IL CANTIERE INVISIBILE

Perché le torri sono crollate davvero, quanto esplosivo servirebbe per fingere, e che fine hanno fatto gli altri due aerei
Perché sono crollate davvero
Partiamo dalla cosa che il complotto non racconta mai: la spiegazione vera. Non è misteriosa, è soltanto noiosa, e per questo non fa vendere libri.
Alle 8:46 il volo American 11 entra nella torre nord. Alle 9:02 il volo United 175 entra nella torre sud. La torre sud crolla alle 9:58, cinquantasei minuti dopo. La torre nord alle 10:28, centodue minuti dopo. Ordine invertito rispetto agli impatti, e già questo dovrebbe suggerire che nessuno stava premendo un pulsante secondo una tabella: la torre sud fu colpita più in basso, quindi aveva più peso sopra la ferita e meno struttura sana per redistribuirlo, e cedette prima.ùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùù
Il meccanismo ricostruito dal NIST ha tre atti. Primo: l’urto recide e danneggia colonne portanti, stacca il rivestimento antincendio — quella specie di intonaco spruzzato che protegge l’acciaio — e sparge il carburante degli aerei su più piani. Attenzione al dettaglio che i complottisti saltano sempre: detriti e carburante viaggiavano a oltre ottocento chilometri l’ora, e a quella velocità l’antincendio spruzzato non resiste, si polverizza come intonaco vecchio sotto un getto di sabbia. L’acciaio, da quel momento, è nudo.
Secondo atto: gli incendi. Non un incendio, molti, su più piani insieme, alimentati da carburante e da tutto ciò che sta in un ufficio, cioè scrivanie, moquette, carta, plastica. Le temperature dell’aria arrivano a mille gradi. Qui casca l’asino della propaganda: nessuno ha mai sostenuto che l’acciaio si sia fuso. Il NIST scrive esplicitamente il contrario, l’acciaio fonde a circa millecinquecento gradi e nel relitto non è stata trovata traccia di acciaio fuso dagli incendi. Ma l’acciaio non deve fondere per cedere: a mille gradi conserva circa il dieci per cento della resistenza che ha in una giornata di primavera. Nove decimi della forza sono andati. Provi a immaginare una gamba di tavolo di burro tiepido: non è liquida, ma il tavolo non lo regge.
Terzo atto, il più elegante e il più ignorato. I solai riscaldati si inflettono verso il basso e, incurvandosi, tirano verso l’interno le colonne perimetrali a cui sono attaccati. Le colonne del perimetro, private dell’antincendio e tirate dentro, si incurvano — sulla facciata sud della torre nord, sulla facciata est della torre sud — e a un certo punto non reggono più il carico. È documentato in fotografia e in video nella mezz’ora precedente al crollo: l’incurvamento delle facciate si vede, si misura, è stato fotografato dagli elicotteri della polizia di New York.
E qui si arriva alla domanda che i sostenitori delle cariche ritengono decisiva: perché il crollo non si è fermato? Perché i piani sani sotto non hanno bloccato il blocco superiore? Risposta: perché nessuna struttura civile è progettata per fermare venti o trenta piani in caduta. Un edificio è progettato per sostenere un peso fermo, con un margine di sicurezza; non per assorbire l’energia di quello stesso peso che gli arriva addosso avendo già percorso qualche metro. Il conto è stato fatto da Zdeněk Bažant, uno dei massimi esperti mondiali di collasso strutturale: l’energia cinetica del blocco superiore della torre nord dopo la caduta di un piano superava di circa otto volte e mezzo tutto quello che la struttura sottostante poteva assorbire piegandosi. Otto volte e mezzo. Non serviva aiuto. Serviva un miracolo per fermarlo, non un esplosivo per continuarlo.
Il preventivo
Ora, per sport, proviamo a fare i cospiratori. Cominciamo dalla lista della spesa, perché i complotti, come i condomini, hanno un preventivo.
Ogni torre poggiava su 47 colonne d’acciaio a sezione cava, grandi come un frigorifero e spesse quanto un pugno (in gergo tecnico: colonne scatolari di nucleo), più 236 colonne perimetrali per piano, 22.892 in tutto. Non erano tubi da acquedotto.
