O capiamo o moriamo
«O capiamo o moriamo» di Mario Adinolfi
C’è un libro, uscito nel 2017 per Youcanprint, che avrebbe dovuto scuotere l’Italia e che invece è stato accolto con il silenzio imbarazzato riservato ai profeti che dicono cose scomode: «O capiamo o moriamo» di Mario Adinolfi. Il titolo, allora, sembrò a molti eccessivo. Rileggerlo oggi, nove anni dopo, fa venire i brividi: era una diagnosi esatta, non una iperbole. Adinolfi aveva visto ciò che il resto del ceto politico e giornalistico fingeva di non vedere, e lo aveva detto con la franchezza di chi ha smesso di calcolare i costi di carriera.
Il libro nasce come un pamphlet sui temi che allora, nell’Italia dei governi Renzi e Gentiloni, venivano introdotti a colpi di fiducia parlamentare e di sentenze creative: unioni civili, maternità surrogata, teoria del gender nelle scuole elementari, eutanasia camuffata da testamento biologico. Adinolfi li affronta uno per uno, senza tecnicismi giuridici, con la lingua diretta del giornalista di razza che era stato all’Unità e all’Europa, e con la lucidità del cattolico che non ha paura di dire che l’utero non si affitta, che la vita non si scarta, che un bambino ha diritto a un padre e a una madre, e non a un contratto notarile fra adulti.
L’intuizione fondamentale del libro è però una sola, ripetuta come un ritornello di pagina in pagina: le ideologie che pretendono di riscrivere la natura umana sono sempre finite in tragedia. Il comunismo aveva riscritto l’economia, il nazionalsocialismo aveva riscritto la razza, il gender pretende di riscrivere il sesso, e chi ha vissuto il Novecento sa dove si va quando lo Stato decide che due più due non fa quattro. Adinolfi lo dice con parole nette, che gli sono costate processi, insulti, aggressioni in pubblico, e un lungo esilio dai salotti televisivi che oggi lo richiamano perché non possono più fingere che avesse torto.
C’è, nel libro del 2017, una intuizione ancora più profonda che oggi appare quasi profetica. Adinolfi capisce che la battaglia sui valori non è un problema di destra o di sinistra, ma di sopravvivenza demografica. Un popolo che non fa figli, che considera la maternità un ostacolo, che si vergogna del proprio Dio e delle proprie chiese, che chiama omofobia il richiamo alla famiglia naturale, è un popolo che si sta preparando alla scomparsa. E la natura, come la storia, non tollera il vuoto: al posto dei popoli che si dimettono ne arrivano altri, con altri dèi, altre leggi, altre pretese. Nel 2017 lo si poteva ancora dire fra parentesi. Nel 2026 è la cronaca quotidiana.
Non a caso quel titolo, «O capiamo o moriamo», è diventato negli ultimi anni lo slogan della grande campagna che Adinolfi conduce insieme al Popolo della Famiglia contro l’avanzata dell’islam politico in Italia e in Europa. Le manifestazioni con i crocifissi in piazza, le conferenze nelle piazze di Roma, la proposta di subordinare la cittadinanza al completamento di un ciclo scolastico che comprenda l’insegnamento della religione cattolica, il richiamo esplicito al modello spagnolo della Reconquista, tutto nasce dalla stessa constatazione già scritta in quel libro: senza radici non si resiste, senza figli non si vince, senza fede si soccombe.
Adinolfi non è un ideologo. È un uomo grosso, cordiale, che ride volentieri, che ha giocato a poker con successo e ha imparato lì la lezione che vale anche in politica: le carte vanno guardate come sono, non come vorremmo che fossero. E le carte europee, oggi, dicono che le chiese si svuotano, le culle si svuotano, le moschee si riempiono, i cortei antisemiti attraversano le capitali con la benedizione del ceto progressista. Chi ha letto «O capiamo o moriamo» nel 2017 sapeva che sarebbe finita così. Chi lo legge oggi capisce che non c’è più tempo per un secondo appello.
È un libro necessario, che andrebbe rimesso in libreria in edizione aggiornata e messo accanto a «Il mondo al contrario» di Vannacci e a «Islam senza veli». Tre voci diverse, tre biografie diverse, un solo grido: svegliatevi finché siete in tempo. Il titolo, ormai, non lascia scelta. O capiamo, o moriamo davvero.






