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Gli attentati dimenticati

By Silvana De Mari
27 Agosto 2026
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Il Grande Fuoco di Trieste e il Cafè de Paris

4 agosto 1972: l’attentato palestinese dimenticato dall’Italia. L’Italia viene dopo Israele. Viene dopo Israele in ordine alfabetico. Alle Olimpiadi, prima c’è la loro squadra , poi c’è la nostra. Viene dopo Israele per quanto riguarda l’odio e il numero di attentatri terroristici. C’è un libro che ogni italiano dovrebbe leggere prima di parlare di pace, di Palestina, di terrorismo, di ragioni comprensibili. Si intitola «Il grande fuoco», lo ha scritto Giuliano Sadar, giornalista Rai di Trieste, per MGS Press nel 2015. Duecento pagine di inchiesta serrata su un fatto che l’Italia ufficiale ha lasciato marcire nel dimenticatoio, come si lascia marcire un cadavere che i parenti non vogliono più vedere: l’attentato ai serbatoi della SIOT di San Dorligo della Valle, alle 3.15 del mattino del 4 agosto 1972. Il primo attentato di Settembre Nero in territorio italiano. Un mese esatto prima della strage degli atleti israeliani a Monaco. Un commando arriva da Parigi via Mestre, noleggia una Ford Taunus rosso amaranto, taglia la rete e piazza trenta chili di tritolo in quattro punti diversi della più grande tank farm d’Europa: un milione e seicentomila tonnellate di greggio stoccate a tre chilometri da Trieste. Quattro cariche. Tre serbatoi che saltano in aria. Un fungo di fumo alto sei chilometri visibile fino a Venezia. Centosessantamila tonnellate di petrolio libico che bruciano per quattro giorni. Diciotto vigili del fuoco ustionati. Se quella notte fosse soffiata la bora, o se fosse piovuto, con il carico di anidride solforosa sospeso in aria, Trieste sarebbe stata sfigurata. Non ci fu vento. Non piovve. La città fu salvata dal caso, non dallo Stato italiano.

Sadar ricostruisce nomi, date, mandanti. Mohamed Boudia, mente algerina di Settembre Nero, ucciso a Parigi dal Mossad nell’operazione Ira di Dio. Chabane Kadem, algerino. Le due «pasionarie» francesi Marie-Thérèse Lefebvre e Dominique Iurilli, autiste del commando, già coinvolte negli attentati alle centrali del gas Gasunie in Olanda nel febbraio 1972. Il 6 agosto Beirut rivendica via agenzia Wafa: «un violento colpo ai nemici della rivoluzione palestinese e agli interessi imperialisti che sostengono il sionismo». È un colpo al cuore energetico dell’Europa: la pipeline transalpina TAL, quella che da Trieste porta greggio a Ingolstadt e Vienna. Un attentato gigantesco. Rivendicato. Documentato.

Poi arriva l’Italia. Nel primo grado i quattro sono condannati in contumacia a ventidue anni per tentata strage. In appello il reato viene derubricato a «incendio doloso» e la pena abbassata a sei anni. Nessuno mette piede in una cella italiana. Boudia lo ammazzerà il Mossad. Gli altri scompaiono. Il tritolo fatto brillare a San Dorligo era stato posato da un’organizzazione che il mese successivo avrebbe sgozzato undici atleti israeliani a Monaco. In Italia, sei anni derubricati. È il preludio esatto del cosiddetto Lodo Moro: la politica bipartisan, democristiana e comunista, la abbietta politica dei vili, che scelse di non ostacolare il terrorismo palestinese sul territorio nazionale in cambio dell’immunità per gli obiettivi italiani. Un patto di viltà, dice Sadar senza dirlo: perché la sentenza di Trieste anticipa il Lodo, lo fonda, gli fornisce il primo precedente giurisprudenziale. Non lo dice lui: lo dico io. E i vili hanno ottenuto sul loro territorio un numero spaventoso di attentati. Il libro è, insieme, cronaca giudiziaria e diario morale. Ricostruisce le tredici ore di terrore dei triestini, la solitudine dei pompieri, gli ordini contraddittori dei prefetti, il silenzio di Roma. Ma soprattutto denuncia il silenzio successivo: mezzo secolo di rimozione. Nessuna targa a San Dorligo. Nessuna cerimonia nazionale. Nessun manuale scolastico che ricordi come il primo grande attacco terroristico islamico all’Occidente energetico avvenne su suolo italiano, e come la magistratura italiana rispose regalando l’impunità agli attentatori. Cinquantaquattro anni dopo, mentre in Italia si organizzano cortei con le bandiere palestinesi accanto a quelle comunali di Bologna e Torino, mentre si celebra la «resistenza» di Hamas come continuazione di una lotta di liberazione, converrebbe rileggere Sadar. Perché la linea che collega Mohamed Boudia a Yahya Sinwar è dritta, non tortuosa. Passa per Trieste. Passa per Ustica. Passa per l’aeroporto di Fiumicino. Passa per Bologna. Passa per ogni sconto di pena concesso dallo Stato italiano ai «combattenti» palestinesi negli anni Settanta. Il Grande Fuoco di Trieste non fu un incidente della storia. Fu l’atto fondativo del filopalestinismo italiano come categoria dello spirito nazionale: una miscela di paura, opportunismo e viltà. Le rovine annerite dei serbatoi di San Dorligo sono il vero monumento di quella scelta. Posso fare qualche domanda? Quanto denaro continuiamo a versare al Popolo palestinese, in aiuti, perché continui a investirlo in distruzione per Israele e distruzione per l’Italia? Quanto parastato in termini di ONG, agenzie a spese dei contribuenti italiani si muove tra i cosiddetti palestinesi? Il signor Vittorio Arrigoni, che affermava che desiderare la distruzione di una nazione di nove milioni di abitanti è una bella maniera di restare umani, esattamente a Gaza cosa stava facendo e a spese di chi? I soldi con cui pagava colazione, pranzo e cena erano suoi, di sua proprietà o attraverso qualche bizzarro giro di ONG includevano anche i soldi delle mie tasse? Io credo che il signor Vittorio Arrigoni ammazzato in maniera atroce dai palestinesi che amava tanto mentre odiava lo stato di Israele al punto da desiderarne la distruzione possa essere considerato il simbolo di un’Italia che ama alla follia i propri carnefici e odia a morte chi non le ha mai fatto del male.

