La giustizia con l’interruttore
Interessante la storia del telefonino di Sigfrido Ranucci. Dalle informazioni pubbliche sull’inchiesta per l’attentato contro il giornalista non risulta che il suo cellulare sia stato sequestrato. Quello di Valter Lavitola sì, e non uno: nella perquisizione di luglio gli portano via tre telefonini, due pen drive, sette manoscritti. Tre a zero. Nessun obbligo impone di sequestrare il cellulare a chi subisce un attentato, e Ranucci è parte lesa, ma quando l’attentatore è l’amichetto del cuore sgusciatore di deliziosi molluschi e sostiene che il falso attentato sia stato un gesto di affetto, il cellulare della supposta vittima diventa fondamentale. Significa che, se si tratta di ricostruire rapporti, messaggi, minacce e contatti precedenti al chilo di esplosivo piazzato davanti a casa sua la notte del 16 ottobre 2025, il telefono di chi ha ricevuto la bomba non sembrerebbe un soprammobile. Tanto più che il rapporto fra Ranucci e Lavitola è uno degli elementi esaminati nell’indagine. Poi il dettaglio che uno sceneggiatore non oserebbe. Secondo la cronaca giudiziaria, nelle chat fra Lavitola e Ranucci recuperate dai dispositivi dell’indagato ci sarebbero dei «buchi»: non un messaggio perso nel cloud, interi periodi mancanti. Sarà un guasto tecnico, resta la geometria: le settimane svanite andrebbero cercate nell’unico telefono che non è stato acquisito. Completa il quadro l’avvocato di Lavitola, indagato come mandante della tentata strage: il suo cliente è «sconvolto», perché «con Sigfrido sono amici fraterni». L’uomo accusato di aver fatto saltare le auto del giornalista e della figlia si dichiara suo fratello. Se questa è l’amicizia fraterna, preferiamo un conoscente. Oppure si trattava di un sistema brusco per spianare una carriera politica all’insaputa della vittima che di professione fa il giornalista di inchiesta e non ha sospettato nulla. Il 25 ottobre 2025, nove giorni dopo la bomba, Ranucci partecipa all’assemblea dell’Associazione Nazionale Magistrati, in Cassazione, accolto da una standing ovation di un minuto. Sessanta secondi di magistrati in piedi ad applaudire un giornalista, il quale osserva, con una battuta riuscita, che è l’applauso più lungo mai tributato a un «plurindagato», visto il carico di oltre duecentoventi querele. La spiegazione ufficiale, arrivata dal presidente dell’ANM Giuseppe Tango, è che era solidarietà spontanea verso chi aveva appena subito un attentato. Plausibile. Solo che, nelle stesse ore, il presidente dell’epoca Cesare Parodi si lamentava perché la giunta non era stata informata dell’invito: l’ovazione più discussa dell’anno a un ospite materializzatosi in Cassazione per generazione spontanea. Nulla di tecnicamente illecito, ma se l’obiettivo era mostrare una magistratura equidistante di cui tutti possiamo fidarci, esistevano coreografie migliori. E infatti un anno dopo, quando l’inchiesta si fa scomoda, la stessa associazione non trova più una sillaba: dagli osanna al silenzio. E arriviamo a Mario Adinolfi. Concediamo alla realtà quello che le spetta: se l’è cercata. Era ai domiciliari da luglio in un’inchiesta romana per truffa aggravata e abusivismo finanziario, e l’ordine era semplice: niente dispositivi telefonici, informatici e telematici. Secondo l’ordinanza avrebbe pubblicato quarantanove articoli su Substack e ventitré post su Facebook: non è il pensionato che ha premuto per errore l’icona di Facebook cercando il meteo, quarantanove articoli non si scrivono per distrazione. Ha violato una prescrizione e il giudice ne ha tratto le conseguenze. Certo! Però Adinolfi non è stato condannato per i reati che gli vengono contestati: è un indagato e la custodia cautelare per definizione non è una pena anticipata: serve a esigenze precise previste dalla legge. Serve solo per evitare tre cose: pericolo di fuga, pericolo di reiterazione del reato e pericolo di inquinamento prove. Le prove sono nella pancia delle Iene, ore e ore e ore di trasmissioni e non possono essere inquinate, il reato non può essere ripetuto perché nessuno darebbe più un centesimo a Maio Adinolfi e che lui possa darsi alla latitanza come un Messina Denaro qualsiasi che la nostra spettacolare antimafia cercava ovunque mentre era a casa sua, è da escludersi perché non esiste nessuno che non sia in grado di riconoscere Mario Adinolfi. Il paradosso è perfetto: uno scrive quarantanove articoli e finisce in cella; l’altro ha un telefono pieno di chat e nessuno glielo chiede. L’inchiesta su Adinolfi è arrivata all’attenzione nazionale anche attraverso i servizi delle Iene, che non sono una procura, ma la televisione ha quello che il fascicolo numero 7482 dimenticato in uno scaffale non ha: milioni di spettatori. Telecamere, montaggio, musica, inseguimento, indignazione e pubblicità. Prima che cominci il processo il pubblico conosce già protagonisti, vittime, accusatori e colonna sonora. È nato così il più efficiente grado di giudizio italiano: quello televisivo, con un vantaggio inarrivabile per tribunale, appello e Cassazione, perché può precedere il primo grado. Una giustizia rassicurante dovrebbe essere terribilmente noiosa: non dovrebbe sapere chi conduce Report, chi compare alle Iene, chi porta il fazzoletto dell’ANPI, quanti follower abbia un indagato, quanto fragoroso sarebbe l’applauso se entrasse in una sala. Dovrebbe guardare fatti, prove e codice: bendata davvero. Mario Adinolfi ha fatto una provocazione: ha pubblicato decine di articoli quando non poteva, per inciso ottimi articoli. Anche a costo di finire fisicamente in prigione vuol dimostrare come la giustizia cambi a seconda di chi sono i tuoi amici che ti applaudono per più di un minuto dopo che il tuo amichetto del cuore ti ha messo una bomba per favorirti la carriera ma tu non ne sapevi niente, e soprattutto di chi sono i tuoi nemici. C’è riuscito. C’è riuscito in pieno. Non possono più esserci dubbi. La Dea non ha la benda e il suo sguardo è strabico.
Il più grande colpo giornalistico del secolo.