Passiamo alla ricetta della termite, quella del film. Il NIST, che i complottisti citano quando gli conviene, ha fatto il conto: servono circa 0,13 libbre di termite per ogni libbra di acciaio da fondere, cioè, per una colonna che pesa mille libbre per piede, almeno cento libbre di termite. Quarantacinque chili. Per un taglio. Per una colonna sola.
Facciamo il conto della serva, e teniamolo generoso verso i nostri demolitori clandestini. Vogliamo tagliare soltanto le 47 colonne del nucleo, e soltanto su dieci piani: 470 tagli, 21 tonnellate di termite. Per torre. Se aggiungiamo il perimetro, come pretende la teoria della caduta libera dal tetto, si arriva a numeri che non stanno in una pagina. E non lo dico io: Niels Harrit, il chimico simbolo del movimento, interrogato sulla quantità di nanotermite necessaria, ha risposto «tra le 10 e le 100 tonnellate». Lo ha detto lui. Con la faccia serissima.
Cento tonnellate di termite occupano, compattate, una cinquantina di metri cubi: due container marittimi pieni fino all’orlo, da issare al novantesimo piano con l’ascensore di servizio. Resta poi il particolare che il NIST fa notare con crudeltà tecnica: la termite non taglia, fonde, e va tenuta a contatto con la superficie verticale d’acciaio mentre reagisce. Altrimenti cola per terra. Serve uno stampo attorno a ogni colonna, come per saldare le rotaie del tram. Quattrocentosettanta stampi.
Il rumore
Passiamo alle cariche cave, quelle che tagliano davvero l’acciaio. Qui il problema è che l’esplosivo ha un difetto costituzionale: fa rumore. Il NIST ha calcolato che la più piccola detonazione capace di far cedere una colonna critica avrebbe prodotto da 130 a 140 decibel a mezzo miglio. Non a mezzo metro: a ottocento metri. È il rumore di chi sta accanto al motore di un aereo a reazione, dieci volte un concerto rock ascoltato davanti alle casse.
Adesso moltiplichiamo. Per l’edificio più alto mai demolito con l’esplosivo, il Mina Plaza di Abu Dhabi, 165 metri, sono serviti oltre sedicimila detonatori a ritardo. Le torri gemelle erano alte 417 metri l’una. Parliamo dunque di decine di migliaia di detonazioni in sequenza, nel giorno più fotografato della storia umana, con la stampa mondiale puntata su quei due edifici per oltre un’ora. Risultato: in nessuna registrazione audio si sentono esplosioni compatibili con quei livelli, e nessun testimone ha riferito nulla di simile. I nostri demolitori avevano evidentemente inventato il tritolo silenzioso, e hanno deciso di non brevettarlo.
Prima o dopo?
Ed ecco la domanda che nessuno pone mai ai congressi del complotto: quando lo avete messo? Ci sono due sole possibilità, ed entrambe sono comiche.
Ipotesi A, durante la costruzione. Tra il 1968 e il 1973 si annegano le cariche nella struttura, con i cavi di innesco, e si aspetta. Ventotto anni. Sperando che l’umidità non degradi i detonatori, che nessuno degli operai delle ristrutturazioni successive apra la parete sbagliata, che il camion bomba del 1993 nei sotterranei non inneschi nulla per simpatia, e che il sistema di accensione, progettato quando si telefonava col disco, obbedisca puntuale nel settembre 2001, dopo tre decenni in cui nessuno lo ha collaudato.
Ipotesi B, dopo. Qui il divertimento è pieno. Le colonne non erano nude: l’acciaio era rivestito di materiale antincendio spruzzato e nel nucleo era racchiuso dentro pannelli di cartongesso da due pollici incastrati dal pavimento al soffitto, ricoperti da altro cartongesso. Per ogni taglio bisogna smontare la parete, raschiare l’antincendio, montare la carica, stendere il cavo, poi rispruzzare l’antincendio e rimontare tutto come nuovo. Per centinaia di colonne. In un edificio dove lavoravano cinquantamila persone, più le pulizie notturne, i manutentori degli ascensori — 99 impianti passeggeri e 7 merci — gli ispettori antincendio e i tecnici degli impianti, che nel nucleo entravano ogni settimana. Nessuno che noti la squadra sconosciuta al ventiseiesimo piano. Nessuno che fotografi. Nessuno che, in venticinque anni, venda la storia a un giornale per una cifra a sei zeri.
