Fulton John Sheen.

Il 24 settembre 2026, al Dome at America’s Center di St. Louis, il cardinale Luis Antonio G. Tagle proclamerà beato, in rappresentanza di papa Leone XIV, l’arcivescovo Fulton John Sheen. Di lui si ricorda la televisione: la lavagna, i trenta milioni di spettatori, l’Emmy. Si ricorda meno il lavoro per cui gli archivi sovietici, aperti dopo il 1990, gli hanno dato ragione. Sheen combatté il comunismo per quarant’anni, e lo fece con un metodo preciso. Sheen non attaccò il marxismo per sentito dire: lo studiò nei testi originali, fino a essere descritto come «l’oppositore del comunismo meglio documentato degli Stati Uniti». Le sue conferenze radiofoniche sono costruite su citazioni: Feuerbach e il suo «l’uomo è ciò che mangia», Marx e il suo «odio tutti gli dèi», Lenin e la negazione di «ogni morale tratta da concezioni sovrumane o non di classe», Molotov che nel 1939 liquida la differenza col nazismo come «una questione di gusti». Da quella lettura ricavò la tesi che gli avversari non si aspettavano: il comunismo non è una teoria economica, è «una filosofia completa della vita», una dottrina di salvezza che pretende l’uomo intero, «corpo e anima», e che vuole essere non solo uno Stato ma anche una Chiesa capace di giudicare le coscienze. La conseguenza fu il suo colpo di genio polemico. Se il comunismo è una religione, allora non nasce in Russia ma in Occidente: «la sua filosofia è tedesca, la sua sociologia francese, la sua economia inglese». È «un effetto e un giudizio» sul mondo borghese che aveva già smarrito l’uomo fatto a immagine di Dio, riducendolo ad animale economico. Di qui la frase più scomoda che abbia mai pronunciato davanti a un pubblico anticomunista: «Il comunismo non va temuto perché è contro Dio, ma perché noi siamo senza Dio; non perché è forte, ma perché noi siamo deboli». E poiché la simmetria era il suo mestiere, non risparmiò l’altra metà: il capitalismo monopolistico, scrisse, sbaglia allo stesso modo, perché toglie a Dio la sovranità sui beni e la consegna al proprietario assoluto, come il comunismo la consegna ai «burocrati del collettivismo». «Il nostro mondo borghese occidentale è non cristiano; il comunismo è anticristiano.» Dal 1930 al 1950 Sheen parlò ogni domenica sera alla radio, nella Catholic Hour della NBC: quattro milioni di ascoltatori al culmine. Il ciclo del 1947 dedicato al comunismo divenne il libro del 1948, Communism and the Conscience of the West. Dal 1952 arrivò la televisione. Ma il dato che conta è cronologico: Sheen attaccava il comunismo come «intrinsecamente malvagio» anche negli anni in cui l’Unione Sovietica era l’alleata di guerra dell’America e dirlo era impopolare. «No. Il comunismo russo è intrinsecamente malvagio e non ha nulla a che fare con la politica estera della Russia.» Nel 1949, a un raduno al Polo Grounds di New York, davanti a centodiciassettemila persone, offrì la sintesi che gli somiglia di più: «Il comunismo non è la promessa di un’era nuova. È l’ultimo rantolo di un’era vecchia.» Qui sta la differenza fra Sheen e i crociati del suo tempo. La sua arma più temuta non era il microfono, era il colloquio privato. Louis Budenz, direttore del Daily Worker, il quotidiano comunista americano, andò a cena con lui aspettandosi un duello ideologico; Sheen aprì dicendo: «Adesso parliamo della Beata Vergine». Gli parlò di Fatima, e Budenz scrisse poi di aver percepito «con una vividezza schiacciante l’insensatezza e la peccaminosità della mia vita». Lasciò il partito. Fu lui a presentare a Sheen Elizabeth Bentley, l’ex agente sovietica, che Sheen battezzò e a cui trovò un posto di insegnante. Bella Dodd, dirigente del Partito comunista, entrò in chiesa e disse di aver trovato lì «la vera fraternità fra gli uomini», quella che il partito prometteva e non dava. A Budenz, Sheen aveva scritto: «Credo che molti comunisti siano in buona fede». Il libro del 1948 è dedicato «a Maria, nella speranza orante della conversione della Russia»: per lui il nemico non era il comunista, ma l’errore che lo teneva prigioniero. Il corollario