli occhi le ombre che accompagnarono la luce della Liberazione. Per questo, Signora Presidente, il suo gesto può diventare simbolo: vada a Porzûs, luogo che ancora oggi sussurra una verità scomoda e troppo a lungo marginalizzata. È il luogo in cui gli eroici partigiani della divisione Osoppo sono stati massacrati vigliaccamente dai partigiani comunisti. Destino comune a innumerevoli combattenti antifascisti spagnoli, francesi, polacchi. Molti sono stati eliminati denunciandoli alla Gestapo, come ricorda Arthur Korstler nel libro Buio a mezzogiorno. È necessario che il popolo italiano sappia che nessun partigiano ha mai cantato la canzone Bella ciao. Quella canzone con cui deridono la scelta democratica degli italiani che hanno scelto lei, in realtà è un’invenzione. Signora Meloni vada a onorare la divisione Osoppo, per ricordare loro e tutti gli eroi combattenti contro il nazifascismo e anche tutte le vittime della ferocia comunista a guerra finita. Si fermi lì, in silenzio, e deponga una corona di fiori. E lasci che quell’immagine percorra l’Italia intera. Perché il popolo italiano deve ricordare, deve sapere che tra coloro che combatterono sotto il vessillo della Resistenza non vi fu soltanto un’unica anima. Che accanto all’eroismo limpido dei partigiani della divisione Osoppo, caduti con dignità e fedeltà all’idea di libertà, vi furono anche tragedie nate da mani italiane contro italiani. Che a Porzûs si consumò un eccidio fratricida, dove la violenza non venne dal nemico dichiarato, ma da chi condivideva nominalmente la stessa lotta. Due Resistenze, dunque, si stagliano nella memoria: una che combatteva per liberare, e un’altra che mirava a sostituire un giogo con un altro. Due visioni inconciliabili della libertà, che il tempo non può fondere senza falsificare. Ed è proprio questa verità, difficile ma necessaria, che deve emergere con chiarezza. Non si tratta di negare il valore della Resistenza, ma di riconoscerne tutte le dimensioni. Come ricordava George Orwell nel suo Omaggio alla Catalogna, le lotte interne ai fronti antifascisti furono spesso feroci, segnate da ideologie inconciliabili. Come ha scritto Orwell, il numero dei partigiani uccisi dagli stalinisti, teoricamente compagni di trincea, è superiore a quelli uccisi dai nazifascisti. E anche nella nostra terra, il sangue versato non fu soltanto quello inflitto dal nazifascismo. E ancora, è necessario che il 25 aprile sia anche occasione per rendere giusto tributo a chi contribuì in modo determinante alla liberazione dell’Italia. Gli eserciti alleati, americani, britannici, francesi, polacchi, insieme alla Brigata Ebraica,  un israeliano su tre venuto a combattere per noi, furono la forza decisiva che abbatté il giogo nazifascista. Come scrisse Winston Churchill nella sua monumentale opera sulla Seconda guerra mondiale, che gli fece avere il Premio Nobel per la letteratura nel 1953, il contributo militare della Resistenza italiana fu inevitabilmente limitato nel quadro complessivo del conflitto. Per questo, Signora Meloni, la sua presenza a Porzûs, affiancata dagli ambasciatori di quelle nazioni – Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Polonia, Israele, assumerebbe un valore che trascenderebbe il gesto istituzionale: diventerebbe un atto di verità storica, un invito collettivo a guardare il passato senza filtri ideologici. Non nomino la Russia, perché non esisteva come nazione. Esisteva l’Unione Sovietica, segnata però dall’orrenda macchia del patto Ribbentrop Molotov. Perché la libertà non può germogliare su una memoria selettiva. E la verità intera, anche quando è scomoda, è il solo terreno su cui può crescere una Repubblica davvero consapevole di sé. Se non ora, quando? Se non lei, chi?

Tagsdivisione Osoppogiorgia meloni
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Silvana De Mari

Nell’ora dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario. (G. Orwell)

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