E una demolizione vera richiede fino a sei mesi di preparazione, muri interni da abbattere, colonne da fasciare, studi strutturali, simulazioni al computer per validare la sequenza. Tutto di nascosto, in due grattacieli in piena attività.
L’edificio piccolo in mezzo
E poi c’è il capolavoro della teoria: il World Trade Center 7, quarantasette piani, l’edificio di cui nessuno sapeva il nome e che oggi è il totem del movimento, perché nessun aereo lo colpì.
Ecco cosa c’era dentro, dati alla mano. Dal settimo al quarantasettesimo piano l’edificio era sostenuto da 24 colonne interne e 58 perimetrali. Sotto, tra il quinto e il settimo piano, c’era un sistema di tre travi di trasferimento e otto travi a mensola, perché il grattacielo era stato costruito a cavallo di una centrale elettrica della Con Edison e il carico dei piani alti andava scaricato altrove. Le colonne 79, 80 e 81 erano eccezionalmente grandi e reggevano campate lunghissime, una di circa duemila piedi quadrati. In parole comuni: quell’edificio aveva un punto unico di rottura, per progetto, scritto nei disegni dal 1987.
L’11 settembre alle 10:28:22 crolla la torre nord. I detriti squarciano la facciata sud del WTC 7 e accendono incendi su almeno dieci piani. Il crollo ha tranciato la conduttura idrica cittadina: gli sprinkler non funzionano, non c’è acqua, i pompieri si ritirano. Su sei piani il fuoco brucia libero per circa sette ore, in un edificio pieno di scrivanie, moquette e carta.
Il meccanismo è di una banalità offensiva per chi cerca il mistero: le travi dei solai si dilatano per il calore, restando anche sotto i 400 gradi — e le colonne, protette dall’antincendio, non superarono i 300, quindi nessun acciaio fuso, nessun raggio orbitale — la dilatazione spinge e strappa i collegamenti, il solaio del tredicesimo piano crolla, i solai sottostanti cedono a cascata, la colonna 79 perde il sostegno laterale per nove piani, si imbozza e cede. Da lì il crollo progressivo. Ore 17:20:52.
Ricapitoliamo la versione alternativa. I cospiratori avrebbero minato con cura il fabbricato meno simbolico del complesso, quello che nessuno al mondo avrebbe riconosciuto in fotografia. Lo avrebbero fatto crollare non insieme alle torri, quando c’era la polvere per nasconderlo, ma sette ore dopo, a edificio evacuato, con il quartiere pieno di vigili del fuoco e telecamere in diretta. Avrebbero scelto l’unico edificio che aveva già, nei progetti, un difetto strutturale capace di spiegare tutto da sé, e messo le cariche nell’unico punto che il fuoco stava già attaccando per conto proprio. Se questa è pianificazione militare, il generale va congedato.
Il missile con sessantaquattro passeggeri
Passiamo al Pentagono, dove secondo la leggenda non ci fu un aereo ma un missile, o un drone, o un caccia, o comunque qualcosa di più cinematografico.
I fatti. Alle 9:37:46 il volo American 77, un Boeing 757, colpisce il fianco occidentale dell’edificio all’altezza del primo piano, a 850 chilometri l’ora. In avvicinamento le ali abbattono cinque pali della luce e l’ala destra colpisce un generatore portatile. L’aereo attraversa 94 metri di edificio, tre anelli, in otto decimi di secondo. Il foro nella facciata è largo circa 75 piedi, ventidue metri, stimato dall’American Society of Civil Engineers contando le colonne del primo piano distrutte o compromesse, una cinquantina in tutto, e confermato dalle simulazioni. Nell’anello C si apre un buco di dodici piedi, prodotto dal carrello d’atterraggio, che è la parte più densa e compatta di un aereo di linea.
