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Pedagogia spicciola.

By Silvana De Mari
2 Febbraio 2020
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Ai tempi neri dell’epoca patriarcale, le donne erano tante. C’erano donne anziane, donne giovani, fanciulle e ragazzine. Non erano rose e fiori, convivere con suocere e cognate non sempre era facile, ogni tanto qualcuna si faceva suora per sottrarsi a tutte le megere, però il vantaggio è che  una donna non era mai sola. Non era mai sola quando aveva il suo bimbo, c’era sempre un’ altra donna a spiegare come si faceva a tirare su il piccolo, a tenerlo qualche ora mentre mamma dorme. Ora ogni donna è isolata nella sua casetta, deve arrangiarsi da sola, nessuno le dà nessun aiuto e nessun consiglio. Le epoche precedenti sono state dannate da pedagogie micidiali, dove si raccomandavano verghe di vari calibri, sia in epoca medioevale che in epoca moderna sono descritte punizioni pieni di dolore e umiliazione., ma se li beccavano solo i figli dei ricchi che frequentavano scuole e precessori. I poveri se ne stavano a casa e se la cavavano con qualche scapaccione di mamma. Con l’alfabetizzazione delle madri, la pedagogia è entrata nelle case. In quelle tedesche entrò la terrificante pedagogia nera di Shreber, pedagogista e pediatra che ebbe due figli maschi, uno dei quali morì suicida e l’altro psicotico in ospedale. Quest’ultimo ci ha anche lasciato un libro, Memorie di un malato di nervi. Nonostante il successo in famiglia Shreber divenne il pedagogista più amato, imposto alle signore di buona famiglia. Il bambino doveva essere picchiato già dall’età di sei mesi,  doveva essere lavato solo con acqua fredda già dall’età di sei mesi, non doveva mai essere preso in braccio e ne raccomandava l’allattamento stando chine sulle culle. Propagandata dai pediatri, la pedagogia nera di Schreber non toccò tutti gli strati della popolazione, fu un disastro soprattutto per la borghesia, ma operai e contadini la scansarono. L’epoca attuale è stata gravata dalla psicologia spicciola: la pedagogia è diventata una scienza, anzi una non scienza, molto comune, istillata in ogni casa, portata ovunque dai giornali femminili e poi da internet. Non si salva più nessuno. Ora è l’epoca dai pedagogisti tutto zucchero e miele, quelli che hanno interiorizzato la delirante teoria di Rousseau del buon selvaggio e sono convinti che il bambino sia naturalmente buono, naturalmente strutturato a rifarsi il letto, fare i compiti, non rubare, non sputare addosso alle vecchiette, non mettersi le dita nel naso, e studiare per naturale predisposizione anche quando bocciature e insufficienze siano state vietate. Sostengono quindi l’educazione sia solo un danno che arriva su un essere umano naturalmente buono, se nessuno lo sciupa, una inenarrabile boiata pensata da un branco di implumi pulcini che la storia se la devono essere studiata sul manuale della giovani marmotte. La storia, apritene un libro a caso e dovunque capitiate ne avrete una prova, dimostra che l’uomo è naturalmente feroce e senza un micidiale processo educativo non imparerà il rispetto per l’altro e non imparerà il coraggio, che è l’elemento indispensabile per essere liberi. Tra tutti i pedagogisti uno dei più disastrosi è stato Marcello Bernardi, che ha camuffato in fiumi di zucchero e miele il suo odio per il processo educativo e per la famiglia, che ha paragonato alla società, il padre è il capitalista, la madre e i figli il proletariato. La situazione “normale” della famiglia per Bernardi è la conflittualità permanente, se un adolescente non odia il padre è “malato”.

L’odio per il padre di tutto il ’68 e il post ‘68 è quello che ha bloccato il processo educativo, creando una generazione, anzi ormai due, di fiocchetti di neve con l’incubo di doversi “divertire”, tra rave, cannabis e ricoveri in Pronto soccorso per coma etilico o overdose, fiocchetti di neve che vivranno col reddito di cittadinanza , tanto You porn e Netlix riempiranno il vuoto della famiglia che non avranno il coraggio di fondare, del lavoro per cui non combatteranno, della sovranità che avranno ceduto a qualcun altro.

La pedagogia del coraggio è stata abbattuta. Senza padri non c’è coraggio, non c’è senso dell’etica non essendoci senso del limite. Nessuna etica è possibile se è vietato vietare.

 

TagsMarcello Bernardipedagogiapedagogia neraShreber
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Silvana De Mari

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