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La nazione più ferita, la nazione più innamorata

By Silvana De Mari
10 Ottobre 2026
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Il 7 ottobre, nel giorno della commemorazione di centinaia di uomini donne e bambini ebrei violentati e massacrati da Hamas, in Piazza Grande a Modena, come in moltissime altre piazze di Italia, sventolano le bandiere palestinesi in una vergognosa manifestazione in cui si accusa falsamente Israele di un inesistente genocidio. Lo ricorda l’ex Ministro Carlo Giovanardi. “Nella mia città che aveva un tempo il dieci per cento di popolazione ebraica, tra cui il mio grande amico Arrigo Levi, nessun messaggio di solidarietà è arrivato dalle Istituzioni alla locale Comunità ebraica”, come in innumerevoli altre città”, conclude Giovanardi. Chiunque sventoli la bandiera palestinese sta affermando che è giusto distruggere una nazione di nove milioni di abitanti e che il massacro del 7 ottobre è stato una bella festa “Questo clima di acceso antisemitismo richiama purtroppo alla mente i tempi bui della propaganda nazista contro gli ebrei”, conclude Giovanardi. L’Italia ha pagato al terrorismo palestinese un prezzo che nessun altro Paese europeo ha pagato. Il 4 agosto 1972 Settembre Nero fa saltare i serbatoi dell’oleodotto SIOT di Trieste: il fuoco brucia per giorni. Il 17 dicembre 1973 un commando palestinese assalta Fiumicino, incendia un aereo della Pan Am con le bombe al fosforo e uccide trentadue persone. Poco dopo nasce il cosiddetto lodo Moro, il patto non scritto con cui lo Stato italiano lascia transitare uomini e armi dei gruppi palestinesi in cambio della promessa di risparmiare il nostro territorio. La promessa non sarà mantenuta, e a pagare saranno sempre i cittadini, mai i politici che quel patto lo avevano firmato all’ombra dei servizi segreti. Il 9 ottobre 1982 tocca alla sinagoga di Roma. Il 16 settembre 1985 una bomba esplode al Café de Paris di via Veneto e ferisce decine di persone sedute ai tavolini in una sera d’estate. Il 7 ottobre 1985 il Fronte per la Liberazione della Palestina sequestra la nave Achille Lauro e getta in mare Leon Klinghoffer, ebreo americano paralizzato, con la sua sedia a rotelle. Il 27 dicembre 1985 il commando di Abu Nidal spara e lancia granate al banco El Al di Fiumicino: tredici vittime, tra cui Natasha Simpson, undici anni. Poi ci sono le due ferite più profonde della Repubblica. Il 27 giugno 1980 il DC-9 Itavia precipita al largo di Ustica: ottantuno morti. Il 2 agosto 1980 la stazione di Bologna salta in aria: ottantacinque morti. Per Bologna le sentenze definitive hanno condannato i neofascisti dei Nar, ma la pista palestinese, legata al lodo Moro, ai missili di Ortona e alla presenza in città di Thomas Kram, uomo del gruppo di Carlos, non è mai stata davvero spenta. Per Ustica, tra missile e bomba a bordo, la stessa pista è tornata più volte in Parlamento. Sono ipotesi, non sentenze: ma che restino aperte dopo oltre quarant’anni dice già molto su quanto il nostro Paese abbia preferito non guardare, e su quanto gli sia costato il proprio silenzio. Sabato 9 ottobre 1982 è Sheminì Atzeret, giorno di festa. Alle 11.55 le famiglie escono dal Tempio Maggiore di Roma, molti bambini sono stati portati lì per ricevere la benedizione. Cinque terroristi palestinesi del gruppo di Abu Nidal li aspettano. Lanciano bombe a mano sulla folla, poi aprono il fuoco con i mitra. I bersagli sono ebrei, non israeliani. Una scheggia uccide Stefano Gaj Taché, due anni. Suo fratello Gadiel, quattro anni, resta gravemente ferito. I feriti sono trentasette, alcune fonti ne contano quaranta. È il più grave attentato antisemita in Italia dal dopoguerra. Nessuno degli assassini ha mai fatto un giorno di carcere in Italia: l’unico condannato, Osama Abdel al-Zomar, è stato arrestato in Grecia e rilasciato.