Prima obiezione classica: il foro è troppo piccolo per un’apertura alare di 125 piedi. Risposta: un aereo che entra in un edificio a 850 all’ora non si comporta come uno stampino per biscotti. Un’ala tocca terra, l’altra viene tranciata dalle colonne, e il resto penetra comportandosi più come un liquido che come un oggetto solido. Chi si aspetta la sagoma di Wile E. Coyote nel muro non ha mai visto un incidente aereo.
Seconda obiezione: mancano i rottami. Rispondono i rottami: recuperati un frammento del cono anteriore e il carrello anteriore sulla strada di servizio tra gli anelli B e C, un sedile intatto di cabina di pilotaggio, parti con i contrassegni della compagnia, e — dettaglio delizioso — entrambe le scatole nere, a novantuno metri dentro l’edificio. Il registratore vocale era fuso in un blocco di plastica carbonizzata e inutilizzabile; il registratore dei dati di volo, a stato solido, restituì tutti i dati. Un missile che porta con sé il registratore dei dati di volo di un Boeing 757 sarebbe l’arma più cortese della storia militare.
Terza obiezione, la più oscena: nessun aereo, quindi nessuno a bordo. Al Pentagono morirono 189 persone: 64 sull’aereo, compresi i cinque dirottatori, e 125 dentro l’edificio. Il medico legale delle Forze Armate identificò i resti di 179 vittime; in totale furono identificate 184 delle 189 persone. I resti dei dirottatori furono isolati per esclusione e consegnati all’FBI. Chi sostiene la tesi del missile deve quindi spiegare dove sono finite cinquantanove persone imbarcate quella mattina con nome, cognome, biglietto e famiglia, i cui pezzi sono stati trovati dentro il Pentagono.
Ultima ironia, e non ce n’è una migliore. L’ala colpita era il Wedge 1, l’unico settore già ristrutturato: mura interne ed esterne rinforzate, una maglia di tubi d’acciaio intrecciati, finestre antiesplosione. I lavori erano finiti da pochi mesi e l’ultima porzione era a cinque giorni dal collaudo finale. Alcune di quelle finestre, vicinissime al punto d’impatto, restarono in piedi con le persiane ancora ordinate dietro il vetro. Quindi i nostri geni del complotto, potendo scegliere un punto qualsiasi di un edificio da un milione e mezzo di metri quadrati, hanno centrato il solo pezzo appena blindato, riducendo il numero dei propri morti. Complimenti al reparto marketing del terrore.
Il campo in Pennsylvania
Poi c’è il volo United 93, quello che secondo la leggenda fu abbattuto da un caccia.
Fatti. Alle 9:57 i passeggeri, informati per telefono dei tre impatti precedenti, votano e assaltano la cabina. Il registratore vocale della cabina ha inciso tutto: alle 9:57:55 il dirottatore Ziad Jarrah si accorge del movimento e chiede «Is there something? A fight?». Segue la lotta, l’aereo viene manovrato violentemente per disarcionare gli assalitori, la rotta su Washington viene abbandonata. Alle 10:03:11, capovolto e con il muso inclinato di quaranta gradi verso il basso, a 906 chilometri l’ora, il Boeing 757 entra in un campo sopra una vecchia miniera di carbone nella contea di Somerset, con dentro ancora ventimila litri di carburante.
Il cratere era profondo dai due metri e mezzo ai tre e largo dai nove ai quindici. Fusoliera e ali si frantumarono penetrando nel terreno di riporto della miniera. Un motore fu ritrovato a seicentodieci metri, in un bacino di raccolta. La cabina di pilotaggio finì nel bosco vicino abbattendo alberi su sessantasei ettari. Il registratore dei dati di volo fu individuato il 13 settembre, quello vocale il 14, sepolto a otto metri sotto il fondo del cratere. Il coroner della contea stabilì che chi era ancora vivo all’impatto morì istantaneamente per trauma.