16 settembre 1985: l’attentato palestinese al Café de Paris di via Veneto

Ore 23.00 del 16 settembre 1985, via Veneto a Roma. Il Café de Paris — icona della Dolce Vita, meta di turisti americani, britannici, argentini, tedeschi — ha i tavolini all’aperto pieni. Un giovane palestinese di ventisette anni nato in Libano, Ahmad Hassan Abu Alì Sereya, si avvicina e lancia in mezzo alla gente due bombe a mano F1 di fabbricazione sovietica, quelle che i militari chiamano «ananas» per la forma. Una esplode. L’altra no — gli artificieri la disinnescheranno dopo. Trentanove feriti, di cui alcuni gravissimi: un cuoco costretto a servire ai tavoli, sfigurato dalle schegge, resterà mutilato a vita. Sereya scappa a piedi verso Piazza Fiume, dove un poliziotto lo ferma. In tasca ha un passaporto marocchino falso e la tessera dell’Organizzazione Abu Nidal — la stessa che tre anni prima aveva massacrato a Roma davanti alla Sinagoga il piccolo Stefano Gaj Taché, due anni.

La data non è casuale. Il 16 settembre 1985 è il terzo anniversario del massacro di Sabra e Shatila: la vendetta arriva puntuale, e la sceglie contro turisti inermi seduti a bere spritz in un bar romano. Il bersaglio ideale sarebbe stata l’ambasciata americana, a duecento metri; ma l’ambasciata è blindata. Il Café de Paris no. È la logica eterna del terrorismo palestinese: quando il nemico armato è irraggiungibile, si colpisce il civile disarmato. In Italia, in quelle settimane, il cosiddetto Lodo Moro sta saltando: colpo di bazooka contro l’ambasciata Usa, bomba a via Bissolati contro la British Airways, sequestro dell’Achille Lauro con l’assassinio di Leon Klinghoffer buttato in mare sulla sedia a rotelle perché ebreo, strage di Fiumicino il 27 dicembre con sedici morti. Il patto di silenzio siglato dopo l’attentato all’oleodotto SIOT del 1972 sta esplodendo davanti agli occhi di uno Stato che aveva creduto di poterlo governare.

Sereya viene condannato a diciassette anni. Uscirà molto prima. I due complici che erano con lui in auto non saranno mai identificati. La retorica dell’epoca — «legittima causa palestinese», «reazione alle occupazioni sioniste» — assolveva a mezza bocca chi teneva la pistola. Non sono cambiate nemmeno oggi le parole di certa sinistra italiana. Sono cambiate solo le vittime: nel 1985 turisti in via Veneto, nel 2023 ragazzi al rave di Re’im. Stessa mano, stessa ideologia, stessa acquiescenza europea.

 

TagsAttentato di Monaco.Café de ParisGiuliano Sadar. Il grande fuocoPaletinesiterrorismo
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Silvana De Mari

Nell’ora dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario. (G. Orwell)

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