è la cosa più difficile da imitare. Sheen predicava che di Stalin bisognava ricordare tutti i morti innocenti, certo, i milioni di morti innocenti, una cosa: che anche lui aveva un’anima. E poiché era coerente e non partigiano, nel 1967 prese la posizione che sbalordì l’America: chiese il ritiro dal Vietnam, leggendo la guerra alla luce della Pacem in terris. Non abiurò nulla; semplicemente, non era mai stato un guerriero, era un apologeta. E ora cominciamo a parlare di quelle che sono chiamate “le ombre” e che invece sono un’altra perfetta forma di chiaroveggenza. Tutti concordano su un giudizio severo su Joseph McCarthy, che affermò che c’era un’infiltrazione comunista nel mondo culturale statunitense, e cercò di fermarla in maniera molto decisa. «Sbagliò su McCarthy, ma aveva ragione su Stalin», è la formula usata. Siamo tutti allenati a considerare il maccartismo quasi peggio del nazismo. Ci sono decine di film su quanto era cattivo McCarthy, i film ambientati in un gulag sono pochissimi. Che Mosca abbia lavorato dentro l’America non è opinione, è archivio. Il Comintern sussidiava il partito comunista americano già nel 1923 con settantacinquemila dollari, gli stipendi annui di settantacinque funzionari. Nel 1963 il Servizio A costruisce una campagna contro Martin Luther King, dipinto come «zio Tom» stipendiato dal governo, scatenando le rivolte razziali e soprattutto ha inserito aborto, divorzio facile, promiscuità sessuale, odio per la famiglia, tutte le conquiste di Alexandra Kollantai, adulterio simpatico, sodomia splendida, sono tutti temi che sono diventati caposaldi di Hollywood, mentre l’odio per gli Stati Uniti e l’Occidente sono diventati baluardi dei campus. Ops, vuoi vedere che McCarthy forse non aveva tutti i torti? Il metodo lo spiegò nel 1984 Jurij Bezmenov, agente del KGB disertato in Canada: lo spionaggio vero occupa solo il dieci-quindici percento delle risorse spese fuori dai confini sovietici, «il resto, l’ottantacinque percento, è sempre sovversione»; demoralizzare una nazione richiede quindici o vent’anni, il tempo di educare una generazione di studenti. E gli strumenti non sono le bombe: sono i professori, i giornalisti, gli attori. Hollywood ha distrutto il senso della morale sessuale e, come ricorda George Orwell, quando se ne distrugge la morale sessuale, una civiltà può essere abbattuta. È grazie a Hollywood che si è creata l’idea che “di sinistra è bello”, essere conservatori è brutto, la promiscuità sessuale è una bella festa, la famiglia fa schifo. Fulton John Sheen aveva ragione anche su questo.
È per questo che i suoi libri si continuano a leggere: in italiano li pubblicano le Edizioni Ares, da I 7 sacramenti all’autobiografia La mia vita, Un tesoro in un vaso d’argilla, fino a Preti Uomini del Mistero, uscito nell’anno della beatificazione. Fulton Sheen scriveva benissimo, passione e ironia, sia quando descriveva i nugoli di zanzare con cui è stato costretto a convivere, sia quando descriveva l’ideologia comunista, completamente priva di compassione e logica, che inghiotte il mondo. Chi cerca il polemista trova un filosofo; chi cerca il predicatore televisivo trova un uomo che passava le serate a convincere un comunista alla volta. E aveva capito che il comunismo non era un movimento politico, ma un atroce movimento religioso messianico e salvifico, con un messia (Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot), una nuova liturgia ( le sfilate del partito), una nuova chiesa (il partito), un nuovo paradiso, (un ipotetico futuro senza ingiustizia, senza classi sociali e anche senza prigioni, che però per una serie di sfortunati eventi non arriva mai) e un nuovo tipo di sacrificio umano: controrivoluzionari, borghesi, dissidenti, minoranze etniche, cristiani, ebrei, oppure, come per Pol Pot, chi capita capita. E i morti si sono contati a cataste e non a unità. Eppure la parola comunista continua ad affascinare, continua a essere scambiata per un qualche tipo di giustizia, come se la giustizia senza Cristo, anzi contro di lui, fosse possibile.