L’argomento dell’abbattimento poggia su un solo elemento: detriti leggeri, carta e nylon, trovati fino a tredici chilometri di distanza, e frammenti piccoli a due chilometri e mezzo. Cioè esattamente ciò che il vento fa con la carta quando un aereo si disintegra al suolo con ventimila litri di combustibile addosso. Ma concediamo la tesi: un caccia colpisce il 757 in volo. Bene: allora nel registratore vocale, ritrovato integro sotto il cratere, dovrebbe esserci un’esplosione esterna, una decompressione, una perdita improvvisa di controllo. Invece c’è la voce di un dirottatore che si accorge della rivolta, ci sono i passeggeri che sfondano, c’è la cloche portata a picchiare. La prova materiale che gli abbattitori invocano è la stessa che li smentisce, e giaceva otto metri sotto terra, dove nessuno l’aveva messa a beneficio dei posteri.
Il costo del silenzio
Riassumiamo l’organigramma che la teoria richiede. Squadre di artificieri per due torri e un terzo edificio. Ingegneri strutturisti per calcolare la sequenza. Chi procura decine di tonnellate di materiale incendiario militare. Chi lo trasporta di notte per mesi. Chi rifà l’antincendio e il cartongesso. Chi mette un missile al Pentagono e poi ci semina intorno pezzi di 757 e le scatole nere. Chi carica cinquantanove cadaveri, o li produce altrove. Chi pilota il caccia sulla Pennsylvania. Chi manipola il registratore vocale interrandolo a otto metri. Chi zittisce il medico legale delle Forze Armate, il coroner di Somerset, l’FBI, il NIST, l’American Society of Civil Engineers, i vigili del fuoco di New York che quel giorno hanno perso 343 uomini.
Migliaia di persone. Per venticinque anni. Nessun pentito, nessun ricatto, nessuna confessione in punto di morte, nessun archivio venduto. In un paese dove non si è riusciti a tenere segreto uno scasso in un albergo di Washington.
La spiegazione noiosa
La verità è che l’11 settembre non fu una demolizione ma un’operazione di attrito. Diciannove uomini con dei taglierini hanno sfruttato l’unica vulnerabilità di una società aperta: la fiducia. Il resto lo ha fatto la fisica. L’urto ha spazzato via l’antincendio, il carburante ha alimentato incendi che l’acciaio nudo non ha retto, i solai si sono piegati tirando dentro le facciate, la gravità ha fatto il suo mestiere con la puntualità che le riconosciamo tutti quando ci cade il telefono.
Chi preferisce la nanotermite lo fa perché la spiegazione noiosa è insopportabile: significa che un mondo intero, con i suoi satelliti e le sue agenzie, può essere ferito da diciannove disperati addestrati in una fattoria afgana. Il complotto è più consolante, perché presuppone qualcuno al comando. Anche cattivo, purché al comando. Nessuno regge l’idea che quel giorno il timone non fosse in mano a nessuno.
E c’è un prezzo, che si paga ancora. Ogni volta che si insinua che i tremila morti siano una messinscena, si toglie a quei morti l’unica cosa che resta loro, cioè il modo in cui sono morti: nelle scale, portando fuori gli altri, telefonando a casa, votando in fondo a un aereo se assaltare la cabina. Il complotto non è solo falso. È ingrato.
Fonti
NIST, FAQ sull’indagine sulle torri (sequenza del crollo, antincendio staccato da detriti e carburante a oltre 500 miglia orarie, temperature dell’aria fino a 1.000 °C, acciaio nudo ridotto al 10% della resistenza, nessuna fusione dell’acciaio, inflessione dei solai e incurvamento delle colonne perimetrali, orari di impatto e crollo, 2.735 morti alle torri, 343 vigili del fuoco) — https://www.nist.gov/world-trade-center-investigation/study-faqs/wtc-towers-investigation
NIST, risposte sulle domande di ingegneria strutturale (energia gravitazionale più che sufficiente a impedire l’arresto del crollo) — https://www.nist.gov/pao/nist-federal-building-and-fire-safety-investigation-world-trade-center-disaster-answers-faqs
NIST NCSTAR 1, rapporto finale sul crollo delle torri — https://nvlpubs.nist.gov/nistpubs/Legacy/NCSTAR/ncstar1.pdf
- Bažant e collaboratori, meccanica del crollo progressivo (energia cinetica del blocco superiore pari a circa 8,4 volte la capacità di assorbimento della struttura sottostante) — http://www.civil.northwestern.edu/people/bazant/PDFs/Papers/00%20WTC%20Collapse%20-%20What%20Did%20&%20Did%20Not%20Cause%20It.pdf
NIST, FAQ sull’indagine sul WTC 7 (termite: 0,13 libbre per libbra d’acciaio, cento libbre per colonna, obbligo di contatto; 130-140 dB a mezzo miglio; nessuna prova di esplosioni; crollo alle 17:20:52 dopo quasi sette ore di incendio) — https://www.nist.gov/world-trade-center-investigation/study-faqs/wtc-7-investigation
NIST, briefing tecnico sul WTC 7 (24 colonne interne e 58 perimetrali, travi di trasferimento sulla centrale Con Edison, colonne 79-81, dilatazione termica, solaio 13, imbozzamento su nove piani) — https://www.nist.gov/system/files/documents/2017/05/09/WTC7RevisedTechnicalBriefing_111908.pdf
NIST NCSTAR 1-9 (incendi su almeno dieci piani del WTC 7, perdita dell’acqua cittadina per gli sprinkler) — https://nvlpubs.nist.gov/nistpubs/Legacy/NCSTAR/ncstar1-9.pdf
Fire Engineering, struttura del World Trade Center (47 colonne scatolari di nucleo spesse fino a cinque pollici, 236 colonne perimetrali per piano, 22.892 in totale, 99 ascensori passeggeri e 7 merci, cartongesso da due pollici) — https://www.fireengineering.com/features/the-world-trade-center-construction-and-collapse-part-2/
Demolition & Recycling International, record mondiale del Mina Plaza (165 metri, oltre 16.000 detonatori) — https://www.demolitionandrecycling.media/news/a-new-world-record-for-safedem/8010368.article
Voce enciclopedica sulle implosioni controllate (fino a sei mesi di preparazione, rimozione dei muri interni, fasciatura delle colonne) — https://en.wikipedia.org/wiki/Building_implosion
Dichiarazione di Niels Harrit sulle «10-100 tonnellate» di nanotermite — https://crescent.icit-digital.org/articles/9-11-mysterious-collapse-of-third-building
Scheda documentata sul volo American 77 (ora 9:37:46, 850 km/h, cinque pali della luce, generatore, 94 metri in 0,8 secondi, cono anteriore e carrello, sedile di cabina, entrambe le scatole nere a 91 metri dentro l’edificio, registratore vocale fuso e dati di volo integralmente recuperati, 189 morti, 179 vittime identificate dal medico legale delle Forze Armate, 184 su 189 identificate) — https://en.wikipedia.org/wiki/American_Airlines_Flight_77
Popular Mechanics, verifica delle leggende sul Pentagono (foro di circa 75 piedi secondo il Pentagon Building Performance Report dell’ASCE, apertura di dodici piedi nell’anello C prodotta dal carrello, comportamento dell’aereo all’impatto, finestre antiesplosione rimaste in piedi, relitti raccolti con i contrassegni della compagnia) — https://www.popularmechanics.com/military/a66052053/pentagon-911-plane-crash-myths/
ASCE, sull’indagine al Pentagono (circa cinquanta colonne strutturali distrutte o gravemente compromesse) — https://www.asce.org/publications-and-news/civil-engineering-source/civil-engineering-magazine/issues/magazine-issue/article/2021/09/the-investigations-the-pentagon
Dipartimento della Difesa, rapporto al Congresso sulla ristrutturazione del Pentagono (Wedge 1 rinforzato e a cinque giorni dal completamento quando fu colpito) — https://www.esd.whs.mil/Portals/54/Documents/FOID/Reading%20Room/Other/renovation_1march2001.pdf
Scheda documentata sul volo United 93 (rivolta alle 9:57, frase di Ziad Jarrah alle 9:57:55, schianto alle 10:03:11 capovolto con muso a 40 gradi a 906 km/h, cratere profondo 2,4-3 metri e largo 9-15, motore a 610 metri, detriti leggeri fino a 13 chilometri, registratore di volo il 13 settembre e vocale il 14 a otto metri di profondità, perizia del coroner) — https://en.wikipedia.org/wiki/United_Airlines_Flight_93
Rapporto della Commissione nazionale sull’11 settembre — https://www.9-11commission.gov/report/911Report.pdf