Sparare sugli ebrei non fa peccato. Quel sangue non arriva dal nulla. Il 25 giugno dello stesso anno, durante la grande manifestazione indetta dalle confederazioni sindacali contro l’invasione israeliana del Libano, una parte del corteo passa sul Lungotevere, davanti alla sinagoga. Si gridano slogan contro gli ebrei. Una bara viene deposta davanti al muro con le lapidi che ricordano gli ebrei romani trucidati alle Fosse Ardeatine. Il messaggio è chiaro, e nessuno tra gli organizzatori lo sconfessa con la forza necessaria: gli ebrei di Roma vengono chiamati a rispondere della falsa accusa di inesistente genocidio fatta a Israele, una guerra che Israele non voleva e che di nuovo ha vinto. Un ebreo romano, nato a Trastevere da famiglie che vivono lì da più di duemila anni, era diventato un bersaglio legittimo. Dopo la bara sono arrivate le bombe. Tre mesi e mezzo dopo, quella bara non era più vuota: dentro c’era un bambino di due anni. Ricapitoliamo. L’Italia è il Paese europeo più straziato dal terrorismo palestinese: aeroporti insanguinati, una nave sequestrata, un bambino ucciso sulla porta della sinagoga, e sullo sfondo le due stragi del 1980 su cui la pista palestinese non è mai stata chiusa. Ed è anche il Paese che i palestinesi li ama di più. Non li ama in astratto. Li ama con un fervore che non riserva a nessun’altra causa. Il 22 settembre 2025, in nome di Gaza, la zona della Stazione Centrale di Milano viene devastata: vetrate in frantumi, cancelli e lampioni abbattuti, decine di agenti feriti. Si distrugge una stazione italiana, costruita con le tasse degli italiani, per amore della Palestina. Nessuno, quel giorno, ha pensato a un’altra stazione italiana, quella di Bologna, e alla pista palestinese che su quella strage non è mai stata davvero archiviata. La bandiera palestinese compare sulle facciate dei municipi: a Reggio Emilia i sindaci rifiutano di toglierla anche quando il prefetto lo ordina. Si appende nelle scuole, dove dovrebbe regnare la neutralità educativa. Entra nelle chiese. Don Vitaliano Della Sala profana l’altare con la bandiera dei macellai del 7 ottobre a Mercogliano, in provincia di Avellino, e la chiama «atto necessario». A Mortora, frazione di Piano di Sorrento, don Rito Maresca profana la Messa con la bandiera degli assassini dei bambini ebrei fatta paramento sacro, indossata davanti al tabernacolo. Nessun ricordo dei bambini israeliani macellati il 7 ottobre con un sadismo che non si era mai visto prima. Nessun ricordo dei martiri cristiani macellati ogni giorno in terra islamica, dei bambini ucraini, di quelli sudanesi. Nessun popolo ha mai coltivato con tanta dedizione il culto dei propri carnefici. Non è pietà per i civili di Gaza e solo per loro, è un rovesciamento morale, è un’etica deforme, partorita da menti deformi . Il masochismo è pensiero deforme, basato sull’inversione del senso del piacere e del dolore partorito da anime deformi. È la fascinazione per la violenza, purché a esercitarla sia qualcuno che, sia pure attraverso un delirio, che si possa chiamare oppresso. Si chiama ibristofilia l’innamoramento erotico del serial killer: le sculettanti fanciulle della flottiglia che con la kefiah coprono pochi centimetri della nudità che a Gaza le porterebbe all’impiccagione ne sono un esempio. La parola viene dal greco hybris, la tracotanza, l’eccesso, e philia, amore. Indica l’attrazione, sessuale ma anche sentimentale, per chi ha commesso crimini violenti. Gli sculettanti Pride pro Palestina, gli ancora più sculettanti “queer for Palestine”, la fanciulle di “Non una di meno” riproducono il fenomeno delle donne che scrivono lettere d’amore agli assassini in carcere, che vedono nel mostro un bambino ferito da salvare. La violenza non le respinge: le attrae. La crudeltà diventa forza, la ferocia diventa virilità, il sangue diventa prova di autenticità. È l’ennesima conseguenza del Morbo di cui parla Paolo Gambi nel suo libro, il mito del ribelle. Se la società è cattiva, il ribelle è il giusto. Se il ribelle è folle e sadico, Brigate Rosse, Settembre Nero, Tupamaros, Khmer rossi, Hamas, non è perché è un folle sadico, ma perché molto forte è la sua indignazione per l’ingiustizia. La flottiglia è ibristofilia collettiva messa in scena. La kefiah sulle spalle nude, sull’ombelico scoperto, sul sedere tondo è un brivido, l’uomo armato è un eroe, il terrorista è un amante ideale perché lontano, assoluto, pericoloso. È lo stesso brivido proibito, la stessa vertigine che porta la ragazza a innamorarsi del killer: più ha ucciso, più è vero. Un popolo incapace di collera davanti alle sue vittime innocenti è un popolo di vigliacchi che merita di diventare un popolo di schiavi o un popolo di morti. La base dell’ibristofilia è la vigliaccheria. Vittorio Arrigoni “attivista” è andato fino a Gaza ad omaggiare i massacratori di israeliani, ma anche di italiani. Di lui ci resta l’ultima foto: bendato, con la faccia piena di ecchimosi qualche istante prima che i suoi eroi lo uccidessero per strangolamento. Che nel ricordo del piccolo Stefano la collera e il coraggio dell’Italia risorgano.

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Nell’ora dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario. (G. Orwell)